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giovedì, settembre 23, 2004
Si è chiuso in una cassa di imballaggio serrando le viti dall'interno, seduto su uno sgabello, e aspettando la fine. Così potrebbe essere morto Ambrogio Rigamonti, 48 anni, trovato cadavere in un appartamento al secondo piano del palazzo di via Ariosto 8 a Monza, dove abitava da solo. Nello stesso stabile abita anche una sua anziana zia, l'unica parente conosciuta. I carabinieri però sono cauti: "Il mistero si chiarirà solo quando sapremo come è stata chiusa la cassa".
Ieri pomeriggio la signora aveva denunciato la scomparsa del nipote da alcuni giorni. Nella cassa, come ha riferito il fabbro che ha aperto il coperchio, l'uomo aveva portato con sé uno sgabello, una torcia elettrica, dell'acqua minerale e del succo di frutta, un bicchiere, e aveva praticato dei fori nel legno per poter respirare. I vicini di casa parlano dell'uomo come di una persona dalla vita regolare, che usciva tutte la mattine con la borsa sotto il braccio per andare al lavoro. Faceva il perito elettronico.
Apparentemente era un abitudinario, dalla vita irreprensibile, senza amici, non dava ospitalità in casa propria ad altri. Gli abitanti del civico 8 hanno riferito che i carabinieri hanno bussato a lungo oggi pomeriggio alla porta di casa prima di aprirla a forza e che poi sono andati nel box di via Ariosto 11 dove all'interno hanno trovato la sua Golf e la cassa da cui usciva un odore nauseabondo. Sul posto, oltre ai carabinieri, ci sono il magistrato e il medico legale.
I carabinieri sono comunque cauti: "Non escludiamo per ora alcuna ipotesi - hanno affermato - la chiave del mistero verrà quando si saprà come la cassa è stata chiusa". Gli investigatori hanno riferito che l'abitazione della vittima è stata lasciata in un ordine "quasi maniacale" e che l'uomo non dava più notizie di sé dal primo agosto, quando ha annunciato la partenza per le vacanze e ha lasciato il numero di telefono di un hotel che risulta però intestato a un altro utente. Non sono stati trovati messaggi.
martedì, settembre 07, 2004
La notte del 10 agosto 1997. Notte calda, a Roma, nel quartiere del Laurentino 38. Alle 23.30, nel silenzio, urla disperate rompono l’aria della notte di San Lorenzo.
In Via Drigo, al numero 6, una coppia sta rientrando. Trova l’ascensore bloccato tra il 12 e il 13 piano. All’interno della cabina, il cadavere martoriato di una giovane donna, Simona Salusest.
Simona, 23 anni, impiegata in un centro di igiene mentale, vive con i genitori in un appartamento all’ottavo piano. Una bella ragazza amata da tutti. Una giovane donna prossima alle nozze.
Scattano le indagini: il pianerottolo, le scale, le porte non mostrano tracce di sangue. Tutto è stato ripulito. La conferma è l’acre, persistente odore dell’alcol. Subito, una certezza: l’assassino abita nel palazzo.
Al settimo piano, un’impercettibile macchia ematica sulla maniglia di una porta guida gli ispettori verso la verità. In quell’appartamento abita la famiglia Vernarelli. Sono tutti in vacanza, tranne Fabio, uno dei più cari amici di Simona. Forse il più intimo. La porta viene sfondata. All’interno, i segni evidenti della colpevolezza del giovane: sangue, indumenti sporchi, la borsetta di Simona.
La confessione non tarda ad arrivare :"Si, ho ucciso io Simona". Fabio non voleva, non poteva perderla, Simona. Era la sua amica d’infanzia, era la ragazza sempre amata e sognata. Era sua.
Per questo delitto, il 12 marzo 1998, la Prima Corte d’Assise di Roma ha condannato Fabio Vernarelli a 23 anni di reclusione. Pena confermata in Appello.
"Vorrei ricordare ai genitori le parole di un famoso pedagogo olandese: "ogni bambino è un principe della luce che poi con l'educazione diventa una sorta di cretino". In tanti anni di lavoro mi è capitato di vedere molti ragazzini, quasi tutti, dotati di immaginazione, coraggio, sete di conoscere, e pochi, quasi nessuno, provvisti della virtù di quell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che molti educatori e genitori vorrebbero. Ma poi, mediante l'educazione, sono stati corretti, svuotati, di immaginazione e di coraggio e riempiti di obbedienza. Voglio dire che bisogna fare in modo che ogni persona, anche in età infantile, sia libera di essere ciò che è e non subisca quel processo di smantellamento della libertà a cui tutti continuiamo ad essere sottoposti"
"Comincia, mi auguro per sempre, una nuova stagione della mia vita". Sono poche ma sofferte le prime parole pronunciate da Silvia Baraldini, al momento dell'arrivo nella casa della sorella. Le prime, ma forse anche le ultime. "Da questo momento eviterò ogni tipo di pubblicità su di me e per questo ritengo opportuno non rilasciare interviste ad alcuno anche se sono grata a tutti coloro che in questi duri anni mi hanno sostenuta".
