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mercoledì, ottobre 29, 2003
| Modigliani e la politica economica |
Tommaso Padoa-Schioppa  |
Per circa trent'anni, Franco Modigliani è stato l'economista che ha esercitato maggiore influenza sulla politica economica italiana. Influente nel modo più pieno che si possa concepire per una società democratica: verso la comunità scientifica, la gente comune, la classe dirigente. È stato punto di riferimento critico della professione accademica; ha formato molti dei migliori economisti oggi in cattedra; ha dato un controllo e una misura di qualità alla produzione scientifica italiana. È stato, poi, colui che sapeva spiegare al cittadino attento che cosa doveva essere fatto e che cosa doveva essere evitato nel governo dell'economia, spesso persuadendolo di verità spiacevoli; l'impiegato, il piccolo imprenditore, l'operaio, lo capivano e avevano fiducia in lui. È stato, infine, l'interlocutore e il consigliere dei potenti, di coloro che conducevano la politica economica, quali ministri, sindacalisti, industriali, banchieri centrali. Su tutti questi fronti egli era – pur lontano - presente, attento e vicinissimo.
Tre filoni di influenza
Gl'interventi attraverso i quali si esercitò l'influenza di Modigliani sulla politica economica italiana possono essere divisi in tre grandi filoni: politica monetaria e cambio (dalla consulenza alla Banca d'Italia, alle questioni del Sistema monetario europeo e dell'Unione monetaria); politica fiscale e di bilancio (tassa da inflazione, calcolo di debito pubblico e disavanzo, debito pubblico, pensioni); politica dei redditi e mercato del lavoro (scala mobile, inflazione, indicizzazione e inflazione programmata, flessibilità e occupazione). Tentiamone una breve rassegna, nella quale, per tema di dimenticarne qualcuno, ometteremo di moltissimi nomi di chi gli è stato, di volta in volta collaboratore o co-autore.
Politica monetaria: Modigliani portò in Italia la concezione avanzata della politica monetaria che caratterizzò il Governatorato di Carli e formò la generazione degli economisti cresciuti in via Nazionale negli anni Sessanta e Settanta. Egli guidò l'elaborazione del primo modello econometrico della Banca. Successivamente, fu preziosissimo interlocutore di chi disegnava e attuava il passaggio da strumenti amministrativi a strumenti di mercato nella conduzione della politica monetaria. Scala mobile e indicizzazione salariale: fu Modigliani a denunciare e a dimostrare gli effetti perversi quando farlo era ancora scandaloso intellettualmente, socialmente e politicamente. Sistema monetario europeo: fu Modigliani nel 1978 a spiegare perché l'Italia dovesse entrarci, quando gran parte del mondo accademico e perfino la Banca d'Italia esprimevano forti riserve. Salari e inflazione: Franco Modigliani fu instancabile nell'esercizio del persuadere gl'italiani - e, innanzi tutto, politici, imprenditori e sindacati - della necessità di fermare la corsa dei prezzi e suggerì, quale metodo, di riferire gli accordi salariali all'inflazione programmata anziché a quella realizzata. Inflazione e risanamento di bilancio: fu Modigliani a mostrare come, usando un metodo contabile che tenesse correttamente conto della crescita dei prezzi, il risanamento dei conti pubblici italiani non fosse quell'impresa impossibile che molti ritenevano e come esso richiedesse innanzi tutto l'abbattimento dell'inflazione. Inoltre Modigliani sostenne che l'effettiva situazione patrimoniale dello Stato italiano non era correttamente rappresentata, se non si consideravano, oltre alle poste passive (il debito pubblico), quelle attive (la ricchezza dello Stato: dalle imprese pubbliche ai beni del demanio). Ne deduceva che il problema del debito era impropriamente drammatizzato, anche se ammetteva che quelle poste attive erano ardue da valutare e non meno ardue da liquidare. Sistema pensionistico: i problemi del sistema pensionistico italiano furono seguiti da Modigliani con vera passione per molti anni e fino a poche settimane fa. Erano al cuore del suo lavoro scientifico sulla teoria del risparmio e della finanza, ma anche vicini alla sua sensibilità sociale. Di qui i suoi specifici suggerimenti sul passaggio dal sistema a ripartizione a un sistema a capitalizzazione (e su come farlo). Dei qui la sua indicazione che la liquidazione (il cosiddetto Tfr), era non solo un'anomalia tutta italiana, ma anche una ricchezza che andava investita per usarne il rendimento in sostituzione di parte delle pensioni fondate sul sistema a ripartizione.
