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giovedì, febbraio 26, 2004
 

 

"Tu m'hai provocato e io te magno" avrebbe detto Alberto Sordi, indimenticabile alfiere della romanità.
Che ora ha trovato un'insospettabile allievo, nientemeno che in Papa Giovanni Paolo II. "volemose
bene, semo romani"così il pontefice ha risposto ad alcuni parroci della Capitale giunti in udienza che gli avevano scherzosamente fatto notare come i tanti pellegrini giunti a Roma vedevano il Papa salutarli nelle loro lingue mentre i romani non udivano mai il vescovo di Roma parlare nel dialetto locale. Giovanni Paolo II non si è fatto sfuggire l'occasione e ha dimostrato che in più di 25 anni di pontificato è riuscito ad apprendere i rudimenti della lingua cara al Belli e a Trilussa.

«Qui c'è il testo che avevo preparato, ma l'ho scavalcato! Lo troverete su L'Osservatore Romano». Il Papa sorprende tutti e invece del discorso ufficiale si lancia in un elogio a braccio del matrimonio e della castità del sacerdozio. Concludendo con un'esortazione ai parroci: «E ora demose da fà».
 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:26 |


mercoledì, febbraio 25, 2004
 

 

"La sto purificando, lo faccio per la pace nel mondo". Parole senza senso. Pronunciate dopo aver accoltellato al torace la figlioletta di due anni sull'altare della chiesa di Lurate Caccivio, paesone cresciuto sulla strada tra Como e Varese. Poi, la giovane madre, 30 anni, da tempo colpita da crisi depressive, si è piantata il coltello nel petto. Le condizioni della piccola sono gravissime e si sono aggravate ulteriormente durante la notte, mentre la madre ha buone possibilità di salvarsi la vita.

Tutto è accaduto ieri pomeriggio. La chiesa del paese in quel momento era deserta. La donna, 33 anni, separata dal marito e da qualche mese in preda ad una profonda crisi depressiva aggravata dalla morte del padre, è entrata di corsa con la bambina in braccio. Ha impugnato il coltello e ha colpito la figlia. Dopo aver ferito la piccina, si è avviata verso la navata centrale raggiungendo una acquasantiera per bagnarsi le dita e farsi il segno della croce rassicurando i presenti dicendo loro che "non è nulla di grave. Ci salveremo entrambe". Poi si è colpita al petto.

Sconcertato il parroco, Don Luigi Zoni, 64 anni: "Sono arrivato un'ora dopo e non potevo credere a quello che mi stavano raccontando", spiega. In effetti l'accaduto non ha e non può avere spiegazioni razionali, come confermano le parole senza senso pronunciate sull'altare: fino a pochi minuti prima la giovane madre, che vive in paese con i parenti e lavora con loro, era sembrata del tutto normale. Un'ora prima di compiere il folle gesto era andata a comperare le sigarette.

 





postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:54 |
 

 

gb "ci piacerebbe che compartecipaste all'iniziativa, mettendo un chip (minimo impegno economico) di quasiasi entità, in modo da essere realmente parte della struttura"

cp "per noi non c'è nessun problema a mettere il tip (mancia)"

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:41 |
 

 

"cercando di tenere in considerazione le esuberanze che emergeranno dalla riorganizzazione"

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:30 |
 

 

Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal.
Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal.
Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto.
Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo.
Quel cavallo era la Libertà.
Volevo che tutti fossero liberi.
Volevo che tutti comprassero Vidal.

Poi un giorno mio padre disse che all'Esselunga c'era il tre per due e avremmo dovuto approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma.
La mia famiglia non mi ha mai capito.

Da allora mi sono sempre comperato il bagnoschiuma Vidal da solo, e non me ne è mai importato nulla che in casa ci fossero tre confezioni di Pure & Vegetal alla calendula da far fuori.
Anzi quando entravo nel bagno e vedevo appoggiata al bidè una di quelle squallide bottiglie di plastica non potevo fare a meno di esprimere tutta la mia rabbia, rifiutandomi di cenare con loro.

Non tutto può essere comunicato.
Provatevi voi a essere colpiti negli ideali. Per delle questioni di prezzo, poi. Stavo zitto.

Mangiavo in camera mia, patatine e tegolini del Mulino, non volevo più nemmeno vedere i miei amici: fingevo di non esserci, quando mi chiamavano al telefono.

Giorno dopo giorno mi accorgevo di quanto mia madre fosse brutta.
Avevo una madre che non avrebbe mai potuto candidarsi in politica, con le vene varicose e le dita ingiallite dalle sigarette.
Mia madre mi faceva schifo e mi chiedevo come era possibile che da bambino la amassi.
Mio padre diventava sempre più vecchio anche lui.
Era davvero arrivato il momento di ammazzarli.

Una sera uscii dalla mia camera e dissi loro che avevo deciso di eliminarli.
Mi guardarono con i loro occhi da vecchi e, stupiti forse dal fatto che gli rivolgessi la parola, mi chiesero perché.
Dissi che dovevano cambiare bagnoschiuma, almeno.
Si misero a ridere.

Allora salii in camera e presi la lattina di pomodori pelati che mi ero nascosto sotto il letto per mangiarmeli di notte.
Tornai in cucina e chiusi la porta a chiave.

Urlai a mia madre che era una schifezza di persona e che si sarebbe dovuta fare asportare l'utero prima di concepirmi.
Mio padre si alzò di scatto cercando di darmi una sberla ma io gli tirai un tale calcio nei testicoli che cadde a terra senza respirare.

Mia madre si avventò piangendo su di lui, urlando cose sconnesse che la rendevano ancora più vecchia e ridicola. Le affondai il coperchio di latta tagliente sul collo, uscivano litri di sangue mentre gridava come un maiale.
Poi ammazzai mio padre con il coltello dei surgelati.

 




















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:11 |
 

 

