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sabato, giugno 26, 2004
 

 

Noi non viviamo in tempi normali. Non in Italia. Diritti fondamentali vengono continuamente negati. Un ministro invoca le cannonate sugli immigrati. Una intera famiglia siriana (due adulti, quattro bambini) di passaggio alla Malpensa e diretta a Londra, per raggiungere i parenti, chiede alle nostre autorità asilo politico. Ottiene cinque giorni di detenzione senza assistenza e senza interprete in una stanza gelida (era novembre, il più piccolo dei bambini ha due anni) . Poi le nostre autorità legano le mani a tutti (bambini inclusi), li spingono su un aereo diretto a Damasco, e i nostri stessi agenti consegnano il carico umano alla polizia politica siriana. Ecco di che Italia stiamo parlando.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:09 |
 

 

è stata data ieri ampia diffusione alla notizia secondo cui il Comune di Bolzano avvierà un esperimento che tutti si sono affrettati a definire quantomeno singolare. Per qualche settimana non verrà spazzata una strada del centro affinché i cittadini possano rendersi conto di quanto preziosa sia l'opera di quelli che oggi si chiamano "operatori ecologici". Mi spiace che la stampa nazionale sia sempre pronta a lodare l'alto profilo civile delle iniziative del Comune di Bolzano mentre quello di Napoli viene ricordato solo per la promozione di pizza e mandolino. Vogliamo finalmente dire che questa inizitiva di Bolzano non è altro che non la volgare copia in piccola scala di una ben più importante azione del Comune di Napoli dove da anni non si spazzano centinaia di strade soprattutto in periferia? E vogliamo per favore ricordare che tutti i cittadini napoletani, coinvolgendo anche i turisti di passaggio, collaborano fattivamente alla iniziativa del Comune lasciando in giro cartacce e ogni genere di monnezza?

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:00 |
 

 

Al momento della sua morte improvvisa, lunedì sera in una clinica di Copacabana, a Rio de Janeiro, Leonel Brizola contava ormai poco sulla scena politica del Brasile. La sua vecchia sinistra di stile populista e caudillista apparteneva ad altri tempi e altri scenari. Il suo posto, dopo il ritorno stentato e lento della democrazia negli anni `80, era stato occupato da una nuova sinistra, anch'essa non marxista, di origine sindacale e pragmatica, di cui l'espressione fu un giovane leader metalmeccanico chiamato Lula da Silva, oggi il presidente della repubblica. Sempre sentito da Brizola - e con ragione - come il suo avversario più ostico. In realtà il periodo-chiave della vita politica di Brizola furono i vent'anni prima del golpe militare del '64, dominati dalla figura controversa dell'uomo a cui si richiamò per tutta la vita - Getulio Vargas - e del suo delfino - l'effimero presidente João Goulart -, e i quindici anni passati in esilio - in Uruguay, in Portogallo, in Venzuela -, prima del ritorno in Brasile, nel settembre `79, dopo l'amnistia.

Tuttavia con la scomparsa di Leonel Brizola, che aveva 82 anni e diceva di volersi ripresentare candidato alle presidenziali del 2006, il Brasile perde uno dei grandi protagonisti dell'ultimo mezzo secolo di storia. Fra le molte sconfitte che dovette incassare nella sua lunga vita politica - cominciata nel `45 quando a 23 anni si iscrisse a Belo Horizonte nel Partido trabalhista brasileiro di Getulio -, Brizola se ne è andato anche con qualche smagliante vittoria per cui deve essere ricordato.

Fu lui, nel `61 e nel `64, a opporsi strenuamente al golpismo della destra civile e militare. Da allopra fu marcato come il nemico pubblico numero uno dei generali che lo «cassarono» da ogni funzione pubblica per poi costringerlo all'esilio. Passò 15 anni fra l'Uruguay, il Venezuela e il Portogallo. La sua opposizione andò a scontarsi non solo con la destra militare e civile: lo stesso Goulart, nel `61 e ancor più nel `64, non volle saperne di seguirlo fino alle estreme conseguenze e questo provocò una rottura insanabile fra i due, che oltretutto erano cognati avendo Brizola sposato una sua sorella. Si sarebbero rivisti, per i buoni uffici della moglie Neuza, solo 11 anni dopo, entrambi in esilio, un giorno che Jango passò per Montivideo.

Brizola credeva di poter rientrare presto in Brasile, tanto che in Uruguay affittò una casa solo per tre mesi. Ma le sue speranze furono frustrate, come i suoi tentativi di alimentare un'insurrezione contro i golpisti. Si parlò anche di un piccolo nucleo di guerriglia, scompaginato ancor prima degli altri e più noti movimenti della resistenza armata, e forse appoggiato da Fidel Castro, che allora era il fantasma che agitava i sogni e gli incubi di tutti i paesi dell'America latina. Martedì Fidel ha mandato un affettuoso messaggio di solidarietà per la morte di Brizola: «Con profonda costernazione abbiamo saputo della morte dello straordinario amico di Cuba Leonel Brizola, instancabile e storico combattente per la causa e gli interessi del popolo brasiliano... Brizola sarà una referenza obbligata per i combattenti nazionalisti e antiimperialisti».

Fu uno degli ultimi a mantenere viva la fiamma del movimento trabalhista ispirato da Getulio e che per trent'anni fu fra le forze dominanti del Brasile, polemizzando focosamente, com'era nel suo stile di gaúcho del Rio Grande do Sul, con i sogiologi e politologi che si ostinavano a squalificarlo come «populista» e con i politici conservatori che l'accusavano di essere la versione brasiliana del peronismo argentino.

Con la rivoluzione del 1930 Getulio Vargas diede il colpo di grazia alla «Repubblica vecchia», che si appoggiava all'asse chiamato del caffè-col-latte - il caffé di San Paolo con il latte del Minas Gerais, due oligarchie poderose. Il primo passaggio di Getulio per il potere portò a 15 anni di dittatura e, a partire dal `37, all'«Estado novo». Nel `45 quando Getulio fu deposto sull'onda della sconfitta del nazi-fascismo - con cui aveva flirtato prima di riavvicinarsi a Roosevelt, dichiarare guerra all'Asse e mandare un po' di soldati brasiliani a morire in Italia -, gli eredi del getulismo si divisero in due tronconi. La faccia più nobile, il movimento trabalhista diede vita al Ptb che voleva essere il cane da guardia delle legislazione sociale che Vargas (come Perón in Argentina) aveva preso in parte dalla Carta del lavoro mussoliniana. Nel `50 Vargas tornò al potere, questa volta eletto dal popolo, fino al `54 quando, assediato da troppi poteri forti e golpisti della destra civile e militare (non solo brasiliana), si sparò un colpo alla testa nel palazzo di Catete a Rio de Janeiro lasciando la famosa lettera-testamento in cui diceva di abbandonare la vita «per entrare nella storia». Per il Ptb Brizola fu eletto sindaco di Porto Alegre nel `54 e nel `58 governatore del Rio Grande do sul.

Il movimento trabalhista restò nelle mani di Goulart e di Brizola. Gli anni dal `61 al `64 furono quelli fatali per il Brasile. Nel dicembre `61 fu eletto alla presidenza Jânio Quadros, un demagogo di destra, e alla vicepresidenza (il voto allora era separato) Jango Goulart, getulista di sinistra. Nell'agosto del `62 Quadros inaspettatamente si dimise contando di tornare al palazzo presidenziale di Planalto a Brasilia, inaugurata due anni prima e divenuta la nuova capitale, sulle braccia del popolo e con poteri dittatoriali. Invece il Congresso accettò le dimissioni: Jango era il successore costituzionale ma i militari posero il veto. Fu Brizola a decidere la partita. Creò la «catena della legalità», fece del Rio Grande do sul il fulcro della resistenza, si trincerò nel palazzo Piratini di Belo Horizonte, sede del governatore, con la sua polizia, distribuì armi alla popolazione civile, si accordò con il generale comandante la piazza e questi rifiutò l'ordine di bombardare il palazzo. Brizola voleva andare fino in fondo, Jango invece voleva un accordo a ogni costo e lo fece. Potè insediarsi come presidente - ma fu un presidente dimezzato e ostaggio, come si sarebbe visto di lì a un paio d'anni.

Nonostante l'accordo al ribasso, qualcosa di storico era avvenuto: Brizola aveva umiliato i militari - che gliela avrebbero fatta pagare - e, in qualità di governatore, aveva avviato un politica di confronto frontale con l'oligarchia brasiliana - scuole popolari e trasporti pubblici, riforma agraria - e con poderose compagnie Usa - requisendo filiali di imprese Usa, quali la Itt.

Al ritorno dall'esilio non riuscì a ridare vita al Ptb, proscritto dai militari che erano ancora al potere e che con una «sordida manovra» politico-legale consegnarono la sigla a «un piccolo gruppo di avventurieri servi del potere». Diede vita allora al Pdt, Partido democratico trabalhista, che per un certo periodo fu l'unico partito brasiliano nell'Internazionale socialista (di cui Brizola divenne vicepresidente). Del Pdt fu sempre il padre e padrone, ragione per cui a ogni elezione il partito andò perdendo peso e voti. Oggi nel Congresso federale conta non più di 14 deputati e 5 senatori e non è detto che riesca a sopravvivergli a lungo.

A Rio, l'altro teatro della sua vita politica oltre a Belo Horizonte, Brizola riuscì a farsi eleggere due volte governatore, nell'82 - contro il tenace ostracismo dei militari che ancora tenevano il paese sotto tiro - e nel '90. «Insieme facemmo molte cose degne di essere ricordate», ha scritto l'antropologo Darcy Ribeiro, che di Brizola fu amico e vice-governatore. «La più importante fu reinventare la scuola primaria brasiliana sotto forma dei Cieps, Centro integrados de educacão publica, ammirevoli per la loro architettura dovuta a Oscar Niemeyer e molto di più per la rivoluzione educativa che rappresentavano come scuole a tempo integrale per professori e alunni». Alunni poveri, s'intende, perché gli altri vanno alle scuole private. Un attenzione quella di Brizola nel campo dell'educazione, che gli veniva dalla sua infanzia di bambino povero che dovette fare i lavori più umili - come Lula - per pagarsi gli studi e lauerarsi in ingegneria civile all'universita del Rio Grande do sul.

Con il cambio di stagione e l'ascesa del Pt di Lula, Brizola entrò in una zona d'ombra progressivamente più scura. Tentò tre volte di diventare presidente. Nell'89 perse per poco il secondo posto per mano di Lula, poi sconfitto al ballottaggio da ladrone Collor de Mello. Nel `94, trionfale per Cardoso, precipitò al quinto posto. Nel `98 si rassegnò a ritentare, come vice di Lula (ma Cardoso vinse di nuovo). Quello che lui stesso definì il «sapo barbudo», il rospo barbuto, gli aveva tolto spazio e visibilità. Non gli piacque mai: «Juscelino Kubitschek ruppe con l'Fmi per costruire Brasilia. Lula non ha neanche il coraggio di dire un amen». Come ultimo atto, a fine 2003, primo anno della presidenza Lula, impose al suo Pdt di rompere con il governo, accusato di una «politica economica perversa».