La passione civile di un grande economista
"Economia politica" è locuzione ormai antica che nasce quasi insieme con la scienza economica. Politica economica, invece, è locuzione recente non priva di qualche ambiguità: la scienza economica dovrebbe qualificare la politica e non viceversa. L'incontro tra la politica e l'economia spesso è più felice quando, nonostante l'incontro, la distinzione rimane forte. Si pensi alla collaborazione tra De Gasperi ed Einaudi o quella fra Adenauer e Erhard o ancora alla determinazione nel volere la moneta europea di due politici puri come Mitterrand e Kohl. Ci possiamo chiedere, allora, quali elementi si siano combinati nella misteriosa ricetta che ha fatto di Franco Modigliani una figura così influente nella politica economica italiana. Il primo è senz'altro l'elevatissima qualità intellettuale e scientifica. Samuelson gli ha dato la palma di più grande macro-economista del nostro tempo. Gli interventi di Modigliani nella politica economica non erano mai privi di fondamento teorico, né scissi dalla sua opera attiva di scienziato. Le sue prese di posizione sulla politica economica erano in genere accompagnate e sostenute da contributi scientifici che elaboravano e argomentavano le sue tesi di politica economica in chiave analitica. In secondo luogo il senso della realtà, di cui l'analisi empirica e la conoscenza dei fatti erano il primo, ma non il solo aspetto. Chi ha conosciuto Modigliani sa quanto lunga fosse la fase dell'informazione, quanto incessante il suo domandare, quanto accurata fino alla pedanteria l'analisi dei dati. La conoscenza dei fatti si estendeva alle istituzioni, alle procedure, alle leggi, alle motivazioni, alle parti sociali ed economiche. Queste qualità, indispensabili al buon economista anche quando egli non esce dal mondo della ricerca per avventurarsi in quello della politica economica, in Franco Modigliani erano eminenti. In terzo luogo, l'indipendenza dal potere. L'economista, certo, può assumere direttamente la veste del politico: si pensi a Luigi Einaudi o, più recentemente, a Larry Summers. Ma se non compie un tal passo e resta consigliere, ispiratore, persuasore, l'indipendenza dal potere è non meno indispensabile della capacità di dialogo. La totale indipendenza di Franco Modigliani ha contribuito tanto quanto la sua qualità scientifica a conquistargli il rispetto degli interlocutori, soprattutto nei momenti in cui il disaccordo con essi era massimo. Nessuno - persona, istituzione o partito - poteva illudersi di arruolare Modigliani tra i suoi. Lo trovava oggi al suo fianco, domani suo acceso avversario, con identico spirito d' indipendenza, vigore polemico e senso di rispetto. Per l'intellettuale che voglia porsi in rapporto col potere, e forse in special modo per l'economista, la completa indipendenza dal potere è, forse, uno strumento; ma è, ancor più, un'etica. Poi ancora, la capacità di farsi capire e di persuadere. Ricordiamo la concretezza degli esempi, la capacità di semplificare teoremi complessi per renderli comprensibili a tutti, il suo considerare qualunque interlocutore (primo ministro o cameriere d'albergo) ugualmente bisognoso e capace di capire. Decenni dopo aver lasciato l'Italia uscivano dalla sua bocca semplici e forti parole italiane che vengono direttamente dal Dante o Manzoni. Il giorno del Nobel spiegò con grande chiarezza al telegiornale, nel minuto e mezzo datogli dall'intervistatore, la teoria del ciclo vitale del risparmio che gli aveva valso il premio. Infine, la passione civile, molla indispensabile per curarsi della cosa pubblica senza ricerca del tornaconto personale. Quando si occupava di questioni italiane, Modigliani aveva la passione civile di un italiano; e molti conoscono la rapidità con cui, nel suo discorrere, il pronome "noi" cessava di riferirsi agli americani per significare "noi italiani". Era, ancor più profondamente che un mai spento sentirsi italiano, una passione di uomo per la civitas. Egli l'aveva a Washington quando parlava al Congresso, a Madrid quando discuteva di politica economica spagnola, o a Francoforte quando criticava la politica monetaria della Bundesbank.
Ci vorrà tempo per misurare appieno che cos'ha significato Franco Modigliani per la politica economica italiana. Ma prima che a questo bilancio si accinga uno storico, sarebbe giusto che chi ha avuto esperienza diretta della sua opera e della sua influenza raccogliesse i propri ricordi e rendesse testimonianza.