Salvatore il Chiavatore era nato da una famiglia scalcagnata, senza una lira da cinquanta generazioni, cioè da sempre, ché i Mastracci di Tor Pignattara erano una razza a parte. Pareva ce l’avessero scritto nel dna, di dover sempre tribolare per sbarcare il lunario in mille e una maniera, sperando in una svolta che non arrivava mai, capace di cambiargli la vita da un giorno all’altro e trasformare in sorrisi le smorfiette sghembe che deturpavano le loro facce deturpate dai digiuni forzati: quelli che toccano a chi ha le tasche vuote e le palle piene di tutte le ingiustizie che ha dovuto sopportare da quando ha messo piede in questo mondo d’inferno. Salvatore faceva il Cinturaro a Porta Portese. Vendeva cioè cinture di finta pelle per quattro soldi. Ad un certo punto, però, era finito in mano agli strozzini più carognosi di Roma ed era stato risucchiato dal vortice degli interessi, precipitando nel baratro dei buffi. Avere questi guai, in Italia, era fin troppo facile, dato che si nasceva già indebitati fino al collo. Il problema, poi, era pagarli, ché la vita è un lampo: volano le settimane, i mesi e gli anni… ogni milione diventa dieci e ogni dieci cento, finché arriva la resa dei conti e lo strozzato di turno deve alzare bandiera bianca, scoprendo le chiappe. L’Economia del Paese, poi, mica gira sempre come una trottola in festa, dove tutti vendono e comprano e dunque mangiano a quattro palmenti… Nell’arco di una vita ci sono momenti di crisi a bizzeffe e, almeno una volta, tocca ad ognuno far conoscenza con la signora Fame. È una tipaccia che sarebbe meglio non incontrare mai sulla propria strada, ché, a farci una passeggiata insieme, si rischia di diventare molto, ma molto cattivi. Fino al giorno in cui il cervello comincia a girare per conto suo, e non lo controlli più: è lui che decide, e decide sempre di far piangere qualcuno pur di mettere qualcosa sotto i denti. Morte tua, vita mia: è questa la legge infame del mondo. E a quel punto, si salvi chi può, ché subito dopo scatta la legge del Menga: chi l’ha in culo se lo tenga. La regola vale per tutti, tranne che per Salvatore. Lui era proprio un buono, diciamo pure un coglionazzo. Uno dei pochi, o almeno così sembrava. Certo, era un po’ strampalato, lunatico, incazzoso. A volte faceva delle sfuriate senza senso, più che altro per sfogarsi, ma, con tutti i casini che aveva passato, si poteva chiudere un occhio… Era burbero e ignorante, un grosso scopatore (non a caso lo chiamavano ‘il Chiavatore’) e spesso alzava il gomito. Ma, come già s’è detto, buono e generoso. Confidava sempre nella Divina Provvidenza e, lavorando come un mulo dalla mattina alla sera, cercava di non dare di testa, convinto di riuscire a scrollarsi di dosso i debiti che gli lievitavano sulle spalle al dieci per cento mensile. Senza considerare gli interessi degli interessi: i cosiddetti anatocismi inventati dal diavolo in persona, ché erano proprio quelli che gli avevano scavato la fossa. E lui già ci stava dentro con un piede e mezzo. Perché uscirne fuori, dalla palude degli anatocismi, una parola che pare una malattia, e in effetti fa ammalare la gente, anzi: crepare, non era una cosa tanto semplice, per uno che vendeva cinture a cinquemilalire l’una (diecimila per gli stranieri). Mandare avanti la baracca - e casa Mastracci era una baracca vera e propria, tirata su alla buona su una sponda del Tevere -, si faceva sempre più dura anche per un torello come lui, che pure aveva due spallone da orango e le braccia da sradicatore di querce. La moglie Arabella ne sapeva qualcosa, della forza di quel bestione. Forse il problema di Salvatore era stato che, quando tornava a casa la sera, trovava la moglie Arabella - da giovane era stata una cellacchiona a quattro stelle - e, come la vedeva, perdeva la fiammella della ragione, le montava addosso, l’infilava manco fosse una cagna in calore e la sbatteva e risbatteva da una parte all’altra. Ogni sera la stessa storia: non perdeva un colpo.
“Aaaah... aaah... béccate ‘st’asso de bastoni!” sghignazzava, tutto sudato, mentre l’infilzava da par suo. Dopo anni ed anni, sembrava non essersi ancora stufato. Lei, invece, non ne poteva più, ma sopportava di buon grado, pensando ad altro.
“Ma me vòi bene, me vòi bene?” chiedeva ogni tanto, ansando, giusto per rompere la monotonia.
“Come no, come no... girate, va’!” ribatteva il Chiavatore, stantuffando su e giù.
“Ma mi ami? mi ami, amo’?”
“Come no... Senti quanto!“
“Ma quanto?”
“Tanto… tanto… aah…”
“Ma tanto quanto?”
“Mo te lo faccio vedé… vie’ qua, però, piegate un po’... Aaah... tanto come ‘sto pilastro: beccalo, è tutta salute!”
“Amore, amore...”
Amore oggi, ti amo domani, indigestioni di cazzo tutte le sere, Arabella aveva passato la vita a gambe larghe ché, anche quando non scopava, sfornava un figlioletto dopo l’altro, manco fossero pizzette. Dopo il settimo figlio, s’era ripetuta sempre la stessa scena: la sera lei serviva a tavola tremolando, palliduccia e silenziosa, come se avesse qualcosa da nascondere, e il marito veniva colto da una specie di presentimento.
“’Mbe’? Te vedo strana: me devi dì qualcosa o te so’ venute le masturbazioni?”
“Magari me fossero venute.”
“Perché magari?”
“Perché voleva dì che non ero rimasta incinta un’altra volta!”
“Mortacc... ma che, è mio pure questo?” chiedeva Salvatore, sbattendo un pugno sul tavolo che faceva schizzare la brodaglia fuori dal piatto.
“Di chi vòi che sia? Mica m’avrai preso pe’ ‘na zoccola?”
“Che ne so, io? il cefalo me pare che nun te dispiace.”
“Che c’entra? se battevo er marciapiede, a quest’ora mica vivevo dentro ‘na baracca, no? Chiedi scusa.”
“Pure questo è vero. Comunque ‘na cosa è certa: se ‘sto pupo è fijo mio, è tutta grazia di Dio! - tagliava corto lui -. Tiralo su tu, però: io ciò da lavorà e di sicuro nun ciò tempo da perde a spazzà er culo ai pupetti che se cacano sotto.”
“Certo: ce penso io, amo’. Me vòi bene, però, me lo vòi, bene?”
“Ooooh... ‘na cifra, Arabe’. Ciài pure i dubbi?”
“Ma non pensi che forse sarebbe arrivato er momento de infilatte i... preservaf... i cosi... quando che me te ingroppi?”
“I che?”
“I preferva... tibi?”
“Ah, i cosi. Lassa perde: ce l’hai un’idea, de quanto costano?”
“Lo so, lo so… ma qua due so’ le cose: o te dai ‘na bella calmata o ‘sta casa diventa un asilo. Io vojo bene a tutti, ma mica so’ fatta de cemento armato.”
“Nooo… già devo sgobbà come un negro tutto il santo giorno con quelle cinture sceme… posso stà a impazzì pure a letto, co’ quei cazzo de cosi?” la stroncava Salvatore. Di preservativi, proprio non ne voleva sapere, e continuava a fottere come un riccio, vivendo alla giornata. Una sera, però, Arabella ci riprovò. Al momento giusto, mentre facevano a caccia e metti,
“Ma te costa proprio tanto?” sussurrò.
“Ma che?”
“Coprirti er creapopoli?”
“Ancora? Ma chi te l’ha messa in testa, ‘st’idea bislacca?” protestò il chiavatore, tirando fuori la mazza dalla gnocca della moglie. So’ vent’anni che scopamo e semo stati tanto bene così!”
“Avemo pure fatto do-di-ci ragazzini, però! Dico: do-di-ci!”
“E chi se ne frega…” ribatté lui, poi prese la mira, si lasciò cadere sopra di lei e le affondò di nuovo il pippolone in panza.
“Io vojo scopà, scopà e riscopà! Se metto al mondo cinquanta fiji, li mantengo tutti e cinquanta co’ ‘ste du’ braccia! Mi sfondo de lavoro, hai capito? mi sfondo de fatica come ti sfondo de cazzo!” urlò.
“Ma almeno... me vòi be...” fece per chiedere lei, ma questa volta Salvatore le tappò la bocca con una mano.
“Sì, sì... nun me lo ripete trenta volte al giorno, però: me fai ‘na capoccia così, co’ ‘sta storia...” borbottò.
“Ma però tu me vòi be...” replicò lei, e allora Salvatore le sferrò un manrovescio sulla bocca, facendola sanguinare.
“Cazzo e cazzotti, a voi femmine!” strillò.
“Perché mi meni?”
“Perché parli troppo: muoviti di più e parlà de meno! Ti voglio con la fica aperta e la bocca chiusa: lo sai, no?”
In quella, però, nella camerella si presentò Giannino, uno dei dodici pupi.
“A pa’, a ma’… che state a fà?”
“Vaffanculo, Gianni’.” scandì il Chiavatore, continuando a montare come se niente fosse.
“Va a giocà, cocco de mamma.”
“Me servono i soldi pe’ i videogheims.”
“Mamma te li dà. Dopo, però… torna dopo.”
“Dopo quando?”
“T’ho detto che devi annà affanculo, me capisci quando parlo, ragazzi’?” ribadì Salvatore. Il pischello ci rimase male e filò via.
“Perché lo tratti così, er fijetto nostro?!”
“Deve imparà a esse un òmo tosto: la vita è ‘na sòla pure per lui!”
“Pòro cocco… ma poi la vòi chiùde la porta, quando che famo su e giù?” protestò la donna.
“Aah, quante storie! Sei l’amore mio, tu?”
“Certo.”
“E allora fatte trapanà. Giù! Mettete a culambrina.”
“Va be’, va be’: ce lo sai che come me vòi, io me ce metto: basta che te calmi, amo’.” abbozzò Arabella, sistemandosi a novanta gradi.
“Nun te preoccupà de niente, ce penso io a fiji! Tz! lavoro pure di notte, se serve. Alza un po’ la coscetta… Tie’, sollàzzate co’ ‘sto pescione!” aggiunse lui, sguazzando e risguazzando nella carne della sua donna, ormai sfatta da mille e una chiavata. In quella, però, entrò Pinella, una delle figliolette.
“A ma’, me lo dai, un cinquino?”
“Hai pulito er cucinotto?”
“Tutto quanto. Pare ‘no specchio!”
“Allora aspetta che dopo te lo dò. Mo va a giocà, che è mèjo.”
“Ma quando me lo dai, quando me lo dai?”
“Dopo, dopo.”
“Ma dopo quando, se state sempre a scopà?”
“Ma quale scopà, quale scopà? bevi ancora er latte e già vòi capì de scopàte? Aspetta almeno che te sbuciano, no? Mo vattene e nun me scoccià più! - urlò Salvatore, paonazzo e sudaticcio, ma anche distratto da quel trambusto, che lo innervosiva e gli faceva smosciare un po’ il pisello -. Sei sempre qua che guardi e riguardi quel che stamo a fà. Tra un po’ ce scatterai pure le foto… Allora ce vedi bene, con quegli occhialetti che me so’ costati ‘na tombola?”
