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lunedì, novembre 10, 2003
Un piccione grigio e bianco attraversa con un volo diagonale la piazza e viene ad atterrare con un colpo d'ali tra i due tavolini all'aperto di un bar. Inclina il capo con uno scatto del collo. Mi fissa diffidente con l'occhio sinistro. Io mi siedo a uno dei tavolini. Lui si allontana con un saltello e prende a becchettare il piancito, senza perdermi d'occhio. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
20:15 |
sabato, novembre 08, 2003
Ma insomma. Questo è un paese che si è formato, come Repubblica, nella convinzione che essere anticomunisti ed essere democratici fosse la stessa cosa. E che dunque in nome dell’anticomunismo si è permesso tutto, ma proprio tutto. Perfino le alleanze dei governi con la mafia, come certificato dai più accreditati libri di storia. Anticomunisti uguale a democratici. È stata una identificazione avvolgente, ma anche sconvolgente: dieci anni fa sentii una voce dal sen fuggire da un anziano (e stimato) ex direttore di quotidiano, il quale giustificò perfino la bomba di piazza Fontana con i rischi corsi dalla democrazia di fronte all’ondata dell’estremismo rosso del ’68. Non dopo una libagione; ma a un seminario di formazione per manager, in pieno giorno.
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16:03 |
La teoria va bene dai quindici ai venticinque, quando ancora pensi che le persone siano una combinazione di tratti che le incasella in categorie precise, un puzzle con un lato aperto che forse si incastra con il tuo. Chiamatelo Principe Azzurro, se volete. Sei libera solo quando non ci credi più. Perché allora sì che cominci a goderti le persone, a guardarle da tutti gli angoli, a prendere appunti mentali sulle loro abitudini, ad accoglierne le confidenze senza imporre un'opinione. Ad apprezzarle anche quando escono ed entrano dalla tua vita come il gatto dalla sua porticina. Ci sono quelli che restano per sempre, e quelli che se ne vanno. Ricordarsi di abbracciarli fortissimo quando ci sono.
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15:06 |
Carabiniere spara a pitbull che aveva tentato di morderlo
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14:49 |
Cane uccide il suo padrone con un colpo di fucile
Un cacciatore francese è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dal suo cane, che è saltato sul grilletto dell'arma dopo che l'uomo aveva lasciato inavvertitamente carico il suo fucile da caccia nel retro della propria auto. L'uomo, che viveva nel villaggio di Espelette nella regione basca è stato condotto lunedì all'ospedale della vicina città di Bayonne con ferite di arma da fuoco. «Mentre stava guidando, uno dei suoi cani ha accidentalmente fatto partire il colpo», ha detto una fonte della polizia
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14:25 |
domenica, novembre 02, 2003 Joe Adonis, chi era costui? Leggetela bene questa storia, tratta integralmente da documenti ufficiali. Perché è un uovo di Pasqua con la classica sorpresa. E con tanto di morale, umoristica e istruttiva insieme, che riguarda fatti e personaggi dei nostri tempi. Joe Adonis, dunque. Gli storici della mafia sanno bene chi fosse. Ma anche a loro una "rinfrescata" farà bene. Parliamo di uno dei più famosi boss di tutto il Novecento. Che vantò una rarità per così dire anagrafica: quella di giungere ai vertici delle cosche siculo-americane pur essendo originario della provincia di Avellino; da cui, agli inizi del secolo, partì bambino per gli Stati Uniti con il nome di Giuseppe Doto. Di lui si occuparono a lungo sia la commissione d’inchiesta Kefauver del Senato americano sia la commissione antimafia del parlamento italiano nella sesta legislatura (1972-’76). Risultava essere uno dei giovani boss emergenti al secondo convegno tenuto dalla vecchia Mano Nera a Cleveland nel 1928; e uno dei fondatori ad Atlantic City, insieme con Frank Costello e Al Capone, della futura Cosa Nostra americana. Risultava anche essere stato l’ideatore e l’organizzatore della micidiale "murderers incorporated", ossia