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Franco Modigliani e' stato l'economista che ha esercitato maggiore influenza sulla politica economica italiana. I suoi interventi hanno determinato scelte fondamentali di politica monetaria, politica fiscale e politica dei redditi. Tutto cio' grazie naturalmente alla sua elevatissima qualita' intellettuale e scientifica. Ma anche per il senso della realta' e la capacita' di farsi capire e di persuadere. E per la totale indipendenza dal potere. Soprattutto pero' e' stata la sua passione civile a farne una figura di riferimento per i potenti come per la gente comune.
domenica, ottobre 26, 2003
Cinema, Pamela Anderson malata: non arriverò alla vecchiaia
"Penso di avere ancora dieci anni di vita, forse quindici se sarò fortunata". Lo ha detto l'attrice Pamela Anderson, 36 anni, affetta come detto da lei stessa, da Epatite C.
26 ott 15:56 Milano: vuole giocare con la tigre al circo, finisce in ospedale
MILANO - Un uomo di 39 anni, probabilmente ubriaco, ha cercato di giocare con una tigre in gabbia del Circo di Moira Orfei ed e' stato ferito gravemente da alcune zampate. L'uomo, polacco, e' amico di uno dei dipendenti del Circo. Ha il braccio sinistro squarciato, un buco sul torace, all'altezza della spalla sinistra e graffi sul petto.
Una volta si diceva che il matrimonio è la tomba dell'amore. Secondo una nuova teoria il matrimonio è anche la tomba di ogni forma di genialità creativa, una gabbia, una trappola, una scelta che tarpa le ali a ogni uomo d'ingegno, lo mette in pantofole, lo intorpidisce, lo frena. Vero? Falso? A sostenere questa teoria è uno studio condotto su centinaia di uomini illustri: scienziati, pittori, musicisti, scrittori e, curiosamente, anche criminali, per i quali scatterebbe lo stesso identico meccanismo. Gli uomini raggiungono i loro maggiori successi, hanno le loro intuizioni di genio, in età giovanile, fra i 20 e i 30, nei primissimi anni di matrimonio e ancora di più se restano (o tornano) single. Alla radice di questo sensibile calo di produttività vi sarebbe un calo nel livello di testosterone, che coincide con il matrimonio e che invece torna a risollevarsi in caso di divorzio. Le donne, al contrario, mostrano un andamento costante nella propria realizzazione, del tutto indifferente alla curva ormonale.
I risultati di questa ricerca, dal titolo "Perché la produttività diminuisce con l'età, la connessione crimine-genio", sono stati pubblicati dal Journal of research in personality e recano la firma dello psicologo Satoshi Kanazawa (40 anni, sposato), ricercatore all'Università di Canterbury, Nuova Zelanda, e alla London School of Economics. "Una persona che non ha dato il suo grande contributo alla scienza prima di aver compiuto trent'anni non lo darà mai": partendo da questa affermazione di Albert Einstein (che elaborò la teoria della relatività a 26 anni), Satoshi Kanazawa ha esaminato e comparato le biografie di 280 scienziati, molti premiati con il Nobel, 719 musicisti, 739 pittori, 229 scrittori più un numero imprecisato di criminali. In tutte le categorie si ripetono le stesse dinamiche. Sposarsi significa dire addio, più che alla carriera, all'illuminazione del genio, affinato e tenuto in esercizio per conquistare una compagna e assicurarsi la migliore progenie possibile. Dopo, il nulla, o quasi. La vecchia storia della lotta per la sopravvivenza. I matematici in particolare, superati i 25 anni, sembrano refrattari a qualunque lampo di genio, specie se sposati. L'età che rappresenta il picco della creatività - attorno ai trent'anni - è la stessa sia per gli scienziati che per gli artisti. Una creatività che sembra bloccarsi e segnare il passo in caso di matrimonio, tragicamente addomesticata.
