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lunedì, maggio 31, 2004
 

 

Arrestato a Cirie', nel torinese, per violenza sessuale e rapina Lucio Di Somma, 60 anni, un ergastolano agli arresti domiciliari dal 2001. Da allora avrebbe violentato ripetutamente un minore di 9 anni, rendendosi poi latitante e organizzando una una banda di rapinatori, specializzati nel colpire i clienti distributori automatici di benzina. Di Somma e i tre complici sono stati arrestati dopo l'ultimo colpo

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:44 |
 

 

La fuga d'amore non è misteriosa: don Giuseppe Noto, parroco a Castelvetrano, un paese in provincia di Trapani, ha deciso di spiegare la scelta di lasciare la Chiesa per andare a vivere con la donna che ama. «Ad un certo punto le cose della vita cambiano. Adesso ci sono dei sentimenti. Bisogna prendere il coraggio con le proprie mani e fare le proprie scelte con corretta coscienza». Di possibilità che torni sui suoi passi, che ritorni cioè a svolgere il suo ministero dopo la «fuga» d' amore con l'ex fidanzata di un amico, conosciuta in parrocchia, non sembrano essercene. Il sacerdote, in un'intervista pubblicata dal Giornale di Sicilia, ammette tuttavia di avere compiuto degli errori: «Alla luce dei fatti, tornando indietro e con il senno del poi, avrei agito diversamente. Non sarebbe cambiata la sostanza ma la forma sì, sicuramente. Avrei dovuto avvertire prima di tutto il vescovo e spiegargli i motivi della mia scelta».

Una scelta che don Noto definisce un «distacco definitivo». Con fastidio l' ex sacerdote commenta le voci su un presunta gravidanza della giovane amata. «Non ci sono gravidanze - assicura - la nostra è una scelta ponderata». Ma tornerà a Castelvetrano? «Ai mei parrocchiani ho voluto molto bene - risponde - e spero che capiscano. Un giorno tornerò, sappiate che tutti i conti della parrocchia sono a posto e che lascio una comunità in piena attività». Sul futuro don Noto ha le idee chiare. «Sono un geometra e penso di iniziare subito questa nuova attività». Infine un monito agli ex compaesani, citando un passo del Vangelo: «Non giudicate e non sarete giudicati».

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:41 |


domenica, maggio 30, 2004
 

 

Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire e identificare le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile e pero' mai annoiante, poiche' continuamente vedremo balzare innanzi, come su un'immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso (Pirandello e' qui di casa) nel gioco delle parti. Negli anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie perfettamente separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune fatali complicita' organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le tradizionali vocazioni criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i cosiddetti "racket", che controllano quasi tutte le attivita' economiche di una grande citta': i mercati generali; le concessionarie di prodotti industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi, night; e su ogni attivita' impongono una taglia, una specie di tassa che l'operatore economico e' costretto a pagare se non vuole correre il rischio di vede bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune revolverate. In taluni casi d'essere ucciso. Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, pero' frantumati e dispersi in un'infinita' di rivoli e canali. Un apparato mafioso che lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola inquinando anche le grandi citta' del nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie, stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di criminali emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una battaglia interna per il predominio in un quartiere o un settore. Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro e' fatale. Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che insanguina un quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione da una grande citta' all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino, laddove i rackets in lotta cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei, amici, parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia e' infatti la presenza costante della famiglia, cioe' del rapporto di parentela fra molti membri dello stesso clan. Un giudice milanese ebbe a dire, forse senza nemmeno voler essere cinico: "Una buona famiglia meridionale all'antica, in cui sono ancora molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, puo' costruire un racket mafioso di tutto rispetto. E' piu' temuta!". Questo spiega anche talune agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo con un filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si autostrangoli, organi genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e depositate dinnanzi all'uscio di casa. Una crudelta' che scaturisce dall'odio definitivo di chi ha visto cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo scontro non ha possibilita' di pace, di armistizio, nemmeno di compromesso e spesso dura mortalmente fino al fatale annientamento del clan avverso, dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta lo perseguitera' fino nella piu' profonda cella di carcere. E' la mafia che miete la quasi totalita' delle vittime, centinaia, forse migliaia ogni anno in tutte le citta' della Sicilia e dell'Italia. Quasi tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici, talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in guerra cadono anche le loro teste. E' una malia che sembra animata da una tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una specie di fetida tenia oramai intanato nel ventre della nazione, dove si ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente sarebbe forse piu' esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso e' pero', mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso. E qui c'e' il salto di qualita', diremmo di cultura criminale, fra le prede mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e le nuove grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto della mafia una autentica tragedia politica nazionale. Esse sono essenzialmente due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco e' vertiginoso. E' come se un grande corpo, un grande animale, lo Stato italiano, mai morto e continuamente in agonia, fosse divorato ancora da vivo. In basso c'e' un brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un rapace con il profilo misterioso e terribile dei mostri di Bosch, e gli artigli piantati nel cuore della vittima. Non riesco a trovare un paragone piu' amabile ed egualmente preciso.

* La droga anzitutto. Essa costituisce uno degli affari mondiali, come il petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi che la droga coinvolge si puo' fare solo nell'ordine di decine di migliaia di miliardi. La contaminazione del vizio oramai e' intercontinentale, dall'Asia all'Africa, all'Europa, alle due Americhe. I guadagni sono incalcolabili. Si calcola che ci siano al mondo circa cento milioni di persone, molte oramai tossicodipendenti, che fanno quotidianamente uso della droga, spendendo ciascuna in media (ma la valutazione forse e' troppo esigua) circa diecimila lire al giorno. Sono mille miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi l'anno. Una cifra che fa paura. Molto piu' alta del bilancio di una grande nazione industriale. I guadagni sono anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi attuali un quantitativo di cocaina, acquistata alle fonti di produzione per poco piu' di un milione, dopo la raffinazione puo' valere sul mercato da due a tre miliardi, secondo la purezza del prodotto. E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire appieno la imponenza del fenomeno-droga su scala mondiale, un evento quotidiano che minaccia di deformare la societa' contemporanea. Ogni anno centomila esseri umani, per lo piu' giovani o addirittura adolescenti e ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o dieci milioni diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva incapacita' intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro costante pericolosita', cioe' la disponibilita' a qualsiasi proposta criminale. Milioni di famiglie vengono praticamente distrutte poiche' quasi sempre, accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, c'e' la infelicita' di un intero gruppo umano, i genitori, i fratelli, la moglie, per i quali il recupero - spesso impossibile - del congiunto diventa una costante di dolore e disperazione. La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della nostra societa', la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno trasformando in luogo di autentico contagio. Punti fermi della grande struttura civile collettiva vengono cosi' destabilizzati, ed e' tutta la struttura che comincia a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello internazionale contro la droga, esige un prezzo che diventa sempre piu' insostenibile; migliaia di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini, magistrati, studiosi, poliziotti, medici, mobilitati costantemente per arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e insanguinato di denaro, che scorre ininterrottamente da un continente all'altro, l'ombra invulnerabile della mafia. Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle grandi capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo, Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora definitivamente anche in Sicilia. L'isola e' nel cuore del Mediterraneo e quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici dall'area afroasiatica verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche tempo in Sicilia la mafia si e' limitata a controllare questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidita' in qualsiasi operazione ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida ai concessionari: ebbene la mafia pretende una tangente dai concessionari perche' possano svolgere il lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni, incredibilmente, la mafia si comporto' allo stesso modo per la droga. Guardava, osservava, valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la sua tangente, faceva i conti, cercava di capire perfettamente l'ingranaggio. Forse c'era una residua repugnanza morale (siamo in Sicilia dove ogni paradosso psicologico e' possibile) verso un affare che era portatore di morte e dolore per un'infinita' di esseri umani, soprattutto giovani. Ma anche senza complicita' mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo stesso per tutta la terra. E alla fine i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta. La mafia assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera, eliminando qualsiasi concorrente e aggiudicandosi tutto il ciclo completo di mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la creazione di stabilimenti segreti per la raffinazione della droga e la spedizione nelle grandi capitali dell'occidente. In quell'attimo compi' un salto di cultura criminale che avrebbe fatto tremare l'Italia. Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume travolgente, una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti, che si rinnova e cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni, mettendo radici sempre piu' profonde, integrando gradualmente e infine totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo definitivamente una massa di uomini sempre piu' vasta, la mafia ha creato una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco da quella che e' la logica comune, appare quasi un congegno di fantascienza. In verita' molte componenti di questa struttura si sono determinate quasi per forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma c'e' voluta indubbiamente una grande capacita' di fantasia per intuire questa forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme in un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo ha genio. Anche il demonio ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio. Questa struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno. Cominciamo dal basso. Il livello piu' propriamente criminale: gli specialisti dell'assassinio. Centinaia di migliaia di miliardi abbiamo detto. Per gestire valori economici cosi' imponenti, legati all'impunita' della produzione e del traffico di migliaia di tonnellate di droga e' indispensabile un controllo costante e totale del territorio di traffico. Non ci deve essere un ostacolo, un rischio, una trappola. E' necessaria quindi una folla di complicita' dovunque, in ogni settore della societa', criminali comuni, impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee aeree, funzionari dello stato, probabilmente anche funzionari di polizia, magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci, assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo detto della manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto, all'interno di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o quartiere della citta'. Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno pero' con piccoli compiti, avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la funzione soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi gruppo si scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora accade l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finche' un gruppo viene sterminato e la supremazia criminale affermata. La strage terrificante fra i clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di Alfio Ferlito, assieme ai tre carabinieri che lo accompagnavano nel trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle battaglie piu' feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e Gaetano Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di cinquanta omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto la sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese. Ma anche i vincenti, i padroni del clan, sono poco piu' di subappaltatori dell'immenso palinsesto mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono alcune segrete strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere del potere. La loro autentica forza e' la capacita' di uccidere, disporre di trenta, quaranta individui che sanno maneggiare tutte le armi piu' micidiali e all'occorrenza poter contare sulla loro devozione e infallibilita'. Capimastri, non di piu'! Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai entrati nella stanza dei progetti. Molto piu' in alto dei cosiddetti uccisori c'e' il livello dei pensatori, con la lontananza, il distacco di autorita' che puo' esserci tra una fanteria alla quale e' affidato soltanto il compito di conquistare, uccidere, presidiare, morire, e le stanze imperscrutabili dello Stato maggiore dove si elabora la grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa strategia e' la riciclazione del denaro continuamente prodotto dall'operazione droga, cioe' la fase ultima e piu' delicata, quella appunto che esige una autentica capacita' tecnica e finanziaria. Si tratta infatti di centinaia e migliaia di miliardi che, per essere immessi nel mercato economico e diventare usufruibili, debbono passare attraverso una serie di operazioni legali che li assorbano e magicamente li riproducano come ricchezza. Ci vuole talento, ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a caso abbiamo parlato di un salto nella cultura mafiosa.

* Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche. Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo amministrano, conservano, proteggono, reimpiegano (cento miliardi provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone miseramente morte o uccise, e migliaia di infelicita' umane, possono essere impiegati per la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada). Le banche gestite e controllate dallo stato difficilmente potrebbero (ma non e' detto che non possano) poiche' c'e' sempre il rischio di un funzionario di vertice che indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private. Talune banche private ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il giorno in cui dovesse decidere di raccontare finalmente tutta la verita', molti imperi finanziari vacillerebbero. E in realta' Sindona, invecchiato, gracile, stanco, terrorizzato, preferisce starsene in un tiepido carcere americano. All'aria aperta, in liberta', non avrebbe certamente piu' di un giorno di vita! Per decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere appunto quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui riusciva a sconvolgere persino gli alti burocrati della Banca d'Italia, Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia, riusci' in meno di quindici anni a creare in tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche che fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente nelle grandi citta' e nei centri di periferia dove per gestire gli affari economici, i micragnosi affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe stata gia' d'avanzo un'agenzia del Banco di Sicilia. Banche invece che spalancavano di colpo i battenti: "Eccomi qua, io sono la nuova banca! A disposizione!", tutto l'apparato gia' pronto, direttori, impiegati, casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici, computerizzazione, vetri antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith Wesson, epiche cerimonie inaugurali con interventi di parlamentari, sottosegretari, ministri, questori, prefetti, "Taglia il nastro la gentile signora di sua eccellenza", fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali gia' depositati nelle casseforti. Quante di queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di Sindona e che Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli, di venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe ma molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle. Da allora non ha tentato più nessuno. In verita' c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far trasalire la nazione e invece parve soprattutto una cosa da ridere: quando un cocciuto magistrato palermitano scopri' che il senatore democristiano Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente dell'Ente minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli interessi. Che la vicenda avesse indotto piu' all'ironia che allo spavento, dipese probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato senatore Verzotto. Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio impeccabile del vestito, grande sigaro in bocca, cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle spalle, sembrava anche visivamente il personaggio perfetto per una pochade politica piu' che per una tragedia mafiosa. Invece fin d'allora si sarebbe dovuto intuire da quali altre e ben piu' profonde oscurita' arrivavano i capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse servissero soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che non si sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un giudice coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada, invece esso venne precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della banca di stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul territorio nazionale, valutandone origini e destinazione, venne presa alcuna iniziativa sulle banche che stavano proliferando nel sud. Nemmeno il governo del tempo ed i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti arretrarono di qualche passo per prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il solo tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta, perche' l'opinione pubblica potesse farci in conclusione una bella risata di scherno. Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il piu' sottile cervello politico italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto quello era ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto era invece calmo, opimo, quasi regale, elegante, cortese e, probabilmente, anche un po' minchione. Per la magniloquenza del suo tratto era uno di quei personaggi capaci di procurare grandi catastrofi con perfetta noncuranza e senza probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal suo esilio di Beirut, dove ebbe l'agilita' di scappare una settimana prima dell'ordine di cattura, disse una cosa significativa: "Come potete pensare che io vada a sporcarmi le mani per un semplice affare di poche centinaia di milioni di interessi, quando in una banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di miliardi!". Tutti pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del senatore Verzotto si sono perdute le tracce. Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non conosciamo e che pero' il potere politico e i vertici finanziari dello stato dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro nero, sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le tracce della sua provenienza, cioe' reinvestirlo e cosi' purificarlo, ma non possono certo condurre in proprio le operazioni tecniche di investimento. Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche ecco dunque le grandi imprese industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente, prudentemente, garbatamente, silenziosamente amabilmente finanziate, possono riuscire ad impiegare quei capitali, trasformandoli in opere di sicuro valore economico. E non e' detto che non siano opere di mirabile importanza e perfezione civile: un moderno ospedale, un carcere modello, una citta'-giardino, un complesso sportivo, persino una nuova chiesa.

