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domenica, settembre 28, 2003
 

 

E' un incognita ogni sera mia...
un'attesa, pari a un'agonia.
Troppe volte vorrei dirti: no!
E poi ti vedo e tanta forza non ce l'ho!
Il mio cuore si ribella a te,
ma il mio corpo, no!
Le mani tue, strumenti su di me,
che dirigi da maestro esperto quale sei.
E vieni a casa mia, quando vuoi,
nelle notti più che mai,
dormi qui, te ne vai,
sono sempre fatti tuoi.
Tanto sai, che quassù male che ti vada, avrai
tutta me, se ti andrà per una notte...
... e cresce sempre più,
la solitudine,
nei grandi vuoti che mi lasci tu!
Rinnegare una passione, no!
Ma non posso dirti sempre sì,
nel sentirmi piccola così
tutte le volte che mi trovo qui di fronte a te.
Troppo cara la felicità,
per la mia ingenuità.
Continuo ad aspettarti nelle sere
per elemosinare amore... Sono sempre tua, quando vuoi,
nelle notti più che mai, 
dormi qui, te ne vai,
sono sempre fatti tuoi.
Tanto sai, che quassù male che ti vada, avrai
tutta me, se ti andrà, per una notte...
Sono tua... La notte, a casa mia, sono tua,
sono mille volte tua...
E la vita sta passando su di noi,
di orizzonti non ne vedo mai!
Ne approfitta il tempo e ruba come hai fatto tu,
il resto di una gioventù, che ormai non ho più...
E continuo sulla stessa via,
sempre ubriaca di malinconia,
ora ammetto che la colpa forse è solo mia,
avrei dovuto perderti, invece ti ho cercato.
Minuetto suona per noi,
la mia mente non si ferma mai.
Io non so l'amore vero che sorriso ha...
Pensieri vanno e vengono... La vita è così...
Minuetto suona per noi,
la mia mente non si ferma mai.

 














































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 00:31 |


martedì, settembre 23, 2003
 

 

Bologna - A mezzanotte e ventotto minuti Luther distende sul tavolo la mappa della città e ci posa sopra un pennello nero. A mezzanotte e ventinove saluta i ragazzi che escono dallo scantinato diretti alle automobili, controlla che le linee telefoniche funzionino, sceglie il primo disco e aspetta. A mezzanotte e trenta apre il microfono: "È ancora mercoledì notte a Radio Città del Capo, è ancora Luther Blissett che vi parla. Le pattuglie Luther Blissett sono già lanciate verso le loro derive. Il viaggio psicogeografico è cominciato. Datemi le vostre emozioni per compierlo. Portatemi fuori rotta, fatemi disegnare un tracciato che non avrei mai immaginato e poi seguitemi. Lasciatevi condurre nei cunicoli, lungo le strade, sui muri dei palazzi, aiutatemi a scomporre i quartieri perché non siano più le nostre prigioni, a violentare la città per non essere violentati".

La voce viaggia sopra i tetti di Bologna addormentata. La città che a quest'ora non sogna e non mangia, non studia e non balla, ascolta. Ascoltano gli studenti fuori sede accovacciati nelle loro tane da mezzo milione a posto letto, ascoltano i suonatori di rock da cantina che hanno abbandonato gli strumenti e afferrato le bottiglie, ascoltano gruppi di ragazzi che vanno in giro con la bicicletta e la radiolina incollata all'orecchio per poter raggiungere i luoghi che Luther Blissett indicherà durante il programma. Ascoltano la voce che dice: "Mi collego con la prima pattuglia che ha raggiunto la deriva. Dove siete?" La voce all'altro capo risponde: "Siamo al Fiera District, in uno degli ombelichi di Bologna, qui fra le torri progettate da Kenzo Tange, in questo polmone d'acciaio della città. E da qui vediamo il futuro scorrere, vediamo come diventerà questa zona secondo il progetto dell'architetto Benevolo, con tanti tapis roulant a collegare i diversi palazzi, con la gente che ci cammina su senza più essere padrona nemmeno dei propri passi, rassegnata ai percorsi obbligati, a guardare le architetture svettanti per non guardarsi i piedi". E Luther, dallo studio: "Accendete un falò al centro del Fiera District, metteteci intorno dei cartelli, come se fosse una manifestazione di operai che protestano all'una di notte per bloccare i lavori del cantiere, sprigionate energia sul territorio per fermare il degrado". A volte funzionano anche così, dicono. La settimana scorsa Luther Blissett ha portato un "attacco psichico" al progetto di ristrutturazione della stazione ("torri anche lì, e tre piani, e un centro commerciale") e stanotte annuncia fiero che "all'architetto Bofill è bruciato il plastico nel suo studio". Segna con il pennarello un cerchio nero accanto al Fiera District, uno accanto alla stazione e li congiunge: il viaggio "psicogeografico" è cominciato. Il resto del percorso che le pattuglie compiono è un'interazione tra le suggestioni di Luther e quelle degli ascoltatori. Lui dice:

"Esploriamo i cunicoli sotto la città" e un ingegnere idraulico di 76 anni si collega e per venti minuti dà istruzioni su come muoversi sottoterra. Quando le pattuglie risbucano sono vicine a Piazza Maggiore e un ascoltatore le invita a scandire il nome di Luther Blissett al contrario. Parte il coro e saranno almeno trenta, perché si sono aggregati tutti i randagi della Piazza Grande. Poi di nuovo via, perché Luther ha ricevuto la chiamata di una studentessa ammalata che ha bisogno di medicine e la pattuglia le va a comprare e gliele porta. Più tardi consegneranno 12 pizze alla festa in casa di un docente americano e qualcuno si fermerà lì, quando saranno le due e un quarto e Luther avrà invece una nuova missione per i superstiti: "Raccontatemi le luci della città, quartiere per quartiere". Il piccolo corteo di auto si divide. Telefonano: "Quartiere Bolognina, un dormitorio. Nessuna insegna, tre finestre alzate e, dietro, luci da schermo azzurrino di televisione". "Quartiere Navile, solo le luci agli uffici di banche e finanziarie". "Ci stanno spegnendo - commenta Luther -. Tolgono la corrente alla città di notte, le tolgono tutto, anche le prostitute: ce n'erano centoquaranta sui viali, adesso le hanno ridotte a sessanta e cantano vittoria, le hanno mandate a battere, contagiare e contagiarsi altrove, ma non gliene frega niente, l'importante è che non rovinino l'arredo urbano notturno. Allora ragazzi, andate sui viali, cantate una serenata all'ultima prostituta nigeriana, anche se non capisce le parole è lo stesso, magari fatele ascoltare la radio, metto su una cosa afro".

Tira una riga sulla mappa e arriva a Porta Saragozza. Il disegno è ormai intricato, assomiglia a una stella a otto punte. "Vedi - dice - ogni volta ridisegniamo il mondo di chi ci ascolta e di chi partecipa alle nostre missioni. Una persona media di questa città compie di solito lo stesso tragitto quotidiano disegnando un triangolo in cui il primo vertice è casa sua, il secondo la scuola o il posto di lavoro, il terzo la palestra o un altro luogo che frequenta abitualmente. La conoscenza della città per lui finisce lì. Noi cerchiamo di condurlo altrove, di aprire il suo spazio".

Parla al plurale perché Luther non è lui solo. È un nome collettivo, quello di un progetto underground internazionale basato sulla perdita di identità nominale, per cui chiunque vi partecipi diventa Luther Blissett, che era poi il nome di un calciatore inglese a forma di pantera che indossò la maglia del Milan e divenne famoso perché a porta vuota riusciva a colpire il palo. Con lo stinco. La palla la mandava fuori. Ma è solo un caso di omonimia. Quest'altro Luther Blissett è un non-nome e un non- volto. La sua faccia è la sovrapposizione dei visi di venti ragazzi diversi. La sua storia è l'incrocio delle loro: studenti fuori sede, artisti fuori circuito, cercatori di sensazioni fuori mercato. Invisibili: hanno sospeso la trasmissione piuttosto che farsi riprendere dalla troupe di Chiambretti. Interscambiabili: il Luther che tira le fila del programma e degli spostamenti cambia secondo i tempi e gli umori, così come, secondo i tempi e gli umori, cambiano i luoghi di questa e altre città, dicono loro, enunciando il principio della scienza psicogeografica. Il Luther Blissett di stanotte manda in giro le sue pattuglie a intercettare le ultime persone in circolazione alle tre e venti per condurle al chiostro di Santo Stefano, "perché è lì che vorremmo tutti quanti morire". La scorsa settimana è morta una ragazza del gruppo. Suicida. Si chiamava, anche lei, Luther Blissett. Ed è un modo per morire di meno. Perché, qualunque cosa lei sia diventata, rimane una voce, alle quattro meno un quarto, che copre la musica mentre sfuma e dice: "Anche Luther Blissett se ne va. Cercate l'ultima luce della notte e tenetela accesa per lui, fino alla prossima settimana e al prossimo viaggio, alla prossima identità e alla prossima vita".

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:02 |
 

 

Il centenario enigma chiamato Gustavo Adolfo Rol (20 giugno 1903 - 22 settembre 1994) riposa, insoluto, nel cimitero di San Secondo, tra le colline piemontesi. La lapide lo ricorda "capitano degli alpini" e sposato con Elna, "norvegese, grande signora, 17 regnanti nella sua famiglia". Il cortese uomo del posto che mi condusse a visitarla aveva avuto una onorificenza da Giuliano Amato e la pena di un figlio morto d'amore. Raccontò che il 3 maggio del 1945 il sindaco del paese, a nome del Comitato di liberazione nazionale, aveva consegnato a Rol un attestato "per il coraggio da lui dimostrato in circostanze difficilissime valse a salvare la vita e i beni dei singoli e di intere comunità". In che modo? Usando quei "poteri" che tanti testimoniarono e altrettanti, in nome della scienza, negarono? O semplicemente facendo giochi di prestigio, partite a carte truccate di cui gli invasori pagarono la posta? L'uomo di San Secondo scrollò le spalle: che importava? Aveva o no "salvato la vita e i beni dei singoli e di intere comunità"? Non contava, questo effetto, più del modo in cui era stato ottenuto?

Per decenni si è cercata la chiave dell'enigma di Rol, ma la porta era aperta. Eppure, i più sono rimasti sulla soglia e discutere la natura del fenomeno che aveva spalancato l'uscio. Questa disputa ha provocato al "capitano" un iniziale divertimento e una finale amarezza. Le stesse sensazioni prova chi, laicamente ma senza pregiudizi, segna le tracce del suo percorso, ascoltando tutte le voci: alte e basse, religiose e scientifiche. Nel palazzo dove viveva, in via Silvio Pellico 31, affacciato sul parco del Valentino, tutti gli inquilini lo ricordano come una soave leggenda. I suoi inviti alle cene e successivi "esperimenti" erano elevazioni di rango. A ogni piano una signora, oggi anziana, pronuncia la stessa frase: "Qui erano tutte invaghite di lui, tranne me". Persone con occupazione usuale, famiglia e nessuna propensione per l'esoterismo, dicono, con la stessa naturalezza con cui racconterebbero un temporale: "Ogni tanto, per stupire i bambini, cresceva di statura. Venti centimetri in un colpo: i pantaloni gli diventavano alla zuava". Scriveva, nei suoi diari, di aver scoperto le leggi nascoste della materia. Fece apparire, si narra, una rosa tra le mani di Einstein, che si mise a ridere per la sorpresa. Federico Fellini racconta che, per sparigliare la sua malinconia, mentre erano al ristorante, scriveva a distanza sul tovagliolo di un altro commensale e godevano insieme del suo stupore. Usava, per farlo, una speciale matita che portava sempre con sé. Che fosse orpello di scena o strumento canalizzatore di energie, fatto sta che il regista tornava a casa più sereno.

Organizzava, in una sala di quella sua immensa casa, oggi abitata da un analista per l'alta società (qualcosa del fluido che attirava dev'essere rimasto), serate esclusive in cui esibiva le sue capacità. Non sempre gli riusciva, non possedeva interruttori per azionare quelle doti: sorprendevano anche lui, sosteneva. Leggeva in libri chiusi, evocava spiriti. Chi ha partecipato conserva gelosamente ricordi e reperti. Le cronache più dettagliate di quegli "esperimenti", le ha raccolte nel libro "Rol", (Edizioni Mediterranee) Remo Lugli, all'epoca giornalista e tuttora gentiluomo, che, nella miglior tradizione professionale, offre onesta testimonianza ed evita interessata interpretazione. Nel suo percorso accanto a Rol si rintracciano scetticismo, perplessità e stupore. Più, come per tutti quanti mostrarono disponibilità al "capitano", ricambiato affetto.

Ricostruendo i cicli dei gruppi presenti alle serate in casa Rol si nota che a scandirli è l'apparizione e successiva scomparsa di una signora che fa da fulcro: di tutti i possibili secondi fini dell'esibizione di quei poteri o effetti che fossero, questo è il più naturale e accettabile. Lugli racconta che andarono insieme al casinò, ma Rol, seduto al tavolo, non vinceva mai. Solo quando si alzava era in grado di prevedere il numero che sarebbe uscito alla roulette: "Se lucrassi dalle mie capacità, le perderei". I suoi antagonisti sono in grado di dimostrare che alcuni dei suoi "esperimenti" possono essere ripetuti da altri, ma non che lui ne abbia tratto vantaggio economico.

Frequentò le persone più ricche di Torino, inclusa la famiglia Agnelli e Cesare Romiti, ma si mantenne con le rendite familiari e i quadri che dipingeva (rose in disfacimento). De Gaulle lo considerava una specie di arma da tenere dalla propria parte. Reagan gli scrisse una lettera di ringraziamento per non meglio precisati servizi resi nella soluzione del sequestro Dozier. Nel rapimento del marito della sua giovane amica e ora biografa Maria Luisa Giordano, nulla invece poté. Non possedeva interruttori, ripeteva. Per questo non accettò mai di farsi esaminare dalla scienza. Molti trassero da quel rifiuto la convinzione che "barava". Qualcuno lo scrisse. Rol si sentì, più ancora che offeso, avvilito. Portò quella delusione fino in fondo alla sua esistenza. Voleva, nel testamento, replicare alle accuse e assicurarsi l'ultima parola: aspirazione umana, troppo umana. Lo dissuasero gli amici.

Morì senza "effetti speciali". Ha, tra i cattolici, estimatori e avversari. Don Gallo, il sacerdote di San Salvario che ne celebrò il funerale, ritiene che fosse "un buon cristiano"e che nulla, in quel che faceva e sosteneva, contraddicesse la sua fede. Gli fecero da esecutori testamentari Caterina Ferrari e Aldo Provera. Alla prima, farmacista, Rol era venuto misteriosamente incontro nel momento del lutto, offrendole il conforto della consapevolezza che nessuno è perduto. Il secondo, industriale e uomo pratico, racconta, semplicemente, che il "capitano" gli aveva tolto ogni paura: della vita come della morte. Che poi Rol avesse davvero scoperto, come sosteneva, ma senza spiegarlo, il "segreto della coscienza sublime", è secondario rispetto alle conseguenze delle sue azioni. Esaudì, in molti, il nostro desiderio di meraviglia, il nostro bisogno di consolazione. Se era un trucco, era prodigioso.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:46 |
 

 

È giovane, o pretende di esserlo.
Segue un percorso stabilito in un tempo stabilito. Sfiora luoghi anche lontani con l'ambizione di catalogarli. Preda del demone del paragone con ciò che gli è familiare traduce tutto, cerca corrispondenze, riporta instancabilmente alla sua moneta.
La sua vacanza non è mai vuota.
È un traditore dell'etimologia.
Ritorna a casa senza essere mai davvero partito.






postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:36 |
 

 

La corona di ferro è il primo film di cui ho memoria. Ricordo Gino Cervi che, aggrappato con le mani a una fascia circolare di metallo, tenta di impossessarsene mentre quella misteriosamente sprofonda in una roccia. Cervi sbavava di furore: pessimo, disonesto sovrano di non so che regno. Mi pare che, contro di lui, l'onestà, la dignità - posso sbagliarmi - fossero incarnate dai pettorali di un Massimo Girotti ragazzo. Doveva essere una storia un po' nibelungica, un po' Sem Benelli, tutta fatalità e incongruità, stupidamente attraente.
Anche Stanlio e Ollio che cercano di trascinare su una passerella di legno un pianoforte verticale, in bilico nel vuoto - anche questa immagine appartiene a quel tempo lontanissimo nel quale il sabato pomeriggio, al primo spettacolo, venivo portato al cinema. Le sale erano lontane da dove abitavamo - via Goito, Roma. Si chiamavano: Supercinema, Barberini, Moderno e Planetario.
Ricavato in un'aula circolare, l'Aula Ottagona, delle Terme di Diocleziano, il Planetario aveva una programmazione didattica e di cartoni animati - Walt Disney, ma anche Charlot. Il lunedì, piazzato un telescopio al centro della sala (negli altri giorni, incappucciato di nero, se ne stava in un angolo), "Si vedevano le stelle" diceva mia madre. Ma a vedere le stelle non sono stato mai portato. Imparai invece là dentro cosa fosse l'epeira dei giardini, e come, con la sua tela trasparente, tra foglia e foglia su un albero o su una vite, catturasse per nutrirsene le mosche che vi si impigliavano. Epeira era una parola difficile: a scuola dicevo al mio compagno di banco - si chiamava Garofalo, andavamo a scuola alla Pestalozzi in via Montebello -: "Sai cosa è un'epeira?". "Macché", rispondeva lui. E io: "Un ragno". E lui ripeteva: "Macché".
Chiedevo con insistenza di venire portato al Planetario: mi piaceva vedere le scimmie divorare caschi di banane o i modi in cui un uomo in camice bianco spremeva il veleno dal dente di una vipera viva facendolo scolare in una fiala. Insomma, in quegli anni, il '40, il '41, per un ragazzino divorato da qualche curiosità scientifica e geografica non c'era Piero Angela, c'era il Planetario. Tutt'oggi preferisco lo sgranato bianco e nero dei documentari che vedevo al Planetario a qualsiasi cortometraggio ad alta definizione.