“Certo, papino: ce vedo!”
“E allora… vedi… d’annà affanculo, Mauretta!” gorgogliò lui. Poi fissò la figlia e mollò una scoreggiona – broof! – come per scacciarla via. La piccola infatti tagliò la corda, quasi tramortita.
“Ma sei un maiale!”
“Che, lo sai adesso? Spostate a destra… così, brava.”
“E poi quella non è Maura, è Pinella! Non riconosci manco i figli tuoi?”
“Davero era Pinella? però… s’assomijano.”
“Ce credo, so’ sorelle… roba da matti! se tratta così, ‘na pòra creatura innocente?” gridò Arabella, che, ridendo e scherzando, era già al settimo orgasmo.
“Quale innocente: non vedi che faccia da mignottella ha messo su, ‘sta paracula? Ne farà poche de pompette ai maschiotti, tra un po’.” disse Salvatore, arrancando col fiato grosso.
“Pompette? da mo che le fa, Pinella… sapessi i maschiottelli che fa felici.” ridacchiò Arabella. Lui allora rallentò i colpi piano piano, quasi sbiancando.
“Che ti piglia, amo’? Nun è che collassi? Te vòi riposà?”
“Ma che hai capito, Arabe’? è che sto in estasi: me pare de volà sulle nuvolette der Paradiso. Ce stanno pure l’angioletti tutt’intorno. Li senti?” ansò il Chiavatore.
“Sìne, sìne. È l’amore, è che me vòi bene!” rispose a memoria la compagna di tante battaglie. Intorno a loro, in effetti, gli angioletti ci stavano sul serio. Il problema è che si chiamavano Primo, Secondo, Terzo, Lucia, Sara, Filippetto, Giannino, Pinella, Bruno, Maura, Silvio e Alvaro, l’ultimo della serie. E quanto mangiavano ‘sti angioletti... e come frignavano, se non mangiavano. E pure se mangiavano e non frignavano, quanto rompevano l’anima coi cento capricci che hanno tutti i ragazzini, mai contenti. E più passavano gli anni, meno erano contenti. I soldi sembravano non bastare più. Dodici, poi, sono proprio troppi: una squadra di calcio più il portiere di riserva. Per farla breve, Salvatore diede di testa, stravolto dai buffi. Perse i capelli, ingrassò come un bufalotto, si mise a parlare da solo e divenne pure sonnambulo. In una parola: mollò di botto. Diventò così strampalato che sembrava destinato a finire dritto dritto al Centro d’Igiene Mentale: aveva sbroccato, perché aveva capito cosa vuol dire chiedere i soldi a strozzo: non uscirne più e naufragare nei casini. Ed era già tanto salvare la pellaccia, con certa gente, dato che, in pochi anni, i venti milioni inizialmente ricevuti erano diventati duecentotrenta, e ormai il meccanismo del “recupero crediti” era scattato, inesorabile come una mannaia. Il Chiavatore aveva preso a bere e si sbronzava ogni sera come un vecchio marinaio impotente. Quando tornava a casa, erano botte da orbi per tutti, Arabella compresa. Le mazzate volavano a rotta di collo, alla ndo’ còjo, còjo: se non erano pugni, erano calci, contro oggetti e persone: tutto quel che capitava a tiro andava bene.
“Sono rovinato! – urlava, sconvolto dall’alcool -. E la colpa è vostra: è pe’ mantené i cento vizi che ciavete, che so’ finito sul lastrico! Per far fare la bella vita a ‘sti fijàcci maledetti… a ‘sta famija de merda!”
“Ma che dici, amo’? – replicava Arabella, strabuzzando gli occhioni celesti, ingenui come quelli di una verginella -. Li hai tanto voluti, ‘sti amorucoli... io te lo dicevo, che dopo ce toccava mantenerli e daje da magnà!”
“Ma che dicevi, che dicevi, tu? Eri bona solo a provocarmi! Aprivi le gambe a ventaglio… e te ne lavavi le mani, di tutto il resto... tanto pagava ‘sto pagliaccio, e per tutti, pure. ‘Sta magnapane a scrocco che nun sei altro… Perché non sei andata a lavorà come tutti quanti gli altri, invece de spolparmi pe’ ‘na vita intera? Non potevi annà a sgobbà pure tu, come la mòje del Mazinga?”
“De chi?”
“Eugenio er Mazinga, quello che raccàtta i cartoni pe’ strada.”
“Ah, già: er Cartonaro! Ma sua mòje nun faceva la baldracca?”
“’Embè? è un lavoro pure quello. I soldi a casa l’ha sempre portati. L’importante è lavorà.”
“Ma ciài tutta ‘sta vòja de scherzà, oggi? Sei stato proprio tu, che nun me ciài voluto mannà, a lavorà... io me l’ero pure trovato, er posto sicuro...”
“Ma quando mai?”
“Al forno de Giovanni Pizziconi... er nipote di Mariarosa la Cenciarola.”
“Tz! Bòno quello: te voleva solo inchiappettà, come tutte quante le altre che gli so’ capitate a tiro de pisello. Però, a pensarci bene, era mejo che ce andavi lo stesso!”
“Come facevo, poi, se stavo sempre col panzone zeppo de ragazzini? Tra vivi e morti, sempre in attesa del parto m’hai fatto rimané! Dodici creature una appresso all’altra, t’ho dato! Te le ricordi, sì?” ribatté lei.
“Se so’ tutti miei, resta sempre da vedé.” commentò acido Salvatore. S’era messo a ballonzolare di sghimbescio, come un granchietto che caracolla sul bagnasciuga prima di sparire sotto la sabbia. Allora Arabella prese un piattone di coccio, che riposava contro una parete, e glielo lanciò – proprio lanciò, come si lancia un fresbee – addosso. Lui, però, si scansò, e l’affare prese una traiettoria sbirulenta, quasi guidato da una mano invisibile, roteando fuori dal finestrone della cucina e finendo inghiottito dalle acque limacciose del Tevere.
“Li mortacci tua, sei ammattita?” - chiese Mastracci, livido -. Lo sai quanto costa, un piatto de quelli? Se me ‘chiappavi in testa, poi, ce rimanevo stecchito, stronza che non sei altro.” urlò. Poi si fece avanti, abbozzando un balzo goffo, da pugile suonato, e le mollò un ceffone sordo in pieno viso, ma un ceffone diverso dagli altri – definitivo - come se avesse voluto spazzarla via dalla faccia della terra in un colpo solo. Arabella, infatti, non sentì nemmeno dolore, perché capì che tra loro era tutto finito. Perché è proprio così, tra due persone che si sono amate tanto, pure troppo. C’è un momento molto preciso e maledetto, nel quale entrambe percepiscono un odio sottile ma palpabile, senza speranza… gli occhi diventano acquosi e si vorrebbe essere molto lontano da lì, fuori da quella stanza e da quel momento schifoso, lordo di nausea reciproca che ferisce lo stomaco. A quel punto, non c’è più niente da fare: sono cazzi amari per chiunque. Prigionieri, nelle guerre d’amore non se ne fanno: restano solo carcasse putrescenti di morti e feriti gravi. La donna, infatti, non disse una parola e si ritirò nella sua stanza, che poi era stata la loro, fino a qualche mese prima, quando Salvatore aveva cominciato a dormire sul divano della saletta, davanti alle donnine nude delle TV private, tipo “Tele Lecco” o “Canale Figa”. Ci entrò a testa alta, in quella stanzetta piena d’umidità, come una che avesse preso una gran decisione. Ed infatti l’aveva presa, una volta per sempre.
“Brava, vattene a nanna, così non rompi fino a domani. Tz, le donne... solo schiaffi, meritate.”
Il mattino dopo, però Arabella non c’era più. Si era dissolta nel nulla, risucchiata dalle viscere della terra. Di primo acchito, Salvatore andò su tutte le furie e prese a calcioni ogni angolo della baracca.
“Ma ndo’ cazzo s’è rintanata ‘sta matta? dovrà venì fòri prima o poi, no?” gridava imbufalìto. Poi, però, volle ostentare sicurezza agli occhi dei figlioletti.
“A pa’… quand’è che torna a casa, mamma? Noi ce sémo stufati de magnà scatolette. Come cucina mamma, poi, chi cucina?” non facevano che chiedere.
“Lo so, lo so. Bòni, torna presto.”
“Presto quando?”
“Forse pure domani.” li rassicurava il Chiavatore. Ma i giorni scivolavano via sempre uguali e di Arabella non vi vedeva nemmeno l’ombra.
“Non è che non torna più?” lo interrogavano i marmocchi.
“Come non torna? Torna, torna! Mamma vostra ce sta a fà un bello scherzetto coi controfiocchi, ma domani torna. Tz! ce mancherebbe solo che m’ammolla i fiji a me e se ne lava le mani. Le mamme ciànno un cuore grande: pe’ i fijietti loro, farebbero la traversata dell’oceano a nuoto - li rincuorava -. Pezzi de còre, so’ i fiji per le madri…”
“E pe’ i padri?”
“Pezzi de merda. Ma nun me ce fate pensà, che è mèjo. Sennò vi pianto in asso pure io da un giorno all’altro e dopo sì che so’ cavoli vostri.” troncava il discorso, sbraitando da par suo. E nessuno fiatava, manco avesse parlato il verbo di Dio.
I mesi, però, passavano invano, i figlioletti davano segni di pesante nervosismo e perfino lui non sembrava più tanto baldanzoso e sicuro di sé come prima.
“È mai possibile che ‘sta matta ha tirato fuori la cresta quando nessuno se l’aspettava più e m’ha dato il benservito a ‘sta maniera? - si tormentava -. Dopo tutto il bene che je ho fatto, per nun parlà dei chilometri e chilometri de pisello che je ho ammollato per farla stà bòna… pareva un angioletto, Arabella mia… e invece era ‘na satanassa. Ma po’ esse? o è solo un incubaccio? Io, poi, do’ la ritrovo una che fa i bocchini con le labbrone da leprotta come le sue, che me piacevano tanto? Manco me rendevo conto della fortuna che m’era toccata! Ma se ritorna, stavolta cambio registro: la tratto come ‘na regina… je compro pure la tazza del cesso d’oro zecchino!”
Una domenica mattina sul tardi, però – erano già le undici passate -, suonò il campanello. Salvatore non credeva alle proprie orecchie, che pure avevano sempre fatto il loro dovere. Balzò dalla poltronaccia dove sonnecchiava e si precipitò ad aprire.
“Bambolotta mia! Vie’ qua che te trivello!”. gridò.
Sulla soglia, però, invece di Arabella si parò una montagna di muscoli scolpiti di nome Nicola. Era un cagnaccio sguinzagliato per recuperare grano, che metteva paura solo a guardarlo e sembrava uscito da un filmone dell’orrore, di quelli da farsela addosso dalla fifa. Il bestione non disse una parola. Ché non c’era bisogno di dire nulla. Sparò soltanto, nel petto di Salvatore.