* E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro cavalieri catanesi. Dopo quello che e' accaduto, vien facile perfino la citazione: "I quattro cavalieri dell'Apocalisse". L'Italia e' uno strano paese in cui si sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si e' spaccata la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma di Montechiaro, e' invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione e la moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o finanziaria, per struttura stessa della societa' politica, deve fatalmente passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione, lo spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche, l'assegnazione degli appalti. Chi afferma il contrario e' candidamente fuori dal mondo oppure e' un amabile imbecille. A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri, soci in affari, subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E' una domanda importante ed anche spettacolare poiche' i quattro personaggi sembrano disegnati apposta per costituire spettacolo. Profondamente dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere. Costanzo massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono pero' tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza moda proprio dell'industriale self-made-man. Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni, industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il piu' ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono sia invece Costanzo, il piu' prepotente, l'unico che abbia osato pretendere e ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci, proprietario di una banca che, per capitali, e' il terzo istituto della regione. La ricchezza di Finocchiaro non e' valutabile. Molti ancora si chiedono: ma chi e' questo Finocchiaro. Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (la Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo centro un palazzo dei congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti al congresso nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno la lotta contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti e di lavorare in uno dei templi del potere di Costanzo). Costanzo costruisce anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le industrie necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni: travature metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in alluminio, tegole, attrezzature sanitarie. Un impero economico autonomo che non deve chiedere niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il confronto per completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni in una delle piu' diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e maggiore azionista della Banca popolare. Rendo ha interessi piu' diversificati, diremmo piu' moderni, almeno culturalmente la sua azienda sembra un gradino piu' in alto. Anche lui costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche aziende agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi del mercato europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo fiore all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla ricerca scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito che i soldi non possono servire soltanto a produrre altri soldi. La sede della holding e' il ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi di acciaio, alluminio e metallo, l'uno legato all'altro, sulla cima di una collina alle spalle di Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come tre palazzi della RAI di via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un immenso giardino al quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da uomini armati. Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha la sua televisione privata con la quale garbatamente interviene nella informazione della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo nuovo del Cremlino successore di Breznev, e' riuscito ad arrivare al vertice dell'impero sovietico poiche' mentre era a capo dei servizi segreti invento' l'ufficio della disinformazione, specializzato nel confondere la realta'. Si tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico. L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le iniziative e' probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprieta'. Per il resto Graci e' pressoche' invisibile. Amico di Gullotti e di Lauricella, vive gran parte del suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra tutti e' quello che ha la piu' vasta copia di interessi, cantieri di costruzione in ogni parte dell'isola e dell'Italia, aziende agricole, villaggi turistici, immense estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi tempi la sua predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il suo piu' recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di Taormina, a ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi piu' belli del Mediterraneo, arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca di Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni dopo) il famoso lido dei Ciclopi, il piu' prezioso giardino equatoriale, ricco di piante esotiche che non hanno eguali in Europa e che per quarant'anni nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di tutti i cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era sconosciuto a Catania, e il piu' riservato, raramente compare in prima persona. Possiede anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente privata e di un giornale quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi consigli di amministrazione. Narrano anche della sua generosita'. Ogni tanto organizza per i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei suoi feudi siciliani! Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati ai quali sono ammessi soltanto gli amici di vertice. Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro al rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi. Ha pero' una sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi appalti sono stati sempre terminati a tempo di record. In meno di due anni ha costruito il nuovo palazzo della Posta ferroviaria, un gigantesco edificio moderno sul lungomare di Catania, accanto alla stazione, e la nuova Pretura, altro massiccio edificio incastrato proprio nel cuore della citta', a cento metri dal palazzo di Giustizia. Poiche' la Pretura di Catania convoglia quotidianamente gli interessi di migliaia di persone, non appena il nuovo edificio entrera' in funzione, il traffico di tutta quella zona essenziale della vita cittadina restera' probabilmente paralizzato. Esempio di come possa essere nefanda un'opera pubblica pur perfettamente realizzata. Finocchiaro infine e' anche il piu' lezioso. La sede della sua impresa sorge sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti piu' splendidi della riviera, una grande villa, in verita' bellissima, sovrastata e circondata dal verde e da una serie di piscine intercomunicanti, sicche', una levissima massa d'acqua si muove ininterrottamente dalle terrazze ai patii. La gente passa, guarda e s'incanta. Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di Catania. Ma chi sono in verita'? Perseguiti dalla magistratura con mandati di cattura e ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi fiscali e addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia di finanza che sta frugando in tutti i loro conti, rifiutati dalla pubblica opinione, soprattutto dai piu' poveri e sfortunati i quali non riescono mai ad amare le fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le vedono crollare hanno un momento di trasalimento di felicita' e un grido: "Lo sapevo!", i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la piu' feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione. Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo autentico tempo di apocalisse? Gia' il fatto che questi quattro personaggi si siano riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro dell'imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia e stiano li' segretamente, due piu' due quattro, seduti l'uno in faccia all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una sala che e' facile immaginare di gelido vetro e metallo, inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno di loro, Costanzo, il piu' plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente al massimo giornale italiano: "Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti piu' importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri solo i piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perche' possano campare anche loro!"; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati di evasioni per decine o forse centinaia di miliardi, tutto denaro pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, al piccolo artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante, poveri innumerevoli italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici del bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola, ricercato per l'omicidio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di cavalieri della repubblica. Ma non e' questo il punto. Il quesito e' un altro, ben piu' duro e drammatico: i quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel massimo e misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda si possono dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che appare, quello che la gente pensa, e quello che probabilmente e' vero. Quello che appare e' cio' che abbiamo descritto, cioe' di quattro potenti di colpo sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e giudiziariamente per possibili e gravi delitti. Solo il magistrato potra' dire una verita' che puo' essere tutto e il contrario di tutto. Quello che la gente pensa e' piu' brutale, e cioe' che i cavalieri di Catania, o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono loro a impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale oso' chiedere allo stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi economici. Ma quello che pensa la gente (e che anche tutti i grandi giornali, con perigliose acrobazie di linguaggio hanno dovuto riferire) non puo' avere alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiche' puo' nascere da pensieri spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci sono prove e quindi fino ad oggi non esiste! Infine quello che probabilmente e': cioe' di quattro personaggi i quali, con superiore astuzia, temerarieta', saggezza, intraprendenza, hanno saputo perfettamente capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del nostro tempo e della classe politica che la governa, ed essere piu' rapidi e decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte. Anche Agnelli deve essere piu' rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto con la mafia e' stato agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti delle opere pubbliche. Questo e' affar nostro. Voi volete gestire la droga! Affar vostro! E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e trasporto! Che sia! Pero' non vogliamo bombe nei nostri cantieri, nemmeno estorsioni, nemmeno che i nostri figli, parenti, fratelli, amici, possano essere rapiti o sequestrati. Se cosi' e', tutto questo non e' morale, ma non e' nemmeno reato! E purtroppo non e' nemmeno una vera risposta in un momento storico terribile in cui la tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi ma di verita' definitive, anche se agghiaccianti. Esiste infatti una realta' innegabile: perche' la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti pubblici, uomini d'affari o di politica capaci di garantire l'impiego e la purificazione di quell'ininterrotto fiume di denaro. La nazione ha finalmente il diritto di identificarli! E la Sicilia il diritto di non essere data in olocausto alla incapacita' dello stato (o peggio) di identificarli. Esiste oltretutto una realta' che e' anche un fatto morale e politico di cui bisogna onestamente parlare. Da decenni, forse da secoli, la societa' siciliana non ha avuto una imprenditoria capace di esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la tecnica e la civilta'. Venivano tutti da nord, prendevano il denaro e il territorio, costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male. Talvolta le loro opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il saccheggio del golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti di quel territorio con gli scarichi petrolchimici costituirono una di queste grandi imprese. I giganteschi ruderi industriali nel golfo di Termini Imerese, stabilimenti che non hanno mai funzionato e che hanno divorato migliaia di miliardi della regione, rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che e' stato costruito in Sicilia, i siciliani sono stati al piu' subappaltatori (se possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri, ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi petrolchimici della Rasiom furono costruiti con migliaia di pecorai e braccianti trasformati in manovali. La Sicilia e' stata sempre una terra tecnodipendente. Improvvisamente, nell'ultimo ventennio, sono emersi questi cavalieri del lavoro (non soltanto questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti, aggressivi, qualcuno anche grossolano e ignorante, pero' dotati di fantasia, di straordinarie capacita' industriali e tecniche, e di talento, precisione, velocita'. Hanno realizzato opere pubbliche a tempo di record, hanno creato aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa grande macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro intraprendenza si spinge oramai su tutto il territorio nazionale, in Europa, in Africa, nel Sud America. La loro concorrenza e' spietata. Molte grandi aziende del nord non solo hanno perduto il loro tradizionale feudo meridionale, ma si vedono insidiate nel loro stesso territorio. Bene, la tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilita' di una controffensiva su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il tentativo di stabilire un rapporto di colonizzazione e' chiaro. Allora a questo punto il discorso e' gia' perfetto. Se tutti i cavalieri di Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della struttura mafiosa, che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla societa', e rilasciando cosi' agli altri, ai superstiti, una possibilita' politica e morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale a non colpire nessuno, lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con lo stato! Ed e' qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura, l'imperscrutabile vertice che finora ha paralizzato la giustizia.

* Riguardiamola questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali che si contendono il sottobosco del potere criminale, tutte le infinite cose dalle quali puo' nascere ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti, le estorsioni, una moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina quasi tutte le funzioni della societa' sottomettendo le province, le citta', i quartieri. Piu' in alto, molto piu' in alto, i due livelli paralleli, i grandi, insospettabili finanzieri e operatori che gestiscono migliaia di miliardi della droga; le banche che ricevono, nascondono e riciclano quella massa infame e infinita di denaro; le grandi holding siciliane, romane, milanesi, che assorbono quel denaro e lo trasformano in ammirabili operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo livello, il piu' alto di tutti, senza il quale gli altri non avrebbero possibilita' di esistere. Il potere politico! Vi racconto una piccola atroce storia per capire quale possa essere la posizione del potere politico dentro una vicenda mafiosa, una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi non avrebbe senso e che tuttavia in un certo modo interpreta tutt'oggi il senso politico della mafia. Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia, assediato da tutta la mafia della provincia palermitana c'e' un sindaco democristiano, un democristiano onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale essendo anche segretario comunale della Dc, rifiuto' la tessera di iscrizione al partito ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento persone. Quattrocento tessere. Sarebbe stato un trionfo politico del partito, in una zona fin allora feudo di liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che quei quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza ed avrebbero saccheggiato il comune. Con un gesto di temeraria dignita' rifiuto' le tessere. Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora domanda alla segreteria provinciale della Dc, retta in quel tempo dall'ancora giovanile Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico di paese, un galantuomo che credeva nella Dc come ideale di governo politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no. Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che se non avesse ceduto, lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico medico galantuomo, sempre convinto che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiuto' ancora. La segreteria provinciale si incazzo', sospese dal partito il sindaco Almerico e concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco Pasquale Almerico comincio' a vivere in attesa della morte. Scrisse un memoriale, indirizzato alla segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando quello che accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E continuo' a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti. Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva solo continuare a comandare da solo la citta' emarginando forze politiche nuove e moderne. Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per proteggerlo. Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di Camporeale e da tre punti opposti della piazza si comincio' a sparare contro quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due scariche di lupara. Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato, ucciso e i mafiosi divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per anni, anche negli ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo alla memoria. E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco soltanto quattrocento voti di preferenza: una piccola storia pero' perfetta come un teorema poiche' spiega come puo' il potere politico gestire la vicenda mafiosa e starci da protagonista. E come ancora oggi negli anni '80, al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una parte del potere politico. Il potere politico che e' misterioso sempre e mai perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia, che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi della potenza: dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla morte chimica o alla speculazione selvaggia; gia' da dieci anni avrebbe dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li conduce talvolta in parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti; dovrebbe garantire la regolarita' dei concorsi e invece assedia le commissioni di esame con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe costruire una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio turistico in un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di procura e invece li abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il potere politico che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta, archivia. Il potere politico che stabilisce la spesa di migliaia di miliardi per opere pubbliche, determina l'ubicazione e consistenza delle opere, ne affida gli appalti. Il presidente della regione Pier Santi Mattarella, anche lui democristiano onesto, venne ucciso perche' aveva deciso di spendere onestamente i mille miliardi della legge speciale per il risanamento di Palermo. Quasi certamente fra coloro che assistettero commossi ai funerali, espressero sincere condoglianze, e baciarono la mano alla vedova, c'erano i suoi assassini. Probabilmente gli stessi che avevano seguito dolorosamente i funerali del vice questore Boris Giuliano, del giudice istruttore Cesare Terranova, del procuratore della repubblica Gaetano Costa, del segretario comunista Pio La Torre. Tutti e quattro assassinati poiche' stavano gia' scoprendo i punti di sutura fra politica e mafia.

* Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di iscrizione alla P2. La domanda non era stata accettata poiche' Gelli aveva fiutato l'infido e cercato di prendere tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe poi a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura mossa personale per scoprire alcune verita' politiche all'interno della loggia massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui. Certo era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere politico, ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le BR gli aveva fornito preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto. Quando arrivo' a Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali sapevano perfettamente di avere di fronte l'avversario piu' duro e cosciente. Rispetto agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in piu' un prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli strumenti giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino in fondo: quei superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognera' pur riscriverla perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che tuttavia alla fine avrebbe dovuto concedergli. Dalla Chiesa commise un solo errore. Di vanita'. In fondo egli restava un militare e quindi soprattutto un retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi lotta in guerra aperta, con tutte le vanaglorie del combattimento: bandiere, tamburi, proclami, applausi, dimostrazioni di amore popolare. Tutto questo contro un avversario che era sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi certamente accadde. La guerra contro un tale nemico e' oscura e senza gloria, e infinitamente piu' terribile di ogni altra, non si puo' vincere in una serie infinita di scaramucce, poiche' i serpenti restano dovunque, muoiono e si moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una sola battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava, accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i poteri speciali, e quindi anche la facolta' di indagini nelle banche e nei patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a tutti, gridasse: "So chi siete, da un momento all'altro vi strappero' la maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!". E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi: "Generale, io cosi' con lei non viaggio!". Ma Dalla Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilita' irrisoria, a colpo sicuro, (se e' vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un'altra provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria. Dalla Chiesa mori', ma il suo colpo tremendo l'aveva gia' vibrato, forse proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la nazione, clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche altissimi ufficiali e magistrati, sapevano e pero' non dicevano, cioe' dov'era il groviglio dei serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:31 |
 

 

Sono passati vent'anni dal delitto Fava, delitto di mafia compiuto il 5 gennaio 1984 nella strada solitaria del Teatro Stabile, oggi Via Giuseppe Fava, a Catania.

Cosa è successo in questi vent'anni a Catania? Il 3 gennaio 2004 alla Cappella Bonaiuto, in un incontro organizzato dalla Fondazione Fava, Antonio Pioletti, Claudio Fava, Pippo Pattavina e i diversi interventi delle numerose persone presenti hanno provato a dirlo, o almeno a provarci con qualche strumento in più. Soprattutto col volume che raccoglie gli scritti di Giuseppe Fava apparsi su I Siciliani nel 1983.

All'ingresso della sala, su due tavolini, il libro, edizione fuori commercio: Giuseppe Fava, Un anno. Raccolta di scritti per la rivista "I Siciliani". Un libro prezioso, auguriamo alla Fondazione Fava di continuare...

Dicono Elena e Claudio Fava nell'introduzione: "Abbiamo raccolto gli articoli, i racconti, gli editoriali, i bozzetti seguendo lo stesso ordine che Giuseppe Fava avrebbe dato a questo libro: progettato, titolato e pronto per le stampe già alla fine del 1983. Poi ci fu il 5 gennaio". Dai mafiosi ai palazzi del potere, ma non solo. Sotto vari pseudonimi Fava scriveva anche di cinema (un bellissimo articolo su Blade Runner e Victor Victoria confrontati con la mediocrità del cinema nostrano), di letteratura, di costume, di teatro, di sport.