 





postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:52 |
 

 

Lui tornò a casa tardi, la notte di Natale. Aveva, tuttavia, fatto una pausa dal lavoro per andare a comprare i regali, dieci minuti in tutto: una camicia da notte in seta per lei (42? Se anche è sbagliata non si offenderà, è la taglia delle donne giuste, no?) e una specie di pianola gommosa da suonare con i piedi per il suo bambino di nove mesi. Aprì la porta e trovò la tavola imbandita: candele, fiori, incenso, l'albero lampeggiante. Lei apparve, sorridente. Disse: "Dorme!".
Lui replicò con stanchezza.
L'orologio batté il primo rintocco di mezzanotte. Lui si affrettò a darle il pacco dono. Lei aprì, sorrise, lo baciò.
Disse: "Non avevo soldi, ho pensato di farti il regalo più grande che potevo".
Lui attese.
Lei disse: "Ti regalo un'altra vita"
Lui non capì.
Lei disse: "Vai, vai adesso. Lo dico con sincerità, con tutto l'affetto che ho. Vai. Non stare qui, a lavorare, tornare, sacrificarti per me o per il bambino, continuando a chiederti come sarebbe se…invece…io non lo sopporto… tutto ma non questo, potrei accettare se tu amassi un'altra, perfino, ma non se ami un'altra vita. Vai a viverla: scopa una donna diversa per sera, gira il mondo in barca, arruolati nei caschi blu, perdi tutto al casinò, fatti un'overdose, muori, se vuoi, ma senza rimpianti. Questa vita: una donna, una casa, un bambino, l'hai avuta, vatti a prendere l'altra, fallo per... me, oltreché per te".
Lui la guardò sbalordito. Si sentì l'interprete di un film: il segaiolo mentale di Muccino incontrava l'angelo di Frank Capra.
Che cosa gli restava da fare, scoprire che la sua vita era meravigliosa? Fuori tempo massimo: già lei lo spingeva nell'altra, oltre la porta, nella neve improvvisa, con un sussurro: "Vai…vai che nevica!".
Lui andò, ma sapeva già come sarebbe finita: lo vedeva dai suoi amici la sera all'Osteria del Moretto, quando ognuno desiderava la vita dell'altro. Si limitò a cambiare città, casa, donna, lavoro. Ebbe un figlio e gli regalò distrattamente una pianola gommosa da suonare con i piedi, la notte di Natale, cinque anni dopo. La stava portando a casa, quando un turbine di vento gli schiaffò in faccia una pagina di giornale. Se la tolse sulla soglia e una volta dentro, nella casa calda con la tavola imbandita ("Dorme!"), la lesse prima di gettarla nel fuoco. Annunciava la morte per overdose di una nota avventuriera. Faticò a riconoscerla nella foto, più ancora nel breve ritratto: era stata amante di molti uomini famosi, aveva partecipato a regate in solitario, era partita in missione nel Burundi con una ONG, aveva scoperto una miniera e se l'era giocata a black jack, lasciava un figlio allevato dalle suore a Ginevra. E fuori nevicava.

 











postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:40 |
 
Si lasciarono a Largo Argentina, Roma. Lei salì su un taxi, lui rimase in piedi a guardarla. Lo sportello era già chiuso e mosse le labbra lentamente per farsi capire, mentre sillabava: “CI-RI-VE-DRE-MO?”.
Lei abbassò il finestrino mentre l’auto partiva e nel traffico rispose: “Mai due volte nella stessa città”, sparendo.

Un anno era passato, lui stava per sposare la donna sbagliata, quando ricevette una cartolina da Stoccolma, sul retro il nome di un albergo. Nessuna firma. Partì quel giorno stesso, senza rimpianti. Lei lo aspettava. Aveva una cicatrice sul collo, ma dietro, coperta dai capelli che ora portava lunghi. Sembrava ferita anche dentro, e più selvaggia. Lui non fece domande. La sentì, al risveglio, parlare al telefono, già in piedi, la valigia pronta. Non chiese niente. Disse: “Mai due volte…”. Lei sorrise e completò: “…nella stessa città”. E andò via.

Due anni dopo, aveva sposato la donna giusta e aspettava un figlio da lei quando ricevette una chiamata a carico del destinatario da un luogo chiamato Port Elizabeth, che non sapeva dove potesse essere. Sudafrica, risultò. Nove ore di volo per Cape Town, tre di automobile lungo la Garden Route ed era da lei, che l’attendeva sulla veranda di una casa da cui si vedeva l’oceano. Aveva un abito bianco, largo, eppure teso sulla pancia. “Sarà la nostra nomade bambina”, gli disse. Fatti due calcoli, lui si rese conto dell’assurdo, ma lo accettò con entusiasmo, abbracciandola.

Rivide la piccola due anni dopo, a Parigi. Non era presente, invece, l’anno successivo, a New York, né più lo fu. Seguirono Milano e Trondheim, Caracas e Bruxelles. E altre che solo il suo passaporto ricordava con precisione. Lui invecchiò, smise di costruire vite alternative e restò ad aspettare la convocazione. Passeggiavano sul lungomare di Rimini in inverno, aiutati da un bastone, quando disse: “E se a un certo punto, invece, ci fossimo fermati?”
Lei disse: “Cosa?”
Lui disse: “Non sarabbe stato meglio?”
Lei disse: “Lo credi davvero?”
Lui scosse il capo. Continuarono a camminare.

L’anno seguente ricevette una cartolina da Roma, largo Argentina. Con ritrovata energia corse all’appuntamento con l’eresia: la seconda volta nella stessa città. Aspettò al posteggio dei taxi, la macchina accostò, ne scese una donna identica a come lei era stata trent’anni prima. Portava una rosa e un biglietto. Disse: “Da parte di mia madre, che se n’è andata”. Diceva: “Mai due volte nella stessa città. Due volte nella stessa vita”.
Si allontanarono abbracciati.







postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:29 |


venerdì, settembre 19, 2003
 

 

Crowhurst's False and Actual Journeys
A
: Crowhurst's claimed position off Gough Islands at the beginning of his radio silence (Day 75)
B: His false route through the Southern Ocean to Australia, New Zealand and Cape Horn (Day 185)

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:10 |
 

 

1968
Point 1 - Day 1 - October 31st
Departed Teignmouth at 16:32 hours.

Point 2 - Day 15 - November 15th
Off Portugal having logged 1,300 miles, was only 800 miles along his intended route, a distance he intended to cover in six days.  He was beginning to realize that there was no way in which he could win the race with such slow progress.  Trouble with generator.

Point 3 - Day 29 - November 29th
Off the Canary Islands, was possibly now having thoughts about falsifying  the voyage.

Point 4 - Day 36 - December 6th
Off Cape Verde Islands. The start of the false route. He would now use two Log Books, one with actual route for navigation and one with the false route.

Point 5 - Day 49 - December 19th
Crossed the Equator.

Point 6 - Day 55 - December 26th
Off Brazil. Damage found to the starboard hull.

1969
Point 7 - Day 75 - January 15th

His claimed position off Gough Island at the commencement of his radio silence, said to be due to generator problems, heading apparently for the Southern Ocean.

Point 8 - Day 126 - March 6th
Landed at Rio Salado, in Argentina for repairs to starboard hull.  This would have disqualified him if it had been known by the race organisers. 
Departed Rio Salado 8th March.

Point 9 - Day 150 - March 29th
Off the Falkland Islands after slowly meandering around the South Atlantic to waste time while his false route apparently rounded Cape Horn.

Point 10 - Day 161 - April 9th
Having slowly sailed north he breaks radio silence to send false signals about his position.

Point 11 - Day 185 - May 4th
His false route through the Southern Ocean to Australia, New Zealand and Cape Horn would have taken him to this position on this date.  He picks up his actual route, restarts serious racing and ceases the deception.

Point 12 - Day 202 - May 21st
Position on the day that the race leader's boat sank; Cmdr Nigel Tetley in Victress.  This now put Crowhurst apparently in the lead.

Point 13 - Day 217 - June 5th
Crowhurst now caught in a tangled web of deceit over his false voyage and begins to doubt whether he can contain the guilt when he returns to Teignmouth as the apparent winner. He crosses the Equator sailing north.

Point 14 - Day 230 - June 18th
Increasing despair over his situation.  Log books filled with strange entries.  His mind appears to he breaking down.

Point 15 - Day 235 - June 23rd
Last entry in navigation log.  Other Log books now contain more strange    entries - poems, quotations, etc.

Point 16 - Day 237 - June 23rd
Teignmouth Electron
sighted by SS Cuyahogg.

Point 17 - Day 243 - July 1st
Presumed point when Crowhurst went overboard.

Point 18 - July l0th
Teignmouth Electron found abandoned by the RMS Picardy, taken aboard and shipped to the West Indies where she is still to be seen on the small island of Cayman Brac.  Of the four Log books carried, one was found to be missing.

 





































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:08 |
 

 

 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:04 |
 
On 1 July 1969, after sailing 16,591 miles in 213 days, Donald  Crowhurst scribbled his last deranged entry in the log of Teignmouth Electron, made his way to the stern and stepped into the sea. About to unfold was perhaps the greatest scandal in yachting history.  

Teignmouth Electron having been built in a tremendous rush, was launched on 23 September, 1968. Crowhurst, who ran a company making navigational equipment, intended her to be a revolutionary boat. He would master the sea by employing all manner of electronic wizardry. Winning the Sunday Times non-stop Round the World Race would be his salvation. It would declare his brilliance, be a victory for science over nature, and provide a much needed boost for his ailing business.

Crowhurst devised a clever system to avoid capsizing. Electrodes on the boat's sides would detect submergence and trigger the inflation of a bouyancy bag on the mast. Another novel idea was that sensors in the rigging would detect changes in the weather, adjusting the sails automatically. Unfortunately, because of poor planning and the haste of completion, hardly any of this came to fruition. Departure was disorganised chaos. Carpenters and painters were working on her until almost the last moment.

Crowhurst crammed the boat with electronic paraphernalia, intending to build his 'computer' en route. How cruelly ironic that the Onan generator soon became badly damaged by sea water, depriving him of power for much of the time. Even when he had electricity he had tobail by hand, as the suction pipe for the pumps had been mistakenly left on the quayside in Teignmouth. The heavy, rubber bouyancy bag hung flaccid from the mast throughout the voyage, unconnected and useless.

Crowhurst left on the last day permitted by the rules- 31 October 1968. It soon became obvious that his hastily prepared craft had no chance of success. Instead of facing the Southern Ocean, he chose the route of deception, remaining in the Atlantic, sending back vague reports and false positions, even stopping for repairs in South America.

On his homeward run up the Atlantic, another of the Golden Globe competitors, Lt Cmdr Nigel Tetley, was startled by reports that Crowhurst was close behind him. Pressing hard through a storm near the Azores, Tetley's standard trimaran disintegrated and sank. Now, all attention focused on Crowhurst. It seemed inevitable that he would win the prize for  the fastest circumnavigation.

But Crowhurst impending 'triumph', the lonliness and the strain of his deception became too much to bear. From logbooks discovered on board it seems that his last days were spent in philosophical meditations and contemplating his 'sin of concealment'. Suicide seemed the only logical course.

Teignmouth Electron drifted slowly in the mid-Atlantic until she was picked up, on 10 July, by RMV Picardy, bound for the Dominican Republic. From there she was delivered to the Receiver of Wrecks in Jamaica, and a full investigation was made. Shortly after, Sunday Times journalists Nicholas Tomalin and Ron Hall wrote a book about the tragedy, 'The Strange Voyage of Donald Crowhurst ( Hodder and Stoughton, 1970). Subsequently, the vessel was auctioned off in Kingston, and disappeared from the world's view.

Today, Teignmouth Electron lies sunbleached and almost forgotten on the small, isolated island of Cayman Brac in the British West Indies.

She was bought from auction in 1969 by Kingston hotelier and businessman Larry Wirth, who used her as a private pleasure craft around Jamaica. His daughter remembers how beautiful she was to sail, and how her late father greatly admired her sleek elegance. Wirth wanted to keep Teignmouth Electron as she was for aesthetic reasons. He also hoped that a film might be made of the story. When he handed her on to a realtion he was distinctly upset when a larger cabin was constructed. This was to be the first of many modifications.

Teignmouth Electron stayed in the Wirth family until 1973, when she was purchased by Bunnie Francis, a charter operator based at Trelawny Beach Hotel, near Montego Bay. Francis recalls that she was a 'wet boat'. In heavy seas the hatches leaked badly. One cause of the leaks, a major problem for Crowhurst, was the temporary unavailability of the correct soft rubber seals during the hectic construction.

Francis operated Teignmouth Electron as a tourist boat, adapting her to local conditions. A small keel was added and the fins removed from each of the floats. He fitted an engine, protecting the propellor with a skeg. He replaced the leaky hatch covers. To complete her transformation from ocean racer to pleasure cruiser a huge cabin was built stretching over to the floats. This was large enough to hold a calypso band and revellers. A glassfibre box on the stern was built as a head.

The slight structural changes to the hull meant that she sailed closer to the wind, the small keel providing more resistance than had the original fins. The alterations also reduced the maintenance headaches implicit when operating around reefs. Performance was no doubt improved too, by dispensing with the inflatable bag on the mast.

By 1978, the Jamaican tourist trade had been hit by political unrest and Teignmouth Electron lay in dry dock up for sale.

Winston McDermot, who had followed the Crowhurst story closely, was interested in Teignmouth Electron. He was planning to move back to the Caribbean from Canada and needed a boat to start a dive business in the Cayman Islands. After a thorough survey, the sale went ahead. Winston was soon very impressed by her performance and speed: in one 12 mile trial he recalls she achieved 17 knots.

Although she sailed well, Winston found that she would not sail as close to the wind as he would have expected, a possible cause being that the optimum arrangement of masts and sails had never been properly researched. Her performance into the wind would very possibly have been better with a larger mizzen mast, to increase the area of sail aft. The masts were shorter than on a standard trimaran to compensate for the bouyancy bag.

In September 1978 Winston sailed her to Grand Cayman. His crew included some experienced men, one of whom had regularly crewed on trans-Pacific races. All were nervous about sailing a trimaran for the first time. They left in a storm and she handled superbly. Soon all aboard were declaring their enthusiasm. In Grand Cayman Teignmouth Electron was worked hard- scuba diving trips in the morning,  afternoon rum punch snorkel trips, and champagne sunset cruises. Few of the tourists knew of her past, but invariably yachtsmen recognised her and would look her over, noting any alterations.

To this day, Winston is convinced that teignmouth Electron is haunted. Crew members down below would hear footsteps on the deck. One watchman would only venture aboard wearing a gold cross and chain.

A watchman was necessary. Being a newcomer, Winston was unpopular with some competitors and threats had been made. Also, since Teignmouth Electron was kept on an exposed coast, someone had to be on hand in case of bad weather. Winston often did the watch himself, because his staff had become so reluctant to go aboard at night. He found it spooky,and heard the footsteps regularly,simply learning to ignore them.

Business in Grand Cayman had been good. However, the opportunities for developing a full dive operation were better where there was less competition, so in March 1979 Teignmouth Electron was sailed to the small sister island of Cayman Brac, about 90 miles away.  

At first she was kept on the exposed north coast but after three days was nearly wrecked by a storm. Winston swam out in 6ft seas to save her. She was moved behind the reef on the south coast. Space here was limited with all craft helf by bow and stern lines. This was far from suitable for a craft of Teignmouth Electron's dimensions.

She was used as a dive boat, carrying up to twelve people, but access to the water was dificult, via a long, cumbersome ladder, and in terms of manoeuverability and speed she could not compete with powered craft. To some degree her strength compensated. Onceshe hit a reef at full speed with a full load of passengers: she simply climbed over the coral head and carried on her way. Although built in a rush, and not ocean-tested thoroughly, she had been designed to sail the world and was unusually solid.

Soon Teignmouth Electron lay idle, replaced by a more convenient and practical boat. She had to be removed from the water when a float was damaged by another boat. This proved fortuitous as, not long after, in 1980, Hurricane Allen would certainly have destroyed her had she been in the sea.

Winston decided that it would be pointless making repairs only to risk further damage. He would keep her ashore and restore her gradually. As a start he removed the huge cabin and began constructing a smaller one.

