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giovedì, gennaio 29, 2004
 

 

Stasera ti chiamo

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:26 |
 

 

Come è strano incontrarti di sera in mezzo alla gente 
salutarci come due vecchi amici ehi ciao come stai 
quando un giorno di notte mi hai detto "Non ti lascerò mai" 
quando un giorno di notte t'ho detto "Non ti lascerò mai" 
e adesso siamo occhi negli occhi e non serve a niente parlare 
ho la mappa di tutti i tuoi nei la potrei disegnare 
nei tuoi occhi ritrovo i miei giorni di qualche anno fa le domeniche senza far niente 
e voglia di sincerità parliamo un po' raccontami quello che fai 
sei la stessa che un giorno m'ha detto "Non ti lascerò mai" 
quando un giorno di notte m'hai detto "Non ti lascerò mai" 
quando un giorno di notte t'ho detto "Non ti lascerò mai" 
io ti cercherò negli occhi della donne che nel mondo incontrerò 
e dentro quegli sguardi mi ricorderò di noi chissà se si chiamava amore 
nei tuoi occhi mi ritrovo nell'attimo prima in cui sto per baciarti l'universo si ferma un istante 
perché vuole ammirarti tutto il resto mi passa alle mani come la sabbia del mare 
resta solo un diamante che brilla e che continua a brillare ogni volta che mi torni in mente 
continua a brillare in un angolo della mia mente ti continuo ad amare 
io ti cercherò negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò 
e dentro quegli sguardi mi ricorderò di noi chissà se si chiamava amore...
 
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:05 |
 

 

Io non so cos'è
questa sera tutto parla di te
piove come un anno fa
fumo l'ultima anche se non mi va
misuro a piedi tutta casa mia
troppo grande ormai per me
cerco una voce in segreteria
ma so già che non ci sarà

E andata cosi
ma fa male
questa voglia che ho di te
e andata così, lo so
prevedibile
se ognuno pensa a se
ma tu giri in testa e poi non te ne vai
chi si e amato per davvero
non smette mai

Chiudo gli occhi e poi
scorre il nastro della storia tra noi
le risate e i brividi
notti rosse
foto mosse
ma eravamo troppo belli, angeli ribelli
per non cedere giù
per non bruciare tutto prima che questo amore
si consumi da se
e andata cosi
ma fa male
ogni giorno senza te
e andata cosi, lo so
ma ti vorrei qui
a ridere con me
tu che giri in testa e non te ne vai più

come questa voglia che
non e andata via con te
e brucia, grida forte dentro me

Tu che giri in testa e non te ne vai più
ma cercarti non ha senso perche ormai non ci sei
e andata così ma rimane
questa volglia che ho di te
e andata così, lo so
questo amore che forse e stato piu grande di noi
cercarti non ha più senso
anzi, senso ne ha
perche tu lo sai chi si e amato per davvero
non smette mai
giri in testa e non te ne vai

 



















































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:04 |
 

 

Milano centro: ore 13.30, tempo limpido e temperatura mite. È il momento di un buon allenamento. Dopo due rapide stirate mi avvio verso la zona di partenza, e intanto penso, oggi che si fa? Guardo l'orologio. Il tempo è poco e decido per un programma rapido: un po' di variazioni di ritmo sui 500 metri alternando 500 metri a 4 minuti e 500 metri a 5 minuti.

Iniziamo con un breve riscaldamento di un paio di chilometri. Vicino a me corricchia una signora di una certa età bassa e un po' tracagnotta, che procede in totale souplesse come se stesse camminando ascoltando musica.

Alla fine di 1500 metri parto per il primo 500. Buone sensazioni, la gamba gira bene e il fiato c'è. Finisco il primo 500 veloce e rallento fino a 5 minuti al chilometro. Mi giro e ...la signora è ancora lì, mi è stata a fianco durante tutto il 500 senza che me ne accorgessi. Non ho tempo di pensarci, devo di nuovo ripartire. Sono concentrato, cerco di sciogliere le gambe e le braccia, di procedere elastico.