Oltre a restituirci gli scritti di un giornalista e di un intellettuale dell'importanza di Giuseppe Fava, il libro è così anche una fonte per la storia di quell'anno in Sicilia. Un anno particolare, che viene dopo il delitto Dalla Chiesa del settembre 1982. Ce lo descrivono lucidamente, nell'ultimo capitolo del libro, in un articolo scritto a nome della redazione de "I Siciliani", Claudio Fava, Miki Gambino, Riccardo Orioles, Antonio Roccuzzo. E' il gennaio 1985, un anno dopo la morte di Giuseppe Fava. Rispetto a quanto ci raccontava Fava negli articoli su "I Siciliani" il loro è già uno sguardo retrospettivo. L'articolo parte infatti dal delitto Dalla Chiesa per ricostruire il contesto in cui matura il delitto di Giuseppe Fava. Uno spaccato di come andavano le cose nei primi anni ottanta a Catania e dintorni dal punto di vista della storia giudiziaria e della mafia.

Gli scritti di Fava ci raccontano invece quegli stessi anni attraverso lo sguardo di un testimone attento e a tutto campo. Non c'è solo la mafia, non c'è solo il delitto Dalla Chiesa, non c'è solo Comiso. Ci sono i vizi dei potenti anche non mafiosi di una città, gli uomini e le donne, i paesaggi, il "buon mangiare", il "sapore del mare", le cose che si seguivano a teatro, si vedevano al cinema e in Tv, si leggevano sui libri. Il delitto, inevitabilmente, ha costretto a focalizzare l'attenzione sulla mafia.

Ora, a distanza di vent'anni, si può recuperare anche tutto il resto, per apprezzare e capire meglio l'autore - cristallizzato dal delitto nell'unica, pur se grande, dimensione dell'eroe della lotta alla mafia catanese e invece di una complessità e di una ricchezza che sarebbe un peccato continuare a trascurare - per fare i conti con la nostra storia, tutta, e magari utilizzando alcuni degli strumenti per leggerla che sono presenti negli scritti di Fava. Adesso è, forse, possibile e, sicuramente, necessario leggere gli scritti de "I Siciliani" come Fava voleva: "il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno..." .

La domanda "Cosa è successo a Catania in questi vent'anni" è rimasta nell'aria, tra le sale e le salette della Cappella Bonaiuto, fra le persone che testimoniavano e quelle che ascoltavano. Quanto possono essere lontani venti anni?

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:23 |
 

 

Ci sono storie che non trovano posto da nessuna parte: perché non vengono bene nelle foto, perché fa caldo e col caldo pensare e preoccuparsi affatica. Non è un tema estivo, si dice nelle redazioni: giornali e tv hanno stabilito un collegamento inesorabile fra il clima e la consistenza delle notizie. Sopra i 30 gradi devono essere impalpabili, frizzanti e fuggevoli. Gassose. Però la vita, a differenza degli impaginati, pesa anche d'estate. Anzi, tende a fare così: a chi già andava male di solito va peggio. Pamela, per esempio. Pamela Pieralli abita a Figline Valdarno, fa il liceo scientifico e anche lei adesso è in vacanza. Il 19 di luglio, fra poco, dovrebbe compiere 17 anni. A casa sua sperano tutti che prima di allora Sirchia, il ministro, trovi la lettera che la ragazza gli ha scritto, sempre che il suo ufficio stampa non l'abbia cestinata perché poco estiva. Se la leggesse si muoverebbe con la velocità di un fulmine, perché lui sa che per queste cose non c'è tempo. Lo ha già fatto per Rossella, la bambina di Napoli con cui lo abbiamo visto fotografato sui giornali e ripreso dai tg. Pamela ha la stessa malattia di Rossella, si chiama glicogenosi di tipo ll o sindrome di Pomp, le manca un enzima e i suoi muscoli diventano rigidi. Come effetto collaterale non riesce a respirare, figuriamoci d'estate. Sta male da quando aveva tre anni, a 12 si è aggravata, è stata cinque mesi in rianimazione e da allora, scusate se è brutto, vive attaccata a un respiratore e su una sedia a rotelle. Studia, è stata promossa. Il farmaco che la potrebbe guarire è sperimentale perciò non è in vendita: lo produce la Genzaymer. Averlo non è impossibile, ma i genitori di Pamela da soli non ci riescono. Hanno chiesto alla ditta, insieme ai medici hanno inviato al ministero della salute la documentazione della ragazza. Sono stati entusiasti di vedere Rossella in tv, hanno aspettato una risposta anche loro. Niente. Hanno cercato di nuovo il ministro, qualche funzionario ha detto loro che se ne sarebbe occupato. Niente. Una senatrice ha rivolto una interpellanza, il ministro però non ha risposto. Poi è stata Pamela a scrivere: una lettera personale in cui dice a Sirchia che vorrebbe continuare a vivere, se per favore la aiuta. Anche i suoi compagni di liceo hanno scritto. Non è rassicurante per nessuno che ci siano problemi che si possono risolvere solo con le suppliche individuali, che non esista un canale diverso da quello della compassione del potente: il bel gesto caritatevole, stretta di mano e foto. Va bene anche questo, sì, se funziona. Purtroppo non ha risposto nessuno. Domenica 8 giugno, prima degli scrutini, Pamela ha avuto una nuova crisi polmonare. La sua famiglia ha inviato anche a noi una lettera pacata che dice così: che cosa si può fare esattamente per non far morire questa ragazza? Non ne ho idea, però un modo ci dev'essere. Chi lo conosce alzi la mano. Fate presto che è tardi, anche se è estate.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:20 |
 

 

Una palestra, un solarium, un negozio di porte blindate. Un centro per la ricostruzione delle unghie, un fitness club, una vetrina di chiavistelli: "Chiusure ermetiche a norma Ue", dice il cartello. I commercianti non sbagliano mai: hanno il polso esatto del mercato, conoscono la loro clientela, come disse a Capri quel gioielliere che esponeva in vetrina un tanga di diamanti. Perciò è questo che compra la gente, si vede, nelle immediate periferie, nei quartieri cosiddetti residenziali dove le strade diventano diritte e non si deve andare a piedi la sera. Perfezione estetica da appartamento. Porte per chiudersi in casa come in cassaforte e starci dentro abbronzati integralmente anche a gennaio.
In un vialone del quadrante Nord, civico 134, le finestre del terzo piano sono sbarrate da grate verdi come le piante che cercano di buttarsi dal terrazzo. Dentro si immaginano donne dai capelli dello stesso colore della pelle, unghie perfettamente identiche. Ricostruite, sì. Uomini in possesso di ventre piatto e forse di revolver, se per caso qualcuno volesse violare il caveau. "Spioncino con lenti quattro volte più potenti", è la pubblicità del nuovo modello di porta blindata nel negozio giù di sotto. Quattro volte più potente del solito, vorrà dire: chissà come dev'essere una faccia vista da quel buco, se si sgrana e si storce, se si vede solo - gigantesco - un neo.
Dai nomi delle cose si capisce il mondo in cui si vive. Noi abbiamo gli spioncini: spiano il mondo fuori e ce ne proteggono come fosse un morbo. Spiare parla di segretezza, diffidenza, aspirazione all'impenetrabilità, ostilità all'estraneo. Nel nostro sud, nei paesi, si spia dalle porte socchiuse e non abbiamo bisogno di spiegarci perché. Nel sud della Spagna lo stesso oggetto - quel buco, lo spioncino - si chiama "mirilla". Sono rosoni grandi, tondi, ottonati e lucidi. Hanno un piccolo pomello che ruota, un ingranaggio che diverte i bambini. Luca, di ritorno da Granada, ne è rimasto incantato: "Sono aperti, sono belli. Fanno passare l'odore della cucina, il borbottio delle pentole e le intemperanze della parola", dice. Mirilla è un vezzeggiativo femminile. Mirar, guardare: restituisce innocenza all'impertinenza dell'occhio, non punisce lo sguardo. Ha un suono che sa di prodigio e meraviglia: lo stupore di chi vede, con retrogusto di allegria. Fuori e dentro è quasi la stessa cosa, basta ruotare e il mondo entra, la casa esce. Il clima, in Spagna, non è molto diverso dal nostro. Non è una questione di caldo o freddo. Anche le civiltà si somigliano, e certo anche lì hanno avuto invasori, aggressori e paure. Però non spiano, chissà da cosa dipende. Un mercato ancora vergine per le porte blindate a norma Ue.

 





postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:16 |
 

 

Sda è la società di recapiti comprata dalle Poste italiane. Il servizio Posta celere ha costi piuttosto alti ma garantisce consegne nelle 24 ore. Martedì pomeriggio.
- Buonasera, senta, sto aspettando un pacco con urgenza. Ho trovato attaccato accanto al citofono l'adesivo della mancata consegna. Temo che...
- Lei è abbonata alla Sda?
- No, non sono abbonata. Devo ricevere un pacco, ma come dicevo il nome sul citofono...
- Allora se non è abbonata deve contattare l'ufficio Roma 3, al numero che trova sull'adesivo.
- Sì, ho provato, ma mi risponde sempre un disco: dice di chiamare il vostro numero. Dunque come le dicevo questo pacco...
- Non posso parlare con lei, se non è abbonata.
- Abbia pazienza, l'adesivo che ho trovato indica un numero, a questo numero risponde un disco che dice di parlare con voi. Che significa che lei non può parlare con me?
- Se non è abbonata deve chiamare Posta celere.
- Va bene, ha un numero?
- Non sarei autorizzata, ma le faccio una cortesia.
- Davvero gentile. Pronto, Posta celere? Aspetto un pacco urgente ma il cognome sul citofono è diverso da quello del destinatario.
- Ha il codice?
- Sì, sull'adesivo c'è un numero a 9 cifre: 76...
- No, dev'essere un numero a tredici cifre.
- Ce ne sono nove, cosa sono queste nove?
- Non so che dirle. Mi serve il numero del mittente, il codice di spedizione.
- E io come faccio ad avere il codice di spedizione, se sono il destinatario?
- Non saprei, chiami il mittente.
Faticosa ricerca del mittente. - Pronto, ho il codice del mittente che mi ha chiesto ieri.
- Bene, controllo. Il pacco è in consegna.
- Sì, certo che è in consegna. Hanno provato a consegnarlo ma hanno lasciato un adesivo. Due, anzi. Stamattina un altro. Io avrei urgenza di ricevere questo pacco.
- Vada a prenderselo in magazzino, se ha fretta.
- Il magazzino dov'è?
- Fuori dal Raccordo Anulare, le do l'indirizzo.
- Ma mi ci vuole un pomeriggio per andare in macchina fuori dal raccordo.
- Non so che dirle.
Ricerca non banale del numero di telefono del magazzino, vari tentativi a vuoto. Infine: - Pronto, è il magazzino Sda? Dovreste avere lì un pacco...
- Lei è una dipendente?
- No, ma sono tre giorni che cerco di rintracciare un pacco spedito con posta celere. Credo sia lì.
- Non sono autorizzato a controllare.
- Sia gentile. È inutile che venga fin laggiù se poi il pacco non c'è. Le do il codice di spedizione, ho tutti i numeri, a nove e a tredici cifre.
- Va bene, ma guardi che è uno strappo alla regola. Sì, il pacco è qui.
- Grazie. Allora volevo avvertire che il cognome sul citofono è diverso da quello...
-Questo lo deve dire a Posta celere, le do il numero.
- Mi sta dando un numero verde?
- Sì.
- No, la prego. Il numero verde no.

 

 






































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:14 |
 

 

Chiedo scusa del ritardo, è successo quasi un mese fa. Il fatto è che la cerimonia passa, la perdita resta. Al funerale di Luigi Pintor ho visto Ottaviano Del Turco che camminava a testa bassa, era socialista, lo è ancora, di quelli dello Sdi. Gigi Genise che faceva il portavoce di Craxi: "sono venuto apposta da Formia". La bara di legno chiaro ma solo un pezzo, c'era troppa gente per vederla tutta. La restauratrice della bottega della piazza che lavorava a un comò dentro il suo negozio, Laura Betti con gli occhiali scuri seduta al tavolino del bar d'angolo, una mia amica del liceo coi capelli ancora lunghi, ma grigi. Carlo Freccero sotto le finestre di palazzo Farnese. Un tipo che litigava con la tabaccaia per via della fotocopiatrice rotta. Il cielo, chiaro. I bambini seduti sul bordo della fontana di sinistra, quella sotto casa Previti. Il palco con gli altoparlanti, sopra il palco Riccardo Barenghi seduto di spalle alla folla, un vestito chiaro, la testa appoggiata alla mano destra. Ascoltava Benni che leggeva Caproni, il Congedo del viaggiatore cerimonioso. Il vento, leggero. Lucia Annunziata e Michele Santoro, induriti e sovrappeso. Una signora fiorentina sui 60, molto distinta nelle birkenstock, il collo lungo e una camicetta da uomo, che piangeva appoggiata alla spalla di un vecchio. Rossana Rossanda, pallida, che taceva ai saluti. Una bandiera rossa, una sola, grande, alta. Anche l'asta era rossa. Una redattrice del Manifesto, ora potente in Rai, con un gessato attillato blu e il figlio per mano. Veltroni, il suo autista in Campo de' Fiori. Giovanni Berlinguer magrissimo con una specie di sorriso. Pietro Ingrao seduto lassù in cima sul palco, i capelli bianchi spettinati dal vento. L'edicolante fuori dall'edicola, e i turisti che volevano comprare i loro giornali, niente. Un gigante con una coda di capelli neri, una specie di treccia anzi, che alzava per primo il pugno sinistro: piano, con una leggera rotazione esitante come il passo di un ballo dimenticato. Altri pugni sbocciati sulle teste della folla. Il pugno di una donna appoggiata al portone del palazzo dietro al palco, lontana da tutti. Bandiera rossa intonata da un coro sottovoce, appena più forte del vento. Rondolino a braccia conserte. Mughini zitto. L'Internazionale, più piano ancora di Bandiera rossa. La fidanzata di un mio amico col figlio in braccio, il bambino con il dito in bocca. Chopin, quel concerto per pianoforte. Gli applausi, gli applausi. La bara coi fiori gialli, gerbere. Laura Betti ancora al bar, Bertinotti che si appoggiava alla Rossanda e piangeva, o forse sembrava per via del fatto che piangevano quasi tutti guardando in alto. Barenghi che salutava, nessuno che se ne andava. E il cielo ancora così chiaro, anche se erano le 8 e tutti questi bambini nei passeggini dovranno andare a cena, dovrebbero esserci andati già.
È stato il 19 maggio, era lunedì.