Whilst drilling ventilation holes, Winston came across a supply of emergency rations, secreted in a sealed compartment on the underside of the arm between the main hull and port float. This was another example of Crowhurst's dread of capsizing. There are three more of these compartments which remain unopened.

Unfortunatley, the rebuilding project did not continue, Winston's energies being diverted by the success of his business, Brac Aquatics.

Teignmouth Electron has lain abandoned for 11 years ( this was written in 1991) and is a sad sight. There has been little deterioration in the hull, and she is still structurally sound, but to restore her fully would be expensive and time consuming. The original masts and sails are available, having been stored away.

Hurricane Gilbert devastated this coast in 1988. Teignmouth Electron was battered by flying debris but not seriously damaged. She has proved to be a great survivor, as this was the fourth hurricane since she was beached.

Winston feels both concern and a ggreat gratitude to her. He hopes that she will have more ofa future than to fall apart slowly from neglect, and that someone will emerge with the ability to revive her.

There is a strong sense of unfulfilled potential about Teignmouth Electron; a feeling that she has never been given the opportunity to show her true capabilities

























































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Il Capitano Richard Box, comandante del postale Picardy, proveniente da Londra e in viaggio per i Caraibi, fu svegliato di buon’ora, in pieno Atlantico. Era stato avvistato un piccolo yacht a vela e poiché era piuttosto strano incontrare un’imbarcazione del genere in quel punto il primo ufficiale riteneva opportuno che il capitano desse un’occhiata. Erano le 07.50 del 10 luglio 1969, in 33°11’ di latitudine N e 40°28’ di longitudine W, circa 1.800 miglia dall’Inghilterra.
Quando il Picardy fu più vicino, il capitano Box vide che si trattava di un trimarano, spinto a poco più di due nodi dal vento leggero e variabile, con la sola vela di mezzanella a riva. In coperta non c’era nessuno, forse l’equipaggio era abbasso in cabina, a riposare o a dormire. Il capitano Box fece cambiare rotta in modo da passare di poppa allo yacht con la sua nave, e decise di svegliare la gente di bordo, chiunque fosse. Diede tre colpi di sirena da nebbia, sufficienti a svegliare un dormiente dal sonno più profondo. Nessun risultato. Tranquillo e silenzioso, il trimarano, che, come ora vedeva, si chiamava Teignmouth Electron, continuava ad avanzare.
Perplesso, il capitano Box fece fermare le macchine e ammainare un’imbarcazione. La situazione richiedeva un accertamento adeguato; poteva darsi che la gente del Teignmouth Electron stesse male, al punto di non poter salire in coperta. Il primo ufficiale Joseph Clark e tre uomini scesero con l’imbarcazione lungo il fianco del Picardy e fecero a remi le poche centinaia di metri che li separavano dal trimarano. Clark salì sull’ampia coperta, fece capolino dentro la cabina e poi scomparve per un paio di minuti. Lo yacht era completamente deserto. Salì sul ponte e mandò al suo capitano un segnale, a pollice verso.
Clark si era reso subito conto che il Teignmouth Electron, abbandonato a quanto pareva in perfetto stato di navigabilità, rappresentava un mistero. La cabina era in condizioni trasandate. Nel lavello, i piatti sporchi di due giorni. Sulle tavole e sullo scaffale, tre radioricevitori, due dei quali smontati e svuotati, e una farragine di pezzi di apparecchiatura radio disseminati un po’ dappertutto. Su un lato, un saldatoio posato in bilico su un barattolo vuoto di latte in scatola a dimostrazione del fatto che l’imbarcazione non era stata colpita da un’ondata o investita da una tempesta all’improvviso. Le provviste di viveri e di acqua sembravano buone. Il materiale di bordo pareva ragionevolmente a posto, salvo che la cassetta del cronometro era vuota. Per un marinaio esperto, l’odore dell’aria, in cabina, indicava con certezza che nessuno aveva abitato lì dentro da vari giorni. In coperta, lo zatterino di salvataggio era ancora saldamente rizzato al suo posto, la barra del timone girava libera da una parte e dall’altra. Le vele ammainate erano piegate a dovere, pronte a venire alzate nuovamente, e nulla, in coperta, forniva un qualsiasi indizio di incidente.
Clark diede poi un’occhiata al giornale di bordo - tre libri rilegati in blu, posati sul tavolo l’uno sull’altro, come in attesa di essere esaminati. Erano tenuti con metodo. Egli vide che nel giornale di navigazione l’ultima annotazione risaliva al 24 giugno, cioè a più di due settimane prima. Nel registro radio, l’ultima annotazione corrispondeva al 29 giugno. Diveniva evidente, a questo punto, che il Picardy si era imbattuto in una tragedia, non solo oscura ma anche tale da costituire - con quei giornali di navigazione scrupolosamente tenuti, con la scomparsa del cronometro, con l’aspetto pacifico della barca - una nuova edizione del famoso mistero del Mary Celeste. Da novantasette anni, da quando cioè questa nave fu anch’essa trovata inesplicabilmente abbandonata in pieno Atlantico, si è cercato invano di scoprire che ne sia stato della gente che aveva a bordo.
Sul Picardy, intanto, il nome del Teignmouth Electron aveva fatto tornare in mente a qualcuno che poteva trattarsi di uno degli yachts partecipanti alla regata del Globo d’Oro per la circumnavigazione in solitario senza scalo





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It started when the Teignmouth Electron, entered in the Sunday Times Golden Globe single-handed, non-stop, race around the world, left Teignmouth with Donald Crowhurst as single crew.  That October morning in 1968 friends and BBC cameras watched as he left Teignmouth harbour.

The Teignmouth Electron was based on the standard Pivers Victress class trimaran hulls and crossbeams which gave an overall length of 41ft and a beam of 22ft.  The remainder of the yacht was designed specifically to Crowhurst's requirements with extra cross-beams, bulkheads and much internal strengthening and upgrading of vulnerable points to cope with the difficult conditions he would meet in the Southern Oceans and around Cape Horn.

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Donald Crowhurst salpò il 31 ottobre 1968 per partecipare al Globo d'Oro, la regata senza scalo in solitario intorno al mondo. Regata che entrò nella storia: Bernard Moitessier, probabile vincitore, invertì la rotta in direzione dell'Autralia e poi verso Tahiti. Due soli concorrenti restarono in gara: Nigel Tetley e, con sorpresa di tutti, Donald Crowhurst: velista senza fama partito per ultimo. Ma il 10 luglio dell'anno successivo il cargo postale Picardy avvistò in pieno Atlantico il trimarano di Crowhurst Teignmouth Electron, senza nessuno a bordo.

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"Lo strano viaggio di Donald Crowhurst" è il libro che ricostruisce la vertiginosa storia del navigatore solitario che salpò il 31 ottobre del 1968 sul suo trimarano Teignmouth Electron per la regata attorno al globo senza scalo organizzata dal Sunday Times. I concorrenti erano otto, fra cui Bernard Moitissier, Chay Blyth, Robin Knox Johonston (il vincitore). Crowhurst, un tecnico eletronico di 36 anni con l'inclinazione per l'esoterismo ed il sovrannaturale ebbe varie difficoltà nella costruzione della barca e partì molto stressato. All'inizio tutto sembra regolare. Il navigatore trasmette le sue posizioi e vari commenti. Ai primi di dicembre segnala di avere percorso 243 miglia in 24 ore, cioè un record assoluto per l'epoca. Ma è una bugia. Via via le comunicazioni appaiono più rade e sibilline. Poi, il silenzio. La mattina del 10 luglio 1969 la nave postale Picardy avvista in pieno Atlantico il trimarano di Crowhurst: in perfetto stato, tutto in ordine. Ma non cè nessuno. Vengono trovati quattro libri di bordo, carte di appounti e calcoli da cui si capisce che molti dati di navigazione comunicati erano falsi. E che il solitario aveva vagato per l'Atlantico, andando sempre lentamente, oscillando tra paure ed insicurezze e l'angoscia di affrontare il fallimento del ritiro. Scivolando così in estenuanti meditazioni filosofico-poetiche e dialoghi con Dio che lo portarono alla decisione di suicidarsi in mare. Dopo avere lasciato però in bella mostra, le prove della sua grande falsificazione: nella ricerca di una tormentata espiazione. "E' tutto finito, è la Grazia" sono le ultime parole del suo diario.

 

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giovedì, settembre 18, 2003
 

 

La storia che vi voglio raccontare è un po’ strana, e per tanti motivi. Perché innanzi tutto il bambino che ne è il protagonista non era simpatico come lo sono tutti i bimbi del mondo. Al contrario, scontroso e orso com’era, veniva scansato da grandi e piccini, uomini e donne. A scuola non andava bene come i ragazzini delle favole, né andava male come quelli delle barzellette. Andava così così. Chiuso e timido, stentava un sei micragnoso alle interrogazioni, che non diventava mai un sette perché la maestra non si sognava di regalare neppure mezzo voto a un essere così anonimo, e non scendeva mai a cinque perché la stessa insegnante non voleva correre il rischio di bocciarlo e di tenerselo un altro anno nella sua classe. Era un classico alunno da sei, il tipico ragazzino da sei, forse destinato a diventare in futuro un uomo, un cittadino da sei. Né, bisogna riconoscerlo, lui se ne lamentava, anzi. Il suo compagno Luigi, l’unico a concedergli un po’ di confidenza, lo spronava a volte a ribellarsi alla maestra. Troppo rigida e troppo parziale nei suoi giudizi, con tutti quegli elogi con cui riempiva i suoi alunni prediletti e le alzate di spalle, le espressioni sprezzanti, i modi sbrigativi con cui invece liquidava tutti gli altri. Ma il nostro amichetto non riusciva neanche a capire bene perché Luigi si scaldasse tanto, e non vedeva il motivo di ribellarsi alla maestra, la quale, diceva, è una maestra come tutte le altre. Forse che quella dell’anno prima era stata diversa? O quella dell’anno precedente? Tutte uguali, tutte pronte a mettergli sei e a scordarsi della sua esistenza un attimo dopo. Non aveva neppure un nome particolare, né Christopher o Kevin o altri benauguranti nomi di divi del cinema americano che avevano certi suoi amichetti (anzi, coetanei, ché di amici lui proprio non ne teneva), né nessuno dei nomi che hanno puntualmente i bambini della televisione, che si chiamano quasi sempre Luca o Edoardo. Lui aveva un nome semplice e qualsiasi, Nicola, lo stesso di suo nonno, un uomo qualsiasi morto pochi anni prima che lui nascesse. Nicola non aveva neanche una mamma malata di tubercolosi, come i bambini dei romanzi dell’Ottocento, né una di quelle belle mamme che si vedono nelle pubblicità, gambe affusolate azzurre d’occhi e bionde di capelli, possibilmente milanesi, sempre preoccupate delle merendine da dare ai loro figlioletti. La madre di Nicola non era niente di tutto questo. Innanzi tutto era nata in Abruzzo, non si preoccupava affatto della dieta del figlio e anzi lo puniva a schiaffi e urli se lo beccava a grattare un po’ di cioccolata in cucina (Nicola non poteva neanche contare sulla complicità di un padre goloso, come accade spesso in tv), e da ogni poro della sua pelle sprizzava tanta salute quanti peli. Mai una volta la signora Assunta si era coricata vicino a lui, la sera, sussurrandogli frasi del tipo: "Ecco tesoro, la mamma è qui con te. Sei il mio orgoglio e la mia gioia", né gli aveva mai soffiato sul viso un bacio della buonanotte saporoso di rossetto, come accade a certi bambini della televisione, che si addormentano beati al fruscio dei collant della mammina tutta ingioiellata e profumata. Mai niente di tutto questo. Nicola si chiamava Nicola e la sera si addormentava da solo sul divano letto in camera da pranzo, mentre la madre lavava i piatti in cucina e il padre se ne stava spaparanzato in poltrona a godersi la musica dei cazzotti e dei colpi di una 44 Magnum di un telefilm americano. Ora potete capire da soli, cari bambini, pur così piccoli come siete, che un bambino del genere, né buono né cattivo né bello né brutto, non può rendersi protagonista di nessuna storia. Di conseguenza io non ho nessuna favola del brutto anatroccolo da offrirvi, né nessuna leggenda di qualche principe azzurro. Non ci sono Lucignoli o Heidi a ispirare il vostro povero narratore, così inchiodato alla natura ruvida e informe di questa sua creatura. Del resto questo io possiedo, nient’ altro. Potrei metterlo a bocca aperta davanti a una vetrina, ad ammirare un banco di pasticcini o un parco giochi o una festa, il mondo mentre vive insomma. Ma se facessi così Nicola sarebbe niente di più di un bambino buono e rifiutato, escluso, uno di quei poverelli dicui sono pieni i libri dell’infanzia. E invece Nicola era più autoescluso che rifiutato, antipatico e bestiolina per sua propria indole. Né posso mettermi a pensare una storia magnifica di gioie e di scoperte perché sarebbe una bugia e, oltre tutto, cosa ben più grave ragazzi miei, una bugia non credibile. Perché ormai sappiamo tutti che a Nicola di queste cose non gliene importava proprio niente. Lui viveva chiuso in casa, senza mai essere nemmeno toccato dal rimpianto della vita che lì, al di là delle sue finestre, riempiva i balconi, i marciapiedi, le strade coi suoi rumori pieni delle rabbie e delle felicità eternamente fugaci che fanno l’esistenza degli uomini, grandi e piccoli. Allora stando così le cose, propongo un gioco. Vi offro due possibilità di stanare Nicola dalla sua incarognita normalità, madre cieca, come potete constatare da soli di ogni mostruosità. Voi scegliete quella che vi piace di più. Dovete sapere che ogni sera prima di addormentarsi, Nicola salutava due pupazzi di ceramica che la madre teneva orgogliosamente in bella mostra sul mobile di fronte al letto del bambino e che ogni mattina spolverava con amore e dedizione, riandando sempre col pensiero a quel suo fratello, Peppino, che se ne stava in America, da dove glieli aveva portati in regalo in occasione di una sua visita. Nicola li chiamava il Buono Cattivo e il Cattivo Buono. Potrebbe accadere, ecco, che la prima figura si rivolgesse una sera a Nicola. Era un uomo alto dall’aria forestiera.

 

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si può vincere senza curare la propria immagine, si può vincere parlando in dialetto (o almeno in quello che ci è rimasto del dialetto), e si può vincere ignorando tutti quei vincoli esteriori che sembrano indissolubili dal successo, compromessi, sorrisetti e belle maniere. Basta pensare, lavorare, ed essere come si è.
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lunedì, settembre 08, 2003
 

- Grande Lollo, allora ? come è andata ? vi siete divertiti eh ...!!?? mi ha detto il Gibbuz che ve ne siete fatte un casino, vi sentivano parlare con il vostro accento alla Gigi&Andrea e cascavano come pere ....eh...!!?? siete dei gran maiali !!?? e a San Diego quanto siete stati.