Nel `98, dopo una delle tante sconfitte, disse a chi gli consigliava la pensione: «sono come un cavallo inglese, morirò in pista». Anche se non è morto in pista, con Leonel Brizola si chiude mezzo secolo di storia del Brasile.

Leonel de Moura Brizola era nato il 22 gennaio del 1922 a Passo Fundo nello stato meridionale brasiliano del Rio Grande do sul. La sua famiglia era di origini molto umili. Morto suo padre nel `23, in una della tante «rivoluzioni», fu sua madre ad allevarlo e a insegnargli a leggere e scrivere. Cominciò presto a lavorare mentre seguiva gli studi. Nel `49 si laureò in ingegneria civile all'Università del Rio Grande do sul di Belo Horizonte dove si era trasferito e dove aveva cominciato a interessarsi di politica. Nel `45 si iscrisse al Partido trabalhista brasileiro, il partito che si ispirava a Getulio Vargas. Sindaco di Belo Horizonte, governatore del Rio Grande do sul, deputato federale, oppose una resistenza a oltranza di golpe militari del `61 e del `64. Costretto all'esilio per 15 anni tornò in Brasile nel `79 a seguito dell'amnistia. Nell'82 e nel `90 eletto governatore dello stato di Rio de Janeiro. Fondatore del Partido democratico trabalhista, vicepresidente dell'Internazionale socialista, per tre volte candidato presidenziale, nell'89, nel `94 e nel `98 alla vicepresidenza con Lula. Per la sua morte il Brasile si è fermato. Sono stati decretati tre giorni di lutto. La sua salma è stata vegliata a Rio de Janeiro fino a ieri e oggi sarà sepolto a São Borja, nel Rio Grande do sul, accanto alle tombe di Vargas e Goulart.

 























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 11:59 |
 

 

Una bambina di quattro anni è stata dimenticata per sette ore su uno scuolabus. E' accaduto a Traona, in provincia di Sondrio: secondo quanto raccontato dai genitori, che hanno ora intenzione di sporgere denuncia, la loro figlia è salita sul pulmino scolastico la mattina ma nessuno si è accorto che non è mai scesa, restando così fino al pomeriggio nel deposito dei minibus comunali. "Ho pianto tanto, mi sono fatta la pipì addosso e non voglio più tornare a scuola", ha detto la piccina quando ha abbracciato la sua mamma.

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 11:52 |


martedì, giugno 22, 2004
 

 

E' stato condannato a sedici anni di carcere U. A.,il ragazzo diciassettenne che il 15 febbraio scorso uccise per gelosia Francesco Estatico, un giovane di 18 anni, nel quartiere di Mergellina a Napoli, colpendolo con diverse coltellate. Lo ha deciso il giudice del tribunale per i minorenni Marina Ferrara, a conclusione del processo svolto con rito abbreviato. La lite era scoppiata per uno sguardo rivolto dalla vittima alla fidanzata dell'assassino. La pena è più dura di quella chiesta dall'accusa: il pubblico ministero aveva chiesto infatti 13 anni di carcere. È tuttora agli arresti domiciliari il presunto complice, Salvatore Salzano, che sarà giudicato dalla magistratura ordinaria.
La zuffa, comiciò poco dopo le 22, davanti a uno chalet di Mergellina, sotto gli occhi di passanti e automobilisti. Francesco fu colpito in varie parti del corpo: al polmone, a una gamba, ad un braccio, all'addome e al torace. Trasportato all'ospedale Fatebenefratelli, fu sottoposto a un delicato intervento chirurgico, che però non servì a salvargli la vita.
Il suo assassino viveva in un'area degradata della periferia di Napoli, il rione Berlingieri di Secondigliano. Una famiglia difficile la sua con il padre pregiudicato. Prima della tragedia faceva il garzone nel suo quartiere.
«Non diciamo che i casi di violenza da parte dei minori sono in aumento. Quello che aumenta è invece la violenza sui minori». Armando Rossini, dell'Associazione italiana magistrati per i minorenni e per la famiglia, commenta così il caso. «Il problema è che la stampa e la tv amplificano casi del genere. E lo stesso fanno quei politici che chiedono di abbassare a 14 anni la punibilitá del minore. Una proposta che non ci vede affatto d'accordo e che non farebbe diminuire certi episodi». Secondo il magistrato è invece importante, per evitare altri episodi del genere «intervenire sulle cause. La maggior parte delle volte tali episodi accadono in famiglie deprivate ed è dunque lì, sul territorio e nella scuola che bisogna agire».

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:38 |


lunedì, giugno 21, 2004
 

 

Tre imbarcazioni della Marina britannica sono state sequestrate dalla Guardia costiera dell'Iran per essere entrate clandestinamente nelle acque territoriali del Paese, ai confini con quelle irachene. Otto membri dell'equipaggio sono stati arrestati. Come ha riferito il canale satellitare Al Alam, l'equipagi ha ameso di aver sconfinato "per errore", ma "sulle imbarcazioni sono state trovate armi e mappe", che sono state sequestrate.

L'episodio si è verificato tra lo stretto dello Shatt el Arab, che sfocia nel Golfo Persico e segna il confine tra Iran e Iraq, e la località di Bahman Shir. Sulle stesse acque, a non più di una ventina di chilometri, si affaccia la principale città irachena del Sud, Bassora, dove ha sede il comando delle truppe britanniche.

"Al momento non possiamo ancora smentire o confermare, stiamo valutando il rapporto" ha dichiarato un portavoce del ministero della Difesa britannico, aggiungendo che la Gran Bretagna ha dispiegate alcune piccole imbarcazioni, nella zona, in supporto a quelle della polizia irachena, che controllano l'area di Bassora. Il portavoce ha tuttavia definito "una sciocchezza" la notizia secondo la quale si tratterebbe di navi da guerra: "in quell'area non ve ne sono" ha precisato.

Le relazioni tra Gran Bretagna e Iran hanno subìto un netto deterioramento da quando il governo di Londra, di recente, insieme agli Stati Uniti ha accusato il regime di Teheran di essere poco collaborativo con gli ispettori dell'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica.

 







postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:35 |
 

 

Un'enorme nave commerciale ferma dalla fine del 2001 al porto di Marghera. Novemilacentoventitrè tonnellate di ferro fatto per stare fra mare e cielo che invecchiano in un canale fra petrolchimico e Fincantieri. Otto marinai, quattro indonesiani e quattro egiziani, sequestrati là dentro da ventinove mesi, in attesa di uno stipendio che non arriva, di un segnale dell'armatore che è scomparso, di una decisione del tribunale che celebra un'udienza ogni sei mesi. In attesa di qualcosa. Ho appuntamento con Nanno a casa sua: Marghera, Canale nord. Passo via Fratelli Bandiera, lo stradone a due corsie che divide la città dai 2045 ettari di zona industriale e portuale. Attraverso le industrie, entro nel porto, lascio alla mia sinistra la Fincantieri, e mi perdo. La strada si fa banchina, lago sterminato e rovente di cemento piano sul mare piano, morto, senza più gru né containers. Al centro, una ragazza, sola, suona il sax. Chiedo a lei, ma è più dispersa di me. Richiamo Nanno, che mi guida passo passo. Una strada chiusa da due mura grigie di intonaco vecchio, alte quattro metri, lunghe ottocento, senza varchi né finestre; poi un pezzetto di mare ingabbiato in un canale industriale. Canale nord. A destra, in mezzo al canale, c'è casa di Nanno. E di Asnir, di Louis, di Awi, indonesiani. E di Mohamed, di Kino, di Said, di Kamal, egiziani.

La motonave Kawkab, stella in arabo, è il nome di un monolite di acciaio cavo lungo 180 metri e largo 30, quattro enormi stive vuote, cinque gru per caricare e scaricare, ferme da quasi tre anni. È una storia lunga e tormentata che non racconta solo di otto vite sospese, di otto famiglie strangolate da uno stipendio che non arriva, ma anche delle dinamiche della globalizzazione dei mari. Devi Sacchetto, Valentina Longo, Valter Zanin e Graziano Perotto sono autori di una ricerca sulla condizione dei marittimi nel porto di Marghera. Raccontano come su nave transiti più del 60% del commercio mondiale. La nascita, nella seconda metà del Novecento, delle bandiere di comodo ha facilitato la selvaggia deregolamentazione del settore: assoluta incertezza del diritto e abbassamento verticale del costo del lavoro. E' degli stessi anni l'internazionalizzazione degli equipaggi, composti ora principalmente da cittadini di paesi del terzo mondo. Il marittimo moderno è un operaio che abita la macchina che aziona, se la porta in giro per il mondo, convive con il rumore, il calore e il puzzo del motore sempre in azione. E non può abbandonarla, se non durante soste sempre più brevi in porti nei quali può circolare solo negli orari stabiliti dallo shore pass, una sorta di permesso di soggiorno provvisorio, dalle otto del mattino alle ventidue, come un galeotto in libertà vigilata. Un lavoro durissimo e sempre più sottopagato, nonostante gli sforzi di organizzazioni internazionali quali l'Itf, il sindacato dei lavoratori dei trasporti, l'Ilo, e l'Imo, organismo delle Nazioni unite per «una navigazione più sicura e oceani più puliti».



Nanno viene a prendermi alla macchina. Salgo con lui la scaletta. Ha ventisette anni, di cui più di due sulla nave, in compagnia di suo padre Asnir. Facciamo un giro dentro casa sua, mi mostra con un certo orgoglio i quattro piani di scalette e passaggi attorno all'enorme motore spento, e le stive, tanto grandi che una volta ci hanno giocato dentro una partita a calcio. Più tardi, attorno al fuoco acceso in un bidone sul ponte di prua contro il tramonto umido e polveroso di Marghera, arriva a dirmi che in questa storia ci sono anche delle cose belle. Resto interdetto. «Ho imparato l'italiano - mi dice - E ho conosciuto molte belle persone. Mister Blasi. E padre Mario. E Valentina. E i registi. E moltissima altra gente, che è venuta sulla nave, ci ha portato da mangiare, l'acqua, delle cose. E poi, che sono andato a vedere la Juventus». Nanno è juventino, e chissà se, quando a Jakarta frequentava lo Juventus fan club, immaginava che un giorno sarebbe finito sugli spalti del Delle Alpi. «Sono stati i registi a portarmi a Torino. Il giorno dello scudetto. Grazie Lippi, per lo scudetto». I registi di cui racconta sono Andrea Bevilacqua, Francesco Cressati ed Andrea Segre, autori di un film documentario, «Marghera Canale Nord», che racconta questa storia. Il film è coprodotto da Studioimmagine di Maurizio Carrano e da toniCorti, l'associazione che da otto anni organizza l'omonimo non-concorso di video a Padova.