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:06 |
 

 

Uno lo legge due volte perché pensa, alla prima: mi sarà sfuggita l'ironia del testo. È serio invece. È il servizio di copertina di un importante settimanale economico in vendita a due euro. Titolo: "Come far fuori il tuo collega". Far fuori, proprio. Sottotitolo: "I segreti per emergere anche in tempi di crisi". Segreti, in questo caso da intendere come: preziosi efficaci suggerimenti. Scheda: "I 15 modi per fare lo sgambetto" al tuo collega. Allora, vediamo. Tecnica numero uno, delle "e-mail devianti": "Mandare in giro informazioni riservate o pettegolezzi maliziosi e svalutanti nei confronti dell'avversario. Per esempio: l'ho visto in aeroporto che mostrava grande familiarità con un collega della concorrenza". Che l'episodio sia vero o falso è secondario. Tecnica numero due, detta dell'"uso dei collaboratori": distribuire informazioni segrete sapendo benissimo che dilagheranno nei corridoi fra i sottoposti. Tre, colpo di grazia del "ritardo killer": trovare scuse per ritardare di ore o giorni la comunicazione di informazioni utili all'avversario. Per esempio: quello deve tenere una relazione, i vostri dati non gli arrivano in tempo. Meglio di tutto, però, la tecnica quattro, "consensi autorevoli": invece di affrontare faccia a faccia l'avversario "lo si fugge per cercare l'approvazione di chi sta ai piani più alti". I modi sono vari: "Vantando una vecchia amicizia, con la lusinga, frequentando lo stesso club esclusivo". Che pena e che fatica quest'orizzonte opaco della competizione a trabocchetto. Costretti alla lusinga, chissà come saranno coi figli quando tornano a casa. Leggo su Un pediatra per amico, bimestrale dell'Associazione culturale pediatri, pagina 36: in otto anni negli Stati Uniti l'uso del Ritalin è aumentato del 730 per cento. Il Ritalin è un farmaco che si usa per sedare bambini particolarmente aggressivi, iperattivi, quelli che disturbano a scuola e fanno lo sgambetto ai compagni. Ecco, vedi: lo sgambetto. Disordine da iperattività, si chiama: ne soffrono 5 milioni di bambini americani. La scheda spiega che è spesso associato a disturbi della condotta e a personalità antisociale, così descritte: "Modalità di comportamento aggressivo, distruttivo, ripetitivo e persistente in un quadro di inosservanza o violazione dei diritti altrui". Se fossero manager sarebbero perfetti per "far fuori i colleghi". Però no, sono bambini. Figli, in buona parte, di padri che "emergono anche in tempo di crisi". Bisognerebbe provare con due pasticche di Ritalin tre volte al giorno. Ai genitori, certo.

 

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Io sto con Cecchi Gori. Perché non gliene perdonano una. Perché gli altri fanno quello che fa lui e poi si cambiano le leggi per farla franca, lui si fa sempre trovare a letto con gli occhi gonfi di sonno e lo zafferano in cassaforte, non ha mica il pusher che gli porta le spezie al ministero. Perché essere il figlio di un padre che ti considera scemo non dev'essere stato facile, certo l'infanzia non spiega tutto ma parecchio.
Quando lo hanno mandato ad Acireale, a cercare di farsi eleggere in un collegio perso che solo lui poteva accettare, portandosi dietro la Marini in baby doll, bisognava esserci a vedere le facce dei catanesi di provincia, la domenica mattina con il pacchetto di paste al mignolo, solo uomini tutti muti a guardare quel bendiddio sotto le trasparenze della seta, mamma mia che bellezza, madonna che vergogna. Lui urlava al telefonino e nella piazza piena di mostri barocchi, sotto il solleone delle due, si sentiva solo questo fiorentinaccio disperato che diceva alla madre sì io sto bene non ti preoccupare, tu riposati. Si era portato dietro il solito Paolo Cardini, un'altra eredità del padre, uno con una faccia che se avesse avuto ragione Lombroso non ci sarebbe bisogno di processo. Cardini se ne stava lì torvo, acciambellato in una poltrona di cinz dell'albergo della piazza, a bere aspettando certi tizi con cui aveva appuntamento e se gli chiedevi appuntamento con chi?, sbuffava ma cosa vogliono questi giornalisti, appuntamento coi tifosi, coi tifosi.
Avevano deciso, per vincere le elezioni perse senza onore, di comprarsi l'Acireale calcio e probabilmente qualcosa di più. La procura di Catania dice che hanno tentato di comprare i voti a 40 mila lire l'uno: a uno non pratico della materia verrebbe da pensare che sono poche, si vede che usa così. L'accusa è di corruzione elettorale con l'aggravante del reato di mafia, perché i destinatari erano gente del clan di Nitto Santapaola. 25 milioni, 5 prima delle elezioni e 20 dopo. Il contatto era con il capo degli ultras dell'Acireale calcio Giuseppe Quattrocchi, destinatario del pagamento il capo dei tifosi della curva Sud Paolo Vasta, accusato di far parte del clan Santapaola. Quattrocchi si è lamentato che non ha potuto incassare i soldi perché l'assegno era protestato. Un assegno a vuoto a un capo tifoseria forse mafioso in cambio di un seggio in parlamento: una storia che nemmeno Totò. Lui, che come si dice in questi casi non poteva non sapere, pare abbia detto a Quattrocchi (telefonata intercettata) non voglio farmi vedere con persone, fanno una fotografia e sono perso, non voglio conoscere nessuno. Aveva ragione, perché basta una foto a volte, non serve uno stalliere. E poi è sempre la solita storia: t'incastrano per 25 milioni e quando sono miliardi è tutto un rimestare di avvocati e state buoni che c'è il semestre europeo. Interrogata, Valeria Marini ha detto che lui è buono, e lo ama. In questo il confronto con l'Altro l'ha vinto: magari fa ridere, ma non è mica poco.

 



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I ragazzi hanno 14, 15 anni. Girano a gruppetti di 4. Si annoiano, in queste vacanze concepite per loro. Hanno una gamma di esigenze sorprendenti, richieste rutilanti e imperiose, sempre assecondate con sorridente terrore da madri autiste, cuoche, lavandaie, facchine di tavole da surf. Madri bancomat. Alcuni di loro sfogliavano la rivista For men, l'altra sera, e finalmente sorridevano. Il punto 30 dell'articolo "101 buoni motivi per essere uomo" diceva: "Puoi diventare presidente degli Usa". Risate. (Punto 6: quando passa un gatto nero hai sempre 2 amuleti a portata di mano. Punto 16: puoi essere sedotto e abbandonato ma chi resta incinta è lei). "Cosa leggete ragazzi?". "Ragazzi, cosa state leggendo?". Non rispondono, non lo fanno mai. "Secondo te devo portare Marco dall'otorino?" Credo che ci senta benissimo. "Mmmm. Secondo me ha un'infiammazione. Ma hai visto che carini quando stanno insieme?". Carini.
Ho controllato: a parte il direttore, un tipo con maniche arrotolate e vistosa fibbia alla cintura, i 4/5 dei redattori della rivista sono donne, compresa la caporedattrice. La ragione per cui le redattrici di un giornale impaginano disciplinate il servizio su "101 buoni motivi" (punto 1: non devi tollerare tutto il giorno un filo di microfibra in mezzo alle chiappe), deve avere qualcosa a che fare con l'ostinazione terrorizzata con cui le madri dei maschi adolescenti chiedono loro ogni mattina "buongiorno amore, hai dormito bene?" ricevendone in cambio un muggito, un rutto, una grattata di testa, un "cosa c'è a colazione?". Le due cose insieme poi devono esser in relazione col fatto che la maggioranza degli italiani maschi trovi divertenti le barzellette di Berlusconi e rida a sentir dire che nei colloqui privati coi primi ministri il premier racconti le sue gesta erotiche giovanili mimandole col polso e col fischio. Forse ha persino a che vedere col fatto che agli Stati Uniti tocchi jr-Bush come presidente: qualcosa, ma non so bene spiegare cosa. Come precisazione a For men: il presidente Usa può farlo una donna, difatti si spera parecchio in Hillary, della cui biografia è suggerita la lettura. "Bill è an- che il mio migliore amico. Mi ha fatto una rabbia terribile in quel momento, ma dovevo aiutarlo". Alle madri bancomat, se qualcosa può sottrarle al gorgo masochista, un po' di sollievo verrà dalla lettura dell'Ultimo samurai, fantastico romanzo di Helen Dewitt: un bambino di rara intelligenza vive con la madre e cerca il padre, uomo di una sola sera, spiacevole, assecondato per "buona e- ducazione". "Ci sarà pur qualcosa che t'è piaciu- to di lui", dice alla madre. Lei: "Uno strano tabù nella nostra società trattiene dal metter fine a una cosa semplicemente perché non è piacevole. L'etichetta dice che devi iniziarla nell'ignoranza e perseverare nonostante la conoscenza". Ecco, appunto. Uno strano tabù che trattiene.

 



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Ho i risultati d'un interessante esperimento che non sarà mai pubblicato da nessuna rivista. Si tratta perciò di un'esclusiva mondiale. È stato condotto su un campione di 13 ragazzini di città (grossi centri urbani quali Bologna, Firenze, Milano, Roma) ridotti in cattività in un borgo medievale arroccato su un colle, chiuso al traffico, un alimentari, due bar, nessun ipermercato né un internet point. Niente cinema, nessun ristorante cinese, il Mc Donald più vicino a 30 chilometri. Completa as- senza di campo per telefoni cellulari, acqua intermittente "ma quello delle docce si è rivelato il problema più lieve", nessun tipo di animazione organizzata stile Club Med. E case senza tv.
Orbati per 45 giorni di cartoon network, play station, x box, e sale giochi a gettoni con colonna sonora di mitra, i 13 hanno inscenato nella prima settimana di "prigionia" episodi di scoramento modulati per carattere e fasce d'età. Alcuni dei più piccoli hanno chiesto con gli occhi umidi le ragioni della punizione ("non ho fatto niente, sono sempre stato buonissimo"), i più grandi si sono chiusi in un mutismo ostile e dal quarto giorno hanno chiesto di tornare in città "almeno per scaricare la posta". Nei giorni successivi hanno trascorso pomeriggi sdraiati sui divani, coi calzini ai piedi, leggendo a turno la stessa vecchia copia di Dylan dog. All'ottavo giorno, consapevoli dell'ineluttabilità del destino, hanno cominciato a giocare a Superparoliere. Ha vinto la squadra che ha trovato le parole scisma, obici e anacoreta. Il giorno dopo uno di loro ha fabbricato un monopoli rudimentale, con "vicolo cieco" e "viale dei sospiri". Il 12 giorno hanno fatto il gioco del cinema: data una trama, indovinare il titolo, Il Gobbo di Notre Dame, Matrix. Il 13 hanno deciso di girarne uno loro. Hanno assegnato le parti (liti), ottenuto di usare la videocamera di papà (preghiere, giuramenti), sono usciti per strada. È un noir col delittaccio: per ogni scena ci vuole mezza giornata perché i piccoli stentano a ricordare la parte e chi ha ruoli marginali protesta, perché non è giusto. Siamo al 29 giorno di riprese, 5 episodio. Ormai è coinvolto tutto il paese. Un'anziana della piazza è convinta che si tratti di ubriachi e urla dalla finestra: è stata ripresa. La barista ha chiesto di comparire. Un consigliere comunale con ufficio di immobiliarista ha visto il film nel display e ha detto: però, si potrebbe fare un festival di cinema dei ragazzi. Sul festival siamo scettici, e poi fra poco si torna a casa. Però, hai visto, volendo si può far senza. Costa fatica, si va in astinenza, ma se ne esce. Ci siamo guardati pensando a noi, alle nostre vite, ai nostri lavori, all'Italia. Non abbiamo detto altro: siamo andati a dormire.

 


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Si discute su chi abbia più colpe nel grottesco disastro del calcio. Se sia peggio un governo debole perché ostaggio di An, costretto a truccare le carte per decreto, o una sinistra inconsistente e confusa, incapace di opporre il rispetto delle regole all'arbitrio. Se sia peggio la Federcalcio, che per salvare se stessa cerca di accontentare tutti, o chi si contenta senza aver chiesto, o chi avendo chiesto non si accontenta mai. Fioriscono aneddoti: c'era un dittatore, in Africa, che faceva durare le partite finché non vinceva la sua squadra. C'è sempre qualcuno che dice: eh, sì, ma non è solo questo il problema. Naturalmente, non è solo questo. C'è però che fino a ieri era valida l'ultima regola superstite, nel gioco: le quattro migliori squadre sono promosse, le quattro peggiori retrocesse. Migliori e peggiori sul campo, al netto di arbitri corrotti fideiussioni false bilanci truccati. Adesso neanche quello, e allora cosa si gioca a fare. Vien voglia di tornare ai fondamentali: la semplicità. Recuperarla sarebbe un dono, e non solo perché semplici - e spesso umili - sono i grandi uomini. Scriveva molti anni fa Luigi Meneghello a proposito dell'arte: "È un ghiribizzo, ed è semplice: la bravura non serve a nulla". La bravura, nel senso di abilità tecnica o furbizia, è inutile. Ho riletto da poco Libera Nos a Malo perché il libro ha compiuto 40 anni e il comune di Malo ha organizzato con pochi soldi e molta passione la lettura integrale del testo, in pubblico. Ho scoperto che sono andati lassù fin sopra Vicenza Domenico Starnone e Clara Sereni, Marco Paolini Rosetta Loy e Andrea Zanzotto. Perché gli piaceva l'idea, era semplice e bella, non per soldi né per un passaggio in tv. Ho scoperto che le letture avvenivano in un'ex filanda, e che le donne che ci hanno lavorato non raccontano com'era quella vita lì, doveva essere durissima infilare le mani nell'acqua bollente e starci tutto il giorno: semplicemente tacciono. Ho visto che a sentir leggere c'erano anche mille persone, tutti col libro sulle ginocchia a seguire come in chiesa, e in mezzo a loro tre o quattro vecchi, quarant'anni fa i ragazzini protagonisti delle storie narrate. L'assessore che ha coordinato tutto (anche un convegno internazionale di studi) mi ha detto che è bastato volerlo, e poi è stato facile. A Sant'Anna di Stazzema quest'anno alla commemorazione dell'eccidio (560 morti ammazzati 49 anni fa, il giorno dopo la liberazione di Firenze) è andato anche il giudice Marco De Paolis, capo della procura militare di La Spezia. Ha sentito testimoni (anche loro non parlano volentieri dell'orrore), ha ottenuto carte sulla base di rogatorie internazionali, è andato in Germania a interrogare. Ha individuato infine 7 responsabili della strage ancora in vita. Ha detto che è stato lungo, faticoso, a volte doloroso, ma che era l'unica cosa da fare. Decidere di farla, ha aggiunto sovrappensiero, è stato semplice.