- A San Diego poco perchè non conoscevamo nessuno e il Gibbuz aveva lasciato a metà una storia con una che aveva due bombe così e se non tornavamo a Los Angeles gli veniva un attacco epilettico, al Gibbuz intendo. Alla tizia non credo che sarebbe cambiato un granchè, era sempre ubriaca fradicia, oppure abbiamo avuto culo che proprio le sere in cui c'eravamo noi si ubriacava non so, fatto sta che il Gibbuz se l'è fatta e il giorno dopo siamo partiti. Alla fine abbiamo speso un casino, molto più del previsto ma non in cazzate o in Nike, più che altro in roba da bere e hotel: il Gibbuz c'ha la fissa che non riesce a cagare se non è completamente nudo e tiene la porta del bagno aperta - giuro, dice che "solo così si assapora il gusto di un 'ottima cagata, in piena libertà" - per cui di cagare nei fast food o nei locali in giro non se ne parla, nemmeno se io stavo davanti alla porta come le fighe a scuola e anche negli ostelli non gli andava bene. Tutte le sere eravamo in motel da 50 dollaroni a cranio, che se lo moltiplichi per quasi tre settimane, viene fuori una bella cifra.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 20:35 |
 

Un gelato da 3 euro, fai tu un misto, va bene tutto

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Sere fa, da un'altra parte dell'isola ho incontrato un tipo che diceva  di essere di Canicattì, di essere cresciuto a Canicattì, di chiamarsi Gioachino, di essere andato via che aveva vent'anni, perchè amava una  donna di Siracusa e con lei ha vissuto due anni. Intensissimi.  E le siracusane sono belle donne. Adesso avrà un'età indefinibile, tra i quaranta e i cinquanta, o forse 55, non so dirvi. Ha gli occhi castani, i capelli quasi tutti bianchi, la pelle scura, il naso grosso, come certe persone anziane o come certe persone che hanno sofferto. E' alto quanto me. Vive in un posto a due passi dal mare, con un cane che si chiama Telonio, come il nome di quel musicista americano.
  E Gioachino ho l'impressione che abbia la musica dentro, da come parla, da come si muove, da come guarda, da come guarda telonio. E pure telonio che segue il suo padrone, accanto alla sua gamba destra, credo abbia la musica dentro.
 Dice che il padre non l'ha mai conosciuto, che sua madre faceva le  pulizie, ma in un altro paese, per vergogna. Aveva paura che gli altri sapessero e che perdesse la dignità. Gioachino ha avuto la possibilità di iniziare a studiare, ma non ha terminato. Ha conosciuto Lei, e non mi ha detto come si chiamasse Lei. Ma, negli occhi aveva ancora la fotografia di Lei, e quando raccontava gli si illuminavano le pupille. La luce era bassa nel locale, ma le pupille parlavano lo stesso. Di lei, della siracusana, ha detto poco, ma ho capito che non era stata una storia così.
 Alcune volte nella vita, ad alcuni di noi accadono cose che sono una domanda, aperta, per molto tempo. Ma c'è un dopo, spesso. E così è stato per Gioachino. Che nel condurre la propria esistenza in una baracca in riva al mare, con telonio, fatta di incontri, ogni tanto, come quella sera con me, fatta di "pulizia di vetrine dei negozi che pagano quel che vogliono", fatta di fisarmonica per strada, fatta di derisione, qualche volta, ha trovato una dimensione di vita, una serenità che si legge sul suo viso e nei suoi modi. A proposito, non ha molte rughe Gioachino, ha un viso da invidiare. Non ha un recapito telefonico ma ha una dimensione di vita nella semplicità, nella quotidianità e nelle sue incertezze. Lo inviterei ancora al mio tavolo, per raccontare la sua quieta solitudine, i suoi percorsi tranquilli, la sua vita e la sua vitalità, con telonio.
 Alla fine, dice, "..... si nasce, si vive, si muore. Siamo noi a  complicare tutto". E quando dice "si vive" gli brillano gli occhi, a  Gioachino.Dimenticavo.Telonio è un cocker dalle orecchie lunghe, con il pelo color grigio a macchie e con due occhi così che chiedono solo carezze e coccole. Telonio è pulitissimo. Telonio ha la faccia da telonio.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:58 |
 

Mio padre era allevatore di volpi. Allevava, cioè, volpi argentate, in gabbia; e in autunno e inizio inverno, quando la pelliccia era al suo massimo, le ammazzava, le scuoiava e ne vendeva le pelli alla Hudson's bay Company o alla Montreal Fur Traders. Queste compagnie ci rifornivano di calendari eroici da appendere sulla porta della cucina, uno per lato. Su uno sfondo di cielo gelido e terso e foreste di pino nero e infidi fiumi nordici, pennuti avventurieri piantavano i vessilli d'Inghilterra o di Francia; selvaggi magnifici piegavano la schiena al portaggio

Per diverse settimane prima di Natale, mio padre lavorava dopo cena nella cantina di casa nostra. La cantina era imbiancata a calce, e illuminata da una lampadina da cento watt sul bancone. Io e mio fratello Laird stavamo seduti in cima alle scale, a guardare. Mio padre staccava la pelliccia dal corpo della volpe, che appariva sorprendentemente piccolo, cattivo, come d'un topo, deprivato del suo arrogante peso di pelame. I corpi nudi e scivolosi erano raccolti in un sacco e sepolti alla discarica.

Una volta l'aiutante, Henry Bailey, m'aveva dato un colpo con quella sacca dicendo: "regalo di Natale!" Mia madre non l'aveva trovato divertente. In realtà, mia madre avversava l'intera operazione della pellicceria - era così che l'uccisione, scuoiatura e preparazione delle pellicce era chiamata - e desiderava che non dovesse essere fatta in casa. C'era l'odore.

Dopo che la pelle era stata distesa rivoltata su un lungo ripiano, mio padre la raschiava delicatamente, asportando i piccoli grumi dei capillari, le bolle di grasso; l'odore di sangue e grasso animale, col forte, primitivo odore della volpe stessa, penetravano ogni angolo della casa. Io lo trovavo rassicurantemente stagionale, come l'odore delle arance e degli aghi di pino.

Henry Bailey aveva guai ai bronchi. Tossiva e tossiva finché la sua faccia affilata si faceva scarlatta, e i suoi occhi celesti e beffardi si riempivano di lacrime; poi sollevava il coperchio della stufa, e, tenendosi bene all'indietro, sparava fuori un grosso calibro di catarro diritto al cuore della fiamma. Noi restavamo ammirati dalla sua esibizione e dalla sua abilità nel far brontolare lo stomaco a comando, e per la sua risata, piena di fischi e gorgoglii che coinvolgeva l'intero macchinario difettoso del suo petto. Era difficile a volte dire di che ridesse, e sempre possibile che fosse di noi.

Dopo essere stati mandati a letto sentivamo ancora odore di volpe e le risate di Henry, ma queste cose, rievocanti il caldo, sicuro, brillantemente illuminato mondo dabbasso, sembravano perse e diminuite, galleggianti nell'aria fredda e viziata di sopra. D'inverno la notte avevamo paura. Non avevamo paura del fuori, anche se era il momento dell'anno che i fiocchi di neve s'arricciavano intorno alla casa come balene dormienti e il vento, montando dai campi sepolti e dalla palude ghiacciata, col suo vecchio coro spaventoso di minacce e miseria, ci perseguitava per tutta la notte.

Temevamo l'interno, la stanza dove dormivamo. Allora, il piano di sopra della casa non era ancora finito. Una canna fumaria di mattoni saliva per un muro. In mezzo al pavimento stava un buco quadrato, con una ringhiera di legno intorno; era da dove salivano le scale. Dall'altro lato della scala stavano le cose che non servivano più a nessuno - un rotolo di linoleum all'impiedi, un passeggino di vimini, un cesto di felce, tazze e piatti di porcellana criccati, un quadro della battaglia di Balaclava, molto triste a guardarsi.

Avevo detto a Laird, non appena fu grande abbastanza per capire queste cose, che era terra di scheletri e pipistrelli; ogni volta che un uomo scappava dalle carceri della contea, a venti miglia da qui, immaginavo che fosse entrato in qualche modo dalla finestra e se ne stesse nascosto dietro al linoleum. Ma avevamo regole per tenerci al sicuro. A luce accesa, eravamo al sicuro finquando non avessimo oltrepassato il riquadro di tappeto consunto che definiva lo spazio della nostra camera da letto; a luce spenta, l'unico posto sicuro era il letto. Dovevo spegnere la luce inginocchiandomi da piedi al letto, e allungandomi al massimo per raggiungere la cordicella.

Al buio giacevamo nei nostri letti, le nostre strette zattere di salvataggio, gli occhi piantati sulla luce tenue che saliva dalle scale, e cantavamo canzoni. Laird cantava ogni volta "Jingle Bells", Natale o non Natale, e io cantavo "Danny Boy". Mi piaceva il suono della mia voce, fragile e supplichevole, che saliva nel buio. Adesso potevamo dar corpo alle lunghe figure ghiacciate della finestra, cupe e candide. Quando arrivavo alla parte: Quando sarò morta, ché morta ben esser potrei - un attacco di brividi non imputabile alle lenzuola gelate ma alla piacevole emozione, quasi m'azzittiva. T'inginocchierai e dirai, un'Ave lassù sopra di me - Ma un'Ave, cos'era? Ogni giorno mi scordavo di scoprirlo.

Laird passava direttamente dal canto al sonno. Potevo cogliere il gorgoglio del suo respiro lungo e soddisfatto. Allora, per il tempo che mi restava, il più perfettamente privato e il migliore, forse, dell'intera giornata, mi sistemavo stretta stretta sotto le coperte e continuavo con uno dei racconti che raccontavo a me stessa sera dopo sera. Erano storie su di me, di quando sarei stata più grande; accadevano in un mondo che riconoscevo mio, eppure aperto al coraggio, decisione, abnegazione, come il mio mai non era stato.

Salvavo gente da un edificio bombardato (mi scoraggiava che la guerra vera fosse accaduta così lontano da Jubilee). Sparavo a due lupi rabbiosi che minacciavano il cortile della scuola (i maestri accucciati dietro di me dalla paura). Cavalcavo focosa un bel cavallo per il corso di Jubilee, assentendo alla riconoscenza della cittadinanza per qualche pezzo di eroismo di la da venire (nessuno ha mai cavalcato un cavallo colà, eccetto King Billy nella sfilata del giorno degli Orangemen). Cavalcate e sparatorie non mancavano mai in questi racconti, anche se ero montata a cavallo solo due volte, e a pelo, perché non avevamo una sella, e la seconda ero scivolata e finita sotto gli zoccoli del cavallo; m'aveva scavalcato placido. Stavo invero imparando a sparare, ma non riuscivo ancora a prendere niente, nemmeno i barattoli sui pali della staccionata.

Da vive, le volpi abitavano il mondo che mio padre aveva fatto per esse. Era circondato da un alto recinto, come una città medievale, con un cancello che di notte restava serrato. Lungo le strade di questa città erano allineate grandi, robuste gabbie. Ciascuna aveva una vera e propria porta che lasciava entrare un uomo, una rampa di legno lungo la rete, su cui le volpi potevano correre in su e in giù, e una cuccia - rassomigliante a un baule coi fori d'areazione - dove dormivano e stavano d'inverno e partorivano i loro piccoli.

Recipienti per il cibo e l'acqua erano attaccati alla rete così da poter essere svuotati e puliti dal di fuori. I recipienti erano fatti da vecchi barattoli di latta, e le rampe e le cucce da scarti di vecchio legname. Tutto era ordinato e ingegnoso; mio padre aveva un'inventiva inesauribile e il suo libro favorito era Robinson Crusoe. Aveva montato un barile di latta su un carretto per portare l'acqua alle gabbie.

Questo era il mio lavoro d'estate, quando le volpi andavano abbeverate due volte al dì. Tra le nove e le dieci al mattino, e ancora dopo cena, riempivo il barile alla pompa e lo trascinavo giù verso le stalle, fino alle gabbie, dove lo parcheggiavo, e riempivo i barattoli dell'acqua e andavo per le strade. Veniva anche Laird, col suo secchiello da giardino crema e verde troppo pieno, che gli sbatteva sulle gambe e versava acqua sulle sue scarpe di tela. Io avevo il secchio vero, quello di mio padre, anche se riuscivo a portarlo solo pieno di tre quarti.

Tutte le volpi avevano un nome, stampato su una placca di latta appesa dietro la loro porta. Il nome non gli veniva dato alla nascita, ma quando sopravvivevano alla scuoiatura del primo anno e andavano a aggiungersi agli esemplari da riproduzione. Quelle nominate da mio padre si chiamavano con nomi come Prince, Bob, Wally e Betty. Quelle nominate da me si chiamavano Star o Turk, o Maureen o Diana. Laird ne chiamò una Maud, come una lavorante che avevamo quand'era piccolo, una Harold, come un compagno di scuola, e una Messico, senza dire perché.

Il dare a esse un nome non ne faceva animali domestici. Solo mio padre entrava nelle gabbie, e due volte s'era preso un'infezione da morsi. Quando portavo a esse l'acqua facevano avanti e indietro per i sentieri che avevano fatto nei recinti, abbaiando di rado - quello lo lasciavano per la notte, quando potevano mettere su un coro di frenesia collettiva - ma sempre guardandomi, gli occhi di fuoco, oro puro, nei loro musi appuntiti e malevolenti. Erano bellissime con le loro zampe delicate e le pesanti, aristocratiche code e il lucente pelame con spruzzature scure sul dorso - che dava a esse il nome - ma specialmente per il loro muso, squisitamente affilato in pura ostilità, e i loro occhi dorati.

Oltre a portare l'acqua aiutavo mio padre a tagliare le erbacce che crescevano tra le gabbie. Lui tagliava col falcetto e io ammucchiavo col rastrello. Poi prendeva un forcone e lanciava l'erba appena tagliata sul tetto delle gabbie, per tenere le volpi al fresco e ombreggiare le loro pellicce, che s'imbrunivano col troppo sole.

Mio padre non mi parlava che del lavoro che stavamo facendo. In ciò era molto diverso da mia madre, che quando si sentiva allegra mi raccontava ogni genere di cose - il nome d'un cane che aveva avuto da piccola, i nomi dei ragazzi con cui era uscita da ragazza, e come fossero certi suoi vestiti - non riusciva a immaginare che ne fosse stato.

Qualunque pensiero o storia avesse mio padre era privata, e io ero timida verso di lui e non chiedevo mai niente. Eppure lavoravo con passione sotto il suo sguardo, e con sentimento d'orgoglio. Una volta un rappresentante di sementi venne alle gabbie a parlare con lui e mio padre disse: "Le presento il mio nuovo aiutante". Io mi voltai e rastrellai furiosamente, rossa in faccia dalla contentezza.

"Chi l'avrebbe detto" disse il rappresentante. "Credevo fosse solo un ragazzina".

Dopo il taglio dell'erba, sembrava improvvisamente molto più avanti nell'anno. Camminavo sulle stoppie la sera presto, conscia dell'arrossarsi del cielo, dei silenzi incipienti, dell'autunno. Quando portavo il serbatoio fuori dal cancello e mettevo il paletto, era quasi buio. Una sera a quest'ora vidi mia madre e mio padre in piedi a parlare su un piccolo rialzo di terra che chiamavamo la passerella, davanti alla rimessa. Mio padre era appena tornato dal mattatoio; indossava il suo grembiale rigido e insanguinato, e aveva un secchio di carne tagliata in mano.

Era strano vedere mia madre giù alla rimessa. Lasciava di rado la casa se non fosse per fare qualcosa - stendere i panni o scavare patate nell'orto. Sembrava fuori posto, con le sue gambe nude e gonfie, non toccate dal sole, il grembiale ancora indosso e inumidito lungo lo stomaco per i piatti della cena. I suoi capelli erano raccolti in un fazzoletto, qualche ciuffo a fuoriuscire. Legava i capelli in quel modo al mattino, dicendo di non avere il tempo di sistemarli, e restavano legati tutto il giorno. Era vero, però; tempo proprio non ne aveva.

In quei giorni la veranda sul retro era tutta una catasta di cesti di pesche e uva e pere, comprate in città, e cipolle e pomodori e cetrioli del nostro orto, in attesa d'essere trasformati in marmellate e conserve, sottaceti e salse piccanti. In cucina il fuoco andava tutto il giorno, i vasetti tintinnavano nell'acqua bollente, a volte una garza era distesa su un palo tra due sedie, per passare polpa d'uva nera per la confettura.

Mi davano mestieri da fare e sedevo a tavola a sbucciare le pesche che erano state a bagno nell'acqua calda, o a tagliare cipolle, con gli occhi brucianti di lacrime. Appena finivo correvo fuori, cercando di portarmi lontano dalla voce di mia madre, prima che pensasse a cosa darmi da fare ancora. Odiavo la cucina calda e buia d'estate, le tapparelle verdi e la carta moschicida, il solito vecchio tavolo col telo cerato e lo specchio ondulato e il linoleum irregolare. Mia madre era troppo stanca e preoccupata per parlarmi, non se la sentiva di parlare del Ballo dei diplomandi alla scuola Normale; il sudore le rigava la faccia e ella continuava a contare, indicando vasetti, aggiungendo bicchieri di zucchero. Mi sembrava che il lavoro in casa non finisse mai, noioso e peculiarmente deprimente; il lavoro di fuori, e agli ordini di mio padre, era ritualisticamente importante.

Portavo il serbatoio fino alla stalla, al suo posto, e sentivo mia madre che diceva: "quando Laird sarà un po' più grande allora sì che potrà aiutarti".

Quello che diceva mio padre non lo sentivo. Mi piaceva il modo in cui restava a ascoltare, garbatamente, come con un rappresentante, o con uno sconosciuto, ma con l'aria di voler tornare al suo vero lavoro. Sentivo che mia madre non aveva niente da fare quaggiù e volevo che egli sentisse allo stesso modo. Che voleva dire su Laird? Non serviva a nessuno. Dov'era adesso? A fare l'altalena, a bighellonare, o a caccia di vermi. Non stava mai con me finché avessi finito.

"E poi è più utile in casa" sentivo dire a mia madre. Aveva un modo piatto e desolato di parlare di me che mi metteva sempre in agitatazione. "Non faccio in tempo a girare la schiena che scappa. Non sembra proprio d'avere una ragazza in famiglia."

Andavo a sedere su un sacco di mangime in un angolo della rimessa, non volendo apparire quando c'erano quei discorsi. Di mia madre, lo sentivo, non c'era da fidarsi. Era più gentile di mio padre e più facile da ingannare, ma non si poteva farci conto, e i motivi veri per quel che diceva e faceva restavano un segreto. Mi voleva bene, e stava alzata la notte a farmi un vestito alla moda difficile ch'io desideravo, da mettere per l'inizio della scuola, ma era anche mia nemica.

Tramava in continuazione. Adesso tramava per farmi stare di più in casa, anche se sapeva che non potevo soffrirlo (perché sapeva che non potevo soffrirlo), e impedirmi di lavorare con mio padre. Mi sembrava che lo facesse per perversione, e per esercitare il suo potere. Non pensavo che potesse sentirsi sola, o gelosa. Nessun adulto poteva esserlo; erano troppo fortunati. Sedevo e scalciavo monotonamente i miei calcagni contro il sacco di mangime, sollevando polvere, e non uscivo finché non se ne fosse andata.

Comunque non pensavo che mio padre le avrebbe dato retta. Chi avrebbe mai potuto pensare di dare a Laird il mio lavoro - Laird che pensa al paletto e a pulire gli abbeveratoi con una foglia in cima a un bastone, o che sposta il serbatoio senza rovesciarlo! Era il segno di quanto poco mia madre sapesse di come veramente stessero le cose.