Asnir butta un altro pezzo di bancale nel fuoco. Si è fatto un po' scuro, le luci di un'enorme nave passeggeri bianca bianca e luccicante in fondo al Canale si sono accese, si sente uno stridio animale dai capannoni della Fincantieri. «Le cose brutte...». Nanno esita, fa un gesto circolare, e si stringe nelle spalle. Awi fa un cenno di assenso. «Soprattutto l'armatore - aggiunge -Quello stronzo di armatore. Scusa la parola".


«Il mondo del mare è un mondo di squali» sintetizza, al termine del complicato racconto sulle vicende processuali della Kawkab, Mister Antonio Blasi, ispettore dell'Itf «l'unico modo che ha un armatore di sopravvivere è di essere più squalo degli altri». Lo squalo in questione è un egiziano, Nasr El Sayed; ha all'attivo più di un processo, l'ultimo per corruzione di giudici. Già al suo arrivo a Marghera, la nave viene sequestrata, su richiesta dal compratore del legno trasportato, che ha preso acqua e si è rovinato. E' il 31 luglio 2001; l'armatore reagisce smettendo di pagare i marinai. Dopo uno sciopero i soldi in parte arrivano, ma molti decidono di andarsene. Per completare l'equipaggio, El Sayed contatta allora un cantiere navale di Taiwan, che incarica un'agenzia di Singapore. Questa ingaggia i quattro indonesiani, che arrivano in aereo. Passa un mese, e l'armatore smette nuovamente di pagare. A marzo 2002 scompare nella natura, lasciando una nave, dieci marinai, un monte di debiti e un avvocato. Comincia l'attesa. In due scappano, scegliendo la clandestinità in Italia. Per questo motivo le autorità restringono lo shore pass a due ore al giorno. Dalla libertà vigilata alla galera. Gli altri restano: non possono permettersi di perdere i salari dovuti.

Il 2002 è l'anno dell'attesa. Nella nave manca tutto. Manca cibo, e mancano anche i fornelli. I marinai mangiano alla mensa della Caritas o cucinano col fuoco sul ponte. Un fornello lo recupera padre Mario Cisotto, dell'associazione Stella Maris' Friends. Soprattutto, manca gasolio. E senza gasolio non vanno i tre enormi generatori che, per obbligo di sicurezza, devono essere sempre e costantemente accesi, dal varo alla demolizione. Una nave senza generatori è un organismo clinicamente morto. Non si scalda l'acqua né le gelide paratie di metallo: i marinai per dormire si imbozzolano in coperte su coperte, che comunque non bastano. Non c'è luce alla sera, l'immane ventre resta buio. Le tv per ingannare l'attesa restano mute. E non funziona l'impianto idraulico, il sistema circolatorio della nave. Mitili si moltiplicano sotto la linea di galleggiamento, risalgono lentamente pompe e scarichi, sgottatoi. Il motore, invaso dal mare fermo, arriva al punto in cui non può neppure più accendersi: si soffocherebbe, si brucerebbe. Alla fine il gasolio viene rimediato, e la nave comincia a riaccendersi, qualche ora al giorno, verso sera



Attesa. Il 2003 è l'anno dell'attesa. I marittimi cercano da tempo di ottenere il permesso di soggiorno; le autorità rispondono che è impossibile, senza contratto di lavoro ed alloggio in Italia (la nave, secondo la bandiera, è territorio egiziano). Grazie al lavoro di Blasi e di padre Mario, e all'interesse creato dal film, il 19 giugno 2003 i marittimi ottengono un permesso provvisorio per motivi umanitari. Nel frattempo inizia il processo, per sancire l'insolvenza dell'armatore e la messa all'asta della nave. Di udienza in udienza i marinai sperano nella conclusione definitiva, di udienza in udienza passano mesi e sembra non muoversi nulla. «La verità - dice Blasi - è che in Italia i giudici non conoscono il diritto marittimo. E bisogna muoversi cautamente, perché ogni sentenza, quale che sia, fa giurisprudenza».

2004. Grazie al permesso di soggiorno, lavorano più o meno tutti: Mohamed - ingaggiato per il suo primo viaggio in mare alla bellezza di 300 dollari al mese - in una fabbrica di lampadari; Nanno a Marcon, a confezionare materiali isolanti; il Capitano a distribuire volantini pubblicitari a Mestre. Lo raccontano sorridendo: adesso possono mandare denaro a casa. Asnir dice: «Il peggio è la famiglia lontana. Penso ai miei figli: number one, ok: laureato. Number two: qui con me, per fortuna, se no sarebbe molto peggio: se mi succedesse qualcosa chi avvertirebbe mia moglie? Number three: più o meno ok. Quelli che mi crucciano sono number four e number five. Stavano studiando, e sono stati costretti a smettere».

Il 15 giugno 2004, finalmente, la nave è stata messa all'asta. Ha vinto, fra tre concorrenti, un armatore giordano, con 1.694.000 euro. Abbastanza per pagare ormeggio, banche, ed anche i marittimi. Il tribunale ripartirà la somma verso i primi di ottobre. Per gli egiziani non c'è problema, ma l'armatore sostiene di non essere in debito con gli indonesiani: che vadano a chiedere i soldi a Singapore, all'agenzia dove sono stati ingaggiati, che ora è fallita. Potrebbe essere una battaglia campale, a suon di ricorsi: Blasi ricorda un caso simile nel quale il processo è durato quattro anni. Ma a volte gli squali sono tanto voraci da mangiarsi da soli: il nostro non pagava neppure l'avvocato, che ha appena deciso di abbandonarlo. Andrà liscia, insomma. E' finita.

Sera inoltrata. Sto per lasciare la nave. Sul ponte di comando Nanno prende lezioni di mare dal Capitano. «Ne approfitto - dice - ora che ho tempo». Oggi sono al sestante. Louis spiega come ci siano situazioni nelle quali non si può rilevare alcun punto - un' isola, una torre - per traguardare. «Attorno solo mare, per giorni» sorride, fanciullesco, al ricordo, che deve essergli grato e insieme parergli surreale. «Allora - continua - con il sestante si calcola la posizione del sole e delle stelle. A dire il vero adesso c'è il GPRS, il satellite, fa tutto lui. Ma non si sa mai. Alla fine, l'uomo è sempre solo con il mare. E il cielo». A dire il vero, il cielo di Marghera, contro il quale Capitain Louis stende il braccio che porta uno strumento vecchio di millenni, non offre molte stelle. È arancione e bruno, con chiazze di luce giallastra verso terraferma.

 

























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:54 |


domenica, giugno 20, 2004
 

 

Per Rashida Bee, la notte in cui esplose lo stabilimento della Union Carbide segna uno spartiacque personale: «Prima, non ero mai uscita di casa». Viveva a Jaiprakash Nagar, una grande borgata operaia che sta proprio di fronte ai cancelli della fabbrica, e suo marito faceva il sarto. Quella notte però nello stabilimento qualcosa andò storto, i macchinari si surriscaldarono e una cisterna esplose, lasciando uscire 40 tonnellate di un gas letale: isocianato di metile con cianuro idrogeno, mono metil-ammine e altre sostanze, ma questo si seppe solo parecchi giorni più tardi. Quella notte tutti furono presi di sorpresa. Portata dal vento, la nuvola di gas investì in pieno proprio Jaiprakash Nagar e gli altri poverissimi quartieri che costeggiano la fabbrica a nord: mezzo milione di persone la respirarono. Fu uno dei peggiori incidenti industriali della storia umana, migliaia di persone morirono soffocate quella stessa notte: 1.600, disse il governo - forse 6.000, sostengono le organizzazioni che da allora si occupano delle vittime e dei sopravvissuti. Molti di più sono morti in modo lento nei mesi e anni seguenti, di tumore ai polmoni e di altre malattie: il bilancio sfiora ormai le 20mila vittime. Ormai il nome di Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, India centrale, sta all'industria chimica come quello di Hiroshima sta all'olocausto atomico.

Rashida Bee è sopravvissuta a quella notte, sia pure con problemi respiratori e alla vista, ma la gas tragedy ha lasciato suo marito incapace di lavorare. «D'improvviso, non avevamo più un reddito. Tutti gli uomini della famiglia erano malati, nessuno guadagnava». Sei dei suoi parenti sono in seguito morti di tumori provocati dal gas. Dunque, a lei non è rimasta scelta: ha dovuto cercare qualcosa da fare per vivere. «Così sono uscita. Avevo saputo che c'era qualche possibilità nei programmi di riabilitazione del governo». Già, i programmi di «riabilitazione economica, sociale e ambientale»: programmi di formazione professionale per qualche centinaio di persone dei quartieri investiti dalla tragedia - per lo più donne rimaste sole a mandare avanti la famiglia.

Quaderni per vivere

Rashida Bee, che aveva allora 28 anni, si è ritrovata con un centinaio di donne in un corso di formazione-lavoro di cartoleria. «Avevano preso un centinaio di donne, metà hindu e metà musulmane. Lavoravamo, il governo commercializzava i nostri quaderni, avevamo un piccolo stipendio», racconta. «Finché il governo ha detto che ormai potevamo cercarci un lavoro. Ma chi ci avrebbe dato lavoro? D'altra parte noi continuavamo a produrre. Insomma, abbiamo protestato».

Ormai era il 1986 e Rashida Bee si è trovata a organizzare un sindacato di lavoratrici.

E' allora che Rashida ha incontrato Champa Devi Shukla, come lei operaia alla fabbrica di cartoleria. Nella gas tragedy Champa Devi aveva perso il marito e anche la sua stessa salute. Insieme - una musulmana, l'altra hindu - sono riuscite a organizzare le loro colleghe, donne di famiglie poverissime, spesso analfabete (come Rashida Bee), sempre vissute ai margini della vita pubblica: oggi Rashida Bee e Champa Devi Shukla, 48 anni e 52 rispettivamente, sono la presidente e la segretaria del Bhopal Gas Pedit Mahila Stationery Karmchari Sangh, nome complicato che significa «Unione delle lavoratrici di cartoleria vittime del gas». Le ho incontrate nella sede che il loro sindacato condivide con altre organizzazioni popolari, un minuscolo bungalow in una zona popolare di Bhopal, una domenica pomeriggio di gennaio: stavano preparando i cartelli e provando le canzoni che avrebbero cantato al Social forum mondiale di Mumbai, dove si preparavano ad andare con una numerosa delegazione. Tramite (e interprete) dell'incontro è Satinath Sarangi, attivista e fondatore della Sambhavna Clinic - una straordinaria esperienza di medicina popolare nata all'ombra della Union Carbide (vedi il manifesto del 3 giugno).