 

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Ho imparato da mio padre a leggere sui quotidiani i necrologi. Quando coi miei fratelli eravamo bambini ce li leggeva a tavola, arrivava col giornale e "sentite questo", diceva. Era una lettura attenta e in un certo suo modo allegra: attraverso la finestra del lutto ormai consumato si aprivano mondi, si indovinavano parentele complesse e legami, ambizioni e delusioni familiari, si sgranava l'elenco dei nomi di battesimo di figli e nipoti del caro estinto immaginandone talenti e somiglianze. Era come un brevissimo viaggio in casa altrui, ospiti di un momento. Più avanti negli anni ci ho trovato altro. In morte di un importante primario ospedaliero, presunto massone, partecipò al lutto l'intera fratellanza cittadina e si svelò così una rete che dava conto di parecchie vicende oscure di quegli anni. In morte di Craxi riemerse sulle colonne dei giornali il lunghissimo elenco degli orfani socialisti allora dispersi. Tra gli anonimi, che anonimi non sono mai almeno per qualcuno, c'è chi è pianto e rimpianto da molti e chi da nessuno. Su El Mundo, giornale spagnolo, qualche giorno fa ho trovato questo, pubblicato in grande, dieci centimetri per dieci: "Edith Napoleon (lavoratrice sessuale). Nata in Sierra Leone e assassinata a Madrid nell'agosto del 2003. Hetaira e le tue compagne non si dimenticano di te. Tutte le persone che vorranno accompagnarci nel congedo si trovino mercoledì alle 8 e mezza di sera in Paseo de Camoens angolo via Francisco y Jacinto Alcantara". Ho pensato alla colletta che devono aver fatto Hetaira e le sue compagne per comprare quello spazio sul giornale, andando a raccogliere i soldi agli angoli delle loro strade. Ho immaginato che Edith ed Hetaira vivessero insieme e si prestassero i collant quando una delle due li aveva rotti, ma questo magari non è vero. Mi sono chiesta se qualche giornale abbia dato conto dell'omicidio di una prostituta a Madrid, se abbia raccontato come è andata o se abbia pubblicato una notizia in breve, o nulla. Ho creduto che l'angolo fra Paseo de Camoens e via Francisco y Jacinto Alcantara sia il luogo dove Edith Napoleon lavorava, o da dove partiva per lavorare, e che non si sia trattato di un funerale religioso, niente chiesa né preti né incensi, solo un corteo delle compagne riunite lì per il saluto. E chissà quante erano, e com'erano, e come sono i palazzi in quella strada, peccato non essere stati più vicini da poter prendere un autobus e andare. Ma soprattutto ho pensato a quante parole ha ogni lingua per indicare quel mestiere lì, e per quanto lungo sia l'elenco ho trovato che sono sempre le parole degli altri: lo sguardo degli altri che compatisce e che giudica. Quando Hetaira ha dovuto scrivere cosa facesse la sua amica, e lei stessa, lo ha detto con la sua percezione di sé, come un medico direbbe: medico, e un pittore: pittore. Lavoratrice sessuale, semplicemente, quello che è.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:42 |
 

 

Giorni fa mi hanno chiamata due giornalisti stranieri: uno americano, uno tedesco. Erano stati in Italia per la Conferenza intergovernativa, quella cosa di cui i romani sanno perché ha paralizzato la città intera, il resto d'Italia perché ha visto gli scontri fra polizia e manifestanti in tv. Era in realtà l'atto d'avvio della firma della Costituzione europea: momento piuttosto solenne, seppure ridicolizzato da un allestimento scenico da cabaret, completo di "gobbo" perché il premier potesse leggere il suo discorso senza sbagliare le parole. L'americano e il tedesco volevano approfondire un aspetto in apparenza secondario: ma come funzionano da voi in Italia, chiedevano, le relazioni fra giornalisti e politici? Perché in una conferenza stampa con quattrocento persone il premier tira fuori dalla tasca un bigliettino coi nomi di sei persone ammesse a fare domande? Chi ha scelto quei sei, e quando? Perché nessuno protesta, né mette mai in difficoltà gli interlocutori? Pensate alle conferenze stampa in America, quelle in cui Bush deve rispondere a domande tipo: lei è iscritto o non è iscritto alla massoneria? Ecco, quelle. Ora: le storie di giornali e giornalisti interessano di norma la sola categoria, e sono noiosissime per il resto del mondo. Però siccome le grandi mutazioni avvengono spesso per impercettibili smottamenti progressivi, per cui nessuno si accorge che dal panorama scompare oggi un microfono, domani una penna e alla fine non resta più nulla converrebbe fare subito attenzione. L'era dei messaggi a reti unificate è già lì che si affaccia. I giornalisti "quelli non embedded" hanno sempre dato fastidio ai potenti: D'Alema li chiamava "iene dattilografe". Ora però succede altro. Dall'ufficio stampa del governo arrivano alle redazioni Rai messaggi tipo: è inutile che mandiate un giornalista, tanto vi spediamo noi la cassetta. Gli addetti stampa che non si limitino a dire "non so" anche alla richiesta "che ore sono" vengono rimossi dall'incarico. Il vicepremier Fini sostiene che "i giornalisti sono tutti raccomandati", tutti è un concetto esteso. A Palazzo Chigi Paolo Bonaiuti, ex portavoce di Berlusconi ora sottosegretario alla Presidenza, fa redigere ogni mattina il cosiddetto "Mattinale" in due versioni: una per il premier, una per gli alti quadri di partito. È un oggetto interessantissimo di cui ogni italiano dovrebbe avere copia, altro che la letterina che indora il dimezzamento delle pensioni. È una specie di rassegna stampa di cui per ogni articolo si dice di chi è amico chi lo ha scritto, da chi è stato ispirato, quali potrebbero essere state le sue fonti. Ci lavora un gruppo di "consulenti esterni" e interni all'ufficio fra cui spicca Francesca Romana Impiglia, la ragazza che Berlusconi ha portato con sé a Porto Rotondo quest'estate. E a cosa serve il "Mattinale", chiedono a bocca aperta l'americano e il tedesco. Bella domanda, ve la giro: secondo voi a cosa serve?

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:41 |
 

 

Sarebbe bello parlare d'altro, tipo uno splendido concerto una mostra un breve viaggio da fare e consigliare, visto che siamo sotto Natale (è un momento difficile per tutti, forza che passerà in fretta anche quest'anno) sarebbe bello divagare. Però invece, avete visto, crescono i consumi di lusso diminuiscono le spese ordinarie, ci si avvia a diventare un Paese di tipo boliviano: la piazza cupa del milione di lavoratori due settimane fa a San Giovanni diceva questo, per un padre che regala a suo figlio la mini-Porsche elettrica ce ne sono cento, forse mille che incartano una scatola di pennarelli nuovi confezione da dodici, se va bene una videocassetta. Non vanno in vacanza i genitori del Coordinamento nazionale in difesa del tempo pieno, che giovedì si sono riuniti a Roma per decidere le forme di protesta contro un ministro che spedisce a insegnanti e famiglie opuscoli patinati con Qui Quo Qua e agende di buon augurio, mentre taglia i fondi alla scuola pubblica. Si fa strada anche a sinistra la convinzione che, potendo, i figli è meglio toglierli dal macello della pubblica dell'obbligo e mandarli non dico dalle suore, ma quasi. Quella che fu la classe dirigente dell'Ulivo, del resto, l'ha già fatto da tempo. Certe cose non si capisce perché non funzionino. La cultura, in generale. Perché le nostre "grandi mostre" sono generalmente penose? Uno dovrebbe andare al centre Pompidou di Parigi per capire dall'esposizione dedicata a Jean Cocteau che cosa sia un'antologica. Non è proprio alla portata di tutti, si può anche farsela raccontare da chi c'è stato o cercare su Internet, così si smette di pagare 12 euro per visitare le prese in giro su Toulouse Lautrec e simili che normalmente il "circuito museale" della capitale propina. Dice: ma la mostra parigina è sponsorizzata da Cartier. Anche le nostre sono sponsorizzate, non è mica un problema di soldi: sono le idee e le competenze che mancano. E poi, certi dettagli da vergognarsi. All'Auditorium di Roma, lodatissimo gioiello architettonico, c'è una programmazione musicale che è una ricreazione dell'anima. Bella, davvero. Però quando esci dalla sala non c'è verso di prendere un bicchier d'acqua, tutto chiuso. La caffetteria disegnata da Renzo Piano è gestita da una società che ha messo alla cassa e al banco tre persone di cattivissimo umore, probabilmente mal pagate e perciò inclini alle male parole. Non c'è servizio ai tavoli, ci si siede tra i rifiuti degli avventori precedenti come non succede più neppure ai bar delle stazioni. Aperitivo nei bicchieri di plastica, e comunque fanno sempre 10 euro. Certo, lamentarsi del servizio è proprio una villania snob, diranno certi. Che pretendi, di cosa ti lamenti? È un po' come con la scuola pubblica, alla fine: se non ti piace, puoi sempre non andarci.

 

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Dice Il presidente del consiglio che i giornali sono obsoleti, per le massaie basta e avanza la tv. Però solo sui giornali - in nessuna tv - si sono lette in questi giorni inchieste su come funziona il meccanismo dei saldi di fine stagione. Il sospetto, diciamolo, c'era. Non ci voleva Sherlock Holmes, bastava far funzionare al minimo la memoria tampone: qualche cronaca locale lo ha fatto. Vedere un paio di scarpe dei Fratelli Rossetti fotografate in vetrina a dicembre a 205 euro e dopo l'apertura dei saldi "le stesse scarpe, lo stesso negozio" agli stessi 205 euro ma col cartellino che dice "meno 30%" fa pensare a una truffa, magari sbaglio, devo essere obsoleta. Leggere che un negozio Benetton in anticipo sulla data dei saldi toglie i cartellini dagli abiti e scrive "prezzi alla cassa" fa pensare che poi alla cassa, appunto, ci sia una trattativa sui prezzi coi clienti. Ma può darsi invece che sia solo una forma di discrezione del negozio, e il sospetto moralista e demagogico. La sensazione generale è che i saldi siano un gigantesco imbroglio fondato sull'evanescenza della memoria collettiva, e sul vecchio proverbio toscano che dice "agli zoppi bastonate negli stinchi": più si impoverisce la vita di molti, più cresce la tentazione di pochi di scippare gli spiccioli. Non vorrei essere nei risparmiatori che hanno investito in Parmalat e poi leggere che i pochi soldi della mia vita sono finiti alle Cayman, ce li ha portati il signor Tanzi che rubava sugli sconti dei cartoni, poi accendi la tv e vedi la figlia che dice: spero che papà torni presto a casa, noi di questa storia non ne sappiamo niente. Io le credo, e sono sicura anche che sia Benetton che Rossetti della storia dei saldi non sapessero niente: dev'essere stata un'iniziativa della vetrinista o del ragioniere. Bisogna essere molto precisi e presumere sempre l'innnocenza, e comunque anche così quando racconti le storie ti querelano. Non parlo di Confalonieri che querela Sabina Guzzanti per un testo di satira, o di Dell'Utri che querela il Nobel Dario Fo per uno spettacolo di teatro, perché qui siamo all'assunzione individuale della responsabilità del ridicolo. Parlo del giornalista Marco Travaglio che ha raccontato alla platea dei girotondi, qualche giorno fa, di essere stato querelato da Mediaset per aver pubblicato la seguente notizia diffusa dalla Consob e riportata il 15 e 16 dicembre dalle agenzie di stampa, alcune. Titolo dell'agenzia Radiocor: "Fedele Confalonieri e altri due dirigenti Mediaset, Adreani e Nieri, fanno trading su opzioni Mediaset". Nei giorni a cavallo del rinvio da parte di Ciampi della legge Gasparri alle Camere il titolo Mediaset ha subito un leggero ribasso e - comunica la Consob - qualcuno dell'azienda ha pensato di scommettere appunto su questo ribasso per guadagnarci due euro. Se lo scrivi però ti querelano. Anche la Consob, come i giornali, deve essere obsoleta. E moralista, e forse comunista. Andiamoci a comprare un paio di scarpe.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:33 |
 

 

Vent'anni e dodici giorni fa è stato ucciso a Catania Giuseppe Fava, uomo appassionato severo e ironico che di mestiere faceva lo scrittore, e scriveva sul suo giornale - I Siciliani - e dipingeva e viveva intensamente la sua vita piena e breve. Lo ha ucciso la mafia, qualche riga in cronaca sui quotidiani ha segnalato non molte settimane fa che sono stati condannati all'ergastolo come mandanti dell'omicidio i boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, 9 anni al killer pentito Maurizio Avola, assolti gli altri. Al centro Zo di Catania, una vecchia fabbrica che un gruppo di giovani ha trasformato nel luogo più vitale e libero della città, il 5 gennaio - nel ventennale - è stata proiettata una sua intervista televisiva, faticosamente recuperata dagli atti del processo. Andò in onda il 28 dicembre '83, una settimana prima dell'omicidio. Si vede un uomo bruno coi ricci lucidi e lo sguardo acceso, stretto in un giubbotto con la zip, che sorridendo dice a Biagi "sa, i mafiosi non sono quelli che ammazzano. I mafiosi sono banchieri, sono ministri. Il generale Dalla Chiesa lo aveva capito, era dentro le banche che bisognava frugare. Io ne ho visti tanti di funerali di Stato, gli assassini erano spesso sul palco delle autorità", e da ultimo, proprio le ultime parole: "C'è un altro modo di combattere ma ti rende solo, orgogliosamente solo fino all'ultimo". Sette giorni dopo cinque colpi di pistola alla nuca, e i notabili che nelle interviste dicevano no, la mafia non esiste. La Fondazione Giuseppe Fava ha appena pubblicato a sue spese con un minimo contributo pubblico un libro intitolato Un anno. Poche copie. Sono gli scritti pubblicati da Fava su I Siciliani dal gennaio '83 al gennaio '84: editoriali, racconti. Il mortale inquinamento del territorio di Priolo, i missili a Comiso, l'emigrazione meridionale al Nord, i sistemi di potere, il machismo siciliano. La mafia, naturalmente. "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa": "Costanzo massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente collerico, Finocchiaro soave silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e indefettibilmente gentile", così dissimili nel carattere però tutti vestiti alla stessa maniera, si riunivano "due più due quattro uno di faccia all'altro in una sala che è facile immaginare di gelido vetro e metallo, inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero di Rendo, con uomini armati dislocati a ogni ingresso del palazzo", e lì discutevano, e decidevano il destino di uomini e cose. Scritti di altissima qualità letteraria, coraggio di dire che è costato una vita. Se ci fosse un editore in Italia, anche solo uno, con la voglia di raccontare cosa sia stato e cos'è questo Paese li metterebbe in fila, così come sono, e ne farebbe un best seller.

 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:29 |
 

 

Conoscere il futuro ti toglie la speranza, dice Ben Affleck con la sua faccia da brioche in Paycheck. Il film, insomma (Uma Thurman biondo platino che fa la vivaista? Finalino in serra a trapiantare bulbi?), ma il racconto di Philip Dick da cui è tratto è un congegno perfetto. La macchina per conoscere il futuro, dice, annienta gli uomini, ruba loro il destino e li spegne in una prospettiva senza misteri e senza attese. Dev'essere questo lo stato d'animo prevalente nei "penultimi", i figli che non potranno più eguagliare e superare i padri ma anzi dovranno essere mantenuti da loro fino a quarant'anni, la piccola borghesia che è stata l'ossatura del Paese e che ora si sbriciola sotto i colpi di maglio della ricchezza estrema al potere. Non avere un futuro, o prevederlo peggiore del presente, trasforma gli uomini in inutili automi azionati da qualcun altro su un set estraneo, e umiliante. Non potersi neppure confrontare coi modelli di lusso e bellezza da chirurgo estetico proposti dalla politica e dalla tv - che è lo stesso - genera vergogna. "Non ho i soldi per comprare la giacca a mia figlia, ma chiederò un prestito. Non voglio che si vergogni", scrive una madre nel forum internet sui "nuovi poveri", c'è sempre un nord rispetto a cui siamo tutti sud. Il rapporto Eurispes censurato persino dal Televideo Rai parla di un Paese dove il consumo di psicofarmaci è cresciuto enormemente fra gli adolescenti, e i suicidi, e i disturbi del comportamento sociale. Un primario, intervistato il giorno dello sciopero dei medici - che è stato lo stesso giorno dell'ennesimo blocco degli aeroporti, il giorno dopo lo sciopero dei magistrati, tre dopo l'occupazione da parte dei professori universitari dei loro stessi atenei, uno prima della rivolta degli operai delle acciaierie di Terni -, un primario, dunque, diceva: "La politica dei tagli alla sanità pubblica è così: entro in ospedale e non so se troverò i farmaci che mi servono, però so che quando ne ordinerò di nuovi aspetterò due settimane. Il futuro è in mano ai manager di nomina politica: non può che peggiorare". Perciò molti medici se ne vanno dagli ospedali pubblici, così come i ricercatori fuggono all'estero pur di non trovarsi a 40 anni sotto un manager amico di un sottosegretario che non sa neppure di che si parli. Pensate alla scuola. Mi dicono le due maestre di mio figlio, terza elementare: "L'anno prossimo forse non ci saremo, si passa all'insegnante prevalente". Cioè? Prevale quella di italiano o quella di matematica? "Non lo sappiamo. Non lo sanno neanche al ministero". Cercherò qualcuno a cui chiedere, caso mai anche questo: ma perché se Berlusconi dice che "la magistratura è peggio del fascismo" non succede niente, e poi quando il segretario dell'Associazione magistrati trova che "questa riforma della giustizia ricorda quella del '23" si deve dimettere in un coro di "vergogna, ma come si fa a parlare di fascismo"?

