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lunedì, novembre 10, 2003
 

 

Un piccione grigio e bianco attraversa con un volo diagonale la piazza e viene ad atterrare con un colpo d'ali tra i due tavolini all'aperto di un bar. Inclina il capo con uno scatto del collo. Mi fissa diffidente con l'occhio sinistro. Io mi siedo a uno dei tavolini. Lui si allontana con un saltello e prende a becchettare il piancito, senza perdermi d'occhio.
Al cameriere che arriva ordino un caffè. Mentre si allontana, mi accorgo che sul piano, accanto al contenitore cromato dei tovagliolini, è posato un libro sottile. Mi guardo attorno, cercando chi possa averlo dimenticato. Ma c'è solo il piccione, che si interrompe per rivolgermi un'altra occhiata di traverso.
Prendo il libro, lo sfoglio. È un racconto. Attacco le prime righe. Arriva il cameriere con la tazzina. La posa sul tavolo con gesto elegante. Io ringrazio, poi avvicino al naso il caffè, per assaporarlo con l'olfatto prima ancora che sul palato.
Sorseggio il liquido denso e caldo continuando la lettura.
Poso la tazzina vuota sul piattino senza staccare gli occhi dalle pagine. Una buona storia fa questo effetto. Non ci si può interrompere prima di sapere come va a finire. Sherazade ha salvato la vita per lo stesso motivo.
Richiudo l'ultima pagina e di nuovo rivolgo l'attenzione all'esterno. Il piccione se n'è andato. Torno a posare il libro sul tavolino, nella stessa posizione di prima.
Sul fondo della tazzina, gli arabeschi scuri del caffè. C'è chi sostiene di riuscire a leggere il futuro. Io, se anche ne fossi capace, non credo lo farei.
Si avvicina il cameriere, che ritira la tazzina con i suoi ghirogori misteriosi e mi chiede se desidero qualcos'altro. La lettura mi ha reso ricettivo e goloso. Ordino un croissant, e un altro caffè.
Poi, assaporando la seconda tazzina, lascio correre lo sguardo per la piazza...









postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 20:15 |


sabato, novembre 08, 2003
 

 

Ma insomma. Questo è un paese che si è formato, come Repubblica, nella convinzione che essere anticomunisti ed essere democratici fosse la stessa cosa. E che dunque in nome dell’anticomunismo si è permesso tutto, ma proprio tutto. Perfino le alleanze dei governi con la mafia, come certificato dai più accreditati libri di storia. Anticomunisti uguale a democratici. È stata una identificazione avvolgente, ma anche sconvolgente: dieci anni fa sentii una voce dal sen fuggire da un anziano (e stimato) ex direttore di quotidiano, il quale giustificò perfino la bomba di piazza Fontana con i rischi corsi dalla democrazia di fronte all’ondata dell’estremismo rosso del ’68. Non dopo una libagione; ma a un seminario di formazione per manager, in pieno giorno.
Sì, siamo un paese che si è formato nell’idea che la democrazia fosse un optional, buona e sacra per sé, sottraibile agli altri. Odiosi i carri armati di Budapest e di Praga, provvidenziali o accettabili i Pinochet e i Videla o i Franco. E viceversa; naturalmente e purtroppo. Così come si è pure identificato l’essere antifascisti con l’essere democratici.
Questo è un paese che ha amato la censura, nelle sue varie forme storiche: sempre le più autoritarie e utili al mantenimento del potere. Che oltraggiò il cinema neorealista che mostrava all’estero i “panni sporchi” dell’Italia del dopoguerra. Che censurò Pasolini e, in tivù, “Stai lontana da me” di Celentano e “C’era un ragazzo come me” di Gianni Morandi. Un paese che ha messo al bando per decenni da ogni trasmissione televisiva Dario Fo, salvo ritrovarselo premio Nobel. Un paese che si confronta a fatica con ogni libertà di espressione. Che ha della laicità l’idea più originale e sgangherata del globo, come forse non poteva essere altrimenti nel paese della Chiesa e del più grande partito comunista d’occidente. Che a ondate storiche regolari produce le sue convenzioni ideologiche, gli idoli ai quali sottomettersi e sacrificare la propria ragion logica. Anche a sinistra; naturalmente e purtroppo.
Questa, ancora, è l’unica democrazia nella quale sia stato coniato il principio che il potere logora “chi non ce l’ha”. Fondato su una sana empiria di governo. Sulla esperienza di un mondo politico e sociale che sapeva di non avere alternativa a se stesso. E che dunque era convinto che non avrebbe dovuto mai rendere conto a nessuno dei propri misfatti. Che in questa convinzione è cresciuto e tuttora dà segni di crederlo, di presumerlo come proprio specialissimo diritto.
Bene, provate a immaginare che in questa brodaglia si tuffi una nuova cultura, diciamo quella che si impersona in Berlusconi e nella sua corte o esercito di scrittori, fini dicitori, affaristi e mazzolatori. E che avvenga quello che è avvenuto. Ossia che si fondano il vecchio e il nuovo, producendo materiale straordinario per storici e sociologi (e psicanalisti) del futuro. L’illibertà, lo spirito di censura, si fonderanno con la voglia sconfinata di ammirazione, di adorazione, propria di chi si ritiene (parole sue) il più grande leader politico del mondo, di chi si paragona a Mosè o Napoleone; di chi si fa paragonare dai suoi a Carlo Magno (Bossi) o Federico secondo (Buttiglione). Di chi, come un novello faraone, fa erigere un mausoleo nella sua villa a futura memoria sua e dei suoi più stretti amici. Lo spirito di illibertà si libererà in massimo grado. L’idea dell’assenza di qualunque limite a se stessi e alla propria volontà di potenza si nutrirà della convinzione che neanche la legge può porre limiti a chi comanda. E che dunque a nessuno si debba rispondere. Non solo più all’opposizione. Ma nemmeno alla maggioranza, che è alle proprie dipendenze economiche, e ai cui esponenti più obbedienti e solerti si mandano in dono orologi natalizi. Ma nemmeno alla magistratura: in qualsiasi sua forma, dal più giovane sostituto procuratore alla Corte costituzionale; e a qualsiasi latitudine, da Palermo a Milano. Immaginate ancora il tuffo imperioso nella brodaglia. E vedrete come il possesso dei media sia strumento per moltiplicare la forza d’urto delle ondate ideologiche. Anzi per crearle, per sfruttare la propensione organica al luogo comune, alla costruzione dell’idolo sacro. Per dare slancio alle censure mentali. Per inaugurare addirittura la censura verso se stessi, verso il potere: la cancellazione per decreto delle cose dette o fatte un po’ ridicole o un po’ compromettenti, gli eventi manipolati e rimanipolati a furia di interviste, i libri scomodi fatti sparire, le mani pronte a saltare su “Blob”, ultimo grande testimone dei nefasti di un potere tragicomico.
Poi metteteci gli ingredienti di sempre, dall’opportunismo al servilismo, rinviando per questo alla più classica letteratura in proposito, da Aristofane in poi. E in più mettiamoci due ingredienti nuovi e particolarissimi: l’esercito di ex comunisti passati armi e bagagli (e tolleranza zero) dall’altra parte; l’incubo vanesio della “visibilità” che attanaglia una buona manciata di esponenti dell’opposizione, consapevoli che se non saranno buoni ed educati in trasmissione non verranno chiamati più dal Padrone di tutte le televisioni.
Ed eccoci giunti senza sforzo al manicaretto dei tempi presenti: l’assalto all’Unità. Ovvio, automatico, conseguente. Non sopportarono Genova, i pacifici di Genova intendo. Non sopportarono piazza Navona. Non sopportarono il Palavobis. Non sopportarono Cofferati. Sopportarono le manifestazioni per la pace ingoiando amaro, perché ne erano profeti il Papa e le parrocchie. Ma anche lì, come prima, sempre pronti a piazzare lo spettro del terrorismo dietro ogni manifestazione di dissenso. Pronti (ecco dove vengono buoni gli strumenti della psicanalisi) a sposare lo spirito di onnipotenza con un vittimismo piagnucoloso. Davvero non deve stupire quello che sta accadendo. “Libero” può pubblicare, come in un gigantesco “wanted”, le foto dei parlamentari che hanno votato contro la missione in Afghanistan, indicandoli come amici di Bin Laden. Insulti a raffica possono venire da quotidiani, settimanali e televisioni agli esponenti dell’opposizione. Ma tutto questo è democrazia. La più liberale delle democrazie possibili. Mentre la manifestazione di opposizione è incubatrice di sangue e terrore. Perché la democrazia è, ecco il germe autoritario, materia divisibile, non metro universale.
La difesa dell’Unità non è dunque questione tra le questioni, polemica tra le polemiche. Ai tiranni democratici (ossia ai governanti che portano una psiche tirannica alla guida di una democrazia) piace molto scegliersi l’opposizione. Se solo potessero, essi se la farebbero ossequiosa e cinguettante, tanto ragionevole e tanto (e inutilmente) propositiva. Come un soprammobile. Come un giocattolino. L’eventuale possesso delle tivù (con i narcisismi relativi) può incoraggiarli in questa turba. Ma chi conosce come funzionano queste vicende, chi ricorda alcuni passaggi della storia, sa cogliere il vitalissimo nucleo della posta in gioco. Che non sono i titoli gridati, gli eccessi polemici; i quali sono propri dei giornali liberi di opposizione e, quasi per definizione (come su altri fronti gli eccessi di prudenza), tengono aperta la porta a qualche errore. La posta è la possibilità di una critica frontale, non sottomessa e non costretta in una enclave ideologica marginale. Perciò difendere questo giornale, quale che sia il giudizio che se ne dà, non è solo battaglia di opposizione. È scelta di campo in ben altro senso: quale idea di libertà, quali valori civili, quale progetto di democrazia.