Mi sono scordata di dire come nutrivamo le volpi. Il grembiale insanguinato di mio padre me l'ha ricordato. Le nutrivamo con carne di cavallo. Al tempo, quasi tutti i contadini tenevano ancora cavalli, e quando un cavallo diventava troppo vecchio per lavorare, o si rompeva una zampa o si sdraiava senza volersi più alzare, come a volte accadeva, il padrone chiamava mio padre, e lui e Henry andavano al podere col furgone. Di solito abbattevano e macellavano il cavallo sul posto, pagando al contadino da cinque a dodici dollari. Se la carne era già troppa, tornavano col cavallo vivo, e lo tenevano qualche giorno o settimana nella nostra stalla, finché non ci fosse stato bisogno di carne.

Dopo la guerra i contadini compravano trattori e gradualmente si disfacevano del tutto dei cavalli, così a volte ci capitava di prendere un buon cavallo, che non serviva più a nessuno. Se capitava d'inverno potevamo tenere il cavallo in stalla fino a primavera, ché il fieno non mancava, e se c'era tanta neve - e non sempre lo spazzaneve puliva la nostra strada - faceva comodo poter andare in paese col cavallo e la slitta.

Nell'inverno in cui feci undici anni avevamo in stalla due cavalli. Non sapevamo che nomi avessero avuto prima, e così li chiamammo Mack e Flora. Mack era un vecchio cavallo da soma, scuro e indifferente. Flora era una giumenta saura, da tiro. Le portammo entrambe fuori con la slitta. Mack era lento e docile. Flora era presa da attacchi di panico, e scartava bruscamente di fronte alle macchine, e anche a altri cavalli, ma di essa ci piacevano la velocità e il lungo passo, la sua aria elegante e riservata. Al sabato andavamo giù alla stalla e appena aprivamo la porta sulla sua accogliente oscurità di animale Flora tirava su la testa, roteava gli occhi, nitriva disperatamente e superava lì per lì una crisi di nervi. Non era sicuro andare nella sua stalla; scalciava.

Quell'inverno incominciai anche a sentire molto di più sulla solfa che mia madre aveva suonato quando era stata a parlare davanti alla rimessa. Non mi sentii più al sicuro. Sembrava che nella testa della gente che mi stava intorno ci fosse come un pensiero fisso, inevitabile, su questo argomento. La parola ragazza m'era prima parsa innocente e senza implicazioni, come la parola bambino; adesso pareva che non fosse così.

Una ragazza non era, come avevo creduto, solo quello che ero; era quello che sarei dovuta diventare. Era una definizione, sempre segnata da enfasi, riprovazione, delusione. Era anche uno scherzo si di me. Una volta io e Laird stavamo litigando, e per la prima volta dovetti usare contro di lui tutta la mia forza; anche allora, egli mi strinse per un braccio un momento, facendomi male veramente. Henry se ne accorse, e rise dicendo: "Ah, te lo fa vedere lui, quel Laird lì, uno di questi giorni!" Laird cresceva in fretta. Ma anch'io crescevo.

Mia nonna venne a stare da noi per qualche settimana e sentii altre cose.
"Le ragazze non sbattono le porte a quel modo".

"Le ragazze tengono le gambe chiuse quando stanno sedute".

E, peggio ancora, quando chiedevo qualcosa, "non sono cose da ragazze, queste".

Io continuavo a sbattere le porte e a sedermi nei modi più strani, pensando così di mantenermi libera.

Quando venne la primavera, i cavalli furono lasciati liberi nell'aia. Mack stava appoggiato alla parete della stalla cercando di grattarsi il collo e le anche, ma Flora trottava su e giù e s'impennava contro la staccionata e scalpitava contro le traverse. I mucchi di neve s'assottigliavano in fretta, rivelando il bruno e il grigio della terra dura, il profilo famigliare del terreno, semplice e spoglio dopo lo scenario fantastico dell'inverno. C'era una grande sensazione d'apertura, di rilassamento. Adesso non portavamo che le galosce, sopra le scarpe; i piedi ci sembravano ridicolmente leggeri. Un sabato andammo alla stalla e trovammo tutte le porte aperte, che lasciavano entrare l'insolita luce del sole e l'aria fresca. C'era Henry, che rimirava la sua raccolta di calendari appesi dietro le stalle, in una parte della stalla che mia madre probabilmente non aveva mai visto.

"Vieni a dire ciao al tuo vecchio amico Mack!" disse Henry. "Ecco, fagli assaggiare un po' d'avena".
Versò un po' d'avena nelle mani incoppate di Laird e Laird andò a dar da mangiare a Mack. I denti di Mack erano in cattivo stato. Mangiò molto lentamente, spostando pazientemente l'avena per la bocca, cercando un mozzicone di molare con cui masticarla.

"Povero vecchio Mack," disse Henry pietosamente. "Quando i denti d'un cavallo sono andati, anche'esso è andato. Non c'è niente da fare".

"Lo ammazzate oggi?" dissi.
Mack e Flora stavano nella stalla da tanto tempo che m'ero quasi scordata che sarebbero stati abbattuti.

Henry non rispose. Cominciò invece a cantare con voce alta, tremante, di finta-pena, Ah, non c'è più lavoro, per il povero zio Ned, se n'è andato dove vanno i bravi negri. La lingua spessa e nerastra di Mack lavorava con diligenza nella mano di Laird. Io uscii prima che la canzone fosse finita e sedetti sul passaggio.

Non li avevo mai visti sparare a un cavallo, ma sapevo dove lo facevano. L'altra estate io e Laird avevamo trovato le interiora d'un cavallo prima che venissero seppellite. Le avevamo prese per una grossa serpe nera, raggomitolata al sole. Fu nel campo che corre di lato alla rimessa. Pensai che se fossimo entrati nella rimessa, e trovato una crepa o un buco di nodo abbastanza grandi in cui guardare, avremmo potuto vedere mentre lo facevano. Non era una cosa che volevo vedere; ma tant'è, se una cosa succedeva davvero, era meglio vedere, e sapere.

Mio padre venne giù da casa, con in mano il fucile.
"Che ci fai qui!" disse.
"Niente".
"Vai su a giocare intorno a casa".
Mandò Laird fuori dalla stalla. Io dissi a Laird, "vuoi vederli sparare a Mack?" e senza aspettare una risposta lo condussi verso la porta della rimessa, l'aprii con cautela, e entrai.

"Zitto e mosca o ci sentono," dissi.
Sentivamo Henry e mio padre parlare nella stalla, poi i passi pesanti e strascicati di Mack sospinto fuori dal suo box.

Nel fienile era freddo e buio. Raggi sottili e incrociati di luce cadevano per le crepe. Il fieno era basso. Era terra ondeggiante, a colli e conche, quella che scivolava sotto i nostri piedi. Quattro piedi più in su c'era una trave che copriva il perimetro delle mura. Ammucchiammo fieno in un angolo, poi spinsi Laird in su e mi tirai su a mia volta. Il trave non era molto largo; strisciammo lungo di esso con le mani appiattite contro le pareti della rimessa. I buchi di nodi non mancavano, e ne trovai uno con la vista che cercavo - un angolo dell'aia, il portone, parte del campo. Laird non aveva un buco di nodo e incominciò a frignare.

Gli mostrai una crepa allargata tra due tavole.

"Sta zitto e aspetta. Se ti sentono siamo nei guai".

Mio padre apparve reggendo il fucile. Henry portava Mack per la cavezza. Lasciò cadere la cavezza e tirò fuori cartina e tabacco; arrotolò una sigaretta per se e una per mio padre. Nel frattempo Mack annusava l'erba morta lungo il recinto. Poi mio padre aprì il cancello e portarono Mack fuori. Henry portò Mack via dal sentiero, verso uno spiazzo di terra, e parlarono, non abbastanza forte che noi si potesse sentire. Mack incominciò di nuovo a cercare un boccone d'erba fresca, che non c'era. Mio padre s'allontanò in linea retta, e si fermò quasi subito a una distanza che parve andargli bene. Anche Henry s'allontanava da Mack, ma di lato, tenendo ancora casualmente in mano la cavezza. Mio padre alzò il fucile e Mack guardò in su come a notare qualcosa e mio padre gli sparò.

Mack non crollò all'istante ma ondeggiò, barcollò su un lato e cadde, prima su un fianco; poi rotolò sulla schiena e, sorprendentemente, scalciò l'aria per qualche secondo. A questo Henry rise, come se Mack avesse voluto giocargli un tiro. Laird, che aveva tirato un lungo, soffocato respiro di sorpresa quando il colpo fu sparato, disse a alta voce: "è ancora vivo". E mi parve che potesse essere vero. Ma le sue zampe si fermarono, rotolò ancora sul fianco, i suoi muscoli ebbero un tremito e affondò. I due uomini gli si portarono sopra e lo guardarono con distacco professionale; si chinarono e esaminarono la fronte dove il proietttile era entrato, e allora vidi il suo sangue sull'erba bruna.

"Adesso lo scuoiano e lo tagliano," dissi. "Andiamocene".
Le mie gambe traballavano un poco e saltai riconoscente giù nel fieno.
"Adesso hai visto come si spara a un cavallo" dissi in modo congratulatorio, come se l'avessi già visto tante volte. "Vediamo se qualcuno dei gatti della rimessa ha fatto gattini nel fieno".
Laird saltò. parve di nuovo giovane e ubbidiente.

D'improvviso mi rammentai di come, quand'era piccolo, lo portai nella rimessa e gli dissi di salire sulla scala, fino al trave su in cima. Era anche allora di primavera, quando il fieno era basso. L'avevo fatto per un bisogno di emozioni, un desiderio che succedesse qualcosa da poter raccontare. Portava una giacchetta a quadretti bianchi e marrò, larga, ricavata da una delle mie. Salì in cima, come gli avevo detto, e si sedette sul trave più alto col fieno molto più sotto da una parte, e il pavimento della rimessa e vecchi macchinari dall'altra.

Poi corsi gridando da mio padre: "Laird sta sul trave su in cima!" Arrivò mio padre, arrivò mia madre, mio padre andò sulla scala parlando con molta calma e portò giù Laird sottobraccio, e mia madre s'appoggiò alla scala e incominciò a piangere. Mi dissero: "perché non gli badavi?" ma nessuno seppe mai la verità. Laird non era abbastanza grande da parlare. Ma ogni volta che vedevo la giacca a quadretti bianchi e marrò appesa nell'armadio, o in fondo alla borsa della beneficenza, che era dove andò a finire, sentivo un peso nello stomaco, la tristezza d'una colpa non esorcizzata.

Guardai Laird che di ciò non serbava alcun ricordo, e non mi piacque lo sguardo sul pallore invernale della sua faccia sottile. La sua espressione non era spaventata o turbata, ma remota, in concentrazione.

"Senti un po'" dissi, con voce insolitamente brillante e amichevole: "non vai mica a raccontarlo, vero?"
"No," disse distrattamente.
"Prometti".
"Promesso" disse.
Afferrai la mano dietro la sua schiena per vedere che non stesse incrociando le dita. Anche così, poteva avere un incubo; poteva saltare fuori in quel modo. Decisi che era meglio darsi da fare per fargli uscire tutto quel che aveva visto dalla testa - che, mi pareva, non potesse contenere troppe cose tutte insieme. Presi un po' di soldi che avevo messo da parte e quel pomeriggio andammo a Jubilee e vedemmo uno spettacolo, con Judy Canova, in cui facemmo un sacco di risate. Dopodiché, pensai, sarebbe andato tutto bene.

Due settimane dopo seppi che avrebbero sparato a Flora. Lo seppi dalla sera prima, quando sentii mia madre chiedere se la biada bastava, e mio padre dire: "Beh, da dopodomani non ci sarà che la vacca, e fra un'altra settimana potremo portarla al pascolo". Così seppi che l'indomani sarebbe stato il turno di Flora.

Stavolta non pensai di guardare. Era una cosa da guardare una volta sola. da allora non ci avevo quasi più pensato, ma certe volte che avevo da fare, a scuola, o stavo davanti allo specchio a pettinarmi e a pensare se sarei stata bella quando sarei diventata grande, l'intera scena mi tornava improvvisamente alla mente: vedevo il modo facile e aduso in cui mio padre alzava il fucile, e sentivo le risa di Henry quando Mack scalciava l'aria con le zampe. Non provavo sentimenti particolari d'orrore e rifiuto, come potrebbe aver provato una ragazza di città; ero troppo abituata a vedere la morte di animali come una necessità del nostro vivere. Eppur provavo un po' di vergogna, e avvertivo una nuova consapevolezza, un senso d'avversione nei riguardi di mio padre e del suo lavoro.

Era una bella giornata, e andavamo per l'aia a raccogliere i rami che erano stati strappati nelle tempeste d'inverno. Era una cosa che c'era stata chiesta, e ci servivano per fare un teepee. Sentimmo Flora nitrire, e la voce di mio padre e le urla di Henry, e corremmo alla rimessa per vedere che succedeva.

La porta della stalla era aperta. Henry aveva appena portato fuori Flora, e Flora era riuscita a sfuggirgli. Correva libera per l'aia, da un capo all'altro. C'arrampicammo sulla staccionata. Era emozionante vederla correre, nitrire, impennarsi sulle zampe posteriori, saltare e minacciare come un cavallo in un film Western, un cavallo in un ranch, da domare, anche se era solo un vecchio ronzino, una vecchia cavalla saura. Mio padre e Henry la rincorsero e cercarono di afferrare la cavezza penzolante. Cercarono di stringerla in un angolo, e ce l'avevano quasi fatta quand'essa passò correndo in mezzo a loro, con gli occhi spiritati, e sparì dietro l'angolo della rimessa. Sentimmo il fragore della coda che sbatteva mentre superava la recinzione, e Henry urlare: "è nel campo, adesso!"

Ciò stava a dire che era nel lungo campo a forma di L di fianco alla casa. Se superava il centro, verso il sentiero, avrebbe trovato il cancello aperto; il furgone era stato portato nel campo al mattino. Mio padre m'urlò, perché stavo dall'altra parte del recinto, la più prossima al sentiero: "Va a chiudere il cancello!"

Io ero molto rapida. Attraversai di corsa l'orto, oltre l'albero dell'altalena, e raggiunsi il sentiero saltando il fosso. Il cancello era aperto. Non era uscita, non la vedevo sulla strada; doveva essere andata dall'altra parte del campo. Il cancello era pesante. Lo sollevai dalla ghiaia e lo portai attraverso la strada. Stavo a metà quand'essa apparve, galoppando diritta verso di me. Non c'era che il tempo di mettere la catena. Laird arrivò trafelato per il fosso per aiutarmi.

Invece di sbarrare il cancello, lo aprii più che potei. Non avevo pensato di farlo, fu solo quel che feci. Flora non rallentò punto; galoppò oltre, e Laird saltò in su e in giù, strillando: "chiudi, chiudi!" anche quando fu troppo tardi. Mio padre e Henry apparvero nel campo un momento troppo tardi per vedere che avevo fatto. Videro solo Flora prendere la strada del paese. Dovettero pensare che non avessi fatto in tempo.

Non persero tempo a chiedere. Tornarono alla rimessa a prendere il fucile e i coltelli, e li misero nel furgone; poi fecero manovra e vennero ballando per il campo verso di noi. Laird li chiamò: "voglio venire anch'io, voglio venire anch'io!" e Henry fermò il furgone e lo presero su. Io chiusi il cancello dopo che tutti se n'erano andati.

Pensai che Laird avrebbe raccontato tutto. Pensai a cosa mi sarebbe successo. Non avevo mai disubbidito a mio padre, e non riuscivo a capire perché l'avessi fatto. Flora non sarebbe mai scappata davvero. Col furgone, l'avrebbero ripresa. O se non ce l'avessero fatta stamattina qualcuno l'avrebbe vista e ci avrebbe telefonato nel pomeriggio o l'indomani. Non c'erano terre selvagge in cui riparare, per essa, ma solo poderi. E poi mio padre l'aveva comprata, ci serviva la carne per le volpi, ci servivano le volpi per guadagnarci da vivere. Tutto quello che avevo fatto era far lavorare la mamma per mio padre che lavorava duro abbastanza del suo. E quando mio padre l'avrebbe saputo non si sarebbe più fidato di me; avrebbe saputo che non stavo del tutto dalla sua parte. Stavo dalla parte di Flora, e ciò mi rendeva a tutti inutile, anche a essa. Ma tanto fu, non provai rimorso alcuno; quand'essa era venuta correndo verso di me e io avevo tenuto aperto il cancello, non avevo potuto fare altro.

Tornai a casa, e mia madre disse:

"cos'è tutta quella confusione?"
Io le dissi che Flora aveva buttato giù il recinto a calci e era scappata.
"Quel poveretto di tuo padre" disse, "adesso dovrà correrle appresso per tutta la campagna. Beh, è inutile apparecchiare prima dell'una".
Aprì il tavolo da stiro. Avrei voluto dirglielo, ma ci ripensai e andai di sopra e mi sedetti sul letto.