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:25 |
 

 

Milano. E' morto, Eugenio Cefis, come in fondo aveva vissuto: quasi nella clandestinità, segretamente. All'inizio degli anni Settanta è stato uno dei maggiori protagonisti (se non il maggiore) della finanza italiana, ma di lui non si ricorda, in quel periodo, una sola intervista o una sola apparizione pubblica di qualche rilievo.

La sua biografia è semplice nella cronologia e complessa invece nei suoi contenuti. Nasce a Cividale del Friuli nel 1921. Si laurea in economia alla Cattolica di Milano e va a fare l'Accademia militare di Modena e va a prestare servizio in un reggimento di Granatieri. Dopo l'8 settembre del '43 va a comandare una brigata partigiana "Valtoce" della formazione "Fratelli di Dio".

Finita la guerra Enrico Mattei, che ha avuto l'incarico di chiudere l'Agip, lo chiama a lavorare con lui. L'Agip, come si sa, non viene chiusa e da essa nasce l'Eni, con Mattei presidente. Nel 1967, ormai morto Mattei (in un misterioso incidente aereo) e ormai chiusa la fase eroica dell'Eni (quella della guerra alle Sette Sorelle del petrolio), Cefis diventa presidente dell'Eni.
Da quella posizione ha l'intuizione che dominerà poi il resto della sua vita, e che sarà all'origine sia della sua fortuna e della sua successiva sfortuna. Intravede che sta per arrivare l'ora della chimica. Anzi, nel suo giro matura la convinzione che la chimica sia in assoluto l'affare del futuro, destinato a prendere nell'economia italiana il posto trainante che era stato dell'auto.

Ma in Italia c'è già un protagonista forte nella chimica: si tratta della Montedison. E, intorno, ci sono altri: Rovelli con la Sir, Ursini con la Liquigas, ecc.. Cefis fa i suoi conti e decide che il modo più semplice e più veloce di diventare a sua volta un protagonista nella chimica è quello di scalare la Montedison. La faccenda è complicata perché la Montedison è privata e l'Eni è pubblica.
Ma Cefis non è uomo da fermarsi di fronte a questioni del genere. Insieme a Cuccia, allora padrone indiscusso di Mediobanca e gran protettore della Montedison, organizza la scalata alla Montedison, alla fine degli anni Sessanta. La faccenda solleva uno scandalo enorme, tanto per la sostanza quanto per i metodi usati. Ma Cefis la spunta, almeno in parte.

Già allora, infatti, sta al centro di quella che poi verrà chiamata la razza padrona. Un mix, cioè, di affari e di politica. Una sorta di rete in cui ci sono i politici che proteggono Cefis e che da lui sono protetti (e aiutati, con la forza del potere economico). Cefis, mentre punta alla chimica, non trascura di controllare e di condizionare l'informazione, come mantiene buoni rapporti con i servizi segreti. Nasce in quel periodo uno degli episodi più clamorosi (e pesanti) di inquinamento della politica e della vita pubblica in Italia.
Dopo la sua scalata alla Montedison infuria la lunghissima stagione delle guerre chimiche: tutti sono convinti che lì ci siano i soldi del futuro (e il potere) e tutti vogliono una fetta della chimica.

Di fatto, Cefis dalla poltrona di presidente dell'Eni non riesce a governare la Montedison. Oltre a tutti i problemi economici e politici c'è di mezzo anche un mostruoso conflitto di interessi. Il gotha dell'industria privata (Agnelli e Pirelli) protesta per l'assalto alla Montedison, roccaforte dell'industria privata. Alla fine si arriva a un compromesso per cui si stabilisce che la Montedison (metà pubblica e metà privata) sarà la linea di confine: da quel momento in avanti, dicono i privati, non saranno più tollerate invasioni di campo.

Ma le cose, tenute insieme da un po' di diplomazia e anche da maniere brusche, non funzionano. Nel 1973 Cefis getta la maschera e fa il suo passo più ardito: lascia l'Eni e passa alla testa della Montedison. Ovviamente, appena sbarcato nella nuova carica comincia a contestare la presenza dell'Eni, di cui non tollera più la presenza, nonostante lui stesso abbia fatto, con la scalata, dell'Eni il maggior azionista della Montedison.
A molti, allora, il passo di Cefis apparve inspiegabile. Invece era il trionfo della filosofia della razza padrona. Cefis lasciava l'Eni, che bene o male era sempre un ente pubblico (soggetto a controlli pubblici, ai ministeri e al parlamento), e si trasferiva in Montedison, società di diritto privato, con il progetto di diventare l'esclusivo padrone della chimica italiana, senza più padroni. Insomma, arrivato in alto grazie alla politica, alla fine volle sganciarsi dalla politica per diventare semmai padrone della politica.

Piano ambizioso e forse anche un po' cervellotico, ma tipico di Cefis e del suo entourage. A quei tempi erano tutti convinti che la chimica si sarebbe trasformata in una miniera d'oro zecchino. Ma non fu mai così. La Montedison, nonostante tagli e ritagli, aiuti e mille sostegni, non è mai riuscita a produrre soldi. Anzi, ne ha sempre persi in abbondanza. La fine di Cefis, e con lui della razza padrona, su istantanea, forse dieci secondi in tutto.

Cefis, si racconta, nel 1977 va da Cuccia in Mediobanca per sottoporre al suo protettore una questione non nuova: la società ha bisogno di soldi, bisogna fare un altro aumento di capitale. Cuccia, che fino a allora aveva aiutato generosamente la Montedison (da lui stesso inventata peraltro a metà degli anni Sessanta), ha intanto maturato la convinzione che la partita è persa e che lo stesso Cefis è un perdente. E quindi gli risponde semplicemente con un monosillabo: "No".
Cefis, ex ufficiale dell'Accademia di Modena, non è uno che si fa dire due volte le cose. Capisce che la partita è chiusa, la grande avventura è arrivata alla sua ultima pagina. Si dimette dalla Montedison, si ritira a Lugano, e per la finanza italiana è come se fosse morto allora. Nessuno sentirà mai più parlare di lui.

 























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La resistenza dei militari italiani nell'Egeo è stata quasi completamente rimossa nel dopoguerra, anche negli studi della sinistra. E nessuna scusa è venuta a quei morti dai Savoia o dagli eredi di Salò. Gli ammiragli fucilati, né fascisti né antifascisti, nel ricordo di una nipote di Luigi Mascherpa
60 anni fa venivano fucilati a Parma gli ammiragli Campioni e Mascherpa, rei di aver difeso coi loro soldati le posizioni italiane dagli attacchi tedeschi dopo l'8 settembre

ROSSANA ROSSANDA
Domani all'alba saranno 60 anni esatti da quando l'ammiraglio Inigo Campioni, che era stato governatore dell'Egeo, e l'ammiraglio Luigi Mascherpa, che era stato comandante della piazza fortificata di Lero, venivano fatti uscire dal carcere di San Francesco in una Parma deserta, portati al poligono, messi contro il muro e fucilati. Era il 24 maggio 1944. Erano stati condannati a morte per tradimento due giorni prima dal Tribunale speciale per la sicurezza dello stato. Campioni aveva cercato di difendere dai tedeschi Rodi, ma ne era stato aggirato; Mascherpa, comandante della sola piazza fortificata dell'arcipelago, aveva resistito per 52 giorni mentre si abbattevano sull'isola bombardamenti e alla fine mezzi da sbarco. Prima di arrendersi, di «Stukas» ne aveva tirati giù duecento. Sia Campioni sia Mascherpa, fatti prigionieri, erano stati portati dai tedeschi al campo di Schokken, destinato agli ufficiali; mentre della truppa, 37.000 uomini soltanto nell'Egeo, non pochi erano stati trucidati dopo la resa. A Schokken a tutti e due fu tolta la divisa. Rimasero senza comunicazione alcuna con l'Italia della quale non sapevano più nulla, non poterono neppure vedere il nostro ambasciatore. La sola cosa certa è non chiesero né accettarono di entrare nelle file della Repubblica di Salò. A fine gennaio 1944 venivano trasferiti al carcere di Verona, dove era passato Ciano, e poi in quello di Parma dove avrebbe avuto luogo il processo. I loro avvocati, pur aspettandosi da Salò di tutto, non vedevano di che cosa potessero essere imputati. L'8 settembre l'Italia aveva firmato l'armistizio. A Rodi e a Lero l'avevano saputo soltanto lo stesso giorno verso sera, da un comunicato dello Stato maggiore, firmato Ambrosio, che dava ordini di sospendere ogni attacco agli inglesi e di non consegnarsi alle truppe tedesche, senza però attaccarle. Curioso ordine, cui per Mascherpa - a dimostrazione dello stato confusionale che in quelle ore doveva regnare a Supermarina - si aggiungeva un telegramma che gli comunicava una prossima destinazione a Venezia. Mascherpa capì rapidamente che avrebbe dovuto cavarsela da solo e tenere la posizione; convocò il Consiglio di guerra, avocò a se il comando di quel poco che restava in funzione, si presentò come ammiraglio al piccolo contingente inglese comandato prima dal colonnello Bitterous e poi dal tenente Tinley, dei quali accettò l'aiuto ma ai quali negò di considerare che l'isola potesse passare sotto loro comando.

In verità gli inglesi erano pochi e poco poterono fare nei 52 giorni in cui Lero fu sotto attacco. Dichiararono la resa per primi considerando che le postazioni non erano più in grado di resistere, e andandosene offrirono a Mascherpa di portarlo in salvo, cosa che egli rifiutò. Dello scarso impegno inglese sull'Egeo Churchill si sarebbe doluto più tardi.

Ma non c'era pretesto alcuno nel codice militare per considerarli diversamente che prigionieri di guerra. Senonché il procuratore di quel Tribunale speciale argomentò la sua richiesta di condanna con un articolo successivo al 1943 che dichiarava reato l'ordine di armistizio. Reato, dunque tradimento: di Mussolini. Dell'alleato tedesco. Gli avvocati della difesa rimasero sbalorditi: quello di Mascherpa, che andò un momento fuori dai gangheri, fu rampognato duramente dalla Corte. Eppure anche uno storico vicino a Salò, come Attilio Tamaro, riconosce che non c'era alcun appiglio giuridico per condannare i due ammiragli. Altri erano stati cacciati dalla Marina ma avevano avuto la vita salva. Evidentemente i tedeschi non perdonavano all'Egeo quella resistenza accanita, che aveva inflitto loro molte perdite, e Mussolini voleva dare qualche esempio folgorante - aveva chiesto personalmente la condanna a morte.

E trovò i giudici militari disposti a dargliela. In capo a poche ore si chiuse quel sembiante di dibattimento, la camera di consiglio durò 15 minuti e confermò la condanna a morte. Nell'aula c'erano le sorelle di Campioni e la moglie di Mascherpa, Frida, con sua sorella, mia madre. Le Campioni corsero disperatamente a Salò, sperando di ottenere un rinvio o una grazia. Non furono ricevute ma rassicurate: la grazia era già stata concessa. Tornarono a Parma con calma e fu mia madre a dover dire loro che invece tutto era finito. La moglie di Mascherpa non si era mossa, voleva vedere il marito come il marito voleva vedere lei ma non fu possibile. «Domani», le dissero, lo avrebbe potuto vedere domani. E infatti lo vide. La mattina del giorno ancora seguente seppe da un sacerdote che gli ammiragli erano stati fucilati.

Una corsa al cimitero

Mia madre e lei corsero al cimitero e li trovarono su due tavole. Erano stati fucilati al petto - non avevano osato sparargli alla schiena - avevano rifiutato la benda e rivolto poche parole ai soldati. Mascherpa non era rimasto colpito al volto, Campioni sì. Erano in un lago di sangue che colava giù e gli erano state già rubate le scarpe e l'orologio. Le due donne non poterono né lavarli né comporli. I militari che avevano circondato il cimitero li seppellirono frettolosamente in terra senza segnare un nome né sulle bare né tantomeno sulle fosse. Fu il prete a prendere nota, perché le due salme potessero essere distinte.

Alle due signore fu ordinato di lasciare immediatamente Parma, tornarono all'albergo e trovarono che le loro valigie erano già state fatte e messe per strada. Una persona di buon senso accettò di trasportarle fino a Como. Arrivarono alla sera e quella notte mi stesi accanto alla zia, la più giovane e simpatica delle zie, che singhiozzava piano e ininterrottamente. «Pagheranno, pagheranno», le dissi: ma lei sussurrò soltanto «basta col sangue, basta col sangue». Quella sera la radio dette brevemente notizia che la sentenza contro i due ammiragli traditori era stata eseguita.

Mascherpa era stato il più simpatico e il più amato dei miei zii. Era un bellissimo uomo, alto e dritto, incline allo scherzo, con due occhi verdi e lucenti da gatto. A cavalcioni sulle sue spalle mi pareva di torreggiare sul mondo. E quel che più mi incantava è che mi prendeva per mano per portarmi a vedere il piccolo zoo che si era fatto nella villetta - aveva tutti gli animali domestici possibili, delle più varie razze, ma anche una capra e due calandroni, uccelli misteriosi. Non ricordo altro di quel tempo se non qualche ora pomeridiana dorata nelle stanze dell'ammiragliato sul porto di Pola, e il pigro fumo delle Lucky Strike che fumavano mamma e le zie. Non ho udito da lui alcun discorso bellicoso né fascistizzante - credo che quasi nessuno fosse fascista nella marina, elegante, appartata e poco incline alla riflessione politica, ma neppure antifascista: i più seguivano le poche regole che erano il mare e l'onore militare. Semplice.

Negli anni successivi la rovina avrebbe trascinato via mio padre e gli eventi portarono Mascherpa al comando di Taranto. Vedevo gli zii solo l'estate, quando ci raggiungevano qualche giorno sulle Dolomiti, villeggiatura d'obbligo per la piccola borghesia veneziana. Là ci raggiunse assieme il 2 settembre del 1939 l'inizio della guerra. Lo zio dovette raggiungere subito Taranto. Poi, nel 1941/42, fu mandato al comando di Lero, capitano di vascello. Da quel 2 settembre non lo avrei visto più.