 








postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:03 |
 

 

La teoria va bene dai quindici ai venticinque, quando ancora pensi che le persone siano una combinazione di tratti che le incasella in categorie precise, un puzzle con un lato aperto che forse si incastra con il tuo. Chiamatelo Principe Azzurro, se volete. Sei libera solo quando non ci credi più. Perché allora sì che cominci a goderti le persone, a guardarle da tutti gli angoli, a prendere appunti mentali sulle loro abitudini, ad accoglierne le confidenze senza imporre un'opinione. Ad apprezzarle anche quando escono ed entrano dalla tua vita come il gatto dalla sua porticina. Ci sono quelli che restano per sempre, e quelli che se ne vanno. Ricordarsi di abbracciarli fortissimo quando ci sono.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:06 |
 

 

Carabiniere spara a pitbull che aveva tentato di morderlo

Un carabiniere libero dal servizio, stamattina ha abbattuto con un colpo di pistola un pitbull che, inferocito, aveva tentato di morderlo. Il militare era intervenuto dopo essere stato chiamato in aiuto dai suoi vicini di casa che si erano chiusi dentro, spaventati dalla presenza in strada di due cani randagi molto aggressivi. Il carabiniere prima di sparare contro l'animale aveva tentato di separare i due cani che si stavano azzannando tra loro.

 




postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:49 |
 
Cane uccide il suo padrone con un colpo di fucile
 
Un cacciatore francese è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dal suo cane, che è saltato sul grilletto dell'arma dopo che l'uomo aveva lasciato inavvertitamente carico il suo fucile da caccia nel retro della propria auto. L'uomo, che viveva nel villaggio di Espelette nella regione basca è stato condotto lunedì all'ospedale della vicina città di Bayonne con ferite di arma da fuoco. «Mentre stava guidando, uno dei suoi cani ha accidentalmente fatto partire il colpo», ha detto una fonte della polizia
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:25 |


domenica, novembre 02, 2003
 

Joe Adonis, chi era costui? Leggetela bene questa storia, tratta integralmente da documenti ufficiali. Perché è un uovo di Pasqua con la classica sorpresa. E con tanto di morale, umoristica e istruttiva insieme, che riguarda fatti e personaggi dei nostri tempi. Joe Adonis, dunque. Gli storici della mafia sanno bene chi fosse. Ma anche a loro una "rinfrescata" farà bene. Parliamo di uno dei più famosi boss di tutto il Novecento. Che vantò una rarità per così dire anagrafica: quella di giungere ai vertici delle cosche siculo-americane pur essendo originario della provincia di Avellino; da cui, agli inizi del secolo, partì bambino per gli Stati Uniti con il nome di Giuseppe Doto. Di lui si occuparono a lungo sia la commissione d’inchiesta Kefauver del Senato americano sia la commissione antimafia del parlamento italiano nella sesta legislatura (1972-’76).