Via... un altro 500 è fatto, rallento di nuovo. Prendo al volo la borraccia e bevo un sorso. Con la coda dell'occhio percepisco un movimento vicino a me. È ancora la signora che anche stavolta non si è fatta staccare. E non dà segni di stanchezza. La cosa comincia ad innervosirmi. E così decido che è il momento di farle vedere che io sono un runner e che lei è una signora tracagnotta. I successivi sei mezzi chilometri li faccio in totale concentrazione cercando la massima disinvoltura di movimento e la completa armonia del passo. Non mi faccio distrarre dall'obiettivo competitivo né da chi passa davanti a me. Devo solo correre, correre, cercando di scivolare nell'aria che mi sembra ferma. Fa caldo, sono madido di sudore e i battiti ormai non calano più molto nella fase di recupero. La signora non l'ho superata, o perlomeno non me ne sono accorto. Alla fine dell'ottavo 500 lento però non resisto alla curiosità e mi giro. È ancora lì. Non ha una stilla di sudore, solo due ombre sotto le ascelle cicciotte. È rilassata, sorride anche se ha riposto il walkman. È vero che la corsa attenua le differenze e che non bisogna mai giudicare un runner dall'aspetto, ma mi sento umiliato e questo mi dà la spinta necessaria.

Parto per il nono 500 metri e decido che invece sarà un 2000. Un 2000 che voglio fare a 3.50, e poi vediamo. È dura, è dura... Il sudore mi acceca ogni tanto e devo socchiudere gli occhi. Il cuore pulsa regolare ma in fretta. L'aria è immobile, calda e umida. Ma la mia falcata si allunga bene e chiudo il 2000 in accelerazione. Rallento di botto e mi giro. È lì. È lì vicino a me e mi è stata vicina durante tutti questi due lunghi chilometri. Ma non ha sofferto, per nulla. Io sono un mantice mentre faccio un po' di defaticamento. Lei respira tranquilla nel suo procedere un po' traballante a passi piccoli e ravvicinati. Non ce l'ho fatta a staccarla. E io che mi credevo un runner. Non ho potuto staccare una signora che avrà la mia età più quella dei miei figli e che avrà il mio peso distribuito su due terzi della mia altezza. In questi ultimi metri lei ha uno sguardo serafico e rilassato mentre io ho la faccia stravolta, paonazza e madida di sudore. Chapeau, cara signora.

Bevo un sorso dalla borraccia, la guardo, mi sorride e lei mi fa: "Certo che lei corre davvero veloce, caro giovanotto. Io invece vengo qui per passeggiare...". Io non ho ancora il fiato per rispondere e poi non saprei cosa dire. Così annuisco. Rallento. Mi fermo e si ferma anche lei. Insieme scendiamo dai nostri tapis roulant e ci avviamo verso l'uscita della palestra. Si volta tranquilla e mi saluta.

Vita da criceti.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:34 |


martedì, gennaio 27, 2004
 

 

Due litiganti vengono portati di fronte al giudice saggio. Il giudice saggio ascolta con estrema attenzione il primo litigante e gli dice alla fine: "Hai ragione, hai perfettamente ragione". Dopodiché ascolta il secondo litigante, gli rivolge delle domande, si fa spiegare tutte le sue vicende, ecc.; e alla fine gli dice: "Hai ragione, hai perfettamente ragione". A questo punto uno fra il pubblico trova il coraggio di alzare la mano ed esclama: "Ma eccellenza, non possono aver ragione tutti e due!". Il giudice ci pensa sopra un attimo e poi replica, serafico :"Hai ragione anche tu!".

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:10 |


lunedì, gennaio 26, 2004
 

 

La mia insegnante, Anne Davies, raccontò una volta la storia di una negoziazione tra un generale dell'esercito statunitense e il capo di una tribù cannibale della Nuova Guinea, durante la seconda guerra mondiale. Il generale voleva che il capo radunasse la sua tribù per aiutare le truppe americane nella guerra contro i giapponesi. Il capo rifiutò, dicendo che gli americani erano immorali. Il generale rimase scioccato: "Noi non siamo immorali!", protestò. "I giapponesi sono immorali". Il cannibale rispose: "Giapponesi e americani sono immorali allo stesso modo. Tutti e due uccidete molte più persone di quante ne potete mangiare".