della anonima assassini che dal 1929 funzionò come agenzia di reclutamento di killer in tutto il mondo, invenzione strategica delle famiglie siciliane d’oltreatlantico per commettere delitti senza incappare nelle indagini delle polizie statali. Dicevano i rapporti investigativi che egli giunse all’apice del potere quando, sempre negli Stati Uniti, venne creato il cosiddetto sindacato del crimine, con l’obiettivo di mettere ordine tra le bande rivali e di spartire le zone di influenza. E che di tale sindacato egli curava le relazioni esterne: giudici, poliziotti, politici, uomini d’affari, professionisti. Efficacissimo. Al punto che il senatore Kefauver lo definì "uno degli esempi più clamorosi della collusione fra gangsterismo e grande industria". Tutto chiaro? Bene, perché ora arriva la sorpresa. Una sorpresa -ci credereste?- di nome Tony Renis. Sentite bene e non ridete. Sulla bobina delle intercettazioni telefoniche del 19 e 20 febbraio del 1971, attesta il rapporto del questore di Milano, viene registrata la telefonata "del noto cantante Tony Renis", il quale "avendo saputo che una troupe cinematografica americana era in cerca di attori per il film tratto dal romanzo ’Il padrino’, chiese al Doto (ndr: ossia Joe Adonis) di pregare il regista del film, Francis Ford Coppola, affinché gli affidasse una parte, anche se secondaria, essendo già il ruolo principale coperto da Marlon Brando". Confessiamolo. E’ semplicemente grandioso. Grandioso che Tony Renis ambisse a recitare nel "Padrino". Ma grandioso (e spassoso) anche pensare che, se fosse stato per lui, avremmo perfino potuto avere il "Padrino" con Tony Renis al posto di Marlon Brando! Grandioso anche che per soddisfare questo suo desiderio Tony Renis si sia rivolto a Joe Adonis, ossia che abbia ritenuto che la cosa più naturale da fare, per recitare nel "Padrino", fosse di farsi raccomandare da un padrino in carne e ossa. Attenzione infatti. Il "noto cantante" non giunse ad Adonis involontariamente, attraverso intermediari del mondo dello spettacolo. No, gli telefonò direttamente: a lui, uno dei capi supremi di Cosa nostra; a lui, organizzatore dell’anonima assassini. Aveva consuetudine con Joe, aveva il suo numero di telefono (proprio come ogni giovanotto milanese di belle speranze), e gli telefonò. Volete sapere come andò a finire? Qualche giorno dopo Tony Renis telefonò ancora a Joe Adonis e lo ringraziò. Gli disse che "Sam" aveva "fatto tutto". Chi era "Sam"? Curiosità legittima. Era Samuel Lewin, altro esponente di rango della malavita organizzata, allevatore di cavalli nel New Jersey, mandato apposta in Italia a contattare Adonis da Thomas Eboli, vicecapo di Cosa Nostra in America. Sì, deduzione esatta: Tony Renis era in contatto autonomo pure con "Sam", anche se questi era arrivato in Italia appena da poche settimane. Purtroppo il sogno del film non si avverò. Forse perché alla fine del ’71 Joe Adonis, da poco spedito al soggiorno obbligato, morì di infarto. O forse -è solo un’ipotesi- perché Francis Ford Coppola non ritenne Tony Renis all’altezza nemmeno di una parte secondaria. O per altro ancora. Di fronte a questa storia-con-sorpresa conosciamo l’obiezione difensiva. Ossia che nel mondo dello spettacolo sia consuetudine non andare troppo per il sottile nelle frequentazioni, specie se c’è di mezzo la carriera. Sicché è meglio aggiungere, per chiarezza del lettore, qualche piccolo dettaglio. E raccontare che il boss effettivamente si dava da fare nel mondo dello spettacolo. Tanto che si mosse su richiesta di Antonio Maimone (implicato in un traffico di preziosi e intenzionato a portare in Italia Frank Sinatra) affinché il maestro Augusto Martelli accettasse di organizzare un festival al quale fare intervenire Mina. Ma non ebbe successo. Evidentemente Mina, al contrario di Tony Renis, non teneva a certe amicizie. Il bello però è che l’idea di arrivare a Mina attraverso il Padrino nasceva dall’ambizione di organizzare, state a sentire, un contro-festival in competizione con quello di Sanremo. Al festival di Sanremo doveva essere inflitto uno smacco; forse (così si arguisce da una intercettazione) perché non aveva spalancato le sue porte agli amici di Joe Adonis. Ed ecco qui la morale umoristica e istruttiva. Oggi l’amico di Joe Adonis è diventato direttore artistico di Sanremo. Per riuscirci non ha dovuto fare alcuna telefonata. Tutto gratis. Gli è bastato passare l’estate al fianco del capo del governo e chiedere a lui direttamente l’ambito posto, in nome di una lunga amicizia. Trent’anni dopo, insomma, il controfestival non lo devono più fare gli amici di Joe Adonis, visto che nel frattempo si sono impadroniti di Sanremo. Lo devono fare, però, artisti e imprenditori e creativi e letterati che vogliano difendere le tradizioni (anche quelle diventate un po’ sgangherate) del paese. L’ ho proposto il mese scorso su questo giornale. Ora (con riserbo assoluto sul resto) posso anticiparlo: il controfestival si farà. Musica, parole, satira, cultura. C’è chi ci crede, c’è chi ne coglie il senso di simbolica rivolta civile. E oltre a denunciare l’indecenza dei costumi vuole seppellire questo circo assurdo sotto una grande, intelligente, implacabile risata. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:49 |
Sei reti, tanti soldi, un solo padrone. La tv in Italia è un oggetto particolare. È un giocattolo strano. Diverso dal resto del mondo, dove pure è molto diffuso, amato, contestato. In Italia è segnato da alcuni record o (dipende da dove lo si guarda) anomalie. C’è un’altra storia recente che spiega molto di quello strano oggetto che è la tv italiana. La storia della nascita e della morte in culla di La 7, la tv dei nani. Tutto parte con l’alleanza tra Roberto Colaninno, numero uno di Telecom, e Lorenzo Pellicioli, presidente di Seat-Pagine gialle. Pellicioli, che sogna di varare il terzo polo televisivo in Italia, nell’agosto 2000 compra da Vittorio Cecchi Gori Telemontecarlo, una rete che perdeva dai 70 ai 100 miliardi all’anno per fare ascolti dell’1, del 2, del 3 per cento. Con Mtv porta a casa due reti, un buon punto di partenza per un futuro in cui anche Rai e Mediaset potrebbero essere costrette a gestire solo due reti a testa. Dopo la scossa (mancata) della 7, il complicato giocattolo televisivo italiano continua la sua storia nel nuovo clima politico: con il proprietario delle tre reti private che controlla anche le tre reti pubbliche, ( e tanti liberali che non ci trovano niente di strano. Siamo alla vigilia di un regime? La tv chiuderà il cerchio del consenso a Berlusconi e alleati? Per rispondere si può cercare di capire quanto la tv abbia pesato finora sul comportamento elettorale. «L’esposizione alle reti televisive ha sempre influenzato le preferenze elettorali, dal 1994 a oggi», assicura Luca Ricolfi, sociologo dell’università di Torino, che esibisce i dati delle sue ricerche sugli ultimi otto appuntamenti elettorali. «L’esposizione alle reti Fininvest prima e Mediaset poi ha sempre favorito il centrodestra e in particolare Forza Italia: con impatti che vanno da un minimo di 3-4 punti (nel 1996) a un massimo di oltre 10 punti (nel 2001)». Diverso è l’impatto della Rai: «Complessivamente ininfluente nel 1994,in seguito è sempre stata favorevole al centrosinistra: vale un 3 per cento alle politiche del 1996 e oltre un 10 per cento a quelle del 2001». Il risultato è che l’effetto-Rai e l’effetto-Mediaset si sono a volte bilanciati, come nel 1996, in cui si sono annullati a vicenda con saldo zero. Nel 1994 invece l’informazione televisiva nel suo insieme, Rai più Mediaset, ha aiutato nettamente il centrodestra; nel 2001 ha leggermente aiutato il centrosinistra. Proprio nelle ultime elezioni politiche, però, l’influenza della tv ha spostato oltre il 10 per cento dei voti e nelle ultime tre settimane della campagna elettorale ha determinato la rimonta di 6-7 punti. «Può aver contato l’effetto Luttazzi-Travaglio, ma ha pesato ancora di più la copertina dell’Economist con il titolo “Perché Silvio Berlusconi è inadatto a governare l’Italia”». Da noi i girotondi hanno portato il «ceto medio riflessivo» a circondare affettuosamente le sedi Rai di tutta Italia. Ci sono