 












































































































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:59 |
 

 

Una turista tedesca di 30 anni e' morta la notte scorsa schiantandosi con gli sci contro un gatto delle nevi in Val Badia.La donna, Daniela Loew, di ritorno da una baita dove aveva trascorso la serata, stava scendendo con la sorella sulla pista ormai chiusa e sulla quale era vietato sciare visto che erano in funzione i mezzi battipista. Dietro un dosso si trovata uno di questi mezzi, contro il quale la sciatrice si e' schiantata, morendo sul colpo.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:40 |
 

La fede calcistica di Silvio Berlusconi non è sempre stata rossonera: all'inizio l'attuale presidente del Milan, nonché presidente di Forza Italia e del Consiglio, era infatti tifoso dell'Inter. La rivelazione è di "Tuttosport" che è andato a scovare la testimonianza di Giovanni Ticozzi che è stato uno dei giocatori della squadra di calcio Edilnord quando l'allenatore era Silvio Berlusconi. Per la verità il Ticozzi che ha confermato "stima infinita" per il Cavaliere, ha però incrinato l'immagine di un Berlusconi in tuta a dare ordini da allenatore a bordo campo durante la settimana e sulla panchina alla domenica.

«Guardi - ha dichiarato Giovanni Ticozzi - che hanno raccontato un sacco di balle, su Berlusconi allenatore. Ora glielo spiego io, che sono stato un suo giocatore. Niente libero, innanzitutto. Lo ha schierato una sola volta, abbiamo perso e da allora è stato abolito. E poi a lui non bastavano nemmeno le due punte allora si giocava con tre attaccanti e con suo fratello paolo aggiunto». Come era il fratello? chiede l'intervistatore. «Diciamo - racconta Ticozzi - che se noi fossimo stati il Milan, lui sarebbe stato un onesto giocatore di serie B. Però qualche gol lo segnava».

A quanto dichiara Ticozzi Berlusconi non avrebbe mai diretto nemmeno un allenamento: «Ci si trovava la domenica a Brugherio, lui dava le maglie. Ricordo che erano amaranto. Eravamo i più forti, una specie di Real Madrid. Qualche giocatore era arrivato dal Milan di Carraro, grande amico di Berlusconi, ma anche dall'Inter, squadra per la quale il presidente, allora, faceva il tifo. Sì, davvero, era interista». E ancora sull'attività di allenatore Ticozzi ha aggiunto: «Non parlava tanto, nè di schemi nè di moduli. Ci mandava all'attacco e noi vincevamo. Soldi? No, solo rimborso spese, specie per me che dovevo prendere metropolitana ed autobus. Ma a volte passava a prendermi in macchina, ero un po' il suo pupillo. L'anno era il 1965, se non ricordo male. La squadra era l'Edilnord, categoria juniores B. Cominciammo la stagione con Fossa in panchina: era un grande lo chiamavano il "mago Herrera dei giovani". Durò solo 4 giornate poi Berlusconi prese la panchina. Vincemmo quasi sempre ma alla fine non ci riuscì di raggiungere l'Ausonia





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Io vidi per caso i film di Bud Spencer e Terence Hill, prima li guardavo con sufficienza, ora sarei pronto a girarne uno con loro due acciaccati, che non possono scazzottare, ma danno pugni morali nel profondo dello stomaco.
Perché nelle loro storie semplici c'era un mondo diviso tra buoni e cattivi, dove i primi non punivano i secondi, ma li sculacciavano.
Favole, le uniche in cui possiamo ancora sperare, ma con valore etico altissimo

 



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martedì, febbraio 24, 2004
 

 

Admete, Aftonstund, Agam, Agen, Aina, Aktion, Alfhild, Alfrede, Alg, Aliisa.
Come se stessimo facendo l'appello in una scuola di Stoccolma. In realtà è l'elenco,in rigoroso ordine alfabetico, dei prodotti a catalogo della multinazionale più incredibilmente multinazionale dell'arredamento a basso costo.
Normalmente, la gente d'estate preferisce andare al mare a fare checcavoloneso, invece noi con uno spirito di abnegazione non indifferente ci siamo recati in un grande capannone blu alle porte di Bologna, nel quale ha appunto sede la più vicina filiale (per noi ovviamente) dell' I..

Dentro questi edifici prevalentemente suburbani ha luogo ogni giorno un rito di massa che da decenni permane immutato, quello della Compera Senza Scopo Apparente (CSSA). La CSSA è una cosa che non riesci a trattenere dentro l' I. perché questi signori hanno adottato una ritualità talmente perfetta ed un meccanismo talmente ben oliato che indipendentemente quali siano i vostri propositi prima di accedere al negozio state ben certi che la conclusione prevederà al 100% un esborso di denaro.
Ora in effetti io sono entrato all' I. con già uno scopo preciso, almeno per dribblare le minacce del sistema della CSSA, e questo scopo era l'acquisto di uno o più mobili porta CD, laddove il quantitativo di mobili che avrei acquistato sarebbe stato inversamente proporzionale al costo degli stessi e direttamente proporzionale alla disponibilità degli stessi.

All'ingresso dell' I. solitamente trovate lo spazio bambini. Perché è pur vero che uno dei loro concetti chiave è il design a misura d'uomo, però è sempre meglio lasciare i mocciosi da qualche parte, altrimenti intralciano. Per questo hanno approntato una stanza intera piena di palline di gomma colorata, separato dal resto del mondo da una solida parete in plexiglass™ dotata comunque di fori per l'aerazione, come usa nei reparti psichiatrici.
Il piano supperiore dell'esposizione è qualcosa di perfetto. Violentemente perfetto. Orrendamente perfetto. Non so se rendo l'idea di cosa può essere qualcosa di orrendamente perfetto. "I Robinson" è una sitcom orrendamente perfetta. Le immagini degli alberghi nei dépliants turistici sono orrendamente perfette. Gli arredamenti proposti nella mostra dell' I. sono orrendamente perfetti. Dovrebbero apparire come scene di vita, luoghi in cui fino a dieci minuti prima ci avesse davvero vissuto qualcuno.
Poi se guardate meglio tutte le luci sono accese, nelle "stanze". Ogni scaffale ha un faretto che illumina gli oggetti posti sopra: magari un faretto Dinge, un Irsta, oppure un Knivsta. Davvero a casa propria uno illuminerebbe tutti gli scaffali? Davvero uno a casa propria metterebbe un faretto Rytm (2 lampadine, max.25 W, colori acciaio, bianco, nero, lampadine vendute a parte) per ogni quadro?
Gli scaffali sono tutti ingombri di libri. LO STESSO LIBRO. Per la precisione nel nostro caso un' opera di Per Wastberg, "Duvdrottningen: och andra berättelser" verso la quale io personalmente non nutro particolari idiosincrasie, anche perché non posso odiare qualcosa scritto nella lingua dei Nibelunghi, ed anche
Amazon mi aiuta poco. Ora va bene che siete svedesi e ce lo fate notare anche con insistenza, va bene anche che se ci aveste messo dei libri di comici dello Zelig la gente avrebbe fatto i salti mortali pur di riuscire a grattarveli, però è chiaro che se poi parliamo di "orrendamente perfetto" non ci dovete rimanere male.

Un'altra cosa che ci ha provocato scompensi sono le targhettine attaccate a tutto. Anche agli stracci messi nelle cucine per far finta che ci siano dei piatti da asciugare, le candele che mettono ai bordi delle vasche da bagno per sottolineare l'intimità del gesto, anche nei piatti messi negli scolapiatti delle cucine. Tutto in vendita.
E le descrizioni sono esilaranti, a volte.
Nello scopino da cesso Baren c'é scritto "Facilmente lavabile"; phew! Avevo temuto.
Nello scaffale grigliato Udden c'é scritto "Ideale per riporvi oggetti", mentre nel cuscino Nabben l'etichetta reca questo particolare: "Imbottitura: Poliuretano espanso, Piume d'uccello acquatico". Veramente politically correct se volevano intendere "Oca", ma se poi sono piume di gabbiano?
Per non parlare della pretesa ambientalista.
Generalmente i mobili vengono fabbricati in legno, in metallo ed in materie plastiche, occasionalmente sono presenti vetro e tessuti. Per produrre ciascuno di questi materiali comunque sia si devono sprecare risorse, e se anziché 5 si devono produrre 5000000 di pezzi dello stesso oggetto, le risorse sprecate aumentano. Punto.
Allora me la spiegate 'sta dicitura: "Il prodotto si può riciclare per ricavare nuovo materiale o energia" nei mobili in legno?

Poi alla fine di tutto arriviamo in un magazzino assurdamente grande, nel quale devo raccattarmi il mio mobile porta CD. L' I. garantisce che tutti i pacchi che contengono i mobili (in kit di montaggio) sono adatti ad essere caricati in macchina. Forse nelle loro stramaledette Saab o Volvo, che sono lunghe grosso modo come la portaerei Roosevelt. Io invece mi sono ritrovato uno sbardavello™ lungo due metri e qualcosa ma di sezione irrisoria, tipo 5x15 cm. Ma chi se ne frega del pacco piatto, deve essere anche corto. Così me ne sono tornato a casa con una faccia inane ed un paccone che dal portello posteriore mi giungeva fin quasi sul parabrezza, impedendomi peraltro qualsivoglia azione sui comandi dell'autoradio.

Ah, e comunque non crediate che non ce l'abbiano fatta a convincermi che mi serviva qualcos'altro.