Risultava essere uno dei giovani boss emergenti al secondo convegno tenuto dalla vecchia Mano Nera a Cleveland nel 1928; e uno dei fondatori ad Atlantic City, insieme con Frank Costello e Al Capone, della futura Cosa Nostra americana. Risultava anche essere stato l’ideatore e l’organizzatore della micidiale "murderers incorporated", ossia della anonima assassini che dal 1929 funzionò come agenzia di reclutamento di killer in tutto il mondo, invenzione strategica delle famiglie siciliane d’oltreatlantico per commettere delitti senza incappare nelle indagini delle polizie statali. Dicevano i rapporti investigativi che egli giunse all’apice del potere quando, sempre negli Stati Uniti, venne creato il cosiddetto sindacato del crimine, con l’obiettivo di mettere ordine tra le bande rivali e di spartire le zone di influenza. E che di tale sindacato egli curava le relazioni esterne: giudici, poliziotti, politici, uomini d’affari, professionisti. Efficacissimo. Al punto che il senatore Kefauver lo definì "uno degli esempi più clamorosi della collusione fra gangsterismo e grande industria".
Ebbene, nel ’56 Joe Adonis sbarcò definitivamente in Italia. Il progetto? Gestire, in coppia con Frank Garofalo, e per conto di Cosa nostra americana, il passaggio della vecchia mafia siciliana alle attività che già in America si erano dimostrate più fruttuose, a partire dal traffico degli stupefacenti. In contatto con le cosche isolane, Adonis -dopo un periodo trascorso nel Lazio e in Val d’Aosta- si impiantò stabilmente a Milano. Scriveva la commissione antimafia, nella sua relazione di maggioranza: "Il nuovo impero dell’organizzazione almeno fino agli inizi degli anni ’70 ruoterà attorno a Joe Adonis che sarà l’epicentro di una rete organizzativa del contrabbando con ramificazioni in tutti i paesi europei". Distinto, elegante, amante della bella vita e dei locali notturni, Joe Adonis prese casa nel centro di Milano, in via Albricci. E qui intrecciò alle molte attività illegali la compravendita di immobili e costruzioni nonché la gestione di una catena di supermercati. Di fronte a tanto allarmante attivismo, le autorità di polizia, prima distratte, si svegliarono e moltiplicarono i controlli, sfociati in una richiesta di soggiorno obbligato. Scriveva ancora in proposito la commissione antimafia: "Le indagini serrate ed attente condotte tra il 1970 e il 1971 rivelano come Adonis sia ancora un ’capo’ e che la scelta di Milano come sua residenza è stata determinata da precise esigenze strategiche: la direzione internazionale di preziosi, soprattutto brillanti, con ramificazioni in Francia ed in Svizzera ed il coordinamento del contrabbando di stupefacenti verso il nord-Europa".

Tutto chiaro? Bene, perché ora arriva la sorpresa. Una sorpresa -ci credereste?- di nome Tony Renis. Sentite bene e non ridete. Sulla bobina delle intercettazioni telefoniche del 19 e 20 febbraio del 1971, attesta il rapporto del questore di Milano, viene registrata la telefonata "del noto cantante Tony Renis", il quale "avendo saputo che una troupe cinematografica americana era in cerca di attori per il film tratto dal romanzo ’Il padrino’, chiese al Doto (ndr: ossia Joe Adonis) di pregare il regista del film, Francis Ford Coppola, affinché gli affidasse una parte, anche se secondaria, essendo già il ruolo principale coperto da Marlon Brando". Confessiamolo. E’ semplicemente grandioso. Grandioso che Tony Renis ambisse a recitare nel "Padrino". Ma grandioso (e spassoso) anche pensare che, se fosse stato per lui, avremmo perfino potuto avere il "Padrino" con Tony Renis al posto di Marlon Brando! Grandioso anche che per soddisfare questo suo desiderio Tony Renis si sia rivolto a Joe Adonis, ossia che abbia ritenuto che la cosa più naturale da fare, per recitare nel "Padrino", fosse di farsi raccomandare da un padrino in carne e ossa. Attenzione infatti. Il "noto cantante" non giunse ad Adonis involontariamente, attraverso intermediari del mondo dello spettacolo. No, gli telefonò direttamente: a lui, uno dei capi supremi di Cosa nostra; a lui, organizzatore dell’anonima assassini. Aveva consuetudine con Joe, aveva il suo numero di telefono (proprio come ogni giovanotto milanese di belle speranze), e gli telefonò. Volete sapere come andò a finire? Qualche giorno dopo Tony Renis telefonò ancora a Joe Adonis e lo ringraziò. Gli disse che "Sam" aveva "fatto tutto". Chi era "Sam"? Curiosità legittima. Era Samuel Lewin, altro esponente di rango della malavita organizzata, allevatore di cavalli nel New Jersey, mandato apposta in Italia a contattare Adonis da Thomas Eboli, vicecapo di Cosa Nostra in America. Sì, deduzione esatta: Tony Renis era in contatto autonomo pure con "Sam", anche se questi era arrivato in Italia appena da poche settimane. Purtroppo il sogno del film non si avverò. Forse perché alla fine del ’71 Joe Adonis, da poco spedito al soggiorno obbligato, morì di infarto. O forse -è solo un’ipotesi- perché Francis Ford Coppola non ritenne Tony Renis all’altezza nemmeno di una parte secondaria. O per altro ancora.

Di fronte a questa storia-con-sorpresa conosciamo l’obiezione difensiva. Ossia che nel mondo dello spettacolo sia consuetudine non andare troppo per il sottile nelle frequentazioni, specie se c’è di mezzo la carriera. Sicché è meglio aggiungere, per chiarezza del lettore, qualche piccolo dettaglio. E raccontare che il boss effettivamente si dava da fare nel mondo dello spettacolo. Tanto che si mosse su richiesta di Antonio Maimone (implicato in un traffico di preziosi e intenzionato a portare in Italia Frank Sinatra) affinché il maestro Augusto Martelli accettasse di organizzare un festival al quale fare intervenire Mina. Ma non ebbe successo. Evidentemente Mina, al contrario di Tony Renis, non teneva a certe amicizie. Il bello però è che l’idea di arrivare a Mina attraverso il Padrino nasceva dall’ambizione di organizzare, state a sentire, un contro-festival in competizione con quello di Sanremo. Al festival di Sanremo doveva essere inflitto uno smacco; forse (così si arguisce da una intercettazione) perché non aveva spalancato le sue porte agli amici di Joe Adonis.