Uno scienziato su quattro, se sposato, non fa più nessuna scoperta di rilievo dopo i primi cinque anni di matrimonio, anzi, tende a fermarsi del tutto. Invece uno scienziato su due, fra quelli che non sono sposati, continua a utilizzare e ad aguzzare il proprio ingegno con risultati più che lusinghieri fino ai 50 e anche ai 60 anni. Soltanto un magrissimo quattro per cento degli scienziati coniugati ha una qualche intuizione di rilievo in età matura. Sposarsi e anche mettere al mondo dei figli sembrerebbe dunque un grave impedimento al genio. La categoria più colpita, secondo questa ricerca, sarebbe quella dei chimici. Quanto ad Einstein, è vero che pubblicò la teoria della relatività quando aveva appena 26 anni, ma è anche vero che al suo fianco, a fornirgli un aiuto anche di rilievo scientifico, c'era la moglie Mileva Marcovic, sua ex compagna di corso al Politecnico di Zurigo, dalla quale si affetterà però a divorziare non appena baciato dal successo.
Così fluttua il testosterone. Criminalità e genio hanno un elemento in comune, conclude la ricerca: entrambi vengono depressi dal matrimonio. "Mettere la testa a posto" per un rapinatore ha probabilmente un significato diverso di quello che ha per un fisico nucleare. I risultati tuttavia sono gli stessi: il matrimonio redime e insieme ottunde, il genio si appanna in una categoria, quella dei delinquenti, che vede la massima esplosione di iniziativa in età estremamente giovanile, se non addirittura nell'adolescenza.
La Valle d’Aosta perde uno dei suoi figli più illustri. È infatti deceduto all’età di 82 anni Giulio Dolchi, capo partigiano, per molti anni Sindaco di Aosta e poi, Presidente del Consiglio regionale. Protagonista assoluto della vita civile e politica valdostana, Dolchi, da tutti ricordato come Dudo, suo nome di battaglia, dopo l’8 settembre sceglie la strada della Resistenza, fino a diventare giovanissimo capo partigiano. Con la Liberazione, dà vita alla sezione regionale dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani), di cui sarà al lungo presidente, e intraprende una lunga carriera politica, nelle fila del Partito Comunista. Nel 1946 è eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Aosta, carica che mantiene fino al 1949. Nel 1948 il giornale «Le Travail - Il Lavoro», periodico del PCI, che nel corso dei decenni si trasformerà nella voce dell’area progressista e autonomista della regione. Nuovamente eletto in Municipio il 16 giugno del 1952, Dolchi resterà ininterrottamente nei banchi del Consiglio fino al 12 giugno del 1968. È Sindaco del capoluogo di regione dal 21 ottobre 1954 al 13 maggio 1966. Sono anni difficili, da una parte si avviano le grandi opere che cambieranno il volto della regione, dall'altra l'immigrazione dal sud Italia e la necessità di adeguare servizi e infrastrutture, rende il lavoro del primo cittadino faticoso e sempre in prima linea. Non è un caso che Dolchi, rimarrà nel cuore di molti cittadini del capoluogo «il Sindaco». L’attuale Sindaco di Aosta, Guido Grimod, commenta così la scomparsa del suo predecessore: «Esprimo profondo cordoglio per la perdita di una persona che, nel periodo in cui ha avuto la responsabilità dell’Amministrazione comunale, si è distinta per la sua statura morale, nonché per le doti di equità, di tolleranza e per la visione cosmopolita nella gestione del Comune di Aosta». Infatti, Dolchi, oltre a ben amministrare la sua città, vuole dare un concreto contributo alla pace e fonda, insieme con altri, la Federazione Mondiale delle Città Unite. Organizza convegni mondiali, favorisce gemellaggi tra amministrazioni dell'occidente e del terzo mondo, tra città al di qua e al di là della cortina di ferro. Terminata l’esperienza comunale è eletto, nel 1968 in Consiglio regionale, dove resterà ininterrottamente per 24 anni e cinque legislature. Dal luglio 1973 al gennaio 1975 è Presidente del Consiglio Valle, carica che ha poi anche ricoperto dal dicembre '77 al luglio 1983 e successivamente dal luglio 1990 al gennaio '92. Ego Perron, giovane Presidente del Consiglio regionale, ricorda commosso: «La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nella vita politica valdostana. Durante la sua lunga attività istituzionale ha saputo coniugare le doti di comunicatore e di uomo al di sopra delle parti, interpretando il ruolo di Presidente dell'Assemblea regionale con grande senso civico e rispetto dei ruoli. E stato uno dei personaggi che ha fatto la storia e la politica della nostra Regione dal dopoguerra e fino ai giorni nostri, fedele ai suoi ideali che ha sempre espresso pacatamente, grazie a quella capacità di dialogo che ha contraddistinto la sua esistenza». Concluso l’impegno nelle istituzioni valdostane, Dolchi non abbandonerà comunque la politica attiva, continuando a impegnarsi nella vita del partito e seguendone l'evoluzione dal PCI al PDS e poi ai DS. Negli ultimi anni Dolchi ha ricoperto la carica di Presidente onorario dei DS. «Dudo - sottolinea Giovanni Sandri, Segretario regionale della Gauche Valdôtaine - si è sempre speso affinché nella nostra regione si sviluppasse una sinistra radicata nella storia autonomista, capace al tempo stesso di cogliere tutti i mutamenti in atto. La difesa del bilinguismo e delle prerogative statutarie, sono sempre state al centro della sua azione di amministratore e di politico, che ha conosciuto una Valle d'Aosta povera e ferita dalla guerra e di cui ne ha contribuito il pieno riscatto, per farla diventare ciò che oggi è: una terra prospera, ben governata dai partiti e movimenti autonomisti e di sinistra».