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:30 |
 

 

IN UNA FAVELA BRASILIANA... Una decina di anni fa, a Recife. Mi siedo ai bordi di un campetto di calcio – terreno rognoso e tutto buche vaste come crateri lunari: è qui che si impara il vero controllo della palla – e guardo una partita tra due squadre di ragazzini. Alla fine del primo tempo, mi si fanno attorno curiosi e mi chiedono da dove vengo. «Dall’Italia, da Parma», dico. Un lampo negli occhi di tutti: «Conosce o Senhor Calisto?» Chiamare qualcuno per primo nome, in portoghese-brasiliano, è segno a un tempo di massima celebrità e rispetto: lo si fa col presidente della repubblica. E o Senhor Calisto, padrone del Parma, squadra di cui sanno a memoria tutte le partite, grazie al satellite, in un Paese ignoto e lontano – uno di loro mi chiede se si può andare in Italia «para a Rodoviaria», il Greyhound brasiliano, una rete di autobus che collega tutto il Paese – o Senhor Calisto padrone del Palmeiras di San Paolo, è qualcuno infinitamente più grande di Babbo Natale: potrebbe realizzare con un sol tocco tutti i loro desideri, farli diventare campioni miliardari, famosi nel mondo, con bionde favolose al braccio, rapirli a volo dalla miseria della favela. «Parlagli di noi», mi dicono. O Senhor Calisto è o dono do mundo. È il padrone del mondo, che era il titolo della telenovela di Rede Globo allora più popolare.

PARMA, TEATRO REGIO: 23 DICEMBRE 2003. In questa città, che ha sempre amato coltivare quel lieve e quasi gradevole tanfo da ancien régime preunitario che ancora emana – con compiaciuto sussiego la borghesia locale ama ancora chiamarla, in francese, la Petite Capitale – esserci o non esserci alla prima del Regio ha ancora il valore sociale che aveva nelle piccole principalità italiane. Ma stasera la conta dei presenti e degli assenti è un gioco con sottotoni sinistri. Scontata l’assenza dei Tanzi, del resto più gente da Stadio Tardini che da palco all’opera. Ma chi avrà la faccia di venire, e chi di brillare per la propria forzata o volontaria assenza, in questo tempio e club privato della locale Unione industriali? Sotto il trucco pesante e i profumi aggressivi, le facce delle signore paiono torurate da fastidiosi crampi di stomaco, o dolori più infamanti in parti più basse. Gli uomini hanno la medesima espressione che di questi giorni fa distinguere una faccia parmigiana tra mille: faccia da shock da granata. Un lieve mormorio, sottile come un fruscio di seta, segnala l’arrivo di Luciano Silingardi, presidente della Fondazione Cariparma, e fino a metà dicembre – quando si dice le coincidenze; ma ormai in questo Paese parlare di «conflitto di interessi» appare vano e vagamente ridicolo – membro del Cda della Parmalat, e ora non più, dopo frettolose dimissioni. Mormorii per l’aria: «È senza moglie?! Che è poi la sorella della moglie di Tanzi. Nasce Chiesi, sai? Grossa industria farmaceutica. Sono cognati, sai? Te l’immagini la lite a casa? “Vai tu! No, vieni anche tu! No, io non ci vengo”». E lui passa. Un legionario romano sotto le forche caudine non avrà ostentato più impavida dignità, o più spento grigiore.

E il ministro Lunardi? Si chiedono tutti. Compagno di scuola di Tanzi alle medie De La Salle. Poi le loro strade scolastiche si son divise. Lui è andato al Liceo Romagnosi, la scuola chic della città. E Tanzi ha proseguito all’Istituto Tecnico Melloni, e infatti fino al cavalierato era il rag. Calisto Tanzi – come ragionieri, senza quasi eccezione, sono tutti i ranghi alti dell’amministrazione di Parmalat. Un tempo, tra la più spocchiosa borghesia industriale lombarda dire di qualcuno el gh’a un po’ del ragiunat avrebbe potuto tradursi in italiano come uomo di bassa condizione sociale con pretese ma assoluta mancanza di fantasia; ma i nostri solerti ragionieri, in questa vicenda, di fantasia ne hanno mostrata anche troppa. Il ministro Lunardi è entrato a luci spente in sala, e ne è uscito al primo accenno di fiacco applauso alla fine. La truppa di volonterosi apparitori in tv, questa sera era assai esigua attorno alla telecamera e al microfono del cronista di TvParma. Il giorno dopo, l’ottima Violetta, Mariella Devia, e l’ottimo Alfredo, Marcelo Alvaréz – malcauti! – si sono lamentati con la Gazzetta che il pubblico era «un po’ freddo».

IL PIO CALISTO. Una chiesa nell’hinterland parmigiano, anzi sul territorio del feudo Parmalat. Chiesa che attesta le profonde e discretamente esibite pietas e caritas cattoliche di Calisto Tanzi: è stata restaurata a spese della famiglia Tanzi. Il sacerdote si rivolge ai fedeli e dice: «Fratelli, nelle nostre preghiere non dimentichiamo il nostro fratello Calisto, ora in gravi difficoltà». Di scatto, senza far parola, metà dei fedeli si alza ed esce. Tra questi, forse, alcuni di quelli che qualche giorno dopo vanno a ingrossare la folla di risparmiatori ansiosi che s’accalca agli sportelli della Cariparma di Collecchio – una piccola Argentina locale – chiedendo indietro a gran voce i propri soldi, a poveri funzionari e impiegati che altro non possono fare se non allargare le braccia in un gesto di impotente desolazione.