 














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Trent'anni di carcere senza un permesso, una visita di un parente o un amico, un giorno di semilibertà, senza nemmeno un avvocato. Da 10 mila 950 giorni Paolo Maurizio Ferrari è sepolto vivo dietro le sbarre di un carcere: pochi si ricordano del primo brigatista arrestato il 27 maggio del 1974 dalla polizia del governo di Mariano Rumor, talmente pochi che di quell'irriducibile è difficile pure sapere in quale carcere è rinchiuso.

Ferrari era uno dei fondatori delle Brigate Rosse, del gruppo dei Curcio, dei Franceschini, di Mara Cagol. Il brigatismo degli albori che sequestrava i "capetti" delle fabbriche e che compì come azione più clamorosa il sequestro del giudice Sossi. Un brigatismo che, quando Ferrari varcò il portone di un carcere, ancora non aveva ucciso nessuno. Ed infatti all'ex operaio modenese non vengono imputati fatti di sangue ma la partecipazione al sequestro Sossi.

Quando è entrato in carcere l'Italia era un'altra; c'era l'austerità, il referendum sul divorzio, le bombe sui treni. La Democrazia Cristiana governava incontrastata e il Pci aveva da poco eletto Enrico Berlinguer alla segreteria mentre Craxi era ancora un oscuro funzionario del Psi. Un'Italia che Ferrari aveva scelto di combattere armi in pugno e che, da quando lesse il famoso proclama dalle sbarre dei detenuti al processo di Torino, non conosce più. L'Italia di oggi non l'ha mai vista e nessuno gliel'ha neppure raccontata, dato che in questi 30 anni da 'sepolto vivo' non ha ricevuto neanche una visita di parenti e amici che non ha.
Quest'anno scade la sua pena e Ferrari potrebbe tornare in libertà. Forse, ma ancora non è certo. Nel suo caso l'unica certezza è quella della pena: è stato il primo brigatista ad entrare in carcere e l'ultimo che ne uscirà senza avere mai passato anche un solo giorno fuori, pur non avendo commesso alcun reato di sangue.

Il primo ad essere arrestato quando le Br erano ancora alle origini e forse l'unico detenuto in Italia che abbia scontato 30 anni di carcere senza esserne mai uscito neppure una volta, né beneficiando del lavoro esterno, né in semilibertà. Mai, così almeno risulta al presidente dell'associazione "A Buon Diritto" Luigi Manconi, che nel '99 presentò un'interrogazione al ministro Diliberto per un presunto pestaggio nel carcere di Novara del brigatista modenese. Da allora sulla sorte di Ferrari è calato il silenzio.

Oggi ha 58 anni, ha passato l'infanzia in comunità senza aver conosciuto i genitori. Operaio a Torino nel '69, poi fondatore e membro del nucleo storico delle Br, da allora Ferrari è rimasto un "irriducibile" ignorato dal mondo e prigioniero anche della propria ostinata coerenza di "rivoluzionario" che lo ha spinto a non "scendere a patti con lo Stato" e a rifiutare perfino l'avvocato d'ufficio.

Senza famiglia e dimenticato dietro le sbarre da tutti, per lui quest'anno potrebbero finalmente spalancarsi le porte del carcere. Ma quale? Dopo aver peregrinato da un supercarcere all'altro fra rivolte e proteste carcerarie, non si sa con certezza se sia ancora a Novara o in qualche altro penitenziario. E a sentire Alberto Franceschini, sulla libertà del suo vecchio compagno non è neppure detta l'ultima parola: "Proprio perché non ha un avvocato non ha mai fatto domanda per il cumulo della pena e quindi non ha diritto a sconti, affidamenti o altri benefici di legge. Potrebbe sommare 80 anni di carcere senza che nessuno intervenga. Quindi non è detto che esca".

Franceschini azzarda anche l'ipotesi che a questo punto sia lo stesso Ferrari a non voler più uscire dal carcere, lasciando quello che ormai è il suo mondo per un altro in cui non troverebbe più niente e nessuno di quelli che ha lasciato: "Sono purtroppo convinto che non voglia uscire. Dopo 30 anni di carcere l'ideologia diventa un alibi e intorno al suo ruolo politico di rivoluzionario irriducibile Ferrari ha costruito le sue abitudini. Anche il carcere diventa un'abitudine. Temo che si sentirebbe spaesato, non sarebbe più nulla. Per questo dico che potrebbe essere il primo a voler restare in carcere".

All'appello di Franceschini ha risposto Katia Zanotti, parlamentare bolognese dei Ds impegnata sul fronte dei diritti dei detenuti, che ha annunciato un'interrogazione per saperne di più: "Il caso di Ferrari non lo conoscevo e, come faccio per tanti altri detenuti, andrò a trovarlo in carcere per sentire da lui cosa l'aspetta e cosa pensa".

















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giovedì, febbraio 19, 2004
 

Se non fosse tragicamente vero sarebbe un film dell'orrore. A Londra la polizia ha arrestato un cannibale colto sul fatto. Proprio così. Stava cuocendo nel tegamino il cervello della sua vittima. E' un uomo che vive da solo, ha 45 anni ed è stato arrestato grazie al fatto che i vicini, allarmati da strani rumori, hanno chiamato i poliziotti. Fatta irruzione nell'appartamento di Walthamstow, nell'East London, gli agenti non credevano ai propri occhi: era una scena così raccapricciante da sembrare quasi uno scherzo di pessimo gusto.
Nell'appartamento c'era sangue dappertutto, per terra e sui muri, hanno raccontato gli agenti inorriditi, mentre il cadavere della vittima, che si chiamava Brian Cherry, era stato fatto a pezzi. Sembra che il cannibale responsabile dell'omicidio fosse uscito da poche ore da una casa di cura per malattie mentali.


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mercoledì, febbraio 18, 2004
 

Christina sta ballando. Ha le spalle nude, un pareo a fiori, l’armonia dei movimenti fermata da un bianco e nero suggestivo, lontanissimo dal dolore rabbioso di questi giorni. Alla galleria d’arte Sumithra Christina Jonsson balla ancora nelle foto della serata-evento dell’ottobre scorso, intitolata «Agenzia cubista». Musiche, coreografie, costumi: la studentessa danese dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna aveva curato ogni particolare. La pittura gestuale è la sua nuova dimensione: «Ma di arte, al momento, non si campa».

Dopo le piadine nel chiosco di Cesenatico, aveva lavorato come cameriera al Bar Silvano, giù verso Piazza del Popolo, dove finisce lo struscio di Ravenna. E poi i weekend in discoteca, come ragazza immagine. «E’ un lavoro faticoso, ma devo pur mantenermi». Alle «Scimmie» di Faenza, sulla Riviera, nei locali di Firenze, dove era nota per la sua professionalità. Non per essere stata la dama bionda del Pirata. 

Christina è bella. Quando la vedi non te la scordi più, dicono a Ravenna. Bella di una bellezza semplice e quindi immediata. Cordiale, ma solo con le persone di cui si fida. Sensibile, piena di ombre («L’ho vista piangere per una risposta brusca» ricorda chi ha lavorato con lei), fragile come l’uomo che attrasse per risonanza nella baraonda della discoteca Energy di Valverde, sul lungomare. Una storia d'amore nata sei anni fa. «Ciao, sono Marco Pantani». «Marco chi?». Della celebrità di quel fidanzato, che ogni tanto la lasciava per andare ad arrampicarsi sulle montagne, non ha mai approfittato. «Ci siamo conosciuti lentamente», diceva lui. «Abbiamo scoperto di avere molte affinità lentamente», aggiungeva. Lentamente si sono lasciati. A strappi. Com’era abituato a comportarsi Pantani, quando la strada o la vita cominciavano a salire. Marco era venuto a cercarla a Ravenna dopo il Giro 2003: non aveva dimenticato la sua biondina affusolata e le chiedeva di riprovarci. Chrsitina aveva detto di no. Ma senza ferirlo. Li avevano visti passeggiare insieme in centro. Premurosi. Sembravano una coppia. «Stiamo cercando di rimanere amici», precisava lei. Christina era cambiata. All’inizio della storia con Marco sembrava un maschietto: capelli cortissimi, abiti sempre sportivi, modi spicci. «Se sono aggressiva? Solo quando serve...». Pantani vinceva i Giri, dominava i Tour e intanto lei cercava la sua strada. Basta piadine, basta isolamento nella villa di Sala di Cesenatico. I rapporti con i genitori di Marco non erano mai stati idilliaci, qualcuno parla di una lite furibonda con papà Paolo. Marco non voleva uscire dal giro in cui si era infilato e la vita accanto ad un tossicodipendente era diventata impossibile.

Christina era venuta a Ravenna per studiare. Si era confusa tra le studentesse dell’istituto d’arte, girava per la città in bici, all’inizio viveva da sola, poi si era trasferita in piazza Baracca con Tine, l’amica-collega che adesso risponde al citofono e alza le barricate: «Christina non c’è. Sta male. No, non so quando torna». E’ in Svizzera con Adriana, la compagna di corsi con la quale divide la passione per l’arte. Non è vero che è scappata per sfuggire ai media. Di Marco l’ha saputo da Tine. Ha staccato il telefonino, si è immersa nel dolore. «Vorrei partecipare al funerale, ma...». Se non tornerà oggi a Cesenatico, magari con un cappellino e gli occhiali scuri per non farsi riconoscere, magari protetta dalle amiche, di certo tornerà a Ravenna per diplomarsi, la cosa a cui tiene di più. Sta preparando una tesi su linguaggio e immagine, poi sceglierà se insegnare o dipingere. «Ha un tratto lieve - dice Rosetta Berardi, la gallerista che ha ospitato la prima "personale" -. I suoi quadri non vogliono incantare. Ma si fanno notare». Proprio come lei, l’unico grande amore del Pirata, un chiodo fisso nella notte di San Valentino. L’ultima. «Senza di te, sono rimasto solo».