Mi aveva già colpito, di Veronica Lario, l’intervista rilasciata a MicroMega. Nello stesso momento in cui il marito abbracciava la guerra, lei nell’intervista si dichiarava apertamente contro la guerra. Un fatto che ha contribuito ad aumentare la mia stima verso di lei così appartata, così per nulla first lady. Lei che arriva a pronunciare quelle parole contro la censura in assoluto e in particolare contro quella paventata nei confronti del lavoro di Dario. C’è coerenza nei suoi comportamenti. Era andata a teatro con un’amica. Mi ha ricordato il presidente donna della Finlandia, che tranquillamente andava a teatro con il marito e con una segretaria. Questa, facendo un confronto con le consuetudini di altre first lady, è una cosa insolita, è un punto a suo favore, magari c’era la scorta ma nessuno l’ha vista. La seconda cosa che mi è venuta in mente è che io ho sempre avuto nei riguardi di questa signora - non vorrei passare per una piaggiona, non lo sono mai stata - una sorta di simpatia, forse perché proveniva dal teatro. La sua storia è la storia di una donna che si infila nella favola del principe azzurro che arriva a cavallo. Ma faceva l’attrice, era bellissima. È una donna la cui storia di attrice potrebbe somigliare, con le dovute proporzioni, al Nobel per Dario. Da attrice è diventata first lady così come Dario da attore-autore è stato insignito del premio Nobel. Per me è estremamente delicato parlare di lei. Voglio dire che mi appare una donna con la D maiuscola. Mi spiego: mi ha molto disturbato, mi ha offeso sentire Berlusconi in televisione dire al primo ministro danese: «lei è più bello di Cacciari, la presenterò a mia moglie... povera donna..». Non mi sono permessa di scriverle ma l’istinto è stato quello di esprimere tutta la mia solidarietà. Allora, lo ripeto, mi sono sentita veramente offesa come donna. Questa signora io non so come fosse da ragazza, ma diciamo che è una donna molto cresciuta, dimostra cultura e intelligenza, dimostra apertura e tutto questo non si trova al mercato, è un bene prezioso. È una donna che sicuramente si è presa degli spazi e li ha riempiti, sono tante le cose positive che ha fatto, ma io penso soprattutto alla sua dignità. E si è esposta per difendere un principio di democrazia in un momento in cui proprio i princìpi di democrazia vengono calpestati. A proposito del nostro lavoro in programma al Piccolo, quello che ha procurato a Escobar una serie di odiose pressioni preventive, il consiglio di amministrazione del teatro ci ha chiesto di leggere il testo prima di darci la possibilità di andare in scena. Una richiesta che nessun teatro stabile o comunale o privato in Italia o all’estero ha mai fatto ad alcun autore e tantomeno a Dario.
giovedì, ottobre 23, 2003
Shadows grow so long before my eyes And they're moving across the page Suddenly the day turns into night Far away from the city
But don't hesitate Cause your love won't wait Ooh baby I love your way, everyday I wanna tell you I love your way, everyday I wanna be with you night and day
The moon appears to shy and light the sky With the help of some fire fire I wonder how they have the power to shine Shine, shine, shine Well I can see them under the pine (Repeat *)
Ooh baby, oh baby please Everyday…yeah…yeah
I can see tne sunset in your eyes Brown and grey, and blue besides Clouds are stalking island in the sun I wish I could be one, out of the season
martedì, ottobre 21, 2003
"IL RIGORE più fantastico di cui abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto". Incomincia così Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano, il grande scrittore argentino scomparso nel '97. E' il racconto di un calcio di rigore durato una settimana. Esattamente dal momento in cui venne fischiato contro la Estrella Polar a tempo scaduto da un arbitro pusillanime a quando venne battuto dall'attaccante del Deportivo Belgrano la domenica successiva. Quella settimana infinita di mezzo, nella quale nessuno potè fare a meno di pensare a quel rigore e di calibrarvi il proprio destino, fu dovuta a motivi di ordine pubblico. Poiché fu tale e tanta la confusione sugli spalti per quella palese ingiustizia che dovette intervenire l'esercito per calmare i tifosi dell'Estrella e rispedirli a casa.