dei precedenti, molto meno gioiosi. L’11 gennaio 2001 circa 100 mila persone sono scese in piazza a Praga e in altre città della Repubblica Ceca per chiedere il licenziamento di Jiri Hodac, appena nominato direttore generale della tv pubblica Ct. Hodac era considerato un lottizzato, vicino all’Ods, il Partito civico democratico dell’ex primo ministro conservatore Valclav Klaus. Le grandi manifestazioni sono arrivate dopo che la redazione del telegiornale di Ct era stata occupata per 24 giorni da 30 giornalisti «ammutinati». La rivolta, dicono le cronache, ha avuto successo. Hodac se n’è andato dichiarando: «In base alle conversazioni avute oggi con il mio medico, devo purtroppo accettare la conclusione che al momento non posso espletare l’incarico cui sono stato legittimamente eletto». A Venezia, al girotondo attorno alla Rai c’era anche una ragazzina con un cartello: «Rai = più Melevisione, meno banane». Melevisione è il programma di Raitre dedicato ai bambini, divertente, pulito, senza pubblicità. Gli italiani amano Mamma Rai. Forse ora temono di perderla, annegata in un’indistinta koinè televisiva berlusconiana. Ma gli italiani, in fondo, amano la tv in generale. Lo certifica anche il Censis, nel suo «Rapporto annuale sulla comunicazione in Italia». Divisa la popolazione in cinque gruppi in base all’utilizzo dei media, il Censis scopre che anche per il quinto gruppo, chiamato «nicchia degli esperti» e composto da un milione e mezzo di italiani sofisticati che usano otto o nove media, la tv è al primo posto, seguita dalla radio e, solo al terzo posto, dal computer. «Anche chi dice: io non guardo la televisione», spiega il direttore della ricerca Raffaele Pastore, «in realtà, indagato più a fondo, si scopre che guarda il tg, magari Santoro, qualcosa di Vespa e, quando c’è, la Dandini». È il trionfo della tv all’italiana, della nostra tv generalista, onnicomprensiva e onnivora, in cui ognuno riesce a trovare qualcosa per sé, ognuno si costruisce il suo palinsesto personale. Riuscirà Berlusconi ad azzerare tutto questo?
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:44 |
Dobbiamo domandarci se sia possibile continuare a fare un giornale come l’Unità in questa Italia. Siamo costretti a chiedercelo poiché ciò che si è consentito avvenisse giovedì sera a «Porta a Porta», ha il suono secco e indiscutibile dell’ultimo avviso, il fischio del finale di partita, lo squillo di tromba prima dell’ultima carica. Il compito, in altri tristi paesi incombenza di questurini o di addetti ai più segreti servizi se lo è assunto un signore di nome Giuliano Ferrara sul cui conto ciò che abbiamo da dire lo diremo, speriamo presto, in un’aula di tribunale. Costui ha pronunciato espressioni nei confronti di questo giornale che i lettori troveranno qui accanto e nel resoconto stenografico di quel minuto illuminante di televisione. Parole che ieri mattina l’Unità ha definito deliranti, sbagliando perché delirio è stato di alterazione e confusione mentale mentre, come vedremo tra un attimo, l’incaricato procede lucidissimo e coerente nell’adempimento della missione ricevuta. Ovvero: l’avviso. Ci ha definiti, dunque, «un foglio tendenzialmente omicida». Concetto che ha subito ribadito, caso mai qualcuno si fosse distratto («omicida proprio omicida»). Che, infine, ha timbrato e sottoscritto come un atto notarile (l’ambiente era propizio ai notai) che si intende registrare nel pubblico catasto dell’infamia («me ne assumo in pieno la responsabilità»). Intorno, come sempre in quella trasmissione, tragico e comico procedevano a braccetto. Tutto, per la verità, era cominciato dal ministro Giovanardi. Un’uscita la sua, dobbiamo pensare, del tutto inconsapevole come inconsapevole è il personaggio, noto alla sua stessa parte politica per non essere certo una cima (o se si preferisce un Pico della Mirandola). Un brav’uomo con cui sarebbe ingeneroso prendersela e che, infatti, non faceva altro che ripetere «si», «si» ogniqualvolta l’avvisatore apriva bocca. In studio c’era anche una rappresentante dell’opposizione, l’onorevole Finocchiaro, il cui