La devozione di Calisto è proverbiale in città. Lo attesti una chiacchiera invelenita colta al volo dal salumiere, mentre faccio la spesa. Voce di signora stizzita: «Quello... faceva la comunione tutte le domeniche! E tutte le domeniche mandava a prendere il parroco in elicottero per farsi dire messa nella sua cappella privata. Anche in galera ha subito voluto fare la comunione! Coi soldi credono di potersi comprare tutto, anche Dio, anche la bellezza...».
Io: «Che c’entra la bellezza?».
Signora stizzita: «Alla figlia, che è piccola piccola, le ha fatto allungare le gambe. Le hanno attaccato due pezzi di ossobuco ai femori!». Voce di signore ancora più stizzito: «E quando è scappato è passato anche da Fatima, con la moglie. Hanno fatto tutto il sagrato in ginocchio. Poi è andato in Ecuador nascondere i soldi. Come uno che si mette la cintura e le bretelle. Non si sa mai, anche la Madonna può aiutare!» Voce di signora certo delusa ma accomodante: «Sì però in città ha fatto anche tanto bene». E infatti, nel trentennio di resistibile ascesa, non c’è opera di carità cattolica, o solidarietà sociale della sinistra, che non abbia sempre visto in prima fila, con generosissime donazioni, Calisto Tanzi e l’intera famiglia. Chiedo un parere a un uomo eminente della sinistra parmigiana, che da sempre si batte per garantire giustizia sociale a malati mentali, anziani, e gioventù disagiata. Mi dice: «Sai mi riesce difficile mettere insieme l’immagine del cinico bastardo, “socialmente pericoloso” che viene descritto nel mandato di cattura e l’uomo che conosco io. Mi ha sempre aiutato, e generosamente. E ti giuro: mi è sempre sembrato sincero».

UOMO DI GARBO. Di poche parole, quasi taciturno. Ma molto garbato e compíto. Uomo formato dalle vecchie gerarchie ecclesiastiche, a partire dalle elementari e medie all’Istituto LaSalle, con qualcosa di soavemente prelatizio nei modi. Ben lontano dalla cafoneria aggressiva esibita come virtù al giorno d’oggi. Un amico, studente e cameriere volante per un agenzia di catering mi racconta il seguente aneddoto. Erano stati assunti per una festa in casa Tanzi, ed erano in undici. Calisto – e per dargli quel nome la sua mamma lo doveva amare molto: è il superlativo assoluto di kalòs, e vuol dire il più bello – ha curato di persona, da perfetto ospite, ogni dettaglio dell’organizzazione. Dirigendo lui gli undici camerieri che aveva soprannominato «la mia seconda squadra». E affascinandoli, perché al carisma della ricchezza aggiungeva la gentilezza. Alla fine della festa, li ha messi tutti in fila e ha consegnato a ciascuno una sovrana, ossia una sterlina d’oro. Meraviglia e camerieresca gratitudine da parte di tutti, salvo uno – c’è sempre un guastafeste – che ha la sfacciataggine di dire: «Sì, però era meglio se ci dava una mancia in contanti». Calisto non fa una piega; ritira le undici sovrane d’oro, si assenta per un attimo e torna con un pacco di contanti. Nelle mani di ciascuno – eravamo prima del cambio di moneta – depone 500 mila lire, cash.