Ed ecco qui la morale umoristica e istruttiva. Oggi l’amico di Joe Adonis è diventato direttore artistico di Sanremo. Per riuscirci non ha dovuto fare alcuna telefonata. Tutto gratis. Gli è bastato passare l’estate al fianco del capo del governo e chiedere a lui direttamente l’ambito posto, in nome di una lunga amicizia. Trent’anni dopo, insomma, il controfestival non lo devono più fare gli amici di Joe Adonis, visto che nel frattempo si sono impadroniti di Sanremo. Lo devono fare, però, artisti e imprenditori e creativi e letterati che vogliano difendere le tradizioni (anche quelle diventate un po’ sgangherate) del paese. L’ ho proposto il mese scorso su questo giornale. Ora (con riserbo assoluto sul resto) posso anticiparlo: il controfestival si farà. Musica, parole, satira, cultura. C’è chi ci crede, c’è chi ne coglie il senso di simbolica rivolta civile. E oltre a denunciare l’indecenza dei costumi vuole seppellire questo circo assurdo sotto una grande, intelligente, implacabile risata.


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:49 |
 

Sei reti, tanti soldi, un solo padrone.
Lo strano caso della 7, strangolata in culla

La tv in Italia è un oggetto particolare. È un giocattolo strano. Diverso dal resto del mondo, dove pure è molto diffuso, amato, contestato. In Italia è segnato da alcuni record o (dipende da dove lo si guarda) anomalie.
Primo record (o anomalia). I canali televisivi italiani sono tanti, tantissimi: 640, secondo la Frt, cioè l’associazione delle imprese radio-televisive. Tanti quanti sono i canali che operano (ma con risorse ben maggiori) in tutti gli Stati Uniti. Pensate: nel mondo i canali «terrestri» via etere sono circa 2.500; dunque l’Italia, da sola, ospita più di un quinto delle tv mondiali. Tante televisioni coinvolgono un mare di addetti: 10 mila sono i dipendenti delle tv private; altrettanti, anzi un po’ di più, sono quelli della Rai; altre 20 mila persone lavorano nel settore pubblicitario. Con l’indotto, insomma, in Italia almeno 50 mila persone vivono di televisione.
Secondo record (o anomalia). La tv assorbe gran parte delle risorse pubblicitarie , togliendole alla carta stampata, a quotidiani e periodici, e agli altri mezzi, le affissioni, la radio, il cinema... In Italia finisce in spot più della metà degli investimenti pubblicitari (per la precisione: il 57 per cento), contro il 23 per cento della Germania, il 33,5 della Gran Bretagna, il 34,5 della Francia, il 38 degli Stati Uniti, il 41 della Spagna (fonte Zenith Media-The Economist). La tv italiana trasmette un milione di spot all’anno. Un numero immenso, paragonato con la situazione all’estero, ma con una spiegazione facile facile: in Italia la tv commerciale (quella inventata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri) per farsi spazio nel mercato, un tempo monopolizzato dalla Rai, ha abbassato il livello d’ingresso vendendo gli spazi televisivi ai prezzi più bassi del mondo, con sconti da venditori di tappeti. Naturalmente per rifarsi ha dovuto moltiplicare il numero degli spot, che sono diventati non solo i più a buon mercato, ma anche i più numerosi del mondo. È così che, nel suk televisivo italiano, ogni anno vengono raccolti molti miliardi: ben 7.600 nel 2001. La grande vitalità, il grande pluralismo che parrebbero garantiti dai primi due record sono però annullati da una constatazione e dal terzo record. La constatazione è che tanta tv generalista gratis blocca in Italia (a differenza che nel resto del mondo industrializzato) lo sviluppo tecnologico, le reti tematiche, i satelliti, la pay-tv, la tv-on-demand...

Il terzo record (o anomalia)
è che la proprietà delle imprese televisive in Italia è molto, molto concentrata: tre canali televisivi privati sono nelle mani di un unico imprenditore, e sono quelli che raccolgono circa la metà degli ascolti delle tv italiane e più di due terzi (oltre 5 mila miliardi) degli investimenti pubblicitari delle aziende. L’altra metà degli ascolti e quel che resta dei soldi degli spot (più di 2 mila miliardi) sono raccolti da altri tre canali, controllati dai partiti politici. L’imprenditore privato che possiede le tre tv è, naturalmente, Silvio Berlusconi. I tre canali controllati dai partiti sono, naturalmente, quelli Rai. Risultato: i canali saranno anche tantissimi, ma solo sei, i tre Mediaset e i tre Rai, fanno il mercato. È da molti anni, in verità, che la situazione televisiva italiana è, dal punto di vista politico, una allegra lottizzazione (con maggioranza e opposizione che si dividono le reti pubbliche) e, dal punto di vista del mercato, un sostanziale duopolio (con Fininvest e Rai che si spartiscono le risorse). Chi avesse bisogno di una ulteriore conferma, può andare a spulciare le carte del processo «Toghe sporche», quello in cui sono imputati a Milano, tra gli altri, Silvio Berlusconi, l’avvocato Cesare Previti e il giudice Renato Squillante. Come testimone, è comparso in aula Enrico Manca, parlamentare del Psi e dal 1986 al 1992 presidente della Rai. Ha ammesso di aver avuto, fino al 1996, un ricco conto in Svizzera. Acceso e gestito indovinate da chi? Ma da Cesare Previti: dunque Previti, avvocato della Fininvest, ha acceso e gestito per anni un tesoretto in Svizzera al presidente della Rai. Proprio in anni in cui la Rai, dopo una dura competizione di mercato con le reti di Berlusconi, decideva di abbassare il livello dello scontro e di ammorbidire la concorrenza con la Fininvest. La tv pubblica (vale a dire: dei partiti) firmava di fatto una sorta di armistizio con la concorrente tv privata di Berlusconi, istituzionalizzando il duopolio Rai-Fininvest e ponendo le basi per il varo della legge Mammì.
Ora che Berlusconi, vinte le elezioni, ha conquistato il controllo anche della Rai, il popolo dei girotondi ha circondato le sedi della tv pubblica per rendere visibile le preoccupazioni di molti sulle sorti del pluralismo dell’informazione. La paura è che da un duopolio si stia per passare a un monopolio; dalla spartizione delle reti pubbliche tra maggioranza e opposizione si stia per arrivare a una totale occupazione della tv da parte di Berlusconi e dei suoi alleati.