Ultimamente avevo cercato di abbellire la mia parte della stanza, coprendo il letto con vecchie tende merlettate, e preparandomi una toeletta con una gonna ricavata da ritagli di cretonne. Avevo progettato di mettere una specie di barricata tra il mio letto e quello di Laird, per tenere la mia parte separata dalla sua. Alla luce del sole, le tende merlettate non erano che cenci polverosi. Di notte avevamo smesso di cantare. Una notte in cui cantavo Laird disse:
"suoni stupida," e io continuai, ma la notte dopo non iniziai.

Non ce n'era comunque tanto bisogno, le paure se n'erano andate. Sapevamo che quelli erano solo vecchi mobili, roba vecchia e disordine. Non stavamo alle regole. Dopo che Laird era andato a dormire restavo sveglia a raccontarmi storie, ma anche in queste storie c'era qualcosa di diverso, c'erano alterazioni misteriose. Una storia poteva cominciare come prima, con un pericolo spettacolare, un incendio o animali selvaggi, e per un po' potevo salvare la gente; poi le cose cambiavano, e qualcuno salvava invece me. Poteva essere un ragazzo della nostra classe a scuola, o anche Mr. Campbell, il nostro maestro, che faceva il solletico sotto le braccia alle ragazze. E a questo punto l'oggetto della storia diventava il mio aspetto, la lunghezza dei miei capelli, i vestiti che indossavo; quando avevo definito questi dettagli la vera emozione della storia era perduta.

Era passata l'una quando il furgone fu di ritorno. Il cassone era coperto dal telo, che voleva dire che c'era carne. Mia madre dovette riscaldare di nuovo il pranzo. Henry e mio padre s'erano cambiate le tute insanguinate con quelle solite da lavoro nella rimessa, e s'erano lavati braccia e collo e faccia al lavandino, e schizzato acqua nei capelli e pettinati. Laird alzò il braccio per esibire un rivolo di sangue.

"Abbiamo sparato alla vecchia Flora" disse, "e l'abbiamo fatta in cinquanta pezzi".
"Non voglio sentirne parlare" disse mia madre.

"E non venire a tavola conciato così".
Mio padre lo mandò a lavarsi via il sangue

Ci sedemmo, e mio padre disse il benedicite e Henry appiccicò la sua gomma da masticare sulla punta della forchetta, come faceva sempre; quando la toglieva ci faceva ammirare l'impronta. Incominciammo a passare le scodelle con le verdure fumanti e scotte. Laird mi guardò attraverso il tavolo e disse orgoglioso, e ben scandito:

"comunque è stata colpa sua se Flora è scappata".

"Che cosa?" disse mio padre.
"Poteva chiudere il cancello e non l'ha fatto. L'ha aperto e Flora è scappata".
"È vero?" disse mio padre.

Gli occhi erano tutti su di me. Io annuii, deglutendo il cibo con grande difficoltà. Le lacrime m'inondavano gli occhi, per mia vergogna.

Mio padre ebbe un breve moto di disgusto.
"Perché l'hai fatto?"
Non risposi. Posai la forchetta e aspettai di essere licenziata dalla tavola, tenendo ancora lo sguardo abbassato.
Ma non accadde. Per un po' nessuno disse niente, poi Laird disse con sufficienza:

"Piange".

"Non fa niente" disse mio padre.
Pronunciò con rassegnazione, anche buon umore, le parole che m'assolvevano e mi scusavano per sempre.
"È solo una ragazza," disse.
Io non obiettai, nemmeno con la mente. Forse aveva ragione.






























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:27 |
 

 

L'acqua mi fa un po' male,
la birra mi gonfia un po',
vado avanti tristemente a
champagne e bourbon

 




postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:02 |


giovedì, settembre 04, 2003
 

 

Mio compaesano era anche Guglielmo Fornaciari, amico e compagno di Baracca, che aveva sulla porta una targa con la qualifica professionale: aviatore. La moglie ne narrava le gesta; ho ancora in me un´espressione, io ascoltavo a bocca aperta: "Planava, planava".

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:53 |
 

Ridere così forte che ti fanno male le mascelle.

Una doccia calda.

Nessuno in coda davanti a te alle casse del supermercato.

Uno sguardo speciale.

Ricevere posta.

Fare un giro nella macchina finalmente pulita a fondo.

Accendere la radio proprio quando stanno trasmettendo la tua canzone preferita.

Restare sdraiati a letto ad ascoltare la pioggia.

Il profumo degli asciugamani caldi stesi al sole.

Trovare la maglia che cercavi, in saldo a metà prezzo.

Un vasetto di Nutella.

Una telefonata a qualcuno lontano.

Un lungo bagno di schiuma.

Una bella chiacchierata.

La spiaggia.

Trovare un biglietto da 50 nella giacca dello scorso inverno.

Una bella dormitona di sabato mattina

Ridere di te stesso.

Le telefonate di mezzanotte che durano ore.

Avere qualcuno che ti dice che sei bellissimo.

Una birretta fresca e leggera

Una pizza calda soffice e ben cotta

Ascoltare accidentalmente qualcuno dire qualcosa di carino su di te.

Svegliarti nel cuore della notte e realizzare che hai ancora qualche ora per dormire.

Avere qualcuno che gioca coi tuoi capelli.

Fare un bel sogno.

Incartare i regali sotto l'albero di Natale mangiando biscotti e bevendo un bicchiere di latte.

Incrociare lo sguardo di uno sconosciuto carino.

Vincere una sfida veramente competitiva.

Fare una torta di mele.

Trascorrere il tempo libero con i tuoi migliori amici.

Tenerti per mano con qualcuno a cui vuoi bene.

Incontrare per strada un vecchio amico e scoprire che alcune cose (buone o cattive) non cambiano mai.

Fare il bagno in un mare caldo, in mezzo alle onde

Guardare l'alba.

Guardare il tramonto































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:32 |


mercoledì, settembre 03, 2003
 
 

Uno era ogni giorno un personaggio diverso: esploratore, ciclista o indiano d’America. Per esempio, si travestiva da antico romano, semisdraiato sui gradini di San Cassiano a sbocconcellare un grappolo d’uva.
Lo chiamavano Rumba perché inventava canzoni sempre diverse, ma che si concludevano tutte con le parole:
- E’ la rumba americana e il chachacha: amor, amor.

Uno era Giovannino che aveva un rapporto di amore e odio nei confronti di una certa sorella.
Ogni domenica comprava venti paste e andava a portarle a questa sorella. A metà strada però cambiava idea e si rivolgeva direttamente al vassoio delle paste:
- Te go da portar a mi sorea? Ma gnanca par idea: piutosto te schisso soto i pie.
Sbatteva il vassoio per terra e lo calpestava.

Uno a Rialto faceva delle lunghe conversazioni con se stesso, cambiando posto ogni volta che cambiava personaggio. Aveva in particolare la fissa dell’omosessualità. Cominciava:
- Xe recia.
Poi faceva un passo e si rispondeva:
- Lo so.
Man mano si andava alterando e concludeva in crescendo:
- Te go dito che xe recia!
- Te go dito che lo so!

Uno una volta videro del fumo uscire dalla finestra di casa sua e chiamarono i vigili del fuoco. Quando fecero irruzione lui si seccò:
- Cosa volete? Sto cucinando.
Adesso non gli è rimasto quasi nemmeno un dente. Ogni tanto chiede a qualcuno se è possibile avere anche lui una di queste tesserine magnetiche che hanno i turisti, con le quali si può comprare tutto senza tirar fuori nemmeno una lira.

Uno è un cespuglio umano che cammina portando con sé decine di piante attaccate al corpo con lo spago. Arriva a piazzale Roma e si mette a girare cercando di vendere le piante alternando urla, chiacchiere e canzoni.

Uno era Gisto, che si presentava tutti i pomeriggi alle Zattere e cantava arie d’opera dirigendo un’orchestra immaginaria e tenendo in mano dei fogli come se si trattasse di uno spartito. A guardar bene, però, erano pagine sparse di Soldino o di qualche altro albo a fumetti.
Faceva il giro dei caffè. Alla fine chiedeva un’offerta e inveiva se non gliela davano.

Uno sbagliò vaporetto e prese quello per San Clemente. A bordo c’erano tutti i ricoverati del manicomio che tornavano da una specie di libera uscita, ma stavano buoni e zitti. Erano gli infermieri, semmai, che facevano casino.
Solo, a un certo punto, gli si avvicinò uno che domandò se gli aveva portato il giornale. Lui chiese quale giornale, e l’altro rispose facendo l’elenco di tutti i giornali del mondo.

Uno lo chiamano Spuacèa perché sputa sempre. Saltella spesso e indossa sempre dei grossi stivaloni di gomma, in attesa che arrivi l’acqua alta. Vive in un rifugio misantropico fatto di scatole di cartone, alla pescheria di Rialto.

Uno ha messo a spese sue sedie e panche, posti a sedere a ogni fermata d'autobus di Chioggia e sopra ci ha scritto: de tuti.
Uno era soprannominato Rico dele Sìmie perché era un ex marinaio che dai suoi viaggi intorno al mondo era tornato portandosi dietro scimmie di ogni tipo. Aveva un giardino circondato da una rete e sui suoi alberi era un continuo rincorrersi di colombi, gatti e scimmie da un ramo all'altro.
I fruttivendoli di Rialto lo conoscevano e ogni giorno gli regalavano gli scarti per le scimmie.


















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:46 |
 
 

Uno si chiamava Vaschino e siccome si vergognava di chiedere l’elemosina, allora vendeva limoni.
Se ne portava appresso tre o quattro, non di più, e li offriva uno per uno ai passanti. Quelli gli davano le mille lire, ma i limoni glieli lasciavano, di modo che lui riusciva a rivenderli molte volte. Ogni quindici giorni, quando i limoni erano vecchi, li cambiava.
Di solito si vedeva lungo il viale Italia e indossava brache larghe, palandrana stretta e papalina. Per cinquanta lire faceva l’omino sul filo: metteva la lingua fra i denti, allargava le braccia per trovare l’equilibrio e percorreva simulando grande sforzo il tratto di marciapiedi compreso fra sputo e sputo.
Quando poi gli davano i soldi, però, sembrava che non gl’importasse.

Uno lo chiamavano Caribù ed era enorme, con la canottiera e un ciondolo sul collo a forma di falce e martello. Aveva la specializzazione di sollevare le centoventisette e lasciarle cadere. Quando si asciugava il sudore, poi, diceva:
- Mi sente la testa.
Una volta guardò a lungo Paolo Virzì e solennemente disse:
- Ti conosco: il tu’ fratello voga nel Pontino.

Uno era un signore anziano che nessuno sapeva come si chiamasse. Era distinto, e sul cappotto teneva una medaglia. Prendeva ogni mattina il ventidue e si sedeva nel posto riservato agli invalidi perché a quanto pare in Grecia s’era preso una scheggia da qualche parte. Dopo un poco cominciava ad agitarsi e chiamava:
- Pilota, pilota!
A volte, dopo tre o quattro fermate, se la guida non gli pareva soddisfacente, scendeva e aspettava il filobus successivo per arrivare fino a La Rosa.
Il viaggio di ritorno di solito era più sereno: s’addormentava, oppure guardava dal finestrino mugolando una specie di nenia di cui si capivano solo due parole ripetute molte volte:
- Amore mio, amore mio











postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:40 |
 
 

Uno dirige il traffico in piazza Quattro Novembre e per sicurezza tiene anche una pistola giocattolo.
Per un certo periodo ebbe una gran concorrenza da parte di tutti quelli che venivano da Villa Clara in libera uscita, che si mettevano a dirigere il traffico proprio in mezzo all’incrocio. Ma questo genere di concorrenza non durò molto, perché fu decimata dalle auto.

Uno era il primo dei tre che chiamavano Motoretta. Gianni Motoretta. Era l’ultimo dei piccioccus de crobu, quelli che si appostavano al mercato del pesce di Stampace tenendo sulla testa dei canestri rovesciati. Le casalinghe che andavano a fare la spesa li chiamavano per farsi aiutare e loro per pochi centesimi mettevano la spesa nei canestri e la trasportavano.
Dopo gli anni cinquanta sono scomparsi tutti tranne Gianni Motoretta, che correva fra le bancarelle con un canestro di pesci sulla testa facendo con la bocca il suono del motore:
- Vrum, vrum motorè!
Ogni tanto accelerava, se no faceva tardi.

Uno è il secondo che chiamano Motoretta. Il suo verso è:
- Paraparaparaparara monnelloooo!
Ormai gira con un ciclomotore vecchio tipo, ma prima aveva una bici e si era specializzato nell’imitazione del rombo delle motociclette. La gente lo applaude, tanto che col tempo ha allargato il suo repertorio all’imitazione della sirena di un antifurto, che riproduce specialmente sugli autobus della linea Sei. Ora che gira in motorino, accosta le ragazze e dice:
- Cicci, ci mettiamo nei pasticci?
E riparte senza aspettare la risposta. Se qualcuna fa in tempo e gli dice qualcosa, qualsiasi cosa, la sua risposta è:
- Monnella!

Uno è il terzo che chiamano Motoretta, ma non è matto per niente. Di mestiere fa il ladro di vespini.










postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:37 |
 
....la giovinezza è solo una malattia, che molti prendono e stanno male, soffrono ma che guarisce dopo un po', come il morbillo....

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:35 |


martedì, settembre 02, 2003
 
"La' dove c'era l'erba ora c'e' una citta'-a'-a'-a'-a'", cantava il Molleggiato sconvolto dall'espansione edilizia dei sixties che s'era mangiata i campi dietro casa. Sara' anche andata cosi', ma del mio quartiere come rigoglio d'orti e canali a cielo aperto non posso avere alcun ricordo. Il quartiere l'ho conosciuto, poppante scarrozzato in passeggino, abbastanza simile a come lo si puo' vedere adesso: anche vent'anni fa era protettivo e indolente e adagiato sotto la linea variabile dei colli. Anche vent'anni fa i parchi erano gli stessi di oggi, protetti da staccionate e catene, irti di cartelli che vietavano questo e quello, piccoli appezzamenti di liberta' baciati dal sole ritagliati nel latifondo delle proprieta' private. Gli spazi erano gli stessi, i confini altrettanto aggirabili e scavalcabili anche dopo l'orario di chiusura, pero' la percezione era assai diversa.
Intanto io ero piccolo, e a quei tempi in cui gli estranei da quindici anni in su parevano tutti adulti sentivo una certa componente di rischio ad affiancare pedalando sul biciclo le tribu' adolescents lungicriniti addossati alle panchine a perder tempo. Voglio dire, avrebbero potuto rapirmi. Oppure appetivano alla mia splendida Atala da juniore laccata bianco e arancione. Cosa credete, re'giz, l'avevo capito e non ci cascavo: se le poche ragazze del gruppo mi sorridevano era chiaramente per farmi avvicinare e prendermi in trappola. In fondo preferivo gli sguardi stolidamente duri dei maschi in clark's e giacchetto jeans. "Un giorno forse diventero' come loro", mi dicevo allargando le curve, sollevando piccoli sbuffi di ghiaia in privato segno di sfida. "Un giorno passero' anch'io il pomeriggio a buttar fuori il fumo dalla bocca, a guardare storto chi passa e si fa gli affari suoi".
(E poi c'erano i cani! "E' buono, e' buono", urlava la padrona da una distanza pazzesca mentre Ringo o Cuma o Black coprivano in volo lo spazio e mi venivano a ringhiare troppo vicino ai polpacci morbidi ancorche' tesi per lo sforzo della fuga…)
Entrare nella riserva vegetale di giorno era eccitante la sua parte, ma non ero ancora cosi' suonato da spingermi oltre il buco della rete al chiarore selvaggio della luna.
Poi venne l'eta' dell'offensiva, arrivarono le guerre civili a colpi di bastone, le lance a punta rossa affilate con le schegge di mattone trovate in giro; duro' forse l'arco di due estati, e il parco sotto casa fu come la zona universitaria durante le manifestazioni dure dei Settanta, devastato dai tumulti e dalle cariche di noialtri impuberi. Sui muri di cinta e sui cartelli, intanto, fiorivano scritte a bomboletta aggressive e incomprensibili: l'unica cosa che si capiva erano i piselli giganti disegnati col gesso e l'incitamento al Bologna FC firmati coi nomi delle bande curvaiole. L'eta' vischiosa dei primi baci conferi' al parco nuova dignita', e cominciai a pensare che quelle ubertose pendenze avessero un potenziale pressoche' infinito: se le mia giovane amica ci stava, se acconsentiva a schiudere le labbra era merito del parco. La prova? Mica mi aveva mai baciato nessuno, alle scuole Annibale Carracci o al catechismo o al centro d'addestramento tennis. E invece, varcato mano nella mano il magico cancello tutto diventava possibile e finalmente mi pioveva addosso la giusta luce di latin lover irresistibile.
Nei mesi d'acerba depressione ginnasiale seppi per certo che sarei morto suicida come tutti quelli che m'apparivano i migliori: non desideravo altra sepultura che una lapida spartana piantata nella terra tenera, all'ombra dei cipressi che bordano il lato sud del parco. Poi conobbi Roadrunner nella versione dei Sex Pistols, il lato notturno della mia citta' e la pienezza della Teenage.
Poi conobbi Londra e Berlino dal vivo, le emozioni decaffeinate dell'universita' e la sensazione di pienezza che provo tutt'ora a girare in vespa anche quando fa freddo e ti potresti perfino prendere un malanno.
Poi conobbi un modo diverso di sentire le cose, fui iena e torello e camaleonte e dal parco sotto casa per qualche anno mi allontanai.
Ci torno in primavera con gli amici di allora e quelli nuovi, a calciare un pallone, a parlar di Coppa Uefa e nuovi punti di vista.
Ci tornero' d'estate col mio amore che su quest'erba non si e' seduta mai: sara' un bel tornare, e quando alla fine saremo tranquilli e vicini potremo baciarci coi baci che so gia' diversi da tutti quelli che io - e il parco sotto casa - abbiamo conosciuto finora.









postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:45 |
 

 

Era la nostra cerimonia. Leggere qualche pagina ad alta voce infilati sotto le coperte, prima di iniziare i nostri baci selvatici. Odiavo quando Elisa si addormentava prima di concludere le letture, ma non succedeva quasi mai.
Ricordo che quella sera, la sera del mio compleanno, leggevamo le ultime pagine de "L'irravanabile Jacob contro i fratelli Mururoa". Guardavo Elisa negli occhi color dell'acciaio, e sapevo che in qualche maniera diagonale eravamo la stessa cosa. Immaginavamo la stessa cosa. Se Anatole Brigueul col suo stile rancido e visionario, ci racconta di quando l’irravanabile Jacob guida a fari spenti nell'area portuale di Marsiglia, so per certo che Elisa la immagina minacciosa nelle medesime luci basse del porto mercantile di Cremona, giusto al di la' delle reti, dove c'e' solo nebbia e frangersi fiacco di un mare improbabile. Me l'ha confermato lei stessa con uno sguardo diretto che mi ha accarezzato il cuore.
Era il nostro posto, quello. Il nostro rifugio per le serate randagie. Non erano in tanti a sapere che la zona mercantile di Cremona era orfana di qualsiasi sistema di sicurezza. Bastava svoltare quell'ultima curva, esprimere sottovoce un desiderio da sbarbo lirico, e voila', eravamo oltre la rete spinata, al sicuro nella bolla pulsante di musica che riempiva la utilitaria giapponese di Elisa. Ci abbiamo fatto cose allucinanti, dentro quella macchina da Paperopoli. Cose che solo un uomo e una donna possono fare, probabilmente. Tra le ombre mostarde e le inequivocabili presenze dei cargo colmi di torrone, Elisa e il sottoscritto sono stati la stessa cosa.
E lo siamo anche adesso, mentre leggiamole ultime pagine che ci ha regalato Anatole Brigueul, quando l'irravanabile Jacob tira fuori una buona quantita' di delirio vendicativo e il revolver d'argento che gli ha regalato suo fratello prima di morire. Elisa e il sottoscritto sono fusi in un anima sola, purissima speranza che l'irravanabile Jacob ci dia ancora altre emozioni o insegnamenti di vita, magari.
Elisa e il sottoscritto sono una cosa sola, attenta a percepire ogni scricchiolio nell'oscurita' del porto di Marsiglia, una sicurezza a coprire le spalle dell'irravanabile Jacob. Lo seguiamo come in un sogno. Elisa e il sottoscritto sono una cosa sola, proiettata in avanti a perlustrare le baracche di lamiera: facciamo strada all'irravanabile Jacob, cuore in gola, che' il nostro eroe deve ancora insegnarci qualcosa, e per farlo ha da arrivare sano e salvo alla parola Fine. Elisa e il sottoscritto sono una cosa sola, e specialmente nel momento in cui "l'irravanabile Jacob, con tutta la determinazione di una vita autunnale, fa abbaiare il revolver. Li vuole vedere come spappolano a terra come frutti maturi, i quattro Mururoa. Vuole vedere mademoiselle morte che seduce senza fatica, schiude le labbra agli assassini di suo fratello". Ricordo che quella sera, la sera del mio compleanno, Elisa si addormento' proprio mentre leggevo ad alta voce quelle parole. Stanca, la mia boccuccia da fiorellino chiudeva gli occhi proprio sulla penultima pagina della irravanabile offensiva contro i fratelli Mururoa. Non ho smesso di leggere.
Lo stile rancido e visionario di Anatole Briguel ha iniziato ad isolarmi, in maniera inizialmente impercettibile. Mi stavo intrippando di brutto con l'irravanabile Jacob e la sua inevitabile vendetta. Li aveva proprio stesi, i quattro fratelli Mururoa.
Sono uscito con lui dall'area portuale di Marsiglia sulla vecchia Matra-Simca, mi sono concesso anch'io un brindisi celebrativo & silenzioso alla Langouste Ivre. L'irravanabile Jacob beveva Negroni: l'ho fatto anch'io, con una certa tarchiatezza.
Sono arrivato con il cuore pieno di speranza alle ultime righe. L'irravanabile Jacob si sporge sul bancone.
Attraverso queste ultime parole rancide e visionarie, forse Anatole Brigueul mi vorra' dire qualcosa.
"Auguroni Jacob", dice l'amico barman. "A chi brindi stasera?"
"Ai soli veri eroi. Quelli che uccidono la sera del proprio compleanno."
FINE.
Lo sguardo mi e' slavinato sulla ampia porzione di pagina bianca, e da li' e' schizzato verso l'orologio sveglia che Elisa ed io tenevamo sul comodino, ai tempi in cui eravamo la stessa cosa. Erano, mio dio, le 23:59 ((SNZ)). Nonostante gli incantevoli spageti boloniese che mi aveva cucinato, le strinsi le dita intorno alla gola. Nonostante le candele disposte senza risparmio. Nonostante la nostra relazione.
Elisa cedette al bacio saffico di mademoiselle morte con un gorgoglio di piccole ossa frantumate. Un gorgoglio incredulo di uccello ammazzato a tradimento nel proprio nido, se e' possibile immaginare qualcosa del genere.
L'irravanabile Jacob ha alzato il bicchiere verso di me. Anche il barman ha sorriso, detto qualcosa stile "auguri, ragazzo!".

 















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:41 |
 
Resto inkkkazzato tutto il pomeriggio a pensare ai tuoi magri saluti, al te che ti accorgi di me waiting for you e preferisci girare lo sguardo, accelerare, tentare il dribbling. Troppo per non pensare che in tutto questo il caso non ha ruolo e tutto e' studiato. O improvvisato. Ancora meglio. Tutto un discorso jazz dietro.
Ho una specie di foto di te e Anna che vi allontanate - cappotti neri analoghi, analoga capacita' di parlare di un cazzo, anche se qualcuno lo fa per banalita' metafisica e qualcun altro per arte - sotto il portico dentistico di via San Vitale; e troppo mi ricorda quando mi prendi sotto braccio e io fiero & felice faccio il giullare e si cammina vicini sotto portici o per piazze o (strano pensare che si e' fuori da un libro, a volte). Dall'altra parte, io. Oh, Me. Oh, Me. Oh, Me.
 Sono scemo? Sono simpatico? Ho un paio di adidas? Ho gli occhi marroni e d'estate a volte verdi scuri. Ho una biblioteca franata in testa e un rave party nel fegato, (in questo momento sei a lezione, centodieci bruchi seduti alle tue spalle ognuno un cervellino grande come una caccola con dentro latesinadigrandi wimwenders fidanzatoa vaghipensierietici tabucchi masturbazionirriferibili nullipensieriestetici cantautori. Se ti guardano bene alle spalle notano l'elastico del reggiseno sotto la camicia la tua calligrafia imbranata sui fogli di appunti e, se ti giri di fianco per parlare, capiscono come il concept sia perfetto, il kombinat corpo umano cappotto sciarpa borsa di cuoio, prodigi della semiotica femminile) eeeeh.
Quei film di cui tutti intorno a te sono irrimediabilmente entusiasti. E a te' dico, a te non e' che non siano piaciuti. Proprio cosi', ti si sono spenti addosso. Mi emozioni, babe, mi emozioni quando ti vedo e quando giri a piedi nudi per casa tua. E io non capisco se sono Sean Connery o Sganapino. Beh, probabilmente nessuno dei due, e cosi' e' ancora piu' difficile. I need tu be myself. Si', ma quale? Cosi' siamo da capo.
Poi adesso e' di nuovo mattina
presentazione nel culo della pianura padana, sul triplo punto di confine veneto lombardia emilia, ma c'e' un gruppo di ragazzi simpatici e bravi Gioventu' Sonica si chiamano e tutto e' andato per il meglio e proiettavano the Great Rock'n Roll Swindle e io dicevo le cose spiritose e un po' sagge. Che mi contraddistinguono.
Ole' Ole'. Uno vestito tutto fighettino con cui parlavo di rock e ogni tre parole diceva Diopovero.
Mi hanno mandato la copertina di Frusciante versione Baldini & Kastoldi (gia', pubblico con una casa italo-ungherese, adesso), e' bellissima, un disegno anni dieci di una bici lanciata a tutta velocita' senza nessun ciclista a bordo e sullo sfondo un muro con la scritta giamburraschesca JFEUDG. E sul cielo nero, piccola striscia in alto, il nome del Tuo affezionato.
Tutti hanno paura di farsi vedere vulnerabili, questo mi fa abbastanza cagare; di piu': ecco cosa mi fa veramente cagate. La bellezza, e' un'unione imprendibile di perfezione e cadute piu' o meno laterali; la bellezza delle ragazze e quella delle situazioni esistenziali e quella delle citta', per intenderci. Forse diresti che l'osservatore deve scoprire la vulnerabilita' e da li' effettivamente nasce la bellezza, e io mi copro il capo di cenere, mangio un gelato fruttamistapanna e sono d'accordo solo in parte. E' una specie di gioco (e' IL gioco, se mi permetti uno sbandamento naif, molto piu' della laurea e del cinema e del baretto): come corrersi dietro con curve e sbandamenti e l'arbitro che urla CAMBIO! ogni nove secondi e quando si sente cambio! si sa che l'inseguitore diventa inseguito e via dicendo.
Comunque per dimostrarti quanto sono maturo mi e' appena venuto in mente che pagherei pegni immensi per andare a fare, veramente questo gioco con te ai giardini Margherita, si pane in vespa con qualche birretta e magari toast in un cestino DIO I PICNIC IO LI ADORO I PICNIC vero che un giorno lo facciamo? eh, vero? dai, ti va? magari invece di noleggiare un arbitro io sto sempre a guardare l'orologio sono un giocatore motto leale; questo si sara' capito almeno

la voce di Federico Fiumani dei Diaframma (ioamolei, non la realta' che le sta intorno, non gli altri nomini che ha avuto), magistrale conduzione di questa manina in pigiama e computer e telefonate solo ricevute almeno in queste parti, qando dice

- In perfetta so-oli-tu-dine'; con ritmo western accelerato
- in questa atmosfera che e' cosi' priva di felicita'; gia' un classico, lo ascoltavo in interrail
- Quando il resto e' tempesta, quasi lui dicesse alla ragazza diventa la quiete quando il resto e' tempesta, cosa che mi pare un'osservazione molto bella, una frase che mi sarebbe piaciuto molto inventare
- Bbbblu bbbblu petrolio, il pezzo che mi piace di piu' in absolut
E NON FACCIO IN TEMPO A SCRIVERLO CHE

- Palla di burro, palla di burro, l'amore e' dentro una palla di burro cosa faresti palla di burro se il mondo fosse un momento di gelo.

E comunque in tutto questo corrersi dietro se uno e' troppo piu' veloce dell'altro e' meglio che rallenti, perche' quando si urla CAMBIO rischia di trovarsi cosi' lontano (e ci si e' spinto lui, non so se) che col cavolo che lo riprende l'ex volpe ora lepre delle nevi lontanissima kilometri altre amicizie sogni delegati ad altri gelati altri vini altre sigarette e se penso ai tuoi ho malesseri inediti e meta' dico ma pensiamo un poco la bambina cosa potrebbe aver combinato e meta' svengo all'idea e mi rifugio nel mio network di telefonate mooolto rassicuranti che mi lasciano a fine serata un po' piu' sicuro di me e invariabilmente alcool, che due coglioni bere in questo modo un po' esibito. Sento una al telefono, quando si dice sfruttare le situazioni, piu' o meno ne vuole (categoria estensibile all'infinito, e per chiunque, basta non dare ragioni di malessere e sembrare monoliticamente certi che questa persona ne deve volere da te; coi poveri di spirito ha sempre funzionato in modo preoccupante) venerdi' ha un esame ESTETICA cristo che cazzo capira' di estetica una cosi' dio fulminali perche' sanno troppo bene quello che fanno. Praticamente la mia medicina. Uscire con te sciaquette. Spesso crollo a meta', non lo nascondo. Poi dicono alle amiche sai mi sono fatta una storia con, e non e' che io mi penta, vorrei anche le amiche, il mio desiderio di essere rassicuraro tramite disponibilita' femminili ha come unico confine la morte, probabilmente non e' vero, devo riflettere; non ora, comunque.
E oggi pomeriggio o magari domani ti vedo, manteniamo rapporti formali e ammicchiamo in modo cosi' d'elite che non capiamo bene neanche noi cosa vogliamo fare. All'insegna dell'understatement. Potresti aprire un pub o un albergo con questo nome. La gente sta li', non si capisce cosa voglia, tu non gli dici un cazzo, ogni tanto si beve qualcosa. si guarda tivu' e bei film, magari dai le chiavi delle stanze o fai portare da mangiare senza troppo impegno.
un delirio.
WHATEVER I CHOOSE
indosso il mio costume da cinghiale.
Criiiisto Ho ottimi sentimenti & intenzioni nei tuoi confronti, servira' a qualcosa compiere un gesto cosi' clamoroso e ottocentesco? I Nirvana acustici, cosa non sono?
In attesa di altri pomeriggi che digradano dolcemente verso sere sceme, o viceversa.
Con tutta la passione degli irresponsabili.




























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:34 |
 

Carolina aveva diciotto anni nel Duemila, e in queste poche stagioni del nuovo millennio ha già fatto in tempo ad imparare almeno tre cose preziose.
La prima è che l'economia e il commercio non fanno per lei. Almeno a livello universitario, voglio dire. Meglio scienze politiche, si è detta Carolina dopo pochi mesi. Anche se non dà sbocchi immediati nel mondo del lavoro, almeno ti consente di studiare un po' da vicino cosa sta succedendo nel mondo vero.
La seconda cosa preziosa che ha imparato è come si parcheggia raso al marciapiede la Ford di mamma.
Quest'ultima potrà anche sembrare una sciocchezza, ma Carolina, alla fine di determinate serate spese con gli amici al Noctambus, le birre che girano di mano in mano, riesce a percepire in modo pieno e rotondo l'agio di questa precisa conquista.
La più preziosa di tutte le cose che Carolina ha imparato è che Matteo non sarà mai il padre dei suoi bambini, né l'uomo che le augurerà la buona giornata nelle fresche mattine di primavera, né niente.Troppo egoista e insicuro, pauroso dei giudizi degli altri come una specie di attore.
Sono stati strani e in certo modo sconvolgenti, gli ultimi mesi della storia con Matteo.Sorprendente e angoscioso, vedere all'improvviso la persona a cui aveva promesso la sua dolcezza prendere le sembianze di un bambino prepotente che, in realtà, le prepotenze non poteva più permettersele.
Ci sono stati pianti e telefonate notturne e scenate, lettere e chiarimenti e settimane di ansia dura e grigia nello scoprirsi di nuovo da sola, ma adesso Carolina sta bene.
Bene come non è mai stata quando, per gli altri, era prima di tutto la fidanzata di Matteo.
Libera e curiosa.
Libera di essere curiosa.
Curiosa di tante vite semplici e tenere che le fioriscono intorno.
Ci sono pomeriggi in cui è ancora troppo presto per uscire, e i Radiohead, dallo stereo portatile incastrato sulla mensola, sembrano voler raccontare storie particolarmente vere.
Ci sono volte in cui la finestra della camera di Carolina, quella finestra con la tapparella di cannucciato al posto delle tendine che si affaccia sul quartiere dalla mezza vertigine del terzo piano, vuole insegnare cose che non sono scritte in nessun libro, neanche nei migliori.
Quella finestra parla di come le persone fanno fatica a stare insieme, della paura che rende tanti isterici o tristi financo nel modo di camminare. Dalla strada s'alza spesso il suono dei duelli di clacson, e le ripartenze nervose dei ragazzini in scooter raccontano d'un mondo in cui l'importante è arrivare primi, e il minimo che si può fare è provare a mettersi in mostra.
Carolina osserva. Prova a capire. A volte il suo sguardo si sofferma su un bimbo molto piccolo che la mamma porta a spasso per mano, e in quell'entusiasmo nuovo e antichissimo, Carolina prova a scorgere l'accenno d'un segreto.
Allora pensa che basterebbe un attimo, un attimo solo d'illuminazione vera, per comprendere l'essenziale intorno a cui ci affacendiamo con tutte le nostre domande.
Chi siamo,dove andiamo e, soprattutto, cos'è che ci spinge avanti.
Forse è il vento, pensa a volte Carolina.
Forse è il sole che ci scalda tutti.
Forse è il bisogno di trovare una persona speciale, e magari sono tutte queste cose insieme.
Altre volte si può guardare fuori dalla finestra e non vedere niente, solo scocche di macchine lanciate in avanti e bande di passeri che vanno via veloci nel primo anticipo di tramonto.
Allora per Carolina è facile vedere casa come un posto da cui, presto o tardi, dovrà allontanarsi per andare da qualche altra parte.
Non sa ancora quando accadrà, ma dovrà succedere, prima o poi, e al semplice pensiero l'entusiasmo si mescola alla paura.
Poi squilla il telefono, e una voce amica la invita, chiamandola per scherzo Cara Prudenza,a uscire di casa per giocare. Carolina ride, dice Va bene, e adesso che ha abbassato la tapparella in cannucciato, si veste in fretta per scendere in strada.
