Di riprendere a giocare neanche a parlarne. La posta in palio era troppo alta per affidarsi a un giudizio senza appello come un rigore per di più a tempo scaduto. Perché in quel momento, prima del rigore, l'Estrella, squadra da sempre di bassa classifica, stava coronando una stagione miracolosa: aveva un punto di vantaggio sul Deportivo, da sempre campione. E quella era l'ultima giornata di campionato. Per dilemmi molto meno pesanti nel calcio ci si è affidati a soluzioni molto più sfumate. Così il tribunale della Lega decise di far giocare i venti secondi restanti della partita dopo una settimana. In pratica di far tornare le squadre in campo, far tirare il rigore e chiudere la vicenda.
Fine della premessa. Salto di tempo e di spazio. Siamo in Spagna, è il 7 ottobre del 2003. Il racconto di Soriano si ripete identico, ma nella realtà. La partita è tra Castellon e Valencia, incontro valido per i 32esimi di finale della Coppa del Re. Le squadre sono sull'1-1 all'81'. L'arbitro Tellez Sanchez fischia un rigore in favore del Valencia. Soriano descrive così quello che accade al suo arbitro, Herminio Silva ("un epilettico che vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro"): "Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché l'ala destra dell'estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con un pugno sul naso".
Più semplicemente, recita l'agenzia di stampa spagnola, che a Valencia Sanchez "è stato colpito e ferito alla testa da un pezzo di seggiolino lanciato dagli spalti". Il risultato è identico: partita sospesa.
E così eccoci qui, due settimane dopo. Come vuole il regolamento spagnolo, le due squadre domani sera si ritroveranno in campo (stadio Castalia a porte chiuse) per riprendere la partita esattamente da dove era stata interrotta: nove minuti da giocare a partire dal rigore in favore del Valencia. In mezzo due settimane.
Fortuna che Soriano ci aveva già pensato a risolvere enigmi come questi: che cosa c'è tra il fischio che assegna il rigore e il tiro? E' possibile immaginare quel breve istante fischio-rincorsa-tiro-incognitaX e dilatarlo per sette giorni? Che cosa pensano i due protagonisti principali, chi lo dovrà tirare e chi lo dovrà parare?
Nel racconto di Soriano il portiere Gato Diaz rischia la follia pensando all'attaccante del Deportivo Constante Gauna. "Constante li tira sempre a destra. Ma lui sa che io so. Sì, ma io so che lui sa. No, lui sa che io so che lui sa". Pensieri da stare sveglio la notte, sette notti. Una fissazione che tutto il paese gli ricorda: "Lo parerai?", gli chiedono tutti.
E l'attaccante? Vaglielo a spiegare a un calciatore professionista che, come diceva De Gregori, non bisogna aver paura di tirare un calcio di rigore "perché non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore". Lo tiro a destra? Lo tiro a sinistra? Mi butto a destra? Lo tira sempre lì. I quindici giorni sono quasi passati, il momento del tiro si avvicina. L'arbitrò fischierà di nuovo in uno stadio vuoto. Uno tirerà, l'altro cercherà di indovinare da che parte buttarsi. Constante tirò a sinistra.
Guarda, è arrivato Davide" dice Annapaola, e io guardo più o meno ad altezza metroesessantacinque-metroesettanta in cerca del primo Davide che mi viene da associare ad Annapaola, vale a dire Davide Toffolo. Poi alzo lo sguardo per sbaglio e capisco di che Davide sta parlando.