IN PIAZZA: CHIACCHIERE GRANDI E PICCINE. Per i primi giorni, su noi tutti, l’effetto era appunto uno shock da granata. Non dicevamo nulla; a ogni incontro allargavamo le braccia all’aria, e poi si parlava d’altro. Poi a poco a poco le lingue si son sciolte, e il fragore delle chiacchiere è ormai assordante. Ne tenterò una sintesi a collage, cercando di distinguere le diverse scuole di pensiero. Dentro ogni italiano, si sa, abita un esperto di calcio e un dietrologo emerito. Sulla Gazzetta di Parma del 2 gennaio, il direttore Giuliano Molossi ha scritto: «Da tempo tutti sapevamo che Calisto Tanzi viveva seduto su una montagna di debiti. E che il tempo passava e qualla montagna continuava a crescere». È vero, lo sapevamo tutti. E lui più d’ogni altro dato che il suo giornale, e la televisione associata, sono posseduti dall’Unione industriali, e nel consiglio d’amministrazione, accanto al presidente Guido Barilla siede ancora Stefano Tanzi – un rapido cambio d’amministratore delegato alla metà di dicembre viene ora letto dalla città come sostituzione di un uomo di Tanzi con una figura meno compromessa. Della montagna lo sapevamo tutti, certo. Ma una prima scuola del demone dietrologico che si sfoga in piazza cerca di rispondere a una ossessiva domanda: perché proprio adesso? Perché in simultanea con la concessione dell’Authority alimentare a Parma? A queste si risponde con un teoria di dietrologia politica.

Voce d’un signore che sa tutto: «Tutti sapevano che lui Berlusconi non se lo filava proprio. E che dava soldi alla Margherita. Tanzi è un uomo del vecchio regime, abituato a mediare tra i vecchi partiti, e più a fondo tra le due più solide e durevoli istituzioni del consociativismo cittadino: Chiesa e massoneria. Gli han fatto una carognata al momento giusto. La Bank of America si teneva buono il certificato di credito falso» – tra l’altro, oltre al grottesco della falsificazione con lo scanner, la stampa italiana, ma non quella anglosassone, non ha rilevato l’adorabile inglese maccheronico in cui è scritto – «se lo teneva buono come una bomba a tempo. Al momento giusto gliel’han fatto tirare fuori».
L’altra scuola di pensiero dietrologico, cerca di rispondere all’aspetto di questa vicenda che più sgomenta: l’enorme entità del buco – appunto, buco nero, come l’infausto nome di una delle società farlocche di Tanzi – splancato dalle imprese finanziare di Tanzi e dei suoi ragionieri. E su questo punto la vox populi si risponde con una teoria criminale. Voce di un signore ancor più informato: «C’erano già buchi enormi. Chi mi dice che non sia stato tentato di tapparli mettendosi in un grosso affare criminale? Che so, riciclaggio di soldi, armi, droga, o quant’altro? E se l’ha fatto, l’ha fatto con la connivenza delle banche americane, che son state zitte, e a lungo, sperando di rivere i propri soldi. Poi gli è andato male, e quelle han tirato fuori le carte false. Per me è andata così».
Voce di un signore profondamente deluso: «Ve’, ma ora, se si sfascia il Parma, declassano anche lo Stadio Tardini, e non vedremo più le partite di Serie A a Parma?!». Sospiri e gesti di disperazione da parte di tutti.

STORIA SOLO ITALIANA? Mi cerca una giornalista della Bbc per «conoscere l’umore della città» – Parma in questi giorni è invasa da stampa e televisione del mondo intero: che brutta pubblicità per l’inizio dei lavori della benedetta Authority, in cui ora si spera più che mai per restaurare la fama disastrata della food valley italiana – «Per fortuna che ci rimangono il culatello, il prosciutto e il parmigiano!», come dice saggiamente il mio simpatico salumiere all’angolo. È una brava ragazza di buona volontà, ma sa quel che ha letto sulla stampa inglese. E dalle sue domande traspare quel tono che ho trovato nella stampa straniera in genere, ma in particolare in quella anglosassone, e che così si può rissumere: ennesimo caso di folclore capitalistico italiano; capitalismo familistico fragile, protezioni politiche, disonestà mafiosa, etc. etc. Cerco di chiarirle le idee riferendole un discorso che mi ha fatto un amico, industriale del ramo alimentare, non parmigiano, bensì siciliano, uomo intelligente e colto, che legge giornali in tre lingue e ha provato lo stesso sconcerto alle interpretazioni semplificanti e folkloriche. «Vero», mi ha detto il mio amico, «la prima parte della carriera di Tanzi è tutta dentro il tradizionale quadro di capitalismo familistico protetto all’italiana. Siamo in pieno folklore locale. Ma la seconda parte, quei quindici anni di bilanci truccati e scatole cinesi vuote? L’ultimo ventennio, forse, di Caymaneconomy, quella è l’alchimia finanziaria criminale tipica del turbocapitalismo deregolato e globalizzato di oggi. La meraviglia è che un gruppo di ragionieri di provincia abbia imparato a destreggiarsi così bene su quell’esile diaframma, sottile come una carta velina, che separa crimine da finanza, oggi. C’è quasi da dirgli bravi».

 





















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:02 |


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