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martedì, febbraio 17, 2004
 

 

Capita a tutti, dopo una di quelle partenze senza ritorno, che assieme alla lacerazione del distacco lasciano l'amaro di un interminabile strascico di pratiche non completate e di rotture burocratiche, di dover mettere le mani su un archivio familiare, piccolo o grande che sia. Uno stillicidio, capace ogni volta di riaprire ferite e farle sanguinare. E’ accaduto naturalmente anche a me; quando in fondo a un cassetto, sotto scatole divenute all'improvviso inutili, ho trovalo un pacchetto di carte ingiallite, ripiegate e annodate due volte con lo spago del materassaio. Di fronte a quell'operazione di archeologia casalinga, sono naturalmente affiorati i soliti dubbi: apro o non apro? Lascio che il buio conservi indefinitamente il messaggio o, portandolo alla luce, ne provoco il consumo e perciò la distruzione? Alla fine decido di aprire il plico. La prima carta è un protocollo ripiegato in quattro, il bollo della Real Casa al centro. E’ una copia notarile del testamento del nonno, che stanco di litigi e malintesi ereditari, decide di destinare case e terreni alle anime del purgatorio. La prima idea che mi viene in testa è come le poverette possano concretamente entrare in possesso di beni materiali. Nel documento non è detto e lì per lì non riesco a immaginarlo. Poi vengono fuori altre carte. In una il reverendo arciprete, consulente pro-tempore delle anime purganti, esita ad accogliere un lascito che , di fatto, priva gli eredi, in tenera età, di beni appartenenti all'asse ereditario della famiglia e si appella alla Curia. Dalla Curia alla Santa Sede, per una questione di così poco conto, il passo non sembrerebbe breve. Invece ci si arriva. Articoli del Codice di Diritto Canonico alla mano, si sarà discusso se accettare o no. Alla fine si giudica che poco gioverebbe agli ospiti del purgatorio una casa di di campagna, una stalla, un seccatoio e i terreni annessi, con predominanza di "terrae castaneativae", non abbisognando i morti di beni immobili, quando piuttosto di suffragi. E bensì vero che in suffragi case e terreni si possono facilmente convertire - e la Chiesa in questo genere di operazione è stata maestra - ma Sua Santità fa in modo che il cespite ritorni intatto "agli infanti deboli e indifesi" . I quali, giunto il tempo della ragione e della discordia, affileranno, e come bene, unghie e appetiti, per dilaniarsi su quelle quattro cose, che la logica del nonno avrebbe volentieri destinato ad altri. Dal mio punto di vista ho pensato come sarebbe stata diversa la mia infanzia senza i noccioleti sotto la casa dei nonni materni, dove mi rifugiavo a fantasticare e a sgranocchiare frutti, quando settembre annunciava i boschi luminosi dell'autunno. Guardando la fotografia degli anni '12 che ritrae il nonno seduto accanto alla moglie, il vecchio patriarca al centro mentre appoggia paternamente le mani sulle spalle del figlio e della nuora, con accanto i primi cinque dei dodici nipoti (un delle bimbe, forse quella che appoggia la manina sulle gambe del nonno, è mia madre) non verrebbe in mente che un uomo dall'aspetto cosi pacioso sia stato capace di un gesto tanto deciso e ostile alla sua stessa discendenza. Eppure un tempo succedeva. Nelle parrocchie esisteva la "cassa delle anime", alimentata dalle offerte dei fedeli durante la messa domenicale e da lasciti.Con i fondi ricavati i " massari delle anime " o i priori delle confraternite si incaricavano di " far dire " messe per i defunti : E poiché i preti per niente non cantavano (erano quelli, in fondo, i cespiti per la loro sopravvivenza) bisognava che la " cassa " fosse sempre ben guarnita. "Se faccio questo per loro, avrà pensato il nonno prima di togliersi dai piedi i parenti rompiscatole testando a favore delle anime purganti, quando sarà il mio turno, chi verrà dopo farà altrettanto per me e starmene qualche anno in meno in Purgatorio può farmi comodo, con quel caldo..."

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:52 |
 

 

Viveva con quell'incubo da quasi ormai vent'anni. E ormai di anni ne aveva quasi cinquanta. Ma i favori si pagano, e lui quei favori non li aveva ancora pagati. All'inizio era stata dura lui solo con sua moglie, buona e fedele, abituata alla vita dura di quella terra arida e povera, però in pochi anni quell'albergo grazie alla strada che passava proprio di lì era diventato famoso. Ci venivano dalla città vicina, il cibo era sempre più raffinato e quell'insenatura col mare di cristallo era una bella attrattiva. Adesso aveva due cuochi: uno francese e uno portoghese, il personale sempre più raffinato e tutto procedeva quasi senza grandi fatiche. Sua moglie era morta per quella brutta malattia che ti soffia via la vita in pochi mesi e lui aveva continuato con l'amore che può avere solo chi ha faticato e ha conquistato tutto. Ma spesso ripensava a quel favore che nessuno più aveva chiesto di restituirgli, ma lui sapeva che quel tipo di gente non ha fretta, sa aspettare, perché sa che ti ha in pugno. Sulle prime la telefonata gli era sembrata una normale prenotazione per un pranzo d'affari poi però il nome che ave- vano lasciato gli ricordò qualcosa. La sera prima due uomini molto eleganti erano entrati e si erano seduti in uno dei salotti, poi avevano chiesto di lui.
Quando li vide capì che era arrivato il momento tanto atteso e tanto temuto.
Parlarono pochissimo, il veleno era in una minuscola bustina, la cosa doveva avvenire già al momento dell'aperitivo e due dovevano essere le vittime.
Per le conseguenze avrebbero cercato di aiutarlo, ma certo il locale sarebbe rimasto chiuso per un po'. Che non si preoccupasse, non lo avrebbero certo abbandonato, ma i favori si pagano, no!? La notte non riuscì neppure ad andare a letto; il cuoco gli aveva letto il menù per il pranzo dell'indomani:
-Don Mimmì, sono due ministri non possiamo fare brutta figura, ho ordinato anche vino francese e le ostriche me le portino domani mattina. Girava in lungo e in largo per la stanza, proprio adesso, proprio adesso che tutto andava così bene, ah se non avesse avuto fretta, forse gli affari avrebbero potuto andare bene anche senza l'aiuto di quella gentaglia. Ma lui come poteva sapere che poi la strada l'avrebbero fatta girare di lì lo stesso, per quella grande frana che si era rovesciata sui lavori della strada a monte. 
Alla mattina era stravolto dalla stanchezza, aveva freddo ma sudava. Chiamò il bar che gli: "portassero qualcosa da bere, un thè sì un thè andava benissimo, no niente brioches, no, no, stava bene, che non si preoccupassero per lui, scendeva un pò più tardi non aveva bisogno d'altro. Lo trovarono riverso sul pavimento proprio mentre giù nei salotti stavano offrendo l'aperitivo.

 