Gli italiani amano la tv. Sono pronti a protestare
(erano gli anni Ottanta) contro i pretori che oscurando le reti Fininvest toglievano i Puffi ai loro bambini. E a votare contro il referendum (erano gli anni Novanta) che attaccava il sistema del Biscione. Sono grandi ascoltatori televisivi, superati (di poco) solo dagli inglesi. Il 98 per cento degli italiani guarda la tv, rivela il primo «Rapporto annuale sulla comunicazione in Italia» appena sfornato dal Censis. Certo, negli ultimi tempi l’affezione alla tv degli italiani è calata. Sono diminuiti gli ascolti. Ma soprattutto sono scesi gli investimenti pubblicitari, cioè i soldi che fanno vivere il grande circo: nel 2001, meno 4 per cento rispetto all’anno precedente. La tendenza è mondiale: gli investimenti sono calati del 5 per cento in Germania, del 3 in Francia, del 7 negli Stati Uniti...
In Italia, Paese dei record e delle anomalie, sono però calati in modo strano: molto nelle reti Rai, poco o per niente in quelle Mediaset. Telecom, meno 17 per cento; Nestlè, meno 11; Kraft, meno 8; Fiat, meno 4: una grande fuga dei principali investitori pubblicitari (i «big spender») dalla tv pubblica. Nel 2001, Telecom toglie alla Rai ben 77,5 miliardi di lire, 20 la Nestlè, 9 la Fiat. Effetto della crisi, della generale frenata degli investimenti pubblicitari, della recessione, dell’11 settembre, del ridimensionamento della new economy? Sì, ma alle reti Mediaset Telecom toglie soltanto 40 miliardi. La Fiat, addirittura, aumenta il budget per le reti di Berlusconi: 7 miliardi in più. Così Nestlè: 5 in più. Enel ha dato il 70 per cento del proprio budget a Mediaset e solo il 30 alla Rai. Unilever ha investito 154 miliardi sulle reti di Berlusconi, 61 su quelle Rai... Ecco un bell’esempio di conflitto d’interessi: gli imprenditori italiani e le multinazionali attive in Italia, dovendo scegliere, finiscono per privilegiare le tv del presidente del Consiglio. E non sarà certo un’Authority a far cambiare la musica.

C’è un’altra storia recente che spiega molto di quello strano oggetto che è la tv italiana. La storia della nascita e della morte in culla di La 7, la tv dei nani. Tutto parte con l’alleanza tra Roberto Colaninno, numero uno di Telecom, e Lorenzo Pellicioli, presidente di Seat-Pagine gialle. Pellicioli, che sogna di varare il terzo polo televisivo in Italia, nell’agosto 2000 compra da Vittorio Cecchi Gori Telemontecarlo, una rete che perdeva dai 70 ai 100 miliardi all’anno per fare ascolti dell’1, del 2, del 3 per cento. Con Mtv porta a casa due reti, un buon punto di partenza per un futuro in cui anche Rai e Mediaset potrebbero essere costrette a gestire solo due reti a testa.
Telemontecarlo si trasforma in La 7, si dà come simbolo un nanetto, ma non nasconde le ambizioni di sfidare i due giganti. Chiama Mario Brugola a capo della concessionaria che raccoglie la pubblicità, Roberto Giovalli a dirigere la rete, Ernesto Mauri come amministratore delegato, Fabio Fazio a inventare un programma («Fab Show») che in seconda serata faccia aperta concorrenza a Maurizio Costanzo e a Bruno Vespa. Luciana Littizzetto è pronta a inventarsi un meteo da non far rimpiangere il colonnello Bernacca. Gad Lerner è l’uomo dell’informazione. Colaninno e Pellicioli però compiono un errore fatale: invece di partire subito con la nuova rete, di buttarla nella campagna elettorale, di mettere tutti davanti al fatto compiuto, vanno al rallentatore, perdono mesi preziosi nel corteggiamento di Enrico Mentana, a cui chiedono (inutilmente) di dirigere il tg. Sarebbe stato almeno più difficile uccidere la 7 già decollata. Invece Pellicioli resta solo a sognare, Colaninno si raffredda e temporeggia: forse si rende conto che, dopo aver realizzato il suo capolavoro e vinta la scalata a Telecom, nel momento in cui ha comprato Telemontecarlo ha firmato la sua condanna. In Italia, chi tocca la tv muore.

Sta di fatto che la Pirelli di Marco Tronchetti Provera
conquista la Telecom, restata orfana di quella che voci maligne, ai tempi del governo di Massimo D’Alema, avevano chiamato «la merchant bank di Palazzo Chigi». E l’11 settembre 2001, insieme alla Torri gemelle di New York, crolla anche l’ultimo sogno del terzo polo: Colaninno torna a Mantova, Pellicioli si dimette. Arriva Enrico Bondi, nuovo amministratore delegato di Telecom, e dice che i conti non tornano. Il progetto della 7 è troppo costoso e ancor più rischioso: mille miliardi in un paio d’anni, per cercare di arrivare tutt’al più al 5, forse al 7 per cento di share. E, per di più, remando contro il nuovo padrone della politica, Silvio Berlusconi, che ha vinto le elezioni e si è insediato a Palazzo Chigi.
Il nano che sognava di diventare gigante dava due volte fastidio a Berlusconi: dal punto di vista politico, perché aveva promesso di fare «tv di sinistra», tv d’opposizione; e dal punto di vista del mercato, perché avrebbe sottratto risorse alle reti Mediaset (Brugola aveva già messo insieme 250 inserzionisti, raccolto 230 miliardi per le due reti, 4 miliardi al mese solo per il programma di Fazio). Ma, via Pellicioli, il progetto della 7 muore. Il «Fab Show» viene sospeso prima della prima puntata, Littizzetto è azzerata, i progetti ridimensionati. Gad Lerner lascia il tg («Non voglio fare lo straccione che vive di elemosina», dice). La rete rinuncia alle partite di Coppa Italia, che stava comprando per 30 miliardi. Poi se ne vanno Fabio Volo e Platinette, quiz e format.
Attorno alla culla della 7 arrivano nuove baby sitter che sono, guarda i casi della vita, consulenti di Mediaset: la Booz Allen & Hamilton, società che già lavora per le reti di Milano 2 su incarico di Bruno Ermolli, il tutore aziendale di Marina Berlusconi; ma soprattutto arriva Maurizio Costanzo, l’uomo che più sarebbe stato danneggiato da un eventuale successo del «Fab Show». A chi gli fa notare che potrebbe sembrare inopportuno dirigere Canale 5 e nello stesso tempo dispensare consigli alla 7, Costanzo in un’intervista al Corriere della sera si lascia sfuggire: «Ma Confalonieri lo sa». Non gli viene neanche in mente che non il presidente di Mediaset, ma gli uomini della 7 sono semmai quelli che potrebbero avere qualcosa da ridire sulla sua presenza e sul suo conflitto d’interessi. Ora come direttore di rete è arrivato Andrea Del Canuto, trentenne, esperto in allineamento dei palinsesti, uomo legato a Costanzo. Vice direttore è Tamara Gregoretti, sorella di Sabina Gregoretti, produttrice di Maria De Filippi e della Fascino, società di produzione di Costanzo.