contributo alla discussione sul «giornale omicida» è possibile leggere nel resoconto integrale. Di Bruno Vespa ricorderemo, invece, un magistrale cameo nel ruolo del conduttore rammaricato. Al terzo grido sul giornale omicida ha alzato il dito e ha detto: «mi pare che omicida sia una parola un po’ forte». Certo, se l’altro avesse strillato, per esempio: giornale delinquente oppure giornale mascalzoncello, allora gliela avrebbe fatta passare. Ma Ferrara voleva dire proprio quello che ha detto e al conduttore andava bene così, visto che la trasmissione era registrata e lui ha lasciato che l’insulto senza precedenti restasse lì, abbagliante, intatto, ripetuto tre volte, perché probabilmente questi erano gli accordi. È il comparaggio del tu lo tieni e io lo picchio che la premiata coppia Ferrara-Vespa ha tentato di replicare ieri pomeriggio. Il primo, dopo aver dato dell’omicida a 86 giornalisti, a 40 poligrafici e un centinaio di collaboratori, ha proposto (non ridete) un confronto con l’Unità sul tema: siete o no un giornale omicida? Una lunga nota all’Ansa tutta imperniata sul giochino io ce l’ho con quegli assassini dei direttori, non ce l’ho con i cari colleghi e con i cari operai (eh sì, mio papà mi teneva sulle ginocchia mentre le rotative della vecchia, cara Unità giravano, io sono, anzi, io resto uno di voi). E subito l’altro, la volpe, anzi Vespa, si offre di ospitare il dibattito, avendogli probabilmente spiegato l’ufficio legale Rai in quale razza di guaio si è andato a ficcare e ha ficcato l’azienda. Torniamo alla tragedia. Torniamo all’avviso. Dunque, improvvisamente una mattina di qualche settimana fa il direttore di un giornale che si chiama «Foglio» pubblica un articolo nel quale accusa il direttore dell’Unità Furio Colombo e lo scrittore Antonio Tabucchi di essere i «mandanti linguistici» del suo assassinio. Questo giornalista è stato ministro del primo governo Berlusconi. Dirige un giornale che appoggia il secondo governo Berlusconi. Due giorni prima ha partecipato a un vertice nello studio del presidente del Consiglio Berlusconi di cui è da sempre un ascoltato consigliere. La notizia esce sull’Ansa. La presenza del giornalista tra ministri e leader di partito viene definita «strana» sull’Unità. Per Ferrara è la prova provata che a via Due Macelli qualcuno (Colombo, Tabucchi) lo sta indicando come bersaglio alle Brigate Rosse (e a chi se no?). Qualche giorno dopo il dotto direttore del Foglio e lì a spiegare che nel Webster’s New Universal Unabridged Dictionary al lemma «assassinate» si può leggere: distruggere o denigrare in modo ingannevole o maligno. Purtroppo però, Bondi e Cicchitto, numero due e numero tre di Forza Italia non hanno letto il lemma. Poche storie, dichiarano, Ferrara ha ragione da vendere, l’Unità fa il gioco del terrorismo. Non era mai accaduto prima. Tre personaggi vicinissimi all’uomo più potente del Paese dichiarano, con due diversi avvertimenti, che un giornale, questo giornale, è strumento, consapevole o incosciente del terrorismo. Quindi è strumento degli assassini che hanno sparato a D’Antona e a Biagi. Cosa si fa con un giornale strumento consapevole o incosciente del terrorismo? È semplice: si caccia chi lo dirige, prima che faccia nuovi morti. E se non basta, un giornale del genere va chiuso. Anzi, richiuso. Abbiamo ancora nelle orecchie certi commenti anche di sinistra. Che esagerazione. Che inutile vittimismo. Certo, ogni tanto Ferrara va un po’ sopra le righe, ma bisogna prenderlo così com’è, intelligente e dannunziano (leggere, per favore, l’ultimo numero di «Sette»). Insomma: Ferrara, un dannunziano che sbaglia. Sul terzo avvertimento non ci dilungheremo. L’espressione «giornale omicida» è il completamento dell’avviso. Che è indirizzato all’opposizione. E che adesso possiamo leggere nella sua interezza: chi non si accorda con noi verrà fatto tacere. E ci fanno capire che loro sanno come. Questo vale per uomini come Violante, sottoposto in queste ore a una calunniosa e martellante campagna che lo indica come l’aguzzino di Andreotti. Questo vale per il sindacato indicato come palestra di violenza brigastita. Questo vale per il movimento no global accusato di essere il brodo di coltura del nuovo terrorismo. Questo vale per l’Unità. Alla sinistra del «caro Giuliano». A quella sinistra che non ha trovato una parola di solidarietà per il «giornale omicida». A questa sinistra, che non troviamo mai accanto nei momenti difficili diciamo con amicizia: non illudetevi, dopo che avranno fatto tacere noi, faranno tacere voi. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:00 |