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:29 |
 



Ci sono anche giorni spontaneamente festajuoli al sapore buono di gelato, giorni in cui l'erba e' verde come quella del subbuteo, i passerotti variopinti cantando Fragole Buone Buone stando appesi al ramo a testa in giu'.
Ci sono anche i giorni in cui i percorsi si incrociano e si fondono, giorni in cui i ragazzi sono felici e profondi, le ragazze carine chiamano i baci con gli occhi e una sensibilita' tutta primaverile.
Ci sono anche i giorni in cui e' facilissimo vincere a biliardo, giorni in cui un caffe' un sacchettino di plastica trasparente fanno felici e intoccabili, cosi' sciocchi e bellissimi che il ricordo fa gia' male in anticipo.
Sono questi giorni qui che ora mi mancano, chiuso nelle profondita' moccolose di gennaio, e tu lontana a dormire in casa di altri, a mangiare con altri, ridere di sciocchezze che non so, tutta premurosa di piacere; la bimbetta e' andata via troppe linee corrono sghembe tra noi due.
Ma ricordo ancora piu' forte i giorni in cui ci si fida e per le strade di bologna fa primavera permanente, anche la sera dopo cena, la felicita' struggente di fare l'amore e poi buttarsi stretti vicinissimi sul letto disordinato, guardarti negli occhi, baciarti con baci piccoli che ti addormentino leggera, sentirti dormire buona come un agnellino molto piccolo.
E la mattina vestirsi bislacchi con la maglietta canarino, le mutande felpa fa skateboard e gli occhiali techno, saltare su felici sulla vespetta cinquanta mooolto mooolto special e sussurrare ancora d'amore e correre a far colazione, noi due amanti un po' svestiti stretti sopra la sella (e sotto la sella, nascosti in un cartoccino, cinquanta carte qualita' mooolto mooolto special).

Ci sono anche giorni cupi come un urlo, lenti e vischiosi, i conti non tornano proprio in nessun modo, come quando alle scuole medie consegnavi i compiti di matematica su fogli protocollo fitti di geroglifici e cancellature, impreziositi da macchie di pizza e inchiostro di biro esplose per lo sforzo sovrumano di risolvere equazioni.
Ci sono anche i giorni storti in cui la musica va dispari, lacera piu' di quanto non unisca e la tua faccia e' un ghigno di ragazzo intossicato, occhi di lacrime e odio.
Ci sono anche i giorni in cui la vespetta cinquanta mooolto mooolto special ti porta dove non volevi tornare, tra facce sornione e un po' disperate a dire le stesse frasi a ruota, ridere nel vuoto, godere nell'essere persi, inutili, testuggini ribaltate e incapaci di riprendere a camminare.
Ci nuoto dentro, a questo sconvolgimento per nulla gioioso (mondo urticante dove essere sensibili e' colpa peggiore, meglio narcotizzarsi e perdere la capacita' di cogliere sfumature che tanto non potresti comunicare a nessuno).
Si sale sul tettoterrazza scrutando il parco sottostante e si aprono con cautela secolare le cinquanta carte qualità mooolto mooolto special, i modi del rito sono sempre quelli e li conosci a memoria passo per passo.

E sulla vespetta cinquanta mooolto mooolto special, bella dipinta di verde brillante come una vecchia macchina inglese da corsa smanetti senza pensare per le vie della città, l'orecchio attento alle poesie che il motore ubriaco canta attraverso la marmitta appositamente svuotata, e a ogni incrocio scegli dove puntare, case di amici case di amiche baretti conosciuti e non, a spegnere questa sete madida che non sai cos'e', ne' come si chiama. Sete che ti prende, comunque, a tradimento. E non sai piu' niente, tiri il motore al massimo e basta, col vento in faccia e il solito uragano caraibico dentro.
















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:26 |
 

Duel

Eye to eye stand winners and losers
hurt by envy, cut by greed
Face to face with their own disillusions
The scars of old romances still on their cheeks.
And when blow by blow
the passion dies sweet little death
just have been lies.
Some memories of gone by times would still recall the lies.

(chorus)
The first cut won’t hurt at all
The second only makes you wonder.
The third will have you on your knees
You start bleeding I start screaming.

It’s too late the decision is made by fate
Time to prove what forever should last.
Whose feelings are so true as to stand the test?
Whose demands are so strong as to parry all attempts?
And when blow by blow
the passion dies sweet little death
just have been lies.
Some memories of gone by times will still recall the lies.
























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:36 |


lunedì, settembre 01, 2003
 

Fotografie

Un azzurro scalzo in cielo
il cielo matto di marzo e di quel nostro incontro
al centro tu poggiata sui ginocchi
e il vento ed i capelli sui tuoi occhi...

Qui l'ombra cade giù dalla tua mano
un orizzonte di cani abbaia da lontano
tu aggrappata alla ringhiera
di una tenera e distratta primavera...

Pomeriggio lento e un po' svogliato
maggio è andato via... un dito sotto il mento
e gli uccelli fuggono infilando il verde
dove la città si perde...

Sopra un foglio di carta vetrata
luglio e tu sdraiata
tu sporca di baci e sabbia
a cercar le labbra smisurate dell'estate sulle mie...

In quest'altra stiamo insieme
e come ridi di gusto e fino a soffocarti
io stringevo agosto e te
bevendoti con gli occhi miei per non scordarti...

E ancora tu tra file di alberi
che cuciono colline di uva bianca
tu sei stata un giorno intero a bere vino
e un contadino col bicchiere in mano lì vicino...

Foglie arrugginite in fondo al viale
e nuove voglie e tu qui sei venuta male
la tua faccia un po' tirata
e una risata senza più allegria e incoscienza...

L'aria acerba della domenica mattina
sopra l'erba tu e lacrime di brina
guance colorate mentre sbucci
arance e stupide bugie...

Resta lì
non muoverti
sorridi un po'
adesso voltati...
Fai così
appoggiati
non dire no
amore guarda qui...

Gennaio e il fiato grosso scalda le parole
il sole andava giù cielo di marmo rosso
tu un po' nera contro quella sera
che scavava il nostro addio e scappava...

La pioggia fina salta sopra i marciapiedi
noia meschina e tu tu guardi ma non vedi
che è finita e tra le dita
non ci sono che fotografie...

Un azzurro scalzo in cielo
il cielo matto di marzo e di quel nostro incontro
al centro tu poggiata sui ginocchi
e gli occhi tuoi per sempre nei miei occhi
































































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:40 |
 

Questa volta ho programmato tutto. Mica come le altre volte che mi riducevo ad uscire dall'ufficio cinque minuti prima dell'appuntamento, afferrando un taxi al volo, cercando di rifarmi il rossetto e la riga sull'occhio tra una frenata e un semaforo rosso. Poi ti credo che i vestiti fighi del mio amico stilista rimangono incellofanati nell'armadio e le foto ricordo mostrano una sconvolta strazzatissima tra fighe perfettamente truccate e addobbate.

No. Questa volta no. C'è l'amministratore delegato e tutto il board del cliente, ho appena pagato due sacchi per il rifornimento semestrale dall'amico stilista: il nuovo vestito da cocktail rosso è uno sballo planetario e dato che ultimamente mi dimentico di mangiare ho anche quel look vagamente anoressico che fa tutta la differenza.

Alle diciannove e zerocinque spengo il computer e attacco il voice mail. Allora: adesso chiamo il taxi e mi faccio portare dal parrucchiere sottocasa che già mi aspetta per il ritocchino al capello e intanto mi faccio fare anche le mani e il trucco che tra tutto sembro il muro di Berlino a natale dell'89. Poi prenoto l'altro taxi per le otto e venti, così ho il tempo di salire su a rinfrescare l'ascella e cambiarmi come una vera signora. Metti pure che ci sia traffico, alle nove meno venti sono al Globe: dieci minuti di ritardo sono perfino politically correct.

Bel piano. Mi congratulo con me stessa mentre il numero del radiotaxi suona occupato. Faccio l'altro numero. Li faccio tutti. Tutti occupati. Che palle. Mi tocca andare a piedi fino al parcheggio di piazza Cavour. Vabbè. Scendo di corsa, apro il portone e mi trovo di fronte ad un megaingorgo. La settimana della moda è finita, lo smau inizia dopodomani, che cazzo succede anche oggi, incidente? Mi avvio a passo sostenuto verso piazza Cavour, controcorrente, tra file di macchine fumanti e solidamente statiche. Meno male che non ho trovato il radiotaxi, penso tra me e me, vuoi vedere che faccio prima così? Arrivo a piazza Cavour in scioltezza e mi assale una strana sensazione: c'è qualcosa che non va. Il parcheggio taxi è deserto: una bolla inquietante di vuoto all'interno di uno scenario apocalittico. La fermata del tram trabocca di persone accalcate ovunque. Intorno, tripla fila di macchine ferme e frementi. Clacson a tutto spiano e brontolio di motori. Come in un film del realismo dopoguerra appare un tram, 2 barrato, sembra uscito dallo sfasciacarrozze: è un modello vecchissimo, scrostato. Arranca faticosamente fino alla fermata e le porte si aprono come pustole eruttando gente. Gente appesa ovunque, braccia fuori dai finestrini, gente che cerca di entrare, lamenti soffocati, imprecazioni, sguardi da vitelli al macello. Mi si stringe la gola, non capisco. Guardo interrogativa alcuni rassegnati passeggeri in attesa del prossimo tram e percepisco, al di sopra del rumore assordante, la parola sciopero. Di colpo un velo della mia mente si squarcia e visualizzo il memo arrivato tra gli altri ventisette ieri mattina e subito rimosso: sciopero mezzi dalle 18 alle 22, domani. Cioè oggi. Cioè adesso.

Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo. Iniziava così anche porci con le ali, ma qui la storia è molto più pesante. Allora, piano b: annullare parrucchiere e correre a casa - a piedi, naturalmente e meno male che tra piazza Cavour e casa mia ci vogliono solo venti minuti. Mentre corro metto il redial a oltranza sul numero del radiotaxi dal cellulare, prima o poi ne beccherò uno. A casa: doccia, vestito, gel nei capelli, trucco. Le mani le faccio nel taxi mentre vado al ristorante, coll'ingorgo faccio anche in tempo ad asciugare la seconda passata di smalto.

Il piano b procede benissimo fino al taxi. Che non c'è. Alle otto e venti, docciata, inguainata, gellata, truccata e smaltata di fresco mi ritrovo in strada smanettando il cellulare come un'invasata mentre cammino. Il percorso più breve per Piazza Cinque Giornate sarebbe Morgagni-Pisacane-Fiamma, ma se voglio beccare un taxi ho più speranze con Buenos Ayres-Porta Venezia-Majno-Bianca Maria. Il traffico è ritornato normale, cioè incasinato ma almeno scorrevole. Nessun taxi in vista. Il radiotaxi sempre occupato. Aumento il passo, mi posiziono mentalmente sulla velocità 6.6 del runner, con il tubino di taffetà e i tacchi a spillo fa un effetto strano, soprattutto quando cominciano a sudarmi le ascelle. Slaccio il soprabito per aumentare la ventilazione interna, incrocio due marocchini rattrappiti dal freddo che rallentano e mi guardano a bocca aperta. Benvenuti a Milano, penso aumentando la velocità a 6.9. Porta Venezia è ingorgata: devo slalomare tra le macchine ferme e ormai ho perso la speranza di trovare utaxi, ma almeno lo smalto sulle unghie si è asciugato senza sbavature. Viale Majno è un'oceano scuro puntinato di rosso: quattro file di macchine ferme più la fila a scorrimento inverso dei lavori in corso. Sospiro, metto via il telefonino e aumento la velocità a 7.5 - cambio di passo da trotto a corsa. Sento che il tubino si sta alzando sulle cosce e provo perfino un brivido di sottile piacere masochista. All'altezza di piazza Duse l'orologio segna le nove meno dieci: vorrei piangere, ma non ho tempo, continuo a correre e a momenti inciampo in una macchina nera tipo bmw messa di traverso, a fari spenti. Dribblo imprecando e scorgo con la coda dell'occhio il guidatore intento in una concitata conversazione telefonica. 'Fanculo anche a te e alle tue telefonatine porno, penso acida e invidiosa del suo stato felicemente automobilista. Ma mentre doppio il muso interminabile dell'auto tipo bmw il tipo chiude il telefonino, abbassa il finestrino e urla "Scusa, Cinque Giornate?" Mi fermo fulminata. Mi giro, lo guar ammutolita. Lui ripete: "Piazza Cinque Giornate." Io urlo "Ci vado anch'io. Aspetta." Rifaccio la circumnavigazione del muso della tipo-bmw, apro la portiera, mi infilo dentro.
"Ti prego, portamici, è per di là."
"OK, basta che sai davvero come arrivarci." Bofonchia lui sconcertato.
"Certo che so come arrivarci! E' facilissimo! E' praticamente sempre dritto, dopo il terzo semaforo. Non sei di Milano?" evidentemente, dicono i miei occhi.
"Sì, certo, ma di un'altra zona." Dice lui sempre meno convinto e avvia il motore. Ci immettiamo nella coda che ha iniziato a muoversi. E' incredibile, è pure figo: bruno, occhi neri, non più di trentacinque anni, tipo agente o venditore. Visibilmente disorientato dalla mia aggressività: sicuramente si chiede che razza di pazza sono e in che razza di guai si è ficcato. O forse sta pensando quello che sto pensando io e cioè … no, va là, che idee.
Sorrido e mi affretto a chiarire: "Di solito non salgo sulle macchine degli sconosciuti, ma questa è un'emergenza. Con lo sciopero dei mezzi non c'è un taxi in tutta Milano e io avrei dovuto essere là venti minuti fa." Lui sorride e mi guarda. Mi sa che stiamo pensando la stessa cosa. Ma dice. "E' una cena?", annuisco.
"Di lavoro. Tutto lo stato maggiore del cliente. E io in ritardo." sorrido ancora. Noto per la prima volta che il tubino è scivolato indietro fino al bordo delle autoreggenti. Lascio? No, dai, non esageriamo. Tiro giù con discrezione.
"Che lavoro fai?" chiede ancora lui, credo per rompere il silenzio che si sta facendo imbarazzante.
"Pubblicità e tu?"
"Vendite immobiliari." Ci avrei giurato. O quello o agente di commercio.
"Ah, sei un agente allora. Che ditta?"
"Case Milano."
Peccato. Se era Tecnocasa gli attaccavo un bottone sull'agenzia di via Porpora che mi aveva venduto le case. Come se mi leggesse nel pensiero rilancia la conversazione.
"Pubblicità quale?"
"Quella che vedi in TV, sui giornali, sui poster. Come questa qui. Ecco, questo è un cliente dell'agenzia in cui lavoro."
Adesso è impressionato.
"E tu vai a cena con questi qui?" dice incredulo.
"Sì, al Globe. Quello in cima al Coin."
"Ah già …" fa lui, ma evidentemente non ha la più pallida idea di che cosa sto dicendo. Rilancio io, con il sorriso più bastardo del mio repertorio abbinato alla voce da charmer.
"Ma tu sei un vero angelo. Adesso credo nell'esistenza di dio. Senza di te non ci sarei mai arrivata."
Lui sorride. Eddai, cazzo, chiedimi come mi chiamo, dove lavoro, chiedimelo! Fra trenta secondi esco da questa macchina e dalla tua vita.
"Ecco: terzo semaforo, questa è piazza Cinque Giornate, qui c'è il Coin, io sono arrivata. Fermati pure." Dico allegramente. Lui esegue come un automa, è totalmente smarrito. Ma quanta strada pensava di dover fare? Li sa contare i semafori? Apro la portiera e scendo. Lui mi guarda, si sporge verso di me e dice in fretta.
"La Besana. Sai dov'è la rotonda della Besana?"
"Certo. E' qui avanti. Vai sempre dritto, non puoi sbagliare. La vedi per forza: è tonda, è per quello che si chiama rotonda."
"Ah, OK." Dice guardando dubbioso nel buio puntinato di rosso e verde.
"E grazie un casino. Davvero." Dico col sorriso bastardo.
"Di niente. Buona cena."
"Anche a te."
Chiudo la portiera e schizzo sul marciapiede: corro verso la porta del Globe senza voltarmi, chiamo l'ascensore. Mi riaggiusto le calze, il tubino, il soprabito. OK, adesso basta. Tra nove piani c'è il mio cliente e la cena. Fine della parentesi surreale, back to business.

Però è stato carino. Magari al ritorno lo rifaccio.





























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:00 |


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