Fazio, Pellicioli e gli altri si sono convinti che Tronchetti Provera sia stato il killer, ma Berlusconi il mandante: nell’operazione Telecom, infatti, è entrata anche Edilnord, società immobiliare del gruppo Fininvest acquistata dalla Pirelli a caro prezzo (ben 425 miliardi). Gli uomini di Tronchetti smentiscono: nessun killeraggio per conto d’altri, non stava proprio in piedi il piano industriale, il nano non aveva alcuna speranza di crescere, nel clima del duopolio-monopolio italiano. Era un progetto debole. Ma allora pensate un po’ che cosa avrebbero fatto se fosse stato un progetto forte, ribattono Fazio Fazio e gli altri che nella 7 ci avevano creduto. E se è solo un problema industriale e non politico, perché allora Tronchetti non ha venduto? C’era chi era pronto a proseguire il sogno: la De Agostini, di cui Pellicioli è consulente. Ha i soldi (oltre 3 mila miliardi portati a casa con l’operazione Seat). E gli uomini (quel Maurizio Carlotti che ha diretto Telecinco, la tv spagnola di Berlusconi, e poi è uscito dall’orbita Mediaset). Ma niente da fare. Non vorrete mica che la facciano sul serio, la 7. Bondi preferisce fare melina, trattando con la e.Biscom di Francesco Micheli, con la Class di Paolo Panerai, con la Esselunga di Caprotti, tutti buoni amici di Berlusconi. Per poi decidere che vendere non conviene: la 7 è stata iscritta nel bilancio Telecom a un prezzo così alto che è preferibile buttare alcuni miliardi (il meno possibile, 80-100 all’anno) per alcuni anni per mantenerla, piuttosto che venderla e mostrare subito una clamorosa minusvalenza (un buco di almeno 500 miliardi). E poi non si sa mai, Telecom potrà aver bisogno di attenzione da parte del governo e per Tronchetti Provera una tv è sempre una buona pistola da mettere sul tavolo, al momento opportuno. Ma per ora la pistola deve risultare scarica: tagliato ulteriormente il budget (40 miliardi per l’informazione, 30 per i programmi); abbassate le pretese (obiettivo, uno share del 2-3 per cento: poco più del margine d’errore dichiarato dalle rilevazioni Auditel, che è del 2 per cento); via perfino Nino Rizzo Nervo, che non piaceva al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri ed è stato sostituito alla direzione del tg da Giulio Giustiniani.

Dopo la scossa (mancata) della 7, il complicato giocattolo televisivo italiano continua la sua storia nel nuovo clima politico: con il proprietario delle tre reti private che controlla anche le tre reti pubbliche, ( e tanti liberali che non ci trovano niente di strano. Siamo alla vigilia di un regime? La tv chiuderà il cerchio del consenso a Berlusconi e alleati? Per rispondere si può cercare di capire quanto la tv abbia pesato finora sul comportamento elettorale. «L’esposizione alle reti televisive ha sempre influenzato le preferenze elettorali, dal 1994 a oggi», assicura Luca Ricolfi, sociologo dell’università di Torino, che esibisce i dati delle sue ricerche sugli ultimi otto appuntamenti elettorali. «L’esposizione alle reti Fininvest prima e Mediaset poi ha sempre favorito il centrodestra e in particolare Forza Italia: con impatti che vanno da un minimo di 3-4 punti (nel 1996) a un massimo di oltre 10 punti (nel 2001)». Diverso è l’impatto della Rai: «Complessivamente ininfluente nel 1994,in seguito è sempre stata favorevole al centrosinistra: vale un 3 per cento alle politiche del 1996 e oltre un 10 per cento a quelle del 2001». Il risultato è che l’effetto-Rai e l’effetto-Mediaset si sono a volte bilanciati, come nel 1996, in cui si sono annullati a vicenda con saldo zero. Nel 1994 invece l’informazione televisiva nel suo insieme, Rai più Mediaset, ha aiutato nettamente il centrodestra; nel 2001 ha leggermente aiutato il centrosinistra. Proprio nelle ultime elezioni politiche, però, l’influenza della tv ha spostato oltre il 10 per cento dei voti e nelle ultime tre settimane della campagna elettorale ha determinato la rimonta di 6-7 punti. «Può aver contato l’effetto Luttazzi-Travaglio, ma ha pesato ancora di più la copertina dell’Economist con il titolo “Perché Silvio Berlusconi è inadatto a governare l’Italia”».

Da noi i girotondi hanno portato il «ceto medio riflessivo» a circondare affettuosamente le sedi Rai di tutta Italia. Ci sono dei precedenti, molto meno gioiosi. L’11 gennaio 2001 circa 100 mila persone sono scese in piazza a Praga e in altre città della Repubblica Ceca per chiedere il licenziamento di Jiri Hodac, appena nominato direttore generale della tv pubblica Ct. Hodac era considerato un lottizzato, vicino all’Ods, il Partito civico democratico dell’ex primo ministro conservatore Valclav Klaus. Le grandi manifestazioni sono arrivate dopo che la redazione del telegiornale di Ct era stata occupata per 24 giorni da 30 giornalisti «ammutinati». La rivolta, dicono le cronache, ha avuto successo. Hodac se n’è andato dichiarando: «In base alle conversazioni avute oggi con il mio medico, devo purtroppo accettare la conclusione che al momento non posso espletare l’incarico cui sono stato legittimamente eletto».
A Mosca la piazza si era riempita invece per amore della tv. Il 4 marzo 1995, migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Vladislav Listyev, appena nominato direttore del primo canale televisivo e popolarissimo conduttore della trasmissione giornalistica «Cias Pik», «Ora di punta». Listyev era stato ucciso a colpi di pistola la sera del 1 marzo: un delitto deciso dalla mafia russa, probabilmente perché l’anchor man aveva annunciato di voler mettere ordine nel settore pubblicitario – fonte di grandi guadagni per la criminalità – della sua televisione, appena trasformata in società per azioni. Il giorno dopo l’omicidio, gli altri canali russi avevano annullato tutte le trasmissioni: solo uno schermo nero con la foto del collega ucciso.
Ma la televisione, che può riempire le piazze, può anche servire a svuotarle. Nella primavera del 2000 Slobodan Milosevic, pressato dalle manifestazioni di opposizione dopo la fine della guerra in Kosovo, ha ordinato alla tv di Stato di trasmettere una maratona di grandi film hollywoodiani, proprio in concomitanza con la manifestazione più imponente, quella del 14 aprile. Gli era sembrata una buona alternativa alla repressione armata, ma non ha funzionato.