Rashida Bee racconta una storia di battaglie tenaci. La prima battaglia, quella per il posto di lavoro e per un vero salario, è culminata nel 1989 in una marcia a New Delhi, la capitale dell'Unione indiana, distante 750 chilometri da Bhopal. Ci sono andate tutte le cento operaie della cartoleria, con 25 bambini; hanno presentato al primo ministro la loro piattaforma - salario, condizioni di lavoro. Sono tornate vittoriose, il posto di lavoro era assicurato. Certo, la storia non era finita lì. Rashida Bee parla di una causa vinta presso il tribunale del lavoro di Bhopal nel settembre 2002. Sorride: spiega che fino a prima della tragedia molte di loro non erano mai andate in un ufficio pubblico, non sapevano neppure dove stesse il palazzo del governo o la residenza del chief minister, il capo del governo del Madhya Pradesh - non si erano mai spinte nella graziosa zona sulla collina che domina i due laghetti di Bhopal, tra giardini e residenze ufficiali. «Gli uomini dopo un paio d'anni hanno rinunciato a battagliare. Loro no. Loro sono ormai quelle che gestiscono gli affari della famiglia, guadagnano, vanno a visitare cliniche, tribunali, uffici», nota con ammirazione Satinath Sarangi.

Ritorno a New Delhi

Il punto è che il lavoro e il salario erano solo parte del problema. Nel 2002 le «donne della cartoleria» sono tornate a New Delhi, dove hanno organizzato uno sciopero della fame durato 19 giorni, questa volta con una piattaforma più ampia. Chiedevano l'estradizione in India di Warren Anderson, amministratore delegato della Union Carbide all'epoca dela tragedia, perché fosse processato a Bhopal (la realtà è che il governo indiano, parte civile in rappresentanza delle vittime, aveva accettato nel 1989 un patteggiamento extragiudiziario con l'azienda chimica americana, che ha versato 470 milioni di dollari di risarcimento e chiuso così la sua responsabilità).

Chiedevano anche e soprattutto un monitoraggio e cure sanitarie a lungo termine per i sopravvissuti, che continuano a soffrire di tumori, tubercolosi, febbri, difetti riproduttivi. Sostegno economico e sociale per i sopravvissuti che non sono più in grado di lavorare: perché a Bhopal le vittime ufficialmente riconosciute hanno ricevuto (parecchi anni dopo l'incidente, tra il `95 e il `96) circa 15mila rupie, suppergiù 400 dollari di allora: ma è stato un pagamento una tantum. Chiedevano infine la bonifica completa del sito dello stabilimento: nella carcassa arrugginita della vecchia Union Carbide, restano tonnellate di residui tossici che filtrano nel terreno e nelle falde idriche.

In altri termini, il sindacato delle «sopravvissute del gas» ha posto dei problemi che riguardano il bene comune di tutta la comunità - è per questo che il mese scorso Rashida Bee e Champa Devi hanno ricevuto il premio Goldman, il riconoscimento che la fondazione Goldman di San Francisco dà ogni anno a attivisti e leader di battaglie ambientali e sociali in tutto il mondo.

Raccontano tutto questo, Rashida Bee e Champa Devi, mentre ritagliano degli strani poncho neri su cui sono disegnati polmoni gialli - li porteranno in corteo a Mumbai. Ci spiegano anche che spesso si sono trovate a essere un punto di riferimento per la loro comunità, soprattutto quando in India sono cresciute tensioni tra comunità religiose. Ricordano i riots di Bombay (era il `93), quando sembrava che anche le povere borgate operaie e gli slum di Bhopal dovessero infiammarsi: allora loro, una hindu e una musulmana, sono uscite insieme tenendosi per mano, e con loro le altre lavoratrici, e hanno girato per il quartiere facendo appelli alla concordia. E quella volta il pericolo è stato sventato.

«Cosa ho perso con il purdah»

Rashida Bee insiste. «Prima non sapevo nulla su come i problemi ambientali rovinano la salute delle donne e anche dei bambini non ancora nati. Ora so queste cose. E siamo noi che andiamo in giro a dirlo alle altre». Soprattutto, dice, «quando sono stata costretta a uscire di casa, dopo la tragedia, ho capito cosa avevo perso a stare in purdah», il regime di segregazione osservato dalle famiglie musulmane più tradizionali, con le donne sempre chiuse in casa. «Ho capito che le donne possono fare cose importanti fuori casa. Quando noi parliamo e facciamo sentire la nostra voce, anche l'impensabile diventa vero. Così ora quando discuto ho un argomento pratico contro la tradizione di tenere le donne chiuse in casa».





























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:54 |


lunedì, giugno 14, 2004
 

 

«Ho letto la sua storia sul supplemento de il manifesto dedicato alle leggi razziali. Sarebbe disposta a venire a raccontarla anche nella mia classe il prossimo anno scolastico? I miei alunni hanno sentito tanto parlare degli ebrei, ma non riescono ad immaginare come sono fatti e vorrebbero proprio incontrarne uno». Siamo nel 1995, poco dopo l'uscita della bella e lunga intervista curata da Elisabetta Castellani ad «Una «bambina intoccabile». La voce accattivante che mi giunge dall'altra parte del filo mi fa comprendere che il manifesto ha colto nel segno pubblicando, sotto il titolo comune «Ricordate quel 25 aprile?», una serie di monografie che forniscono strumenti di riflessione sulla storia italiana cinquant'anni dopo la Liberazione. Colgo al volo l'offerta del maestro sconosciuto, anche perché l'invito mi permette di conoscere il Laurentino 38, quartiere romano caratterizzato da case popolari collegate tra loro da ponti aerei di cui ho sentito tanto parlare, non sempre in modo benevolo.

La prima ebrea della loro vita

La scuola elementare di via Guido da Verona, dove sono attesa, ha un aspetto assolutamente insolito rispetto agli edifici scolastici della lontana periferia: è nuova, molto luminosa, con una bellissima biblioteca che funziona a pieno ritmo e ampi spazi per la socializzazione. Gli alunni delle classi 5e che hanno aderito compatte al progetto mi accolgono festosamente e mi scrutano con interesse. L'immediato commento è che la prima ebrea della loro vita è proprio come gli altri abitanti del quartiere, come aveva già spiegato il maestro Stefano.

Evidentemente riesco a metterli a loro agio perché, con domande sempre più pressanti, i miei giovani interlocutori dimostrano di voler sapere tutto, ma proprio tutto, sulla mia vita durante le leggi razziali e la persecuzione: come si viveva in un clima di feroce campagna antisemita, come si riusciva a campare se ai genitori era stato tolta la possibilità di lavorare, come si seguiva l'andamento della guerra senza la radio, in che modo sono sfuggita alle camere a gas e anche, soprattutto, come i bambini ebrei hanno imparato a leggere e scrivere se sono stati espulsi da scuola.

Sono i documenti che ho portato con me e soprattutto la pagella con la scritta «razza ebraica» e «privatista» a rendere palpabile la discriminazione e a suscitare un forte coinvolgimento emotivo. Gli alunni della scuola elementare di via Guido da Verona, la sera a casa, parlano con tale passione dell'incontro da suscitare l'interesse dei genitori, che poco o nulla sanno della vicenda, e la curiosità dei fratelli che studiano nella vicina scuola media. L'argomento «leggi razziali» continua ad essere dibattuto nei giorni successivi da studenti e docenti, che colgono al volo l'occasione dell'arrivo a Roma della mostra documentaria «La menzogna della razza» per visitarla in mia compagnia. Sono in molti ad aspettarmi un sabato mattina davanti al museo di piazza S. Egidio: i bambini, infatti, hanno coinvolto le famiglie al completo, facilitati anche della coincidenza con una giornata non lavorativa per molti adulti.

Nonostante le molte esperienze in proposito, non ricordo di aver mai guidato un gruppo più attento di quello degli abitanti di un quartiere che non aveva mai avuto prima occasioni di incontro con il mondo ebraico. Rammento le lunghe soste davanti ai pannelli; le domande a raffica; la commozione evidente soprattutto nella sala dedicata alla deportazione della comunità romana, con soste davanti alle fotografie delle decine di bambini che non hanno avuto il tempo di crescere, il rifiuto di tornare a casa per il pranzo; i panini mangiati in fretta accoccolati sui gradini del museo; il rientro fino a metà pomeriggio con lunghe pause per riflettere, commentare e decidere di organizzare sette giorni dopo un giro guidato del ghetto seguìto, nonostante il tempo inclemente, da una cinquantina di persone decise a scoprire un aspetto sconosciuto della loro città.

All'inizio del successivo anno scolastico, un genitore del consiglio di circolo propone di intitolare la scuola ad un bambino vittima della persecuzione, a dimostrazione di quanto l'esperienza abbia lasciato il segno. L'ampia discussione sulle implicazioni educative e pedagogiche di una simile scelta porta gli insegnanti a decidere di procedere dal basso, invitando gli studenti a sviluppare temi sulla Shoà in base a letture e a nuovi incontri. La decisione finale, rinviata al completamento degli elaborati, è influenzata in senso positivo dall'insistenza di vari alunni che, attraverso l'imposizione di un nuovo nome, vogliono «far rientrare a scuola i bambini della Shoà». Con l'aiuto del Centro di cultura ebraica fornisco l'elenco di tutti i deportati fino a quattordici anni di età, che sono stati rastrellati durante la retata del 16 ottobre del `43; sono 280 nomi, che gli alunni prima trascrivono su altrettanti bigliettini, poi immettono in un bussolotto. Non manca un primo colpo di scena perché, quando qualcuno ricorda che la trasmissione dell'ebraismo avviene per via femminile, sono tolti dal bussolotto i nomi maschili e lasciati solo quelli femminili.

«Gli ebrei sono tutti vecchi?»

Ritorno in via Guido da Verona con «Il libro della memoria» di Liliana Picciotto Fargion, quando mi si chiede di raccontare la storia delle tre bambine i cui nomi sono stati estratti a sorte. La scelta è difficile, e gli alunni delle quinte decidono di rimandarla a dopo una manifestazione scolastica di fine anno a cui mi si chiede di partecipare accompagnata da amici ebrei, tanto da dimostrare loro di non essere l'unico esemplare rimasto a Roma (i ragazzi di oggi hanno una ben strana percezione degli ebrei. Ad una giovane correligionaria che va a parlare di Shoà nelle scuole è stato chiesto più volte se veramente era ebrea; di fronte al suo stupore, gli studenti hanno commentato che «per loro, gli ebrei sono tutti vecchi»).