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"Ah, les italiens!" Così un'attempata signora francese avvolta da un'improponibile soprabito bianco ed un cappellino color avorio, abbondantemente fuori moda, si rivolge al corpulento marito che delicatamente le sorregge il braccio. L'imprecazione è rivolta verso un gruppo di giovani studenti italiani, 15-16 anni al massimo, che all'ombra dei platani ornanti il parco comunale consumano voracemente robusti panini generosamente farciti, a casa, da mamme ansiose per l'appetito dei loro "piccoli" lontani da casa. Le insegnanti lanciano continui richiami verso i loro alunni che spensierati e chiassosi si spostano da una panchina al prato sino al chiostro di bibite per rifornirsi di fresche bevande. Poco più avanti sfruttando la generosa ombra dei rigogliosi alberi alcuni uomini si sfidano in accanite partite a petanque; malinconici mahgrebini seduti alle panchine osservano senza particolare interesse il movimento delle bocce in avvicinamento al pallino. 
Al di là della strada inconsuetamente povera di traffico in questo primo pomeriggio domenicale, tutt'altro mondo si muove in modo vorticoso. Fervono gli ultimi lavori di allestimento per il 55° festival del Cinema gli operai si muovono come instancabili formiche salgono e scendono dalle famose scale del palazzo dell' esposizioni portando vasi di fiori, spostando cavi, stendendo tappeti. I turisti dietro alle transenne cercano le inquadrature migliori per effettuare i loro scatti fotografici. I giapponesi armati di minuscole fotocamere sciamano instancabili da un marciapiede all'altro scambiandosi continui ossequiosi inchini e sorrisi stereotipati. 
È caldo e luminoso il sole che avvolge la Croisette e ai suoi raggi si concedono splendide fanciulle distese sulla morbida sabbia fiduciose in una rapida e sensuale abbronzatura. Le montagne che avvolgono Cannes sono chiuse da una impalpabile coltre di nuvole grigiastre. L'autobus che ci porta su a Grasse scorre rapido in un paesaggio di grande interesse; immensi campi coltivati a lavanda, ancora da fiorire, si alternano a colture di gelsomino; coltivazioni di rose delle più svariate qualità e colori trovano in questo periodo il loro massimo splendore. Vivai di piante officinali e campi di fragole si distendono senza interruzione sino alle appendici della collina su cui si ergono le prime case di Grasse, la grande abbondanza di acqua è testimoniata dalla presenza di caratteristiche fontane riccamente contornate da splendidi fiori. L'autobus risale con dolcezza le ampie strade, che si insinuano nel centro abitato sino a giungere alla Gare Routiere capolinea delle corriere posta sulla cima
della collina. Una sottile pioggia cade sulla ripida scalinata che conduce alla maestosa cattedrale eretta al centro di una civettuola piazza che guarda a sud verso il mare ed a nord è circondata da aristocratici edifici tardo medioevali. Nella cripta della cattedrale è stata allestita un'esposizione di decine composizioni floreali in cui la rosa nei suoi più diversi colori è tonalità e l'incontrastata regina Grasse celebra la sua rinomata "Expo Rose" e nel pomeriggio la Corale Tiglietese offre al pubblico il suo concerto. È questa manifestazione, l'appuntamento più impegnativo del programma annuale del coro; Claudio e Giovanna e i coristi si sono seriamente impegnati per mesi per una buona riuscita di questo loro ennesimo impegno. La prima parte del concerto si snoda nel classico repertorio di musica sacra polifonica, il pubblico attento e competente apprezza e applaude con calore e partecipazione. Nella seconda parte il coro si concede a un genere musicale popolare folk, motivi più orecchiabili e conosciuti. Il "Ma se ghe pensu" e "Boccadasse" suscitano nel pubblico di origine italiana e ligure in particolare sentimenti di autentica nostalgia e commozione.
Poi Enrico si pone in prima fila nel silenzio generale si cimenta con voce sicura in un motivo di Claudio Baglioni "il Lago di Misurina" particolarmente struggente ed accattivante. Sulle note di quella musica suggestiva l'immagine di Enrico in elegante giacca scura e papillon amaranto, si dissolve dalla mia mente e lo vedo vestito in jeans e maglione seduto tenendo la chitarra in mano intento a suonare le canzoni di Fabrizio De André. Il salone della ex-Fibo è colmo di gente entusiasta nell'assistere alla serata musicale. Alla destra di Enrico c'è un Pasquale, nei suoi occhi si legge la soddisfazione per la piena riuscita del concerto, da lui ideato e realizzato. Gli altri due amici musicisti, sono Massimo e Gianni, il primo estremamente abile nel muovere lungo la tastiera le veloci dita, l'altro misurato e preciso nell'esecuzione di brani che suscitano forti emozioni nel pubblico. La mano mi scivola nella tasca della giacca: un intenso profumo di gelsomino carpito nel giardino comunale mi riporta nella cattedrale di Grasse dove i nostri cantori raccolgono soddisfatti sinceri applausi come premio al loro lavoro.

 




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Dolore e pianti per quindici anni sulla tomba del caro estinto. Sbagliata.

Infatti i parenti scoprono che sottoterra è stata sepolta una bara contenente un altro defunto.

È quanto accaduto al cimitero di Belforte, a Varese. A rendersi conto che qualcosa non andava è stato il custode al momento della riesumazione per il trasferimento nei loculi dell'ossario. L'uomo scopre che sul suo registro figura un ordine di sepoltura per un uomo e una donna, ma in realtà la registrazione risulta incongruente con l'effettiva collocazione delle tombe. I successivi accertamenti hanno permesso di stabilire che sulla tomba di V. A., è stato collocato il monumento funebre relativo alla signora B. G. e viceversa.

Difficile ora stabilire a chi imputare l'errore e dal Comune di Varese fanno sapere che «si tratta di una rarità» anche se i funzionari dell'ufficio cimiteriale hanno deciso di avviare procedura per risalire al colpevole.

Quasi certamente un errore in buona fede da parte del marmista o la distrazione di un custode ormai in pensione.

Appreso il fatto la vedova di V. A., ha fatto irruzione in Municipio chiedendo un immediato incontro con il sindaco Aldo Fumagalli, in quei momenti impegnato per una seduta di giunta.

Sembra che la donna abbia chiesto l'assegnazione di un alloggio popolare con uso gratuito per il risarcimento dei danni.

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:56 |
 

 

Ha visto l'auto che il padre gli aveva prestato per una sera distrutta nell'incidente avvenuto poco prima; ha visto gli amici spaventati dopo lo scontro e uno di loro ferito. Non ha retto al rimorso e si è lanciato dal viadotto dell'autostrada. Così è morto Francesco Zunino, 20 anni, nato a Genova ma residente a Ovada, nell'Alessandrino.

La tragedia è avvenuta questa notte, intorno alle 3, sulla A26 Voltri-Santhià, poco dopo l'abitato della delegazione genovese, in direzione nord. Francesco Zunino e altri quattro amici, tutti abitanti a Ovada, tutti di 20 anni, stanno percorrendo l'autostrada dopo una serata in riviera diretti verso casa a bordo della Lancia Delta del padre di Francesco. Il ragazzo ha ottenuto la vettura eccezionalmente, dopo che nei giorni scorsi la sua utilitaria aveva avuto un incidente ed era inutilizzabile.

All'interno della galleria Cabinino, forse per l'eccessiva velocità, forse per una manovra sbagliata, Francesco perde il controllo dell'auto che si schianta contro la parete del tunnel. I cinque giovani a bordo riescono fortunatamente a cavarsela senza gravi danni: soltanto uno di loro rimane ferito, ma non seriamente. Più tardi, all'ospedale San Martino di Genova, i sanitari stileranno una prognosi di 30 giorni.

La Lancia Delta, però, esce praticamente distrutta dall'impatto. Francesco, spaventato e sotto choc per l'incidente, scende dall'auto e soccorre gli amici. Piange e non sa darsi pace per quanto accaduto. I cinque ragazzi escono dal tunnel e chiedono soccorsi. Francesco, in preda a una crisi isterica, si avvicina paurosamente al bordo dal viadotto: non può sopportare il rimorso di aver distrutto l'auto del padre, di non aver mantenuto la promessa di fare attenzione.

Gli amici lo trattengono, lo abbracciano, cercano di rincuorarlo. Lui sembra calmarsi e per un momento si abbandona a terra in un pianto a dirotto. Poi, in un attimo, raggiunge il guard rail e lo scavalca. Gli altri ragazzi non fanno neppure in tempo a raggiungerlo. Francesco si lancia nel buio e dopo un volo di oltre 30 metri il suo corpo finisce tra gli alberi di un bosco.

 









postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:56 |
 

 

. . . .. solletico di pagamento . . . .

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:33 |
 

In morte di Marco Pantani si è spesa un'emozione profonda, perché era giovane, perché era bravo, perché lo conoscevamo tutti e tutti avevamo ammirato il suo prodigioso estro motorio. Ma sulla superficie del dolore popolare, in certi epitaffi televisivi in cerca di applauso, in certi titoli teatralmente affranti galleggia anche qualcosa di sbagliato, di infelice e, ahimé, di incurabilmente italiano.

Pantani "ucciso dai giudici" (anche lui?!), Pantani affossato dal Potere Sportivo, Pantani impallinato da "certa stampa", Pantani tradito dall'ambiente, dalla famiglia, dagli amici distratti, dalle donne incuranti, dalla Riviera cinica e gaudente, dalla farmacopea speculatrice, dall'oblio delle folle volubili... Piccole schegge di verità (forse), nessuna bastante a spiegare il precipizio umano del Pirata, che però vengono ingigantite fino al rango di arma letale. L'innocenza restituita (a tutti) dalla morte non basta a placare questa mentalità puerilmente assolutoria, che imputa sempre e comunque "agli altri" il peso della croce che ciascuno si porta appresso, con minore o maggiore disinvoltura. No, si vuole un Pantani vittima anche in vita, incompreso e bistrattato, quasi condotto al suicidio dall'indifferenza e dalla crudeltà del mondo malvagio.

Non è così, non funziona così per nessuno, nemmeno per Pantani. Intanto la depressione (in genere nominata, con eufemismo letterario, "male oscuro", così come il cancro è "brutto male": terapia dello struzzo) è una malattia, diagnosticabile e spesso curabile, non un malefizio. Non è il lusso romantico e maudit degli eroi caduti, è un tragico tilt che coglie anche operai, massaie, docenti universitari, adolescenti. E nemmeno il più scalcinato terapeuta si sognerebbe di dire al depresso che la causa di quello sprofondo psichico è la malvagità degli altri: sarebbe un tremendo, imperdonabile errore. Piuttosto, cercherebbe di indirizzarlo verso uno scavo interiore, perché è l'io che diventa nemico, l'io il carceriere che impedisce di aprire le finestre. E dunque tutto questo imputare alla società, alla sfortuna, all'invidia, alla persecuzione di imprecisati poteri ostili la triste fine di Marco Pantani, è un pessimo, diseducativo segnale indirizzato ai tanti (tanti!) che soffrono della sua stessa malattia.
Non per caso, mentre nelle prime ore della scomparsa del campione si è detto e ridetto che era stato abbandonato da tutti, ora emergono, come era logico che fosse, progetti di recupero ideati da qualche amico meno disattento, per esempio quello di don Gelmini. Le amicizie balorde (che pure non mancano mai, specie per i ricchi e famosi) paiono meno devastanti e soprattutto meno esclusive di come piaceva pensare ai teorici del Pantani traviato dai Lucignoli: qualcuno che si preoccupava c'era, qualcuno che ci provava pure, e la traviatura (vedi il viaggio a Cuba) era autoinflitta.
E mentre Maradona (altro genio amatissimo, ma bisognoso di aiuto) dichiara che "la colpa è di tutti", forse specchiandosi nella sua propria giustificazione permanente, pare ovvio e necessario dire che ciascuno porta la sua lanterna, nel buio della vita, e che il passaggio più significativo, per entrare nell'età adulta, è per tutti sempre il medesimo, famosi o non famosi, bravi e meno bravi: accettare i propri errori, la propria incompletezza, l'insopportabile eppure evidente scoperta che possiamo deludere gli altri, dispiacere e non solo piacere, sbagliare e non solo avere ragione, perdere e non solo trionfare. Che questo ostico rendiconto della propria limitatezza sia particolarmente duro per un giovane uomo abituato a svettare tra due ali di folla osannante, è probabilmente vero. Ma additare la fine di Pantani come eclatante esempio di martirio dell'incompreso è davvero scellerato, perché non solo i depressi, ma milioni di ragazzi alle prese con la propria complicata formazione saranno rafforzati nel loro comodo alibi di eterne vittime del mondo.