Silvia Baraldini è arrivata a casa della sorella, l'abitazione che fu di sua madre, nel pomeriggio. Stamattina infatti il tribunale di sorveglianza di Roma aveva deciso di concederle gli arresti domiciliari, richiesti a cause delle sue cattive condizioni di salute. Secondo quanto si è appreso il provvedimento prevede che la Baraldini possa, per qualche ora al giorno, lasciare il domicilio per sottoporsi alle cure necessarie. Il beneficio parte da oggi e dura fino al mese di settembre prossimo quando sarà riesaminato.
La Baraldini aveva lasciato oggi alle 14.00 il Policlinico Agostino Gemelli, dove era ricoverata. E ora dovrà decidere il proprio domicilio, dal quale avrà il diritto di muoversi in qualsiasi momento della giornata per ragioni di cura. Potrà inoltre allontanarsi dal domicilio ogni giorno dalle 9 alle 14 per "esigenze di vita": dal lavoro, allo studio, ma anche per andare a fare la spesa.
Nel provvedimento il Tribunale di sorveglianza sottolinea come questa libertà di movimenti possa essere un "supporto psicologico" alla cura cui è sottoposta. Il provvedimento del Tribunale non impone inoltre divieti di comunicazione. Silvia Baraldini potrà telefonare o ricevere visite. Naturalmente le forze dell'ordine potranno controllare in qualunque momento l'osservanza di queste prescrizioni.
Per il ministro della Giustizia Piero Fassino la decisione del tribunale è "equilibrata e sensibile", riconosce a Silvia Baraldini di potersi curare "nel modo più adeguato" e al tempo stesso "rispetta l'accordo che l'Italia ha sottoscritto con gli Stati Uniti".
(21 aprile 2001)
22/12/2001
Con 12 voti a favore, 4 astenuti e tre contrari il consiglio comunale di Luino ha approvato la proposta di revoca della cittadinanza onoraria a Silvia Baraldini presentata dai tre consiglieri di Alleanza Nazionale Andrea Pellicini, Pierfrancesco Buchi e Giovanni Mele.
Una vicenda nata in consiglio comunale nell’estate del 1997 e il cui epilogo si è pure consumato nell’assemblea cittadina di ieri sera, anche se AN e altre forze politiche del Polo, come CCD e Lega, tempo fa raccolsero firme tra la cittadinanza Luinese per raggiungere questo obiettivo. E proprio la mancata informazione dei Luinesi circa l’investitura della Baraldini, a suo tempo, a cittadina onoraria, è stata una delle considerazioni motivate dai tre consiglieri di AN nel proporre il sesto punto all’ordine del giorno. L’altra ancora risiede nel fatto che per la persona in questione non si ravvisa nessun merito di carattere artistico, culturale o quant’altro tale da giustificare una tanto alta attribuzione come la cittadinanza onoraria. Ricco il dibattito su questo punto, l’ultimo, in seguito alla lettura della proposta di revoca presentata dal consigliere Buchi, come folta è stata la partecipazione del pubblico al consiglio comunale.
Luino Civica, di minoranza, ha parlato per bocca del consigliere Amalfi che ha dichiarato il voto a favore della proposta anche per gli altri due consiglieri che compongono il gruppo. Poi la palla è passata ai componenti della maggioranza, che si sono espressi quasi tutti e singolarmente. Tra gli interventi dei consiglieri che hanno appoggiato la proposta è passata l’equazione Baraldini + terrorismo = undici settembre, in riferimento ad alcuni reati commessi dalla Baraldini, in particolare l’appoggio ad alcune organizzazioni armate come le "Pantere Nere" e "Esercito Popolare di Liberazione" che lottavano per l’affermazione del potere nero negli USA e che le valsero condanne – in corso d’esecuzione in Italia – per più di quarant’anni. Una buona dose di amarezza, e a tratti d’imbarazzo, si è registrata tra i banchi della maggioranza per quei consiglieri che hanno scelto l’astensione, dichiarandola nelle affermazioni che hanno preceduto il voto. "Inopportuna" la proposta secondo l’assessore alle politiche scolastiche Castelli, e dello stesso avviso anche il collega del bilancio Liardo.