Rispondiamo in cinque all'invito, molto ben disposti ad ascoltare l'esposizione del lavoro compiuto dai bambini a base di riflessioni ed elaborazioni intorno al tema del razzismo; dopo gli alunni, tocca a noi descrivere in breve la nostra vita di piccoli discriminati. E' soprattutto Nando Tagliacozzo, che aveva quattro anni al momento della retata a cui è riuscito fortunosamente a sfuggire, a colpire la fantasia dei presenti. «Sapete bambini», esordisce pallidissimo ed emozionato lo sconosciuto dai capelli bianchi, «ho deciso di raccontarvi una storia di cui non ho mai parlato neppure con mia moglie e i miei figli. Anch'io avevo una sorellina che si chiamava Ada, che è stata deportata a otto anni il 16 ottobre `43».

E' una illuminazione. E' Ada Tagliacozzo la piccola ebrea a cui dedicare la scuola, perché si è come materializzata attraverso il ricordo del fratello. La trafila burocratica per cambiare nome alla scuola di via Guido da Verona è lunghissima, ma nessuno si perde d'animo. Si arriva finalmente all'anno scolastico 1999/2000; alla cerimonia di inaugurazione sono moltissimi gli invitati, tra i quali il presidente della camera Violante, il presidente della circoscrizione con alcuni consiglieri, il rabbino capo Toaff, il presidente della Comunità ebraica Paserman. Ada Tagliacozzo non è solo un nome inciso sulla targa davanti alla scuola, è diventata una presenza viva; a lei è dedicato un cd-rom multimediale e, l'anno successivo, un cortometraggio che prende corpo a partire da una sceneggiatura scritta dagli alunni.

Il «corto», diretto dal regista Romeo Costantini e intitolato semplicemente «Ada», è frutto di un lungo e corale lavoro di ricerca a cui ancora una volta partecipano alunni, insegnanti e genitori e amici anche in veste di attori, scenografi, costumisti. Dalla prima proiezione a fine 2001 all'Istituto ebraico «Pitigliani» a Roma, «Ada» ha preso a girare l'Italia in lungo e in largo, dimostrando come la memoria di un passato rimosso per troppi anni può essere mantenuto vivo da bambini di una lontana periferia, che prima non sapevano neppure come fossero veramente gli ebrei

 























postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:40 |
 

 

Un 24enne di Tremosine, C.D., è morto dopo essere caduto nel lago di Garda con il parapendio. Il giovane si era lanciato dal monte Pizzocolo e avrebbe dovuto atterrare sulla riva ma ha perso il controllo ed è finito in acqua. È stato subito soccorso da volontari, carabinieri e vigili del fuoco, ma le sue condizioni sono apparse subito gravissime. Portato con l'eli-ambulanza all'ospedale Civile di Brescia è deceduto circa due ore dopo. Degli accertamenti si stanno occupando i carabinieri della stazione di Toscolano Maderno

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:11 |
 

 

Un ragazzo di 25 anni, Alessandro Grimaldi, è morto annegato questo pomeriggio nel tentativo di salvare la sua fidanzata travolta dalle onde del mare. La tragedia si è consumata sulla costa di Realmonte, in provincia di Siracusa. Il ragazzo si è lanciato in acqua riuscendo a mettere in salvo la ragazza, ma le onde lo hanno successivamente sopraffatto ed è annegato

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:10 |


sabato, giugno 12, 2004
 

 

Era la fine degli anni sessanta. Ogni giorno, a trent'anni, ci si poteva svegliare con qualcosa che, sicuramente, era giusto e buono fare, avvolti come in una coperta calda dall'incosciente consapevolezza di contare, anche nelle nostre povere case piene di mobili raccolti per strada e spavaldamente dipinti di rosso. Di rosso molti di noi avevano dipinto anche i telefoni, che per lo più funzionavano, e i termosifoni, che per lo più non funzionavano. C'era sempre una battaglia da combattere per cui non ci si chiedeva mai se si avevano gli strumenti adatti. Ma allora il bene, per chi era doverosamente di sinistra, era chiaramente separato dal male e vivere era, in fondo, molto semplice. I soldi li consideravamo essenziali per gli altri, ma per la nostra vita non avevano alcun significato. Con meravigliosa incongruenza discutevamo mattina e sera sui nostri operai sfruttati dal padrone, sfilavamo in corteo perché a loro fosse dato il giusto salario, ma per quanto ci riguardava esibivamo con orgoglio gli stracci variopinti di cui ci vestivamo, strascinavamo per le strade gli zoccoli d'ordinanza, abitavamo in case degradate dotate di un cessetto pensile, ma rigorosamente collocate nelle zone più belle di Roma, mangiavamo la pizza nei locali più sporchi e antigienici che si potessero scovare, senza lontanamente immaginare che i nostri operai avrebbero avuto orrore di tutto questo e che, anzi, proprio da tutto questo volevano fuggire.

Operai sconosciuti

Il nostro stile di vita era una bandiera delle nostre idee. Del resto nessuno di noi aveva mai conosciuto veramente un operaio. Ricordo con fastidioso disagio persone di sinistra, ma di quella specie che una casa bella ce la aveva con i mobili giusti, di grande costo ma buttati lì come a caso, che ci invitavano: «Venite anche voi, c'è un operaio da noi stasera». Con i pochissimi soldi che avevamo in tasca vivevamo Roma come un meraviglioso salotto tutto per noi: allora questo era possibile.

E per le donne si era aperto il mondo tutto nuovo della libertà sessuale. La mia generazione era cresciuta nella fobia del sesso, con il mito della verginità protetto dagli improbabili vestiti confezionati con i ruvidi tessuti di lana che l'Unrra ci aveva lasciato in eredità. Il termine «mestruazioni» l'ho appreso a diciotto anni da un libro di Simone de Beauvoir, «Il secondo sesso». Fino a quel momento nessun nome, si alludeva solo a bassa voce a «quelle cose», era stato usato per identificare il vergognoso segreto che si doveva proteggere ad ogni costo. In quei giorni mai dare la mano ad un uomo perché loro se ne accorgevano subito anche solo sfiorandoti un dito...

E poi all'improvviso personaggi ben più importanti delle nostre madri come Freud e Reich, ci avevano raccontato che la sessualità è un bene, che l'orgasmo (ma chi mai ne aveva sentito parlare) è un diritto, che distendere il proprio corpo nei letti più diversi al suono delle canzoni di Joan Baez e Bob Dylan è un dovere per una brava ragazza di sinistra. Forse abbiamo un po' equivocato, certamente abbiamo un po' semplificato, ma che ci si poteva aspettare da ragazze che erano cresciute quando al Festival di Sanremo trionfava Nilla Pizzi con «Grazie dei fiori»?

Ma non si godeva solo. Avevamo i nostri furori e le nostre disperazioni. Valle Giulia e la nostra compagna strattonata con violenza dalla polizia con i lunghi capelli biondi strascinati sull'erba, la strage di piazza Fontana e tutti quei morti. I primi dubbi sulla linea di demarcazione tra il bene e il male, la poesia di Pier Paolo Pasolini , «II Pci ai giovani» (Vi odio cari studenti):

Quando ieri a valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti

io simpatizzavo coi poliziotti.

Perché i poliziotti sono figli dei poveri.


Cominciavano gli anni settanta. Il 30 dicembre del 1972 stavo infilando la chiave nella porta di casa quando mi sono sentita chiamare dal piano di sopra: «Vieni su a bere qualcosa». La frase di rito con cui iniziavano le nostre serate alla scoperta della vita.

Sono entrata in una stanza completamente al buio; nell'incerto chiarore che veniva dall'esterno ho intravisto due figure distese in un letto che si confondevano in una sola macchia scura. Dall'altra parte della stanza una fila di sedie su cui sedevano altre ombre indistinte a cui mi sono unita. E , perché il retaggio piccolo-borghese è duro a scomparire, ho detto a bassa voce: «Piacere, Anna». L'ombra più vicina ha mormorato: «Piacere, Pietro» e l'ombra accanto gli ha fatto eco: «Piacere, Roberto». Per un po' non c'è stato niente altro da dire. Mi sono chiesta per una decina di minuti se le due figure nel letto facevano davvero l'amore, se noi eravamo chiamati ad applaudire, a partecipare, a tifare per l'uno o per l'altro...

Intanto a mano a mano che il tempo passava, mi abituavo, proprio come succede al cinema, a quel buio e alla fine ho visto che il mio vicino, «Piacere Pietro», aveva una testa riccia e disordinata che mi era nota, un viso aguzzo che conoscevo bene. E' stato un lampo: è Pietro Valpreda! e quello accanto è Roberto Gargamelli! Mi era toccata la sorte di accogliere Pietro Valpreda nella sua prima entrata nella vita normale (anche se la situazione di normale non aveva proprio nulla).

Una vittima del sistema, uno che aveva scontato innocente tre anni di carcere, uno per cui avevo sfilato in corteo scandendo lo slogan «Valpreda libero!», il simbolo vivente dell'ingiustizia che oscurava il mondo, per la cui liberazione avevo fatto di tutto tranne l'unica cosa sensata che potessi fare, votarlo.

Subito è stato un fiotto di balbettii, inconsulti, intrisi di senso di colpa per la mia vita degli ultimi tre anni, che era stata così diversa dalla sua, per quell'abisso che ci separava e che e io non potevo, in nessun modo, azzerare con le parole. Una gran voglia di fare, fare, fare, ma cosa? E una gran vergogna per noi, per quel disagio avvolto nel buio, per tutto.

Finisce la serata

Più tardi qualcuno ha acceso le luci, le ombre del divano si sono separate: la serata era finita. Nel salutarci Valpreda ha detto: «Ti accompagno». E io: «Per poco, abito al piano di sotto». E ancora, scendendo quei pochi scalini: «Non sappiamo dove andare a dormire, io e Roberto». Allora mi si è aperta un'eccitante possibilità di fare e ho offerto il letto in più che tutti allora avevamo nelle nostre case per far fronte al via vai incessante degli ospiti più improbabili. Ho aperto la porta di casa e ho cercato di mettere loro in mano una tazza di caffè, un bicchiere di liquore, un panino. Ma erano tanto stanchi e volevano solo dormire.

Allora affannosamente ho cambiato le lenzuola del letto matrimoniale (come dimenticarsi che non si fanno mai dormire gli ospiti in lenzuola già usate) e ho portato nella stanzetta accanto un altro paio di lenzuola pulite per la brandina. A questo punto Gargamelli, che non aveva detto ancora una parola (come era spaventosamente giovane!) ha steso le braccia: «No, no. Me lo faccio da solo il letto». Disorientata, ho inghiottito a fatica il senso di quel «me lo». Ero io quella che doveva dormire con Valpreda, non lui: l'unica donna era riservata al capo. Ho perso di botto tutto il mio impegno per la lotta di classe e ho pensato con rabbia: «Ma perché, se hanno dormito insieme in cella per tre anni». Ma non ho avuto il coraggio di ribattere e ubbidiente mi sono infilata nel letto matrimoniale insieme a Pietro Valpreda.