A Venezia, al girotondo attorno alla Rai c’era anche una ragazzina con un cartello: «Rai = più Melevisione, meno banane». Melevisione è il programma di Raitre dedicato ai bambini, divertente, pulito, senza pubblicità. Gli italiani amano Mamma Rai. Forse ora temono di perderla, annegata in un’indistinta koinè televisiva berlusconiana. Ma gli italiani, in fondo, amano la tv in generale. Lo certifica anche il Censis, nel suo «Rapporto annuale sulla comunicazione in Italia». Divisa la popolazione in cinque gruppi in base all’utilizzo dei media, il Censis scopre che anche per il quinto gruppo, chiamato «nicchia degli esperti» e composto da un milione e mezzo di italiani sofisticati che usano otto o nove media, la tv è al primo posto, seguita dalla radio e, solo al terzo posto, dal computer. «Anche chi dice: io non guardo la televisione», spiega il direttore della ricerca Raffaele Pastore, «in realtà, indagato più a fondo, si scopre che guarda il tg, magari Santoro, qualcosa di Vespa e, quando c’è, la Dandini». È il trionfo della tv all’italiana, della nostra tv generalista, onnicomprensiva e onnivora, in cui ognuno riesce a trovare qualcosa per sé, ognuno si costruisce il suo palinsesto personale. Riuscirà Berlusconi ad azzerare tutto questo?


 




















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:44 |
 

 

Dobbiamo domandarci se sia possibile continuare a fare un giornale come l’Unità in questa Italia. Siamo costretti a chiedercelo poiché ciò che si è consentito avvenisse giovedì sera a «Porta a Porta», ha il suono secco e indiscutibile dell’ultimo avviso, il fischio del finale di partita, lo squillo di tromba prima dell’ultima carica. Il compito, in altri tristi paesi incombenza di questurini o di addetti ai più segreti servizi se lo è assunto un signore di nome Giuliano Ferrara sul cui conto ciò che abbiamo da dire lo diremo, speriamo presto, in un’aula di tribunale. Costui ha pronunciato espressioni nei confronti di questo giornale che i lettori troveranno qui accanto e nel resoconto stenografico di quel minuto illuminante di televisione. Parole che ieri mattina l’Unità ha definito deliranti, sbagliando perché delirio è stato di alterazione e confusione mentale mentre, come vedremo tra un attimo, l’incaricato procede lucidissimo e coerente nell’adempimento della missione ricevuta. Ovvero: l’avviso. Ci ha definiti, dunque, «un foglio tendenzialmente omicida». Concetto che ha subito ribadito, caso mai qualcuno si fosse distratto («omicida proprio omicida»). Che, infine, ha timbrato e sottoscritto come un atto notarile (l’ambiente era propizio ai notai) che si intende registrare nel pubblico catasto dell’infamia («me ne assumo in pieno la responsabilità»).

Intorno, come sempre in quella trasmissione, tragico e comico procedevano a braccetto. Tutto, per la verità, era cominciato dal ministro Giovanardi. Un’uscita la sua, dobbiamo pensare, del tutto inconsapevole come inconsapevole è il personaggio, noto alla sua stessa parte politica per non essere certo una cima (o se si preferisce un Pico della Mirandola).

Un brav’uomo con cui sarebbe ingeneroso prendersela e che, infatti, non faceva altro che ripetere «si», «si» ogniqualvolta l’avvisatore apriva bocca. In studio c’era anche una rappresentante dell’opposizione, l’onorevole Finocchiaro, il cui contributo alla discussione sul «giornale omicida» è possibile leggere nel resoconto integrale. Di Bruno Vespa ricorderemo, invece, un magistrale cameo nel ruolo del conduttore rammaricato. Al terzo grido sul giornale omicida ha alzato il dito e ha detto: «mi pare che omicida sia una parola un po’ forte». Certo, se l’altro avesse strillato, per esempio: giornale delinquente oppure giornale mascalzoncello, allora gliela avrebbe fatta passare. Ma Ferrara voleva dire proprio quello che ha detto e al conduttore andava bene così, visto che la trasmissione era registrata e lui ha lasciato che l’insulto senza precedenti restasse lì, abbagliante, intatto, ripetuto tre volte, perché probabilmente questi erano gli accordi. È il comparaggio del tu lo tieni e io lo picchio che la premiata coppia Ferrara-Vespa ha tentato di replicare ieri pomeriggio. Il primo, dopo aver dato dell’omicida a 86 giornalisti, a 40 poligrafici e un centinaio di collaboratori, ha proposto (non ridete) un confronto con l’Unità sul tema: siete o no un giornale omicida? Una lunga nota all’Ansa tutta imperniata sul giochino io ce l’ho con quegli assassini dei direttori, non ce l’ho con i cari colleghi e con i cari operai (eh sì, mio papà mi teneva sulle ginocchia mentre le rotative della vecchia, cara Unità giravano, io sono, anzi, io resto uno di voi). E subito l’altro, la volpe, anzi Vespa, si offre di ospitare il dibattito, avendogli probabilmente spiegato l’ufficio legale Rai in quale razza di guaio si è andato a ficcare e ha ficcato l’azienda.

Torniamo alla tragedia. Torniamo all’avviso. Dunque, improvvisamente una mattina di qualche settimana fa il direttore di un giornale che si chiama «Foglio» pubblica un articolo nel quale accusa il direttore dell’Unità Furio Colombo e lo scrittore Antonio Tabucchi di essere i «mandanti linguistici» del suo assassinio. Questo giornalista è stato ministro del primo governo Berlusconi. Dirige un giornale che appoggia il secondo governo Berlusconi. Due giorni prima ha partecipato a un vertice nello studio del presidente del Consiglio Berlusconi di cui è da sempre un ascoltato consigliere.