Il lutto per Pantani è, nello sgomento e nella tristezza, un lutto bello e consolante: esprime ammirazione, gratitudine e amore per la spettacolosa grazia atletica dell'uomo che sale, supera se stesso, trasforma una bestiale sofferenza in una gloriosa arrampicata sull'Olimpo. Perfino il virilismo romagnolo (struttura psicologico-culturale che non mi è particolarmente cara) assumeva, in Pantani, cadenze quasi spirituali, leggere, femminili quando inanellava i tornanti di asfalto come un morbido gomitolo. Non si addice, a questo lutto concorde, il molle piagnisteo italiota sulle "colpe degli altri". Gli altri, se hanno colpa, e rimorso, dovranno sbrigarsela comunque da soli, pure loro, faticando a prendere sonno come a tutti capita, prima o poi.
Lui merita un compianto profondo, e la memoria intatta di chi aspetterà per sempre, seduto sui prati, di vedere passare il Pirata. Non merita che lo si agiti come uno straccio inerte, come una bandiera bianca, per potere continuare a lamentarci ciascuno della sua debolezza, ad aggrapparsi ciascuno alle sue eterne giustificazioni da bimbo. Siamo spesso soli, tutti, specie nei momenti decisivi: non possiamo chiedere proprio a un uomo che cercava sempre la fuga, l'arrivo solitario, di aiutarci a rimanere intruppati nella desolante mediocrità dei nostri alibi.










postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 11:25 |


domenica, febbraio 15, 2004
 

 

Prendila così.
Non possiamo farne un dramma.
Conoscevi già, hai detto,
i problemi miei di donna.
Certo che lo so,
certo che lo so.
Non ti preoccupare
tanto avrò da lavorare.
Forse è tardi e rincasare vuoi?

No, che non vorrei.
Io sto bene in questo posto.
No, che non vorrei.
Questa sera è ancora presto.
Ma che sciocca sei,
ma che sciocca sei.
A parlar di rughe,
a parlar di vecchie streghe
meno bello certo non sarai.

E siccome è facile incontrarsi
anche in una grande città
e tu sai che io potrei, purtroppo
(anzi spero), non essere più solo,
cerca di evitare tutti i posti
che frequento e che conosci anche tu.
Nasce l'esigenza di sfuggirsi
per non ferirsi di più.

Lasciami giù qui.
E' la solita prudenza.
Loro senza me, mi hai detto,
è un problema di coscienza.
Certo che lo so,
certo che lo so.
Non ti preoccupare
tanto avrò da lavorare.
Forse è tardi e rincasare vuoi?
No, che non vorrei.
Io sto bene in questo posto.
No, che non vorrei.
dopo corro e faccio presto.

Meno bella certo non sarai!

E siccome è facile incontrarsi
anche in una grande città
e tu sai che io potrei, purtroppo
(anzi spero), non essere più solo,
cerca di evitare tutti i posti
che frequento e che conosci anche tu.
Nasce l'esigenza di sfuggirsi
per non ferirsi di più.

Prendila così.
Non possiamo farne un dramma

 

 
























































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:15 |
 

Io lavoro e penso a te
torno a casa e penso a te
le telefono e intanto penso a te
come stai e penso a te
dove andiamo e penso a te
le sorrido abbasso gli occhi e penso a te
non so con chi adesso sei
non so che cosa fai
ma so di certo a cosa stai pensando
è troppo grande la città per due che come noi
non sperano però si stan cercando
cercando
scusa è tardi e penso a te
ti accompagno e penso a te
non sono stato divertente e penso a te
sono al buio e penso a te
chiudo gli occhi e penso a te
io non dormo e penso a te



















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:08 |
 

 

Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col coltello in tasca, "per difendere i più deboli". Non ho mai indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi. A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi confronti, e forse un po' aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso, nell'acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte, è l'ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l'inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva delle cosidette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all'ultimo Giro d'Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui. Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all'ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come l'albatro di Baudelaire. Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pellissier steso a revolverate dall'amante, Poitier impiccato nel garage per una delusione d'amore, Robic ridotto a fare l'uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocaña che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve de Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l'unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un'influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del ?98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue. Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male.

Non così presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell'ultima scena, che non era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di San Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com'è, e nemmeno la vita che questo comporta. Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.




postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:13 |


mercoledì, febbraio 11, 2004
 

Mi è spiaciuto molto quello che è successo, ho cercato in tutti i modi di farti capire come mi sentivo e di farti percepire le difficoltà che stavo incontrando anzi, che sto incontrando, ma non c'è stato niente da fare "Non ti preoccupare, ho già tanti casini di mio che se ti ci metti anche tu...sono altre le cose importanti". E quali sono ? Boh ? ... non l'hai capito ma siamo veramente sulla stessa barca, mantenuta in un equilibrio precario dalla nostra reciproca presenza: se uno dei due cade la barca, sbilanciata, si rovescia. Ho solo bisogno di una mano, che mi afferri e mi aiuti a stare in piedi, per quel tanto che basta a far passare la burrasca.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:24 |
 

 

Come succede a tutti anch'io mi sono reso conto solo dopo, amore mio, delle cose belle che ci hanno unito.
Solo quando te ne sei andata ho incominciato a cercare nella memoria tutto, ogni ora. I pensieri sono chiari e ordinati: si affollano, ma non si accavallano.
Vedo tutto come se lo rivivessi, con sensazioni ancora più intense e dolorose, di un dolore lancinante.
Senza che me ne accorgessi, i nostri momenti sono rimasti qui dove li ha scritti, giorno per giorno, la penna della vita. Qui nel mio cuore.

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:13 |


lunedì, febbraio 02, 2004
 

 

Il giorno dopo, non si sa come, mi svegliai con il diavolo addosso, chiaro, tosto, risoluto, franco come una spada. Andai difilato al telefono, feci chiamare Lucetta, le dissi subito: «Guarda che debbo parlarti, oggi stesso, tra un'ora, al bar sotto casa tua.» «Ma io . . .» «Poche storie. Tu vieni senza fiatare, altrimenti salgo a casa tua e sfondo la porta a calci.» «Sì vengo, va bene.» Così andai al bar, all'ora fissata, e mi sedetti in ombra, in un angolo, per aspettarla. Lei non tardò molto; e come apparve sulla soglia, per l'ultima volta provai lo stupore dolce e quasi incredulo dell'appuntamento d'amore sospirato e sperato il quale si avvera come per miracolo.  Lei si avvicinò, esitante, timida, dolce, forse spaventata:  io mi alzai in piedi a le dissi: «Inutile sedersi. Ti ho chiamato in quel modo brusco perchè avevo da dirti una cosa importante e non potevo dirtela per telefono. La cosa importante, eccola qui: non ci vedremo più. Da oggi sei libera, con me è finita. » Lei disse, tranquilla, al solito: «Maurizio, hai mostrato di essere intelligente. Io non avevo il coraggio di dirtelo. Sì, è meglio che non ci vediamo più. » Tutto ad un tratto provai non so che furore: mi venne quasi l'impulso di afferrare la tavola e scaraventarla contro lo specchio del bar e mandare tutto in pezzi, specchio, bottiglie, bicchieri e ogni cosa, perfino la faccia scema del barista. Ma mi controllai con sforzo supremo a risposi: «Beh, addio Lucetta, » avviandomi nel tempo stesso alla macchina americana dei dischi. Misi un gettone e subito il Rock and Roll, brutale e travolgente, prese a farmi ballare i pensieri nella testa come tante noci dentro un sacco vuoto. Quando, alla fine, mi voltai verso la porta, Lucetta non c'era più. 

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 20:38 |
 

 

......erano giornate indimenticabili, ti svegliavi la domenica mattina con l'unica idea di andare allo stadio. ti preparavi, prendevi l'abbonamento, il panino; era un rito che ti portava insieme agli amici a trascorrere giornate ineguagliabili. le immagini, i colori, la gente era un qualcosa che ti entrava dentro. facevi parte di uno spettacolo. quando si vinceva si cantava tutti insieme "'o surdato innamorato"; e l'unico pensiero era alle domeniche successive. vivevi per il Napoli, ora c'è il vuoto.


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 20:24 |


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