Ma la luce no

Vicino a me ho lasciato una piccola luce accesa e Valpreda ha detto: «La luce no. Non sono più abituato a dormire con la luce». E di nuovo un gran senso di colpa. Ho poggiato sulla lampada uno velo indiano colorato che per poco non è andato a fuoco. Finito anche il nostro affaccendarsi intorno alla lampada e allo straccio bruciacchiato non c'è stato proprio niente altro di cui occuparsi. Al buio Pietro Valpreda ha allungato con gentilezza una mano verso di me e io ho detto: «No». La sua voce nel buio: «Perché mi dici di no?». E io mi sono rivista sfilare in quei tre anni, con la gonna da zingara, gli occhi truccati col kajal , i capelli lunghi sino alla vita a scandire insieme a tanti altri: «Sì a Valpreda». Quando ho allungato la mia mano verso di lui Pietro già dormiva. E allora ho capito di vegliare il sonno non di un eroe o un simbolo, ma di un uomo invecchiato precocemente dal carcere, malato, stanco, vinto e ormai tanto lontano da noi.

Uno o due giorni dopo, appena le autorità glielo hanno consentito, Pietro è tornato a Milano dalla sua donna e ha avuto da lei un figlio, Tupa Libero Emiliano. Ha dimenticato senz'altro quel timido, impaurito, coraggioso tentativo di mostrarsi un uomo come tutti gli altri. Io non ho dimenticato.

 










































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:27 |
 

 

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postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:01 |
 

 

"Ha visto che bello lo spot della Xxxx?". "No, guarda, lo spot della Xxxx fa schifo. E quello dell'Xxxxxx è peggio ancora". Dialogo realmente avvenuto. Il secondo signore che parla è uno che non ne può più ormai di vedere - e sarà il terzo europeo con un paio di mondiali in mezzo - gli spot dei calciatori famosi. Da un decennio o quasi sono tutti uguali - e i creativi li chiamano creativi. C'è il superbig della situazione insieme ad altri superbig, da Beckham a Ronaldinho a Totti, che palleggiano in situazioni strane, corridoi d'alberghi, torri metalliche, tinelli privati, toilette pubbliche, si divertono una cifra, si passano e ripassano il pallone, scartano, poi arriva l'arbitro e fa un'entrata a gamba tesa e tutti ridono (!), poi arriva uno, in genere Zidane, che calcia molto forte e il pallone sorvola tutto e tutti e va in uno stadio e si infila in rete.

I signori in questione, beniamini degli appassionati di tutto il mondo, vengono pagati cifre apocalittiche per fare i bambascioni in questi spot, da dieci anni almeno. Quel signore molto critico nei loro confronti, non ha nessuna difficoltà ad ammettere che per un decimo della cifra si farebbe fare un'entrata a gamba tesa anche dall'arbitro Moreno. Però se un giorno qualcuno si alzasse a dire che non se ne può più, magari migliorerebbe tutto quanto di colpo.

Tipo queste simpatiche diatribe che stanno ammorbando la vigilia degli azzurri: Gattuso che si alza e reclama il posto per sé e anche per Pirlo, che è timido, non riesce a dirlo in pubblico e forse gli ha fatto una delega scritta come alle riunioni di condominio; Del Piero che si alza e dice che lui non è inferiore a Totti (e alle sue spalle intuisci la presenza del manager con i contratti pubblicitari che stanno a dimostrarlo). Oddo - Oddo! - che riempie di polemiche la vigilia sostenendo di essere un difensore (e noi che pensavamo che Trap lo avesse portato in Portogallo perché aveva fretta di stilare la lista dei 22 e gli serviva uno con un nome corto).

Ecco, nessuno ci toglie dalla testa che tutto questo nasca non - come una volta - all'insegna di sane arrabbiature, di sane invidie e delusioni per non avere il posto fisso: ma nasca invece da strategie di pubbliche relazioni, quelle moderne, mutuate dalla tv e dai divi della tv. Quelle che se scoppia una polemica e tu, personaggio, non ti accodi e urli più forte, tutti hanno il sospetto che non ci sei, non ce la fai, non sei connesso e sei fuori gioco comunque.

Per non parlare di lui, lui in persona, il Trap. Si tende a dirlo pochissimo, ma il Trap desideroso di rifarsi l'immagine dopo alcuni rovesci coreani e giapponesi, si è tutelato. Adesso l'immagine gliela gestisce Lele Mora. Per chi avesse la fortuna di non conoscerlo, è il numero uno in Italia dei manager di spettacolo. I migliori - diciamo così - li gestisce lui. Per fare un nome autorevole, Costantino. Chiunque sia. A quel punto il Trap sente Gattuso che si inalbera, Oddo che gli va dietro e così via, e la sua reazione è: bene, sono contento di vederli tonici e reattivi. Il che avrebbe un senso, se non fosse che per il tono, molto diverso che in passato. Più televisivo, diciamo.










postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:59 |


martedì, giugno 08, 2004
 

Mi è difficile ricordare Reagan senza che riappaia l'immagine sbalordita del ragazzino di «Back to the future» che, catapultato per magia nel passato degli anni `50, a chi gli dice chi è il presidente degli Stati uniti non riesce a credere si tratti davvero di Ronald, l'attore di serie B della sua infanzia. Eppure, fu proprio il fatto di non provenire né dalla casta militare - uscita malconcia dopo la disfatta nel Vietnam - né da quella dei politici di professione - cui si imputava l'inaspettato impoverimento dell'America, alle prese con una recessione perdurante che evocava storie da grande depressione - quel che aveva consentito il successo del 40° presidente degli Stati uniti: egli è stato infatti il precursore dell'ondata «antipartitica» che ha poi via via investito quasi tutto il resto del mondo. Cosa di meglio che ricorrere al vecchio, sempre vivo mito del West, ai suoi generosi, coraggiosi e sempre vincenti cowboys, per curare la sindrome del pessimismo che alla fine degli anni `70 aveva colpito l'orgogliosa società americana? Scrisse Noam Chomsky che il compito che era stato affidato a Reagan «era di sorridere, di leggere dal `gobbo' con voce piacevole, dire un paio di battute, e di far sentire l'uditorio a suo agio. La sua sola qualifica per gestire la presidenza era che egli sapeva come leggere le righe scritte per lui dai ricchi e potenti. Per otto anni il governo ha virtualmente funzionato senza una effettiva guida dell'esecutivo». Nel lancio dei leader politici (come dei prodotti per il supermarket) le virtù mediatiche contano assai più della sostanza, ma non c'è dubbio che nel caso di Ronald Reagan l'operazione è riuscita ai demiurghi di Wall Street nel migliore dei modi. Perché Reagan è stato un grande presidente, nel senso che ha segnato un'epoca, ha cambiato la struttura delle nostre società, i valori e le idee. Il suo vero genio fu di reintrodurre nella politica l'ideologia, proprio quando i democratici (e la sinistra in Europa) cercavano di liberarsene. E così riuscì a dare la valenza di una missione religiosa, reclutando diavolo (l'«impero del male») e santi (lo «juppie» - young upper professional). Ha buon gioco il piccolo Bush, quando nel commemorarlo dice: «Ci ha liberato dalla tirannide», perché persino ai poveracci che vivevano di welfare è riuscito a far sentire come un'intollerabile intrusione nella loro vita privata l'intervento dello stato. Margaret Tatcher - che il movimento pacifista immortalò in un manifesto fra le sue braccia come Rossella O'Hara-Vivien Leigh in quelle di Rhett Butler-Clark Gable, sotto la scritta «Via col vento» - sebbene sia stata oltreoceano più che la sua partner il suo battistrada, non riuscì mai ad acquisire lo stesso carisma. Non solo perché la vecchia Europa aveva altri anticorpi, ma perché non era un cowboy. La fortuna che il nuovo Vangelo ebbe anche nel vecchio continente non sarebbe forse mai stata possibile senza che alla lucida distruzione del «vecchio» - entro cui furono racchiuse tutte le conquiste del movimento operaio - operata dal premier britannico, non vi si fosse aggiunta la componente hollywoodiana.

Il potere mediatico del reaganismo è stato tanto forte che si esercita ancor oggi. Non solo su Berlusconi. Anche su tutti i bravi democratici, persino di sinistra, che hanno scritto i «coccodrilli» pubblicati in questi giorni. A leggerli sembra che davvero l'America lasciata nel 1988 in eredità da Reagan fosse un paese risanato. Il povero Bush padre che gli succedette si trovò a far fronte al più grave deficit pubblico che la storia ricordi, per via della riduzione fiscale e della contemporanea impennata della spesa militare; a un debito internazionale che si avvicinava al 20% del pil; a una bilancia commerciale del tutto scompensata; a un tasso di disoccupazione minore del 10%, ma solo grazie alla moltiplicazione del lavoro nero, precario e pagato come nel terzo mondo e allo sconsiderato sviluppo dell'industria bellica; a un deterioramento gravissimo delle infrastrutture, innanzitutto quelle educative e sanitarie (una mortalità infantile che collocava nel 1987 gli Usa al 22° posto tra le nazioni, ma al 43° in relazione alle minoranze etniche); a una montagna di misure protezioniste; a un'ingiustizia fiscale senza precedenti; a un allargamento della disuguaglianza.

Un «miracolo», ottenuto come risultato di una battaglia frontale coi sindacati, sterminati come una tribù indiana e il cui primo atto fu il lunghissimo braccio di ferro con i controllori di volo, che lasciò per un tempo infinito paralizzata l'America e si concluse con il licenziamento di 11.000 addetti (il replay fu la crociata di Thatcher contro i suoi minatori). In quest'epoca sono venuti alla luce gli accordi sindacali, chiamati «accordi di concessione», aventi per oggetto la riduzione concordata del salario, anche fino al 17%, come avvenne per il primo della serie, quello dei conducenti, presi alla gola, dei treni suburbani del New Jersey. Le cose tutt'oggi non sono molto cambiate, solo che ora se ne parla meno. In realtà la grande invenzione della reaganomics, la «supply side», la famosa «economia dell'offerta» - che lo stesso George Stigler, pur appartenente alla scuola di Chicago ebbe a definire, con grande imbarazzo della Casa bianca, un «trucco» - non ha funzionato. Ne è derivato il mostro della «recessione inflattiva» prolungata che conosciamo. Ma ci ha lasciato in eredità concetti come flessibilità, deregulation, privatizzazioni.