Non ci vediamo da quindici anni e siamo un po' invecchiati, per cui ci vuole un momento per riconoscerci: lui era quello che a sedici anni tutte si volevano limonare. Io ero quella che a sedici anni nessuno si sarebbe limonato neanche pena gravissime torture. Mi sa che è la prima volta che ci parliamo senza che uno dei due stia crepando dall'imbarazzo di farsi vedere con la sfigata del paese. Mi chiede se studio. "No," dico io "lavoro, mi sono laureata quattro anni fa. Fai due conti..." "Perché, abbiamo la stessa età, io e te?" "Beh, sì. Siamo andati anche a una cena di 'classe' insieme." "Non è che ci conoscessimo molto."
No, non ci conoscevamo per niente, nonostante tu sia stato a un certo punto con la mia "migliore amica", nonostante frequentassimo le stesse persone, gli stessi giri, gli stessi posti, in un paesino come Casarsa dove tutti conoscono tutti. Non ti ricordi di me perché ero Visitors, l'invisibile.
Poi la serata passa, ballo in mezzo a cinquanta mod tutti in divisa d'ordinanza sixties a una festa sixties dove però non mettono i Kinks. I Kinks sono troppo sexy per le feste mod. In Your Really Got Me si sente il taglio nell'amplificatore della chitarra, la canzone suona sporca, non elegante come i pezzi Motown che girano tutta la sera. Tutto molto stylish. Tutto molto asessuato. Ragazze in minigonna a disegni geometrici e stivaletti. Tagli a frangetta. Fred Perry. The Italian Job versione originale proiettato sullo sfondo. È una tribù che balla e si compiace dei suoi simboli.
Quando me ne vado saluto Davide, che è davanti alla porta. "Oh, alla prossima, speriamo di vederci con più calma!" Frase di circostanza che non vuol dire un cacchio, difficile che ci rivediamo se non per caso: ma se penso che quindici anni fa non gli sarebbe uscita dalla bocca neanche per sbaglio, direi punto, set e match per me. E poi dicono che i sedici anni sono l'età più bella.
La nostra dirimpettaia, vedova dal buon lascito, temperamento da far raffreddare al minimo avvicinamento e incline a trasmettere un'inquietante sensazione di confusione mentale, da tempo divideva la casa con delle polacche, che ordinava addirittura su Internet con invidiabile disinvoltura tecnologica per una della sua età. Queste mostravano pochi ma stabili tratti comuni: poverissime e destinate ad una considerazione molto prossima allo zerbino, si esprimevano soprattutto con vitrei occhi tristi e sorrisi coltivati e, se davi loro un pò d'attenzione, non mancavano di mostrarti serie infinite di foto sgualcite di parenti, amici, animali, vicini ed ex vicini. Settecentomila in nero al mese, centellinato il vitto, passabile l'alloggio, domenica mattina di smog libero e mare con divieto di balneazione per precedenti casi di epatiti. Nessuna si era trattenuta più di due mesi. Una mattina di Scirocco particolarmente impertinente, dopo una settimana dalla fuga dell'ultima col nostro macellaio di fiducia, citofonò l'Eccezione. La giovanissima B. non intendeva affatto tornare in Polonia, non cercava un marito italiano che la mantenesse o un qualsiasi altro che l'impalmasse, né tantomeno aveva figli al di là delle Alpi. Però, l'idea che un giorno avrebbe potuto sfornare prole e torte sotto un cielo che si commuoveva di rado (e il cielo, di certo, c'era) le aumentava il già costante buonumore. Perché B. era costantemente, radiosamente, patologicamente gaia e, come la tenera e forse squinternata eroina di E.H. Porter, cercava, scopriva e, soprattutto, inventava di sana pianta, il risvolto positivo di ogni situazione. E anche se entrambi sguazzavamo nel più bieco cinismo, ci piaceva. Amava la lingua italiana e leggeva ogni cosa le capitasse sotto mano, non mostrava reliquie né occhi rossi e, soprattutto, conosceva almeno di nome Kristof Kieslowski... I suoi pochi affetti vivevano a 20 km da lei: la madre aveva sposato un maturo carpentiere del luogo che, a sua volta, procurava anziani a B. e al fratello gemello. Con insolente insistenza, eravamo riusciti solo a sapere che la madre badava alla casa, che il patrigno era una gran lavoratore e che l'amava come una figlia. D'altronde, non aveva mai conosciuto il padre naturale e l'avevano convinta che non s'era persa niente. Tutti e tre trascorrevamo insieme un paio d'ore quasi ogni mattina, trascinandola fuori per una passeggiata o da noi, quando per il donnone era il tempo della messa radiofonica e/o televisiva e dei conti. Poi la vicina tornava con ancor più trasporto ad impartire ordini e noi, puntualmente, ci dileguavamo. La fine del periodo estivo coincideva per me con un viaggio di un mese e mezzo alla scoperta di Belgio e Olanda o, per dirla con lo stucchevole pieghevole su cui io e alcune amiche avevamo trovato l'itinerario più economico, "per cogliere in ogni dettaglio la flamboyante anima flamande, per comprenderne l'indomito orgoglio". Posta così, qualsiasi parente avrebbe contribuito all'alta impresa... Il giorno della mia partenza, dopo interminabili visite per racimolare il più possibile, andai a salutare B. e, per la prima volta, mi apparve triste. Ci gettammo sconfortate l'una verso l'altra, ma con intenti motori diversi: io per abbracciarla e baciarle le guance, lei per afferrarmi le mani e stringerle. La buffa impasse ci permise di non commuoverci.