Da Lero zia Frida ci scriveva con spirito e calma - nei giardini di quell'isola venivano su le gardenie come da noi le ortiche. Eravamo in guerra, non ci si scriveva nulla di importante. Ma nel Mediterraneo quell'anno volgeva malissimo per fascisti e tedeschi. Mascherpa la fece rientrare a Venezia nel 1943, forse già vedeva come sarebbero andate le cose. Dopo l'8 settembre sapemmo di una dura battaglia a Lero, ma le radio repubblichine ne davano notizia il meno possibile. Lero cadde il 12 novembre e da allora non sapemmo più niente. Mascherpa doveva essere vivo: se no, pensavamo, ce l'avrebbero detto - anche se non sapevamo bene chi doveva dircelo. Zia Frida sperò, come noi, che i due ufficiali fossero prigionieri e ne sarebbero usciti vivi. Ma poco dopo un settimanale tedesco pubblicava un'istantanea di Mascherpa nel lager, senza divisa, il volto sciupato e la scritta: Der Verraeter Admiral Mascherpa. Ammiraglio traditore.

La preoccupazione fu grande. Ma si cercava di ragionare, finché Mascherpa e Campioni furono spediti a Verona. Stento a ricostruire cosa Mascherpa possa aver pensato. Davanti al comunicato di Ambrosio dovette seguire la sola stella polare che aveva: era un soldato, gli era affidata la bandiera italiana, l'avrebbe difesa dai tedeschi e da chiunque tentasse di metterla in subordine. So adesso che gli inglesi lo tentarono e lui li tenne a bada. Erano meravigliati, ma dovettero riconoscerne l'animo deciso e la passione. Del resto quando attraccò a Lero senza chiedere il permesso una nave greca, Mascherpa l'avrebbe senz'altro affondata se non avesse chiesto scusa e reso onore al vessillo italiano. Dello stesso ordine di idee testimonia il suo comunicato del 12 ottobre, dopo giorni di attacchi durissimi da parte tedesca, nel quale elogiava i marinai e diceva di tener duro anche perché quello era «il solo territorio d'Italia nel quale i tedeschi non avevano potuto metter piede».

Una possibilità di fuggire

Come giudicasse Badoglio, il re, Mussolini, non so. Né lo vedo tutto preso di pietà religiosa come lo descrive Don Cavalli, giovane prete antifascista che ne condivise la prigionia a Parma - lo zio era stato un bon vivant, e nella mia famiglia gli uomini non mettevano piede in chiesa. Dovette farsi molte domande, capisco che abbia letto il Vangelo e si sia riconosciuto nel pubblicano che Gesù assolve, perché in quel 1944 esser accusato di tradimento da gente del proprio paese doveva essere dura, sconcertante per chi non aveva avuto una formazione antifascista. L'8 settembre non aveva esitato ma doveva essersi chiesto che cosa era giusto fare.

Il 13 maggio un bombardamento demolì quasi il carcere di Parma e offrì ai due ammiragli la possibilità di svignarsela. Ma non lo fecero. Aiutarono a sgombrare le macerie e a tirar fuori chi era stato colpito dalle rovine. Poi rientrarono in quel che era rimasto della prigione: scappare non era nel loro stile.

Dei partigiani non sapevano, non capivano neanche bene cosa e chi fossero, Mascherpa ne avrebbe chiesto informazioni al giovane prete. Quando ebbe il plotone d'esecuzione davanti parlò da comandante ai ragazzi che gli puntavano il fucile contro: «Ricordatevi dell'Italia», disse seccamente, «poi puntate al petto».

Il dopoguerra - salvo un riconoscimento formale di Umberto, la sua nomina ad ammiraglio alla memoria e poi una medaglia d'oro - non li ricordò né tantomeno glorificò. Come Cefalonia, l'Egeo passò in secondo piano. E siccome non avevano avuto contatti con la resistenza - neanche ebbero il tempo di stabilirli, la loro vicenda si concludeva nel novembre 1943 - di Lero si parlò poco, anche se fu sicuramente la più aspra resistenza militare contro i tedeschi. Resistenza in senso proprio, semplice. Più tardi fu l'associazionismo partigiano cattolico a recuperarne la memoria; cosa che per Campioni probabilmente ha un senso ma per Mascherpa, per quel che ne so, non ne ha. Due partigiani che rispetto, Bianca Ceva e Giorgio Bocca, che mi chiesero quel che sapevo (ed è quel che scrivo oggi) sospettarono che non essendo degli antifascisti militanti avrebbero forse accettato di combattere con Salò per aver salva la vita - dubbio ingeneroso e senza fondamento. Neanche i lavori sulla resistenza recentemente pubblicati da Einaudi li mettono in rilievo. Un saggio di Ilio Mucera gli dedica due pagine pur affermando che è stata la più grande azione militare italiana contro i tedeschi. E quando Alessandro Natta, che era stato a Rodi, scrisse sulle vicende dell'Egeo, Luigi Longo lo sconsigliò di pubblicare il suo libro che avrebbe visto le stampe soltanto nel 1997. Tantopiù sono grata alla professoressa Rosita Orlandi e all'ammiraglio (in pensione) Pierpaolo Ramoino, relatori su questa storia in un recente convegno all'Università di Bari.

Né mia sorella né io cercammo precisazioni e ricordi - come quasi tutti quelli usciti dalla guerra con le ossa un po' rotte e la speranza solo di ricominciare. Zia Frida ottenne che il corpo del marito venisse trasportato a Venezia. Così Luigi Mascherpa fu inumato una seconda volta al cimitero veneziano di San Michele, in un recinto militare. Pochi anni dopo lei morì giovanissima, come sempre con gentilezza: portò una mano al capo, «ho un gran mal di testa», disse, si stese sul divano e morì. Non poterono essere ricongiunti. E non è chiaro se la salma di Mascherpa fu poi traslata a Bari, dove nel sacrario della Marina uno dei grandi sarcofagi è dedicato a lui. I morti son proprio morti. E i morti in solitudine più degli altri.

Soli dovettero essere i non molti militari italiani che senza alcuna vera direzione né conforto e tantomeno un comando del re, si scossero di dosso la vergogna del ventennio e tennero testa ai tedeschi. Non hanno chiesta loro scusa né la derisoria famiglia Savoia, né gli eredi dei fascisti - quelli che considerano Mussolini un grande statista ma non sono disposti a ricordare nessun'altra efferatezza che non sia la deportazione degli ebrei. Ripenso al mio allegro zio e al modo pulito in cui morì. Delle loro scuse non gli importerebbe affatto.

 






































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:15 |
 

 

Eugenio Cefis ebbe in sorte due corone: fu dapprima capo dell'Eni, richiamato dopo la scomparsa di Enrico Mattei dal gruppo dirigente e dalla Base, una corrente democristiana nata dalla resistenza, che aveva sull'Eni di allora voce in capitolo; poi fu capo della Montedison, un po' per debolezza degli altri industriali (avvocato di panna montata) avrebbe scritto Eugenio Scalfari per segnalare la sua delusione e per la doppiezza dei banchieri; e molto o moltissimo per abilità proprie. Nel bel mezzo di queste due presidenze, la scalata, di Eni a Montedison: uno dei tanti avvenimenti del fantastico `68; un anno sconvolgente. Se possiamo fare un passo indietro, è opportuno tornare al 1962, quando la nazionalizzazione elettrica dette un primo scossone al sistema capitalistico maggiore in Italia. Lo stato pagò, sopravalutandoli, gli impianti elettrici alle società espropriate che quindi rimasero, piene di soldi e senza attività utili. La conseguenza fu un rimescolamento di attività e una precipitazione della maggior parte dei miliardi su due attività soltanto: la siderurgia all'Iri e la chimica sviluppata da Edison e da Montecatini allora disunite. Montecatini incorporò la Sade: quella del Vajont.

La chimica diventava davvero eccessiva in Italia, con produzione sovrabbondanti di cloro, di etilene, di fertilizzanti, di ammoniaca, di aromatici. La Montecatini, che della chimica si considerava la padrona, non fece a tempo a risentirsene. Il capo della Edison, Giorgio Valerio, con l'aiuto di Mediobanca e tenendo totalmente all'oscuro il conte Faina, capo storico della Montecatini, volato a Mosca per vendervi fabbriche chiavi-in-mano, portò la scalata alla Montecatini e se ne impadronì. E con questo si chiude l'antefatto.

Se l'obiettivo affidato a Valerio, divenuto capo della neonata Montedison, era quello di razionalizzare il sistema industriale e rendere un po' più sopportabile la chimica per un paese tutto sommato piccolo e disadatto come l'Italia, esso non fu raggiunto. Oltretutto Valerio di chimica non capiva granché (non capiva granché di nulla tranne che di contatori elettrici); gli impianti divennero sempre più faraonici e inefficienti. Montedison distribuiva gli ultimi spiccioli della rendita elettrica come dividendi; e per vendere un po' di chimica, sacrificava i prezzi di tutti gli altri.

Valerio, come si sarebbe saputo in seguito con notevole precisione, anche per merito della Razza padrona di Scalfari e Giuseppe Turani aveva anche un'altra abitudine disdicevole. Oltre a erigere inutili impianti chimici destinati a perdere denaro e a moltiplicare l'inquinamento, Valerio inquinava anche i partiti con abbondanti dazioni, a partire dalla democrazia cristiana. Razza padrona riferisce degli interrogatori resi anni dai protagonisti dopo davanti a un certo giudice istruttore. Neppure Scalfari e Turani, pur dotati di buono spirito di previsione, si sarebbero immaginati che la Storia in una delle sue tante giravolte, avrebbe raggiunto anche quel giudice, Renato Squillante.

Dunque Cefis era preoccupato per l'eccesso ingovernabile della chimica e anche - o forse più - per la concorrenza della ingovernabile Montedison nei confronti della Dc. Anch'egli, come capo dell'Eni ed erede di Enrico Mattei, la voleva orientare con buonissimi consigli e lauti finanziamenti, in nero e in chiaro. Che fare? Ovvio, fare come Valerio. Come si è detto l'anno 1968 era eccezionale a tutti gli effetti. Per non rimestare che il brodo confindustriale, nell'anno Fiat aveva fuso l'auto con Citroen, mentre Pirelli si era unita a Dunlop. Nella chimica fine, la Snia Viscosa aveva assorbito Bombrini Parodi Delfino - Bpd, fabbricante di esplosivi. Insomma, all'inizio dell'autunno la proprietà industriale era entrata in una fase di larghi cambiamenti. Ma non per questo la scalata di Cefis, organizzata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, passò inosservata. Tra Milano e Roma, da Piazza Affari a Piazza Montecitorio, vi furono proteste e agitazioni, contro l'aggressività della mano pubblica, come allora si amava dire. Il ministro del Tesoro Emilio Colombo giustificò l'operazione di scalata come se lui stesso avesse autorizzato (o richiesto) all'Eni di intervenire a sostegno delle azioni di Montedison in notevole ribasso. Nessuno gli credette. Colombo statuì anche che ci doveva essere un pareggio nel controllo tra mano pubblica e privati. E così l'Eni dovette anche fare la parte dell'azionista privato, con altri esborsi e coperture.

Cefis mandò il suo numero due, Raffaele Girotti come proconsole alla Montedison. Ma Girotti non riuscì mai a prendere davvero il controllo dell'attività industriale. Le due mega imprese navigavano di conserva, senza più combattersi, ma senza collaborare apertamente. Si era poi verificato un fatto imprevedibile. I piccoli azionisti, angosciati dalla perdita di valore delle loro azioni Montedison, presero a organizzarsi, intorno a giornali o personaggi pittoreschi. L'assemblea della Montedison si svolgeva allora in un austero salone dove nei giorni normali gli utenti andavano a pagare le bollette dell'elettricità e del gas. Quando si svolse l'assemblea della Montedison erano presenti migliaia di azionisti che seguivano le indicazioni dei personaggi: Giorgio Pisanò del Candido o Massimo De Carolis, o Sella di Monteluce, il più formidabile di tutti, un vero capopopolo che a un certo punto nel corso del suo intervento gridò: «tutti a destra!» e ottenne davvero che le masse frementi si spostassero, scavalcando ordinatamente - scusi signora - le file di sedie e i banchi. Cefis quel giorno non c'era.

Cefis lasciò infatti che la situazione si decantasse. Dopo Valerio, fu eletto presidente Cesare Merzagora, che prese sul serio l'incarico, e naturalmente durò poco. Poi un breve interregno di Piero Camlilli già esponente democristiano, finché nel 1971 viene anche il suo tempo. E' dunque presidente (viene in pratica nominato da Guido Carli, governatore della banca d'Italia, cui le due parti pubblico e privato hanno chiesto di fare da arbitro. Sulla presidenza di Cefis va ricordato che erano gli anni delle morti al petrolchimico di Porto Marghera. In primo grado, quando finalmente si fa il processo, Cefis è assolto, come gli altri imputati.

L'elezione di Cefis avviene in un clima abbastanza tranquillo. L'Eni ormai ha preso in mano l'opposizione pittoresca e ne ha fatto un proprio strumento, offrendo anche posti in consiglio ai principali esponenti della opposizione di base. Non sono loro a segnare l'assemblea. L'elemento carattteristico è un altro personaggio un guardaspalle, che si colloca dietro la presidenza e scruta il pubblico. Negli anni successivi ci siamo abituati a vederne, ma quella volta, nell'ingenuità degli anni `70, era il primo.

La situazione, a Milano, precipita. Cefis con i guardaspalle non fa che anticipare di poco i tempi che saranno di lì a poco assai confusi: cani ringhianti, poliziotti privati, rapimenti di personaggi in vista. Cefis dall'alto dei suoi poteri non è un elemento di tranquillità, ma anzi, con continue scalate e sconvolgimenti deforma la normale vita dei maggiorenti cittadini, costruisce intorno a sé un gruppo finanziariamente aggressivo, ma debole dal punto di vista del consenso. Il suo consigliere delegato si chiama Giorgio Corsi e viene dall'Eni. Costruisce intorno a Montredison una ragnatela finanziaria inestricabile. Montedison, sulla carta, diventa un'impero che vale una volta e mezza la Fiat. Ma quando Cefis inesplicabilmente lascia, nel 1977, Montedison è decotta e pronta per nuovo scalate, ripresa e rilasciata dall'Eni e dalla Fiat, fino al dissolvimento finale.