Oltre ad aver messo in piedi il più efficace apparato di agit-prop della storia americana, Reagan è stato anche il più prolifero inventore di «operazioni coperte» - le guerre clandestine («a bassa intensità») - che durante la sua presidenza hanno raggiunto un livello senza precedenti: quella dei contras in Nicaragua e poi le operazioni in Salvador e Honduras che gli consentirono via via di sabotare la lunga serie di accordi di Esquipulas con cui si era tentato, dopo anni drammatici ed eroici, di trovare un compromesso per il Centro America. Gli «interventi umanitari», che hanno poi avuto grande successo, sono una sua invenzione: l'invasione di Grenada, nel 1983, una intricatissina storia con la quale la Casa bianca, tramite il fedele Michael Ledeen (spesso tuttora ospite del salotto di Vespa) tentò di coinvolgere anche l'Internazionale socialista e personalmente Willy Brandt, tirando fuori dagli archivi sottratti alla minuscola isola delle Grenadine (e tuttora in custodia a Washington) - accusata di minacciare gli Stati uniti per via di un aeroporto costruito da cubani (doveva servire ai charter dei turisti) - le prove del legame segreto fra il New Joel Movement, la formazione socialista al governo, Fidel e la Spd. Umanitario, e dunque non soggetto alle regole della convivenza internazionale, fu considerato anche il bombardamento della Libia, nel 1986.

Ma l'epoca di Reagan è stata soprattutto l'epoca in cui è davvero tornata la paura che una guerra grande, frontale e fatale, potesse scoppiare. Sono stati gli anni in cui dalla guerra fredda si è rischiato di passare a quella calda, l'epoca della installazione dei Pershing e dei Cruise in tutti i nostri paesi, dello Scudo spaziale che avrebbe annullato, proteggendo l'America, il condizionamento della deterrenza. Gli anni di Comiso, di Greenham Common, delle gigantesche mobilitazioni pacifiste in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Spagna. Il pacifismo europeo attuale è nato allora, o meglio, fu il movimento pacifista che per la prima volta, ben più efficacemente di quanto non avessero mai fatto le istituzioni, consentì alla società civile di scoprire la dimensione europea. Contro la maggior parte dei governi. L'Italia, anche allora, fu il fiore all'occhiello: a Williamsburg, dove nel luglio '83 fu definitivamente decisa l'installazione dei missili annunciata nel `79, Fanfani, presidente del consiglio già dimissionario, arrivò addirittura in anticipo per sancire uno speciale, privilegiato legame con Reagan. Poche settimane dopo il suo successore Bettino Craxi incaricò il ministro della difesa Lagorio di farci picchiare selvaggiamente davanti ai cancelli dell'aereoporto del Magliocco dove, ingenuamente, sperimentavamo per la prima volta le tattiche non violente dei pacifisti inglesi per bloccare coi nostri corpi l'arrivo dei convogli militari. Il sussulto di orgoglio di Sigonella poteva aver luogo solo in un quadro generale di fedeltà a Washington.

Se quei missili non furono sparati e poi si arrivò alla firma di alcuni (ma solo di alcuni, ed ora denunciati da Bush) accordi di disarmo, non fu comunque merito di Reagan, come ora in morte si sta dicendo. Fu soprattutto grazie allo straordinario coraggio di Michail Gorbaciov, un uomo che di errori ne ha fatti (e continua a farne) tanti, ma cui la storia dovrà rendere giustizia per la spregiudicatezza e la lungimiranza con cui agì. Fu merito anche di quel movimento pacifista europeo che riuscì a sabotare il tentativo reaganiano di reclutare alleati fra i giovani dell'est europeo, stabilendo una miriade di rapporti coi semiclandestini gruppi di pacifisti che operavano oltre la cortina di ferro, in nome di un'ipotesi di democratizzazione dei loro paesi che non passasse attraverso la guerra ma attraverso la pacifica via del disarmo unilaterale, nella prospettiva di un'«Europa senza missili dall'Atlantico agli Urali», di «patti da sottoscrivere non con gli amici ma con i nemici», come dicevamo allora.

La guerra non ci fu, ma certo quella installazione di missili ha prodotto, anziché una democratizzazione del blocco sovietico, il costosissimo disfacimento che sappiamo. E in America è stata per un verso puro oppio per l'economia, per l'altro accelerazione della micidiale logica che presiede tutt'ora alla politica del paese: supplire con la forza delle armi alla perdita di egemonia e di potere economico. «Noi siamo 200 milioni, loro sono cinque miliardi. Vogliono avere quello che abbiamo. Non glielo permetteremo». Questa frase di Ronald Reagan non mi è mai più uscita di mente.


















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lunedì, giugno 07, 2004
 

 

Brest è una piccola città, appena 150.000 abitanti, eppure al primo sguardo dà l'impressione di essere immensa. Forse l'inganno fa presa solo su chi la misura col metro delle vecchie città europee, fatte di centri storici medievali, vicoli, piazze, campanili, dove ogni meta sembra dietro l'angolo. Qui invece è tutto grande, largo, simmetrico, moderno; per riuscire a raccapezzarsi è necessario riorganizzare i propri parametri percettivi. Se venite qui per restarci qualche tempo e vi capita di abitare in uno qualsiasi dei quartieri residenziali, preparatevi a lunghe schiere di villette bianche coi tetti d'ardesia neri - casette a due-tre piani, con un paio di metri di giardinetto impeccabile, eguali le une alle altre, solo i nomi delle strade cambiano e potreste continuare a perdervi per settimane, a cento metri dal vostro alloggio. Rashid vive a Brest da qualche anno; emigrato da Gibuti, si è fermato a Montpellier per un po'; poi la situazione s'è fatta troppo movimentata e ha deciso di trasferirsi in una regione con meno tensioni. Ha 27 anni, sta terminando gli studi in economia, specializzazione in tecnica bancaria o qualcosa del genere. Per lui l'impianto razionalista della città non è un problema, si muove con disinvoltura ovunque - a piedi, sempre a piedi. Esce in genere di mattina non troppo presto; percorre la strada che porta da casa di son frère Ahmed - quartiere di Kerouac - verso Landérec, attraversa il ponte in direzione del policlinico poi verso la facoltà di lettere e giù per la rue de Siam che finisce a pochi passi dal porto.

La sagoma di Rashid è inconfondibile: alto, smilzo, dreadlocks raccolti dietro la nuca. Indossa una giacca chiara, jeans, scarpe scure senza stringhe e una borsa nera a tracolla che gli batte il tempo sulla natica al ritmo della falcata lunga, regolare e morbida. Non lo spaventa la pioggia costante che d'inverno s'attacca alle coste rocciose di questo lembo dell'occidente estremo; veritable brestois, nessuna delle sue innumerevoli attività subisce variazioni a causa di questa seccatura metereologica.

La sua è una giornata fitta d'impegni: lezioni alla facoltà di economia, consultazioni in biblioteca, pranzo in mensa, appuntamenti nei vari uffici del comune per le pratiche relative all'appartamento - a fitto agevolato - di cui sta per prendere possesso. Un paio di volte al mese va all'ospedale per sottoporsi a certe visite di controllo.

Ferito in una rissa

Rashid ha un'aria cupa quando racconta che una sera, mentre tentava di placare una rissa, è stato ferito gravemente; dopo 10 giorni di coma e diversi mesi di riabilitazione si è ripreso e ha intentato causa all'amministrazione comunale, perché le forze dell'ordine non sono intervenute in tempo utile. Si ritiene soddisfatto della sentenza emessa in suo favore; aspetta con trepidazione il risarcimento.

Con tutte le faccende che ha da sbrigare, la sua borsa contiene sempre una certa quantità di documenti, moduli e lettere; mentre spiega questa o quell'altra procedura, elenca le vittorie e gli ostacoli superati, mostra le prove, agita i fogli a sostegno delle parole. Carta canta. Ha la capacità di sapersi relazionare con le istituzioni in modo da indurle al rispetto dei suoi diritti: davvero invidiabile; non c'è anfratto del sistema di sicurezza sociale che non conosca a menadito, sa dove ci si deve rivolgere a seconda delle specifiche esigenze e categorie sociali d'appartenenza, a chi, in quali orari.

Con le ragazze ha maniere estremamente cortesi, come si usa da queste parti: sorride, cede il passo, si affretta ad aprire porte. Anche nelle variazioni dei registri linguistici si destreggia come un acrobata e passa dal linguaggio svelto e tronco dei negozianti e degli studenti ai formalismi di quello burocratico o accademico, altra storia rispetto al francese che usa coi suoi frères. Duttilità ne ha d'avanzo.

Nel silenzio dei caffè all'ora di pranzo discute di politica internazionale. Sa che il luogo da cui proviene, piccolo e sperso nell'immensità dell'Africa, non è oggetto d'interesse dei media europei, allora sintetizza l'essenza del suo paese, con una punta di disprezzo nella voce, dicendo che lo stato di Gibuti è apparso un giorno, sulle carte geografiche e nei discorsi delle persone perché la Francia aveva bisogno di controllare il porto omonimo, a nord del golfo di Aden, all'estremità meridionale del Mar Rosso. Tuttora Gibuti - porto, città e stato - è un'entità formalmente libera in cui, di fatto, governa Parigi, dice Rashid.

Non rivolge mai domande che riguardano la sfera privata e diventa subito nervoso se gli si chiede della sua vita di prima, prima di emigrare. Qualche volta succede che si lasci andare e cambia tutto nel suo modo di parlare, svanisce l'aria di baldanza che lo caratterizza, il tono sicuro come la cortesia suadente e lo sguardo discreto; la memoria si fa strada nel luccichio degli occhi, nei gesti marcati e nelle parole che evocano suo padre e la pompa di benzina dove lavorava prima che si decidesse la partenza; sua madre mentre butta in pentola cento cose per lo stufato; le barche dei pescatori che entrano nel porto di Gibuti e le donne che li accolgono coi capelli freschi di henné.

Ricordo doloroso

Il ricordo parlato gli provoca dolore, un male fisico che gli fa aggrottare la fronte, resiste pochi minuti, poi si schermisce, ripete: «Arrète! Arrète!»; ma la memoria, una volta che si è aperta la strada, non si lascia facilmente rimettere in gabbia. «Je suis un Afar», una popolazione che vive in tutto il corno d'Africa, dice Rashid; non c'è traccia d'orgoglio nella voce, ma una tristezza cupa che introduce il racconto delle guerre in cui gli Afar erano schierati gli uni contro gli altri e si sono uccisi a vicenda perché indossavano divise di diverso colore. Non traspare rabbia dalle sue parole ma il viso si contorce in una smorfia quasi ironica, alza le sopracciglia come in segno di rassegnazione, a dire: «così è stato».

Non tarda a tornargli il buon umore se il discorso cade su Ahmed e Salim, che condividono con lui l'origine del percorso e il contesto attuale dell'esistenza. In attesa di fare il trasloco, abita con Ahmed e sua moglie Élodie, che tiene in grande considerazione. Parla con trasporto dell'incarico importante che svolge nell'amministrazione municipale e ancora una volta estrae dalla borsa un foglio, una lettera di presentazione firmata da lei per accedere ad un corso di specializzazione ulteriore.