Ecco. Terminato! Tolgo l'ultima macchia sul tavolo della cucina. Prendo dall'armadio della camera un vestito rosso. Elegante, sobrio. Il mio colore preferito. Mi controllo la biancheria intima. Impeccabile. Indosso l'abito rosso che cade elegantemente fasciandomi il corpo. Tutto a posto. Sono pronta. Bene. L'appuntamento è con lei: la signora pallida, esile come l'espirazione di un malato terminale. Nel cervello mi turbinano mille visioni: la finestra… l'asfalto… un corpo simile a una bambola di pezza spiaccicato sull'asfalto in una posa innaturale. Macchie di sangue… mescolato a… Ah, ecco. Devo fare pipì. È la mia ultima rappresentazione. Tutto deve essere perfetto. Attrice di una commedia inconsapevolmente creata e inconsapevolmente vissuta. Ora sono pronta per davvero! Mi sporgo dal davanzale e guardo giù. Sotto alcuni arbusti. Rivedo la bambola di pezza spiaccicata sull'asfalto con il viso arabescato da graffi. Brrr... mancanza di dignità! Taci, grido alla mia immagine nello specchio. Riguardo di sotto. Rientro e mi affaccio all'altra finestra. Dalla parte dei garage. È ancora più alto da qui. I micromuscoli agiscono sui bulbi piliferi rizzando la peluria sulle braccia. La signora è proprio lì, pallida, davanti ai garage. Non fare la vigliacca. La mia immagine mi ha seguito fin qui. Piantala! Le sibilo fra i denti. Salgo sul davanzale. Per un attimo mi immagino l'espressione del proprietario del garage di sotto non appena mi vedrà spiaccicata come una frittella davanti alla sua porta ribaltabile. Soffro di vertigini. Scendo. E una smagliatura scende anch'essa lungo tutto il collant. Accidenti! Devo cambiare le calze. Il decoro conta. Anche dopo morta? Accidenti, sì! E stattene zitta! Il palmo delle mani è sudato, mentre infilo velocemente le calze nuove. La spazzatura… devo pensare alla spazzatura… Stai cercando scuse… La mia immagine continua a rompere. Stai zitta! Butto il sacchetto di plastica nella colonna immondizie. Squilla il telefono. Non rispondere. Vuoi stare zitta? Alzo la cornetta. Hanno sbagliato numero. Piantala!!! E questa volta lo grido rivolta al soffitto bianco. Qualcuno lassù sembra si dia da fare per darmi la possibilità di ripensarci. Ho trovato! Prenderò una sedia così avrò il davanzale a livello degli stinchi. Basta perdere l'equilibrio e… viaaaaaaaa… Salgo sulla sedia mettendo i piedi ai lati per non sfondare i delicati incroci di paglia. Come essere in piscina. Su un trampolino. Facile. Più di quanto si possa pensare. Mi lascio andare… L'asfalto si avvicina velocemente… Un vuoto allo stomaco mi avvisa che è fatta. Qualcuno urla. Conosco quella voce. La riconosco………….. È la mia………. Ho paura. Una paura incontrollabile partorita da quell'urlo. La paura del dolore? Dell'impatto? L'asfalto è duro. E il dolore… tanto forte che si annulla all'istante. Non sento dolore. Solo un sinistro scricchiolio delle ossa. Poi il buio. Sento defluire il sangue come sottile sabbia da un pugno serrato. Non so se ho chiuso gli occhi quando me ne sono andata da me. Ma… non è poi così importante…
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