Poi la dichiarazione di voto di Tosi, ex sindaco e ora tra i banchi dell’opposizione nella sinistra, che ha spiegato le motivazioni che spinsero l’allora consiglio comunale a offrire l’onorificenza alla Baraldini: si trattava di un’adesione alla campagna umanitaria che prevedeva il rimpatrio della nostra connazionale a causa di problemi di salute; campagna che, come dimostrano i fatti, è pienamente riuscita. "Avete sparato un po’ troppo alto – ha affermato Tosi rivolto ai proponenti. Nessuno vuole appoggiare il terrorismo, la campagna per il riconoscimento della cittadinanza onoraria fu un atto meritorio per Luino".
Tanto per comprendere il clima di ieri sera, alla chiusura del consiglio comunale tra il pubblico è partito un applauso subito smorzato dal sindaco Mentasti – astenutosi nella votazione - che, riprendendo la parola, ha redarguito i responsabili.
Adesso che Silvia Baraldini torna, è tornata, chi non ha seguito da vicino il suo caso rischia di smarrirsi in mezzo alle tante Baraldini raccontate in cronaca. Dal santino laico alla pericolosa terrorista, passando per gradazioni più sfumate. In cui includo le polemiche sul costo del Falcon 900 mandato in America dal nostro governo. Polemiche oziose, perché gli americani hanno richiesto massima discrezione nel trasferimento. Immaginatevi la Baraldini su un volo di linea con decine di giornali e tv a prenotare i posti. O, ancora, Baraldini come merce di scambio per il Cermis, dramma che certamente ha cambiato il clima e convinto gli americani ad ammorbidirsi un po'.
Ma non scordiamoci che è dal 1988 che in Italia, Parlamento compreso, si discute della Baraldini. Di socialisti e radicali le prime interrogazioni. Sempre nel 1988 nasce a Ferrara il primo Comitato di solidarietà per Silvia. Altri ne nasceranno, a Firenze, a Roma, a Milano, non tutti in sintonia fra loro ma tutti decisi a lottare contro il silenzio e l'isolamento di una donna forte. Il 1988 è anche l'anno delle due operazioni (lei in catene, come da regolamento, anche sul tavolo operatorio) per cancro all'utero.
E nell'89 parte dall'Italia la prima richiesta di estradizione in base alla convenzione di Strasburgo. Respinta, come succederà altre volte, fino al gennaio di quest' anno, quando al ministro Diliberto, a Berlino, arriva un fax in cui il governo americano manifesta la disponibilità a trattare. Può darsi, anzi è certo, che Diliberto sia parso interlocutore credibile alla controparte. Lui e chi per lui (Gianni De Gennaro). E che il nuovo avvocato italiano, Grazia Volo, si sia mossa con sicurezza e decisione.
Ma senza quella che si può chiamare mobilitazione popolare, oggi Silvia Baraldini sarebbe ancora il numero 05125-054 del penitenziario di Danbury. Senza i concerti di Guccini e le corse a piedi organizzate dall'Uisp, senza i consigli di fabbrica e le cittadinanze onorarie in tanti centri italiani, senza gli appelli firmati da Eco e Rushdie, Tabucchi e Maraini, Raboni e Valduga, Fo e Levi Montalcini, Bobbio e don Ciotti, ma anche da Ulivieri, allora allenatore del Bologna, da Mentana e Costanzo, da Emergency e da tante persone, non famose, gente comune e non necessariamente comunista (anche deputati del Polo, per dire). E non necessariamente antiamericana, ma forse spinta dall'evidenza dei fatti a pensare che quella americana non è la miglior giustizia possibile.
Oggi è un bel giorno, per la Baraldini e per tutti quelli che non hanno mai smesso di credere che sarebbe tornata in Italia. A Rebibbia, non a casa sua, fino al 29 luglio 2008. L'unica strada praticabile era di accettare condizioni teoricamente inaccettabili (rinuncia ai benefici della legge Gozzini e via dicendo), ma esiste un versante umano, non solo un versante giuridico, che mi pare interessante. Mi chiedo: perchè proprio la Baraldini e la sua storia hanno richiamato l'attenzione, lo sdegno, il sentimento di tanti italiani? Perché, per usare una brutta espressione, molti altri casi carcerari più pieni di sangue sono stati dimenticati e il suo non è passato di moda? Perché questa attenzione occupa dieci anni, da Palermo a Sale Marasino (Bs)?
Proprio perché oggi è un bel giorno, provo a rispondere. Per me e per gli altri. Fino al luglio del '94, quello che sapevo dalla Baraldini lo sapevo dai giornali. Mondiali di calcio negli Usa, Danbury a poco meno di due ore d'auto da New York, trafila per la visita, due ore in parlatorio. Mai visti prima né dopo, dopo solo qualche telefonata e qualche lettera. Ma in quelle due ore, in un penitenziario di massima sicurezza del Connecticut, ho respirato un sacco di libertà. Detto così fa un po' ridere, ma la sensazione precisa era questa. La libertà non era intorno a Silvia, era dentro. Non s'era persa con la condanna né con la malattia, non s'era persa nella disumana detenzione di Lexington (la tomba bianca era chiamato questo carcere, chiuso dopo l'intervento di Amnesty International) né in quella durissima, ma senza torture psicofisiche, di Marianna.