Poi si fa serio di nuovo: «Je suis partagé», dice Rashid, è combattuto, non sa se scegliere di entrare in un circuito di finanza etica legato a progetti di cooperazione a Gibuti oppure andare a lavorare nella banca di un parente, dove lo attende una carriera sicura. Ogni tanto scompare dalla circolazione per giorni, ha da fare, questioni familiari da risolvere qui e laggiù su cui mantiene il più stretto riserbo. Comunque si eclissa sempre dopo una notte bianca, trascorsa nei locali del quartiere vecchio a bere, ascoltare musica, parlare, ballare.

Le notti di Rashid sono diverse dai suoi giorni. Intanto ha una regola: esce solo quando può permettersi di bere senza limiti di spesa. Inizia il suo giro già nei pressi del ponte di Landèrec, tocca le prime due o tre birrerie dove conosce tutti e tutti tratta con gentilezza e celtica confidenza, la stessa con cui viene ricambiato. Passata la mezzanotte è ora di muoversi verso la Tête Raide - concerto tutti i giorni e ingresso gratuito. Rashid osserva la sala dalla sua postazione preferita: vicino al bancone, ottima vista sul palco. È capace di stare lì fermo per ore, a parte le ovvie e frequenti visite al gabinetto. Specie se si ratta di gruppi che suonano reggae, roots e ska, osserva ed ascolta attentamente i musicisti, è un critico di estremo rigore. Il concerto finisce, la pista si svuota mentre attacca il sound system e Rashid abbandona il suo avamposto, lentamente comincia a ballare con un sorriso beato stampato in faccia. «Regarde!», esclama ad alta voce: «Chez nous on danse comme ça le reggae! Le reggae des Afars!». Mostra anche come danzano le donne, ne descrive le movenze e si entusiasma al ricordo di come ballano muovendo la testa e il collo, le spalle e le braccia, il busto e il ventre, le gambe.

Alle quattro il locale chiude, Rashid esce di malavoglia e barcollante, accusa il colpo, incespica e si avvia verso casa con le mani in tasca e il viso affondato nel bavero della giacca. Mugugna, pare di cattivo umore, ricambia il saluto di quelli che incrocia per via ma senza i convenevoli soliti degli incontri sobri, anzi è piuttosto freddo a meno che non si tratti di qualche fratello, ma i bar di questo quartiere sono poco frequentati dai migranti di Gibuti.

Gli ubriachi si diradano

Una volta che Saint Martin è alle spalle, i gruppi di giovani ubriachi, festaioli e chiassosi o lugubri e rissosi, si diradano, Rashid cammina lungo il viale in silenzio, si ferma all'improvviso come per riflettere ma invece accenna qualche passo di danza, o così sembra. Dice qualcosa tra sé mentre la coreografia si fa complessa; alza la voce, pronuncia dei suoni secchi - non è francese, sta usando la lingua Afar. Pesta i piedi alternandoli, segue un ritmo che sente lui solo, disegna con le braccia delle figure e gira ogni tanto la testa di scatto, i dreadlocks gli colpiscono le guance. In certi precisi momenti della danza grida qualcosa, hanno l'aria di essere parole d'incitamento o di sfida. Rashid è momentaneamente assente, non c'è per nessuno che non sia in grado di intendere le sue parole e i gesti; durante il monologo di guerra si trova in un ambito di senso poco traducibile anche per un altro ubriaco come lui. Arriva il tempo in cui i movimenti faticosi della danza si trasformano in passi pesanti e le grida tornano ad essere frasi in lingua coloniale; questo non vuol dire che Rashid abbia ritrovato l'armonia diurna col mondo circostante. Anzi, inveisce contro tutto e tutti ma non chiama per nome i suoi interlocutori.

Fino quasi all'imbocco di Landérec, continua il suo discorso avvelenato, rabbioso; le prime raffiche di vento che tagliano la faccia danno il benvenuto sul ponte dei suicidi e consigliano di conservare le energie e affondare le mani in tasca. Come nel passaggio da una dimensione all'altra, Rashid torna in un attimo nei suoi panni diurni, il tono affabile, leggermente imbarazzato; la luce comincia a filtrare attraverso le nuvole. Non sono ammesse domande, né ha senso alcuna spiegazione. Tout se tient.

 



































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:04 |
 
Gorge Bush che si paragona a Roosvelt non è poi molto sorprendente, anche Little Tony credeva di essere Elvis. Per il resto, bella la cerimonia, bene che nessuno si è fatto male, buono il menu tutto tricolore, un po' impagliate le ragazze, Lòura, come dicono i tg, e Veronica, the queen of Brianza. Alla fine, tanto casino per niente: solo l'incontro tra i due candidati perdenti alle proprie rispettive elezioni. Mancata la guerriglia evocata da Silvio, le cronache cercano di individuare nei dettagli l'immensa potenza dello sgradito ospite. La Cadillac iperblindata, la scorta, le tecnologie che interrompono le comunicazioni radio, tutte cose che separano l'uomo più potente del mondo dal comune mortale (molto mortale, se è irakeno). E poi, naturalmente, c'è la valigetta nucleare. Una ventiquattrore che consente al presidente di lanciare un attacco atomico in ogni momento, in pratica di distruggere buona parte del pianeta. La porta, a stretto contatto con il presidente, Paul Montanus, maggiore dei marines, che è naturalmente autorizzato a fulminare con un colpo di Beretta calibro nove chiunque tenti di fregargli la valigia. A Termini, a Malpensa, e in buona parte delle stazioni e degli aeroporti del paese farebbe una strage. E' proprio così, sapete bene cos'è un'escalation. Uno stronzo si tiene in macchina un cacciavite per la rissa. Uno molto stronzo gira con la pistola in tasca per la sparatoria. E il più stronzo di tutti ha una valigia per distruggere il mondo. Abbonda l'aneddotica: quella volta che Clinton si dimenticò la valigetta, quella volta che Reagan se la portò in udienza dal Papa, eccetera, eccetera. Gossip e radiazioni. Non ci spiegano, i giornali (di botto, chissà perché, l'aneddotica si arresta, le notizie scarseggiano), verso chi o che cosa sono puntati i missili che George W. Bush comanda con il joystick dalla valigetta nucleare che tiene sempre a portata di mano. Uno che cade dalla bicicletta, che perde conoscenza mangiando un salatino, che si sceglie Dick Cheney come vice, potrebbe anche fare una cazzata grossa, prima o poi. Siamo umani dopotutto, e tra un paio di milioni di anni lo saranno anche i Bush. Dunque? Corea? Iraq? Afghanistan? Verso chi è puntata "l'arma fine di mondo"? Non si sa o non si dice: lo zelo dei raccontatori di curiosità & aneddoti si arresta come impietrito. Eppure qualche notazione verrebbe spontanea (e se George ricomincia a bere?). Ma visto che si chiacchiera tanto di scontro di civiltà e guerre di religione, la cosa più inquietante mi sembra un'altra. In un mondo che è un bailamme di fedi in ebollizione, chi tiene in mano l'interruttore del disastro planetario? Un membro particolarmente ottuso e fondamentalista dei cristiani rinati, che su scala planetaria rappresenta una setta piuttosto minuscola. Fatte le debite proporzioni, è come se San Marino, o Andorra, o Montecarlo, avessero la bomba atomica e la capacità di distruggere il mondo. E' una banale questione di precauzione: lasciare il bottone dell'apocalisse in mano a uno che interpreta la Bibbia alla lettera e che dall'apocalisse è chiaramente affascinato, non è una cosa particolarmente astuta. E visto che spesso si usano le infuocate parole degli imam per giustificare la crociata cristiana in atto, sarebbe bene ogni tanto ricordarsi anche delle prediche dei reverendi americani. Per esempio, quel Tim LaHaye, un pastore della Moral Maiority che ha fatto i soldi con il nuovo filone del thriller biblico, in testa alle classifiche americane. Roba tipo: «...le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». Bello, eh? Direi che basta, per dare un'idea della setta isterica che si sta mangiando i neuroni dell'America. E che ha un figliuolo prediletto che è l'uomo più potente di tutti. E che ha una valigetta per finire il mondo.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:01 |


venerdì, giugno 04, 2004
 

Due avviati studi di chirurgia plastica, uno nel Varesotto e uno a Milano, e una vasta clientela tra cui anche personaggi del mondo televisivo. Adesso per Paolo Ettore Marco Viviani, 52 anni, che si spacciava per chirurgo plastico ma in realtà non aveva alcun titolo accademico o specializzazione - c'è l'accusa di violenza sessuale aggravata. Secondo quanto hanno accertato gli inquirenti, ha prima narcotizzato e poi violentato alcune clienti che si sono rivolte ai suoi due studi, a via Piave a Milano e a Cassano Magnago in provincia di Varese, da oggi entrambi sotto sequestro.

Sono almeno quattro le violenze sessuali che i detective della polizia milanese, coordinati dal pm Brunella Sardoni, hanno potuto finora ricostruire. Violenze per altro aggravate dall'uso della benzodiazepina, una sostanza che ottende la facoltà delle persone. Ma con la pubblicazione della foto del falso chirurgo e con la notizia dell'arresto, altre donne eventualmente molestate potrebbero farsi avanti.

L'inchiesta su Viviani era partita lo scorso febbraio, quando una sua cliente e amica aveva presentato una denuncia in Procura. La donna, drogata con il benzodiazepine, ricordava di aver subito molestie sessuali e si era ritrovata gli indumenti macchiati di liquido seminale. Nel suo studio arrivavano numerose clienti anche perché Viviani era ritenuto molto competente.

La tecnica del falso medico era collaudata: cercava di entrare in confidenza con le pazienti e poi somministrava loro la sostanza in endovena.
Ettore Paolo Viviani ha sostenuto di essersi laureato in Brasile. Titolo che non è riconosciuto in Italia e che, in ogni caso, non risulta agli investigatori dopo gli accertamenti effettuati.
Nell'inchiesta sono finiti altri cinque medici "veri", un dentista, due chirughi e due anestesisti, a conoscenza del "segreto" di Viviani. Tutti sono accusati di associazione a delinquere finalizzata all'esercizio abusivo della professione, un medico in particolare anche di peculato. Gli inquirenti hanno scoperto che questi prelevava i farmaci dalle strutture pubbliche in cui lavorava per poi utilizzarle nel suo studio privato.

Gli inquirenti hanno anche accertato che i due studi, dove venivano effettuate le operazioni con anestesia totale, non erano autorizzati dall'Asl. Particolare inquietante è che Viviani era già stato processato per lo stesso reato, poi prescritto. A quanto risulta, tra i clienti c'erano anche personaggi del mondo televisivo. L'ordinanza di custodia cautelare per l'uomo è stata firmata dal Gip Orsola De Cristofaro.











postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:52 |


martedì, giugno 01, 2004
 

 

la lingua italiana non è adatta alla discussione dei valori e delle responsabilità.

E' una lingua buona per ricordi d'infanzia, domande in carta bollata, discorsi sul sesso degli angeli e buona, questo sì, per leccare

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 12:44 |


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