 


















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Umberto Agnelli mancherà all’Italia. Non si tratta di una frase celebrativa ma di una constatazione. In qualunque Paese si sentirebbe il vuoto per il chiudersi di una vita che è stata rilevante per la sua impresa, la sua città, e per l’enorme stima che - insieme al fratello avvocato Agnelli - ha guadagnato nel mondo. Ho visto il modo in cui alcuni network televisivi americani hanno dato l’annuncio.
Non come di un necrologio ma come di un cambio d’epoca. E si è sentito dai commenti che il Paese Italia è sembrato, con quella morte, allontanarsi su un fondo più indistinto, senza una figura e un nome da usare come riferimento. S’intende che un imprenditore è il lavoro, e il lavoro - il buon lavoro italiano che ha avuto fino a poco fa tanto successo - è ciò che ha sostenuto quel prestigio. È un fatto che Umberto Agnelli si è sempre identificato, e così è stato visto nel mondo, come un uomo che non vuole in nessun caso e a nessun costo abbandonare la sua impresa, l’impresa della sua famiglia. E si è comportato con essa come si dice che i coniugi debbano comportarsi nella vita: restare insieme nella buona e nella cattiva sorte. La cattiva sorte è venuta ai tempi del terrorismo.
Nessuno degli Agnelli se ne è mai andato o anche solo allontanato dalla città. Anche Giovanni Alberto, figlio di Umberto Agnelli, ha fatto il periodo di apprendistato in fabbrica sotto un altro nome, ma a Torino, come sempre, durante gli anni di piombo.
La cattiva sorte è venuta quando Giovanni Alberto Agnelli è scomparso. Caso raro anche lui. Invece di svagarsi per il mondo era andato a lavorare a Pontedera per ridare vita alla Piaggio e alla città, e ci stava riuscendo e lo faceva come se lui, con la vendita delle Vespe, ci dovesse campare. Lo faceva come si “faceva impresa” (ormai sono solo belle parole da convegno) cento anni fa, quando il lavoro, e non il comparire alle feste, creava la stima. Umberto Agnelli ha altri due figli, Anna e Andrea. Poteva lasciare l’azienda, occuparsi dei figli giovani, delle loro vocazioni, girare il mondo. È restato al suo lavoro tra Ifil e Fiat.
La cattiva sorte è venuta al tempo della crisi che ha colpito tutto il mondo dell’automobile, ma ha colpito più duramente la Fiat perché è la più grande industria di un Paese divenuto fragile e feribile. Un uomo ricco ha mille uscite di sicurezza. Umberto Agnelli non ne ha usata nessuna. È rimasto al suo posto. La cattiva sorte è venuta quando è morto il fratello e capo della famiglia, Giovanni Agnelli, simbolo di un’epoca e di un Paese. Quella morte ha lasciato un vuoto immenso. Ha anche scosso la fiducia di un Paese scosso, di una industria in crisi, di una impresa che stava attraversando il suo momento peggiore. Umberto Agnelli è diventato presidente della Fiat nel mezzo di una tremenda tempesta, e dal suo impegno, dal suo compito, dallo sforzo di salvare impresa e lavoro non si è scostato di un millimetro.
Non è un caso che oggi i tre sindacati gli rendano un tributo affettuoso e dicano di lui il bene che sentono il bisogno di dire coloro che lo hanno conosciuto e gli sono stati amici, come chi scrive. Perché la sua integrità introversa e ostinata si vedeva da lontano, ed è stata apprezzata da tanti, dovunque. La sua avventura originale è stata l’apertura - unico tra i grandi imprenditori europei - verso il Giappone. È diventato co-fondatore e parte dello “Imperial Prize”, il premio imperiale che riconosce i grandi talenti del mondo e che è ormai il Nobel d’Oriente.
Tutto ciò sembra parlarci di un altro tempo. È come se fosse naturale morire quando finisce un’epoca e se ne disperdono il senso e i valori. Si può guardare a questa morte in un altro modo. Non come nostalgia e rimpianto ma come immagine di un mondo per bene che può, che deve sempre esistere nei tanti percorsi dell’avventura di vivere. Quei percorsi adesso sono inquinati, è vero. E c’è stata a lungo, intorno all’impresa, un’aria malata e stagnante da “si salvi chi può” che il più delle volte finisce in svendita e viaggi.
Il modo in cui ha parlato Luca di Montezemolo, il giorno della sua elezione alla Confindustria, fa pensare che ci sarà un dopo più rigoroso e pulito. In quel dopo ci sarà chi si volterà indietro a ripensare con orgoglio e rispetto a italiani come questi. Come Umberto Agnelli.

 








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Un libretto azzurro, intitolato: «Far crescere il benessere, la sicurezza, la libertà. Questo è l’impegno che abbiamo assunto con gli italiani. Stiamo lavorando per mantenerlo». Firmato Silvio Berlusconi. Tanti italiani se lo sono visto recapitare a casa in questi giorni. E molti di loro probabilmente non hanno gradito il regalo. Alcuni avranno pensato: «Bene, è l’occasione giusta per rispedirlo indietro». Altri invece si saranno chiesti perché è arrivato proprio a loro. La risposta si trova alla fine del libro. Fanno parte delle liste di destinatari acquisite da Forza Italia. Un’operazione consentita dalla legge della privacy. Ma a una condizione: la possibilità di richiedere in ogni momento l’immediata cancellazione dei propri dati da quella lista.

Come fare? Il libretto offre la possibilità di inviare un e-mail all’indirizzo: trattamento.dati.privacy@forza-italia.it. Semplice, no? Certo, peccato quell’indirizzo di posta elettronica non esiste. L’e-mail torna prontamente indietro: niente da fare. Ci potete riprovare quanto vi pare: sarete condannati a ricevere a vita i libretti forzisti.

E subito dopo l’indirizzo e-mail il libretto aggiunge: «Presso cui sarà disponibile l’elenco completo dei responsabili del trattamento dati di Forza Italia». Disponibile dove? Presso un indirizzo di posta elettronica? Impossibile. Allora si può provare a guardare sul sito. Ma non si trova niente. Il responsabile del trattamento dati resta sconosciuto.

Ma c’è di più. Forza Italia acquisisce le liste dei destinatari da una società, che vive proprio di questo, Cemit interactive media. La nostra “mission”, scrivono, è «essere il partner ideale delle aziende, attraverso la comunicazione diretta, nella relazione con i propri clienti». A chi appartiene questa società? A Mondadori, la più grande casa editrice italiana, di proprietà di Silvio Berlusconi. Certe cose è meglio farle restare in famiglia.

 

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Un suicidio su commissione, organizzato attraverso Internet e per fortuna non riuscito. Un teenager di 15 anni, identificato come John, passa alla storia come la prima persona ad essere condannata in Gran Bretagna per aver organizzato il proprio omicidio. Il ragazzo era un vero «drogato» del web e passava anche sette ore al giorno nelle varie chatroom. Poco alla volta, si era costruito identità fittizie ispirate in parte ai film di James Bond e in parte a film di fantascienza come «Men in black». Navigando nella rete nei panni di una ragazza, si era infatuato di Mark, nome con cui si identifica un ragazzo di due anni più grande lui. John si era finto un agente segreto donna per convincere Mark ad accoltellare una persona in una galleria di Altringham (cittadina del Cheshire) poco prima delle 8 di sera del 29 giugno dello scorso anno. La persona da uccidere era lo stesso John. Le parole che Mark doveva pronunciare mentre accoltellava il suo bersaglio erano «Ti voglio bene, fratello».

Subito dopo aver inferto due profonde coltellate, così come gli era stato ordinato via internet, Mark aveva telefonato per confermare che aveva mantenuto l'impegno. John, rimasto ferito gravemente, aveva detto alla polizia che era stato un «uomo in nero» ad averlo ferito. La storia era stata confermata poi anche da Mark. Ma gli inquirenti, attraverso il controllo delle immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso, aveva capito che la storia non reggeva. Analizzando oltre 58 mila messaggi scambiati via Internet la polizia era riuscita a inquadrare l'incredibile verità. John e Mark hanno confessato la loro colpevolezza e hanno accolto piangendo, seduti a pochi metri di distanza nel tribunale di Manchester, la sentenza del giudice: il primo è stato condannato a tre anni di affidamento, il secondo a due.

 



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Fugge con la studentessa. Quasi da copione, se non fosse che il 'lui' in questione è un prete, per la precisione lo 'stimatissimo' Giuseppe Noto, 33 anni, da tre anni parroco della Chiesa della Salute a Castelvetrano, in provincia di Trapani, che 'lei', una studentessa di 23 anni, usava frequentare con assiduità col legittimo fidanzato.

Quasi inutile dirlo: fedeli e intero paese increduli di fronte alla fuga dei due, anche se qualche vocina circolava da un po' sull'insolita affabilità del parrococo con la ragazza e sulla generosa confidenza tra i due. Il fidanzato abbandonato, forse, il meno sconvolto tra tutti: per quanto amareggiato dice di comprendere.



Il sacerdote, stimato in curia al punto da aver ricevuto dal vescovo l' incarico di direttore dell'istituto del sostentamento del clero di Mazara del Vallo, da qualche giorno avrebbe messo in atto la più classica delle fughe d' amore. Giuseppe Noto insieme alla giovane sarebbe ora da parenti in una città del nord Italia e da qui avrebbe telefonato ai genitori della ragazza per tranquillizzarli.

I quotidiani locali, che alla storia dedicano come prevedibile un ampio spazio, sostengono che qualche avvisaglia c'era stata: i devoti da qualche tempo avevano cominciato a 'mormorare' sull'atteggiamento non proprio ortodosso del religioso, ingrossando via via il gossip sulle sulle sue attenzioni nei confronti della studentessa. Poi il fulmine a ciel sereno con la conferma della classica 'fuitina'.

"Nella disgrazia sono stato fortunato - commenta l'ormai ex fidanzato della giovane - meglio che sia successo ora che dopo il matrimonio: all'amore non si comanda, sono fatti che deve vagliare la sua coscienza. Mi dispiace avere perso anche un amico con il quale capitava di confidarmi e condividere scelte organizzative della parrocchia".
Don Mario Crociata, vicario della diocesi, nel ricordare che "non c'era nulla che facesse pensare a questa scelta", sottolinea che "don Giuseppe è un prete attivo su cui si contava molto: sono fatti umanamente comprensibili, ma non approvabili". Auspica quindi che l'accaduto "sia trattato con rispetto: chiediamo la giusta comprensione, perché è facile in questo momento generalizzare".











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venerdì, maggio 07, 2004
 

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In una foto punta la mano a modo di pistola contro i genitali di un prigioniero; in un'altra se la ride assieme al fidanzato del momento, il soldato Charles Graner, davanti a una piramide di detenuti nudi e incappucciati. Ma è l'immagine pubblicata oggi dal Washington Post in prima pagina che più scandalizza, che offende e deprime (a destra): in primo piano c'è sempre lei, Lynndie R. England, soldatessa di 21 anni del 372esimo Battaglione di Polizia Militare, in un corridoio del Braccio A1 di Abu Ghraib che trascina un iracheno completamente nudo al guinzaglio. «La foto - ha avvertito il giornale - è stata tagliata alla vita del detenuto per motivi di decenza».
Minuta, i capelli tagliati corti a caschetto, nelle foto del «prima-Abu Ghraib» Lynndie ha il volto acqua e sapone e il sorriso di una liceale qualunque. La guerra in Iraq ne ha conosciute molte: la più famosa è quella di Jessica Lynch, l'aspirante maestra finita prigioniera degli iracheni in un'imboscata nei pressi di Nassiriya e liberata poi il primo aprile 2003 in circostanze mai completamente chiarite. Come Lyndie, anche lei viene dalla West Virginia, lo Stato rurale e montagnoso a ovest di Washington con gli indici di disoccupazione più alti dell'America.
Sia Lynndie che Jessica si erano arruolate per pagarsi gli studi al college. «Voleva vedere il mondo e permettersi di studiare per diventare meteorologa», ha riferito la madre Terrie, che era stata contraria al suo arruolamento. Lo stesso sogno di Jessica, una carriera, una vita diversa oltre le montagne della West Virginia. Ma le analogie tra le due donne finiscono qui. Perché
Jessica è la faccia buona dell'America. E Lynndie è l'anti-Jessica, il volto più brutto della guerra.
Terrie ha giustificato la figlia soldatessa: «Abusi? Erano stupidi giochi da ragazzi. Bravate». E con la voce alterata dall'indignazione: «Ma quel che gli iracheni fanno ai nostri ragazzi è poi giusto? Le regole della Convenzione di Ginevra si applicano solo a loro o anche a noi?».

L'ultima volta che Lynndie era tornata a casa era stato per Natale, quando aveva avuto due settimane di licenza. «Era malata, stanca, tossiva sempre. Aveva perso dieci chili e ha passato tutto il periodo dormendo», hanno raccontato i genitori al Charleston Daily Mail, un giornale della zona.

Nel famigerato blocco A-1 di Abu Ghraib, quello destinato agli interrogatori dell'intelligence, Lynndie non avrebbe dovuto esserci: era assegnata a un'altra ala della prigione. Ma nel braccio A1 andava spesso, molto spesso infatti, e soprattutto la sera. Perchè il soldato Charles Garner, uno degli aguzzini, era il suo boyfriend del momento.







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giovedì, maggio 06, 2004
 

 

Violentate, incatenate, seviziate, private di tutto e chiuse al buio di una cantina per tre anni e mezzo. Fuori da lì il mondo le aveva date per perdute. Morte. Nessuno le cercava neanche più. E invece Elena e Katerina, le due studentesse scomparse il 30 ottobre del 2000 quando avevano 14 e 17 anni, sono state - per tutto questo tempo - schiave sessuali di un maniaco che, insieme a una complice, le aveva rapite e rinchiuse, appunto, in una cantina trasformata in bunker.

Le due giovani vittime, oggi di 18 e 21 anni, sono state liberate dalla polizia nella cittadina meridionale di Skopin e la loro storia spaventosa sta emozionando l'intero Paese. Una delle due rapite, Elena, la più grande, è incinta all'ottavo mese: lo ha confermato il viceprocuratore della regione di Riazan, Irina Sablina, spiegando che la ragazza aveva in precedenza già partorito due maschietti che le erano stati sottratti e abbandonati. Gli agenti hanno arrestato il responsabile del sequestro e delle violenze, un operaio di 53 anni, e stanno ricercando la sua complice, di 29 anni, entrambi forse affetti da turbe psichiche. La liberazione delle ragazze è stata possibile perché il maniaco negli ultimi tempi aveva concesso loro brevi uscte dalla cantina, sempre sotto il suo stretto controllo. Durante una di queste «gite» le ragazze sono riuscite a far avere a un uomo - un pubbblico ufficiale - un biglietto con una richiesta di aiuto.

Il 30 settembre del 2000, racconta Sablina, l'uomo, ritenuto da tutti una brava persona, e la donna, il cui ruolo è ancora da determinare con esattezza, avevano conosciuto le due ragazze in una discoteca di Riazan, capoluogo della provincia. Alla chiusura del locale i due avevano offerto un passaggio sulla loro automobile, dopo di che nessuno le aveva più riviste. Secondo le prime testimonianze delle ragazze, l'uomo avrebbe messo un sonnifero nelle bevande offerte loro nella discoteca. Elena e Katerina sono così finite a Skopin, circa 170 chilometri a sud di Riazan, nello scantinato sotto il garage del loro sequestratore.

L'uomo aveva trasformato lo scantinato, 6-8 metri quadrati, in un vero e proprio bunker, con l'unico accesso costituito da una porticina di cemento rinforzato che si poteva aprire soltanto dall'esterno. Nella stanza-prigione solo due tavolacci per dormire e due sedie. «Era stato realizzato allo scopo specifico di tenerci prigioniere le due ragazze» ha spiegato il viceprocuratore. Non lo dice, ma, sulla base di quanto emerso, sembra di capire che Elena e Katerina potrebbero non essere state le uniche vittime. All'inizio, la prigionia delle due ragazze è stata terribile, racconta Sablina: venivano nutrite appena, giusto per consentirne la sopravvivenza, picchiate e maltrattate in ogni modo. E regolarmente il cinquantatreenne operaio faceva loro visita per violentarle.

Dei due bambini nati ad Elena uno le venne tolto subito dopo la nascita, mentre la ragazza dormiva, e fu lasciato di notte sulla soglia di una casa della città, i cui abitanti lo hanno poi consegnato all'orfanotrofio. Stessa sorte toccò al secondo, che restò però con la madre per 4 mesi. Quando Elena comprese che stavano per portarglielo via nascose tra i vestitini del bimbo un biglietto con una richiesta di aiuto. Ma il rapitore trovò il biglietto e lo distrusse.

 









postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:04 |


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