GENOVA - Una turista milanese di 83 anni, Simonetta Casagrande, è morta ieri mattina stroncata da un malore mentre faceva windsurf nella Baia del Silenzio di Sestri Levante. La donna, nonostante l’età avanzata, non ha saputo resistere alla tentazione di cimentarsi con la tavola, che ha preso a noleggio presso la locale scuola di vela. Sin dai primi tentativi, stando alle testimonianze raccolte dai carabinieri, sembra che l’anziana donna dimostrasse una certa esperienza nel maneggio dello strumento sportivo, nonostante un primo approccio tutt’altro che atletico. Mentre cercava di governare un’imbardata provocata da un forte vento, un istruttore l’ha vista accasciarsi. Immediatamente è scattato tra i bagnanti l’allarme quindi il soccorso, agevolato ovviamente dall’attenzione che l’età della donna attirava dalla spiaggia. Trasportata a riva, a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione dei volontari della Croce Verde e del 118. La donna è morta senza riprendere conoscenza, nonostante i molti tentativi.
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
12:23 |
«Se ne è andata nel miglior modo. Se avesse potuto scegliere, sono sicuro che non avrebbe avuto dubbi». Commenta così Federico Marchini, giornalista e skipper, la morte della madre Egle Simonetta Casagrande, colpita da infarto l’altra mattina a 83 anni compiuti mentre faceva windsurf nella Baia del Silenzio di Sestri Levante. Una vita straordinaria quella di Egle Simonetta Casagrande, milanese. Crocerossina decorata con croce di guerra, pilota abilitata ad atterrare sui ghiacciai, sciatrice provetta, velista, nonché docente universitaria di microbiologia e madre di cinque figli e nonna con sei nipotini, Egle aveva imparato ad andare sulla tavola a vela a settant’anni, quando in genere gli altri smettono. Innamorata della Liguria, regione della quale era originaria la sua famiglia, era spesso nel golfo del Tigullio, ospite di amici o della barca dei figli. Ieri, come tante altre volte, era andata al mare nella Baia del Silenzio ed aveva preso a nolo un windsurf dalla scuola di vela Tigullio Sail. Classe 1919, Egle Simonetta Casagrande si era guadagnata il soprannome di «schiaffeggiatrice» perché durante la campagna di Russia aveva preso a schiaffi un soldato delle Ss che aveva rivolto commenti sprezzanti ai prigionieri italiani che lei stava assistendo su un treno-ospedale. In Russia ci era arrivata dalla Libia, dove aveva prestato servizio su una nave-ospedale. Il suo primo amore era stato il volo, con gli aeroclub di Bresso e Vergiate. Aveva conseguito i brevetti di primo e secondo grado ed una speciale abilitazione ad atterrare sui ghiacciai alpini per missioni di soccorso. Aveva smesso di volare, ma a malincuore, a 75 anni. Ma anche lo sci la affascinava, anche se non aveva mai svolto attività agonistica. E poi aveva praticato atletica leggera e vela. Docente di microbiologia, aveva lasciato la facoltà di agraria di Milano per dedicarsi ai figli: Marco, Guido, Federico e Cora. Un quinto figlio era morto in giovane età. Una volta che i ragazzi erano diventati grandi, aveva ripreso ad insegnare nelle scuole superiori. Nonostante la sua personalità, non amava la pubblicità ed era una persona riservata. Aveva recentemente rifiutato un’intervista televisiva dopo che era stata pubblicato un articolo dedicato a lei sulla rivista «Elle», per la serie donne straordinarie. Da alcuni anni si era trasferita a Vimercate per stare più vicina ai nipoti.
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
12:22 |
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