La notizia esce sull’Ansa. La presenza del giornalista tra ministri e leader di partito viene definita «strana» sull’Unità. Per Ferrara è la prova provata che a via Due Macelli qualcuno (Colombo, Tabucchi) lo sta indicando come bersaglio alle Brigate Rosse (e a chi se no?). Qualche giorno dopo il dotto direttore del Foglio e lì a spiegare che nel Webster’s New Universal Unabridged Dictionary al lemma «assassinate» si può leggere: distruggere o denigrare in modo ingannevole o maligno. Purtroppo però, Bondi e Cicchitto, numero due e numero tre di Forza Italia non hanno letto il lemma. Poche storie, dichiarano, Ferrara ha ragione da vendere, l’Unità fa il gioco del terrorismo.

Non era mai accaduto prima. Tre personaggi vicinissimi all’uomo più potente del Paese dichiarano, con due diversi avvertimenti, che un giornale, questo giornale, è strumento, consapevole o incosciente del terrorismo. Quindi è strumento degli assassini che hanno sparato a D’Antona e a Biagi. Cosa si fa con un giornale strumento consapevole o incosciente del terrorismo? È semplice: si caccia chi lo dirige, prima che faccia nuovi morti. E se non basta, un giornale del genere va chiuso. Anzi, richiuso. Abbiamo ancora nelle orecchie certi commenti anche di sinistra. Che esagerazione. Che inutile vittimismo. Certo, ogni tanto Ferrara va un po’ sopra le righe, ma bisogna prenderlo così com’è, intelligente e dannunziano (leggere, per favore, l’ultimo numero di «Sette»). Insomma: Ferrara, un dannunziano che sbaglia.

Sul terzo avvertimento non ci dilungheremo. L’espressione «giornale omicida» è il completamento dell’avviso. Che è indirizzato all’opposizione. E che adesso possiamo leggere nella sua interezza: chi non si accorda con noi verrà fatto tacere. E ci fanno capire che loro sanno come. Questo vale per uomini come Violante, sottoposto in queste ore a una calunniosa e martellante campagna che lo indica come l’aguzzino di Andreotti. Questo vale per il sindacato indicato come palestra di violenza brigastita. Questo vale per il movimento no global accusato di essere il brodo di coltura del nuovo terrorismo. Questo vale per l’Unità. Alla sinistra del «caro Giuliano». A quella sinistra che non ha trovato una parola di solidarietà per il «giornale omicida». A questa sinistra, che non troviamo mai accanto nei momenti difficili diciamo con amicizia: non illudetevi, dopo che avranno fatto tacere noi, faranno tacere voi.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:00 |
 

 

GENOVA - Una turista milanese di 83 anni, Simonetta Casagrande, è morta ieri mattina stroncata da un malore mentre faceva windsurf nella Baia del Silenzio di Sestri Levante. La donna, nonostante l’età avanzata, non ha saputo resistere alla tentazione di cimentarsi con la tavola, che ha preso a noleggio presso la locale scuola di vela. Sin dai primi tentativi, stando alle testimonianze raccolte dai carabinieri, sembra che l’anziana donna dimostrasse una certa esperienza nel maneggio dello strumento sportivo, nonostante un primo approccio tutt’altro che atletico. Mentre cercava di governare un’imbardata provocata da un forte vento, un istruttore l’ha vista accasciarsi. Immediatamente è scattato tra i bagnanti l’allarme quindi il soccorso, agevolato ovviamente dall’attenzione che l’età della donna attirava dalla spiaggia. Trasportata a riva, a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione dei volontari della Croce Verde e del 118. La donna è morta senza riprendere conoscenza, nonostante i molti tentativi.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:23 |
 

 

«Se ne è andata nel miglior modo. Se avesse potuto scegliere, sono sicuro che non avrebbe avuto dubbi». Commenta così Federico Marchini, giornalista e skipper, la morte della madre Egle Simonetta Casagrande, colpita da infarto l’altra mattina a 83 anni compiuti mentre faceva windsurf nella Baia del Silenzio di Sestri Levante. Una vita straordinaria quella di Egle Simonetta Casagrande, milanese. Crocerossina decorata con croce di guerra, pilota abilitata ad atterrare sui ghiacciai, sciatrice provetta, velista, nonché docente universitaria di microbiologia e madre di cinque figli e nonna con sei nipotini, Egle aveva imparato ad andare sulla tavola a vela a settant’anni, quando in genere gli altri smettono. Innamorata della Liguria, regione della quale era originaria la sua famiglia, era spesso nel golfo del Tigullio, ospite di amici o della barca dei figli. Ieri, come tante altre volte, era andata al mare nella Baia del Silenzio ed aveva preso a nolo un windsurf dalla scuola di vela Tigullio Sail. Classe 1919, Egle Simonetta Casagrande si era guadagnata il soprannome di «schiaffeggiatrice» perché durante la campagna di Russia aveva preso a schiaffi un soldato delle Ss che aveva rivolto commenti sprezzanti ai prigionieri italiani che lei stava assistendo su un treno-ospedale. In Russia ci era arrivata dalla Libia, dove aveva prestato servizio su una nave-ospedale. Il suo primo amore era stato il volo, con gli aeroclub di Bresso e Vergiate. Aveva conseguito i brevetti di primo e secondo grado ed una speciale abilitazione ad atterrare sui ghiacciai alpini per missioni di soccorso. Aveva smesso di volare, ma a malincuore, a 75 anni. Ma anche lo sci la affascinava, anche se non aveva mai svolto attività agonistica. E poi aveva praticato atletica leggera e vela. Docente di microbiologia, aveva lasciato la facoltà di agraria di Milano per dedicarsi ai figli: Marco, Guido, Federico e Cora. Un quinto figlio era morto in giovane età. Una volta che i ragazzi erano diventati grandi, aveva ripreso ad insegnare nelle scuole superiori. Nonostante la sua personalità, non amava la pubblicità ed era una persona riservata. Aveva recentemente rifiutato un’intervista televisiva dopo che era stata pubblicato un articolo dedicato a lei sulla rivista «Elle», per la serie donne straordinarie. Da alcuni anni si era trasferita a Vimercate per stare più vicina ai nipoti.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:22 |


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