A proposito di far ridere, non male le dichiarazioni di Marcello Veneziani su un pezzo (serissimo, quello) di Igor Man. "La Baraldini è coerente sulla pelle degli altri". Anche sulla sua, andiamo: 17 anni di galera in America non sono una crociera. Specie se c'è accanimento. Una donna, bianca, famiglia agiata, buoni studi, che si butta dalla parte dei neri e dei portoricani, di tutte le minoranze. Fu in agosto, nel '61, esattamente il giorno 7, che la famiglia Baraldini si trasferì a New York. Silvia avrebbe compiuto 14 anni a dicembre. E' cresciuta negli anni dei campus studenteschi in fermento, delle grandi mobilitazioni per i diritti civili. Vorrebbe andare in Alabama per marciare con Martin Luther King da Selma a Montgomery, i genitori la dissuadono, troppo pericoloso, meglio restare a casa. "E' l'ultima volta che ho chiesto il permesso di partecipare. Poi ho partecipato". Il padre era dirigente della Olivetti, poi lavorò all'ambasciata italiana. Morì d'infarto nel '77.
Come militante del gruppo 19 maggio, in base alla legge Rico, varata in funziona antimafia, la Baraldini è stata condannata a 43 anni. La legge Rico prevede che i crimini commessi dall'appartenente a un gruppo possano essere automaticamente addossati a tutti gli altri, anche se nel caso della Baraldini il tribunale ha riconosciuto la sua non partecipazione a fatti di sangue. Vent'anni per aver partecipato all'evasione (incruenta) di Jo Ann Chesimard, alias Assata Shukur, dal carcere di Clinton (New Jersey). Vent'anni per l'ideazione di una rapina mai avvenuta, su segnalazione di un pentito incapace però di descrivere la Baraldini, che fra l'altro in quel periodo stava in Zimbabwe. Tre anni per disprezzo della corte.
Con un bravo avvocato, e non con l'immancabile militante, la Baraldini se la sarebbe cavata con molto meno. Non ha mai sostenuto di essere innocente né ha cercato di evitare le sue responsabilità. E credo che qui stia la risposta per gli altri, per il cerchio largo degli altri. La coerenza e la dignità di Silvia Baraldini (in quelle condizioni) sono valori forti e percepiti. In tempi di spostamenti rapidi, sempre dettati dalla convenienza personale (da un partito all'altro, da una squadra all'altra), in tempi in cui la nostra vita sembra un frenetico zapping, la Baraldini è rimasta ferma, non s'è né spezzata né piegata, non ha chiesto pietà ma solo giustizia. In stagioni di etica ballerina, la Baraldini non ha barattato la sua libertà né con un pentitismo di comodo né facendo rivelazioni su altri membri di quel gruppuscolo che non c'è più, non essendoci più le condizioni sociali che l'avevano fatto nascere, crescere e anche sbagliare metodi.
Quel luglio di cinque anni fa ero andato a Dambury sapendo che l'Fbi già nel 1987 le aveva offerto un bel mucchietto di dollari e la scarcerazione immediata se avesse fatto altri nomi. E che per il suo rifiuto l'avevano spedita nella tomba bianca di Lexington. E sapevo che sua sorella Marina, la prima a sollevare il caso, era morta nell'89 nel cielo del Ciad, aereo francese fatto saltare da terroristi libici. Non sapevo e non immaginavo di trovarla così ostinatamente serena e decisa a non rifarsi una vita a scapito di vite altrui. Né pensavo che ricevesse tanta posta dall'Italia ("è importante, chi ha qualcuno fuori è trattato qui con più rispetto"), spesso da persone che le ponevano problemi di malattie, di droghe, di rivoluzioni fallite o mai iniziate. Mi venne in mente quella vecchia canzone in milanese resa famosa dalla Vanoni, Ma mi. Sbatùu de su, sbatùu de giò, mi son de quei che parlen no. Allora di diritti civili in Italia si parlava pochissimo. Adesso anche meno. Era una buona causa, e buona resta. Personalmente, anche se non ha importanza, credo che la Baraldini per quello che ha fatto abbia pagato a sufficienza. In ogni caso, aveva diritto a una nuova vita nel suo paese, sia pure a Rebibbia. Non sarà facile, ma sempre meglio qua che là.
(Gianni Mura - 25 agosto 1999)
lunedì, settembre 06, 2004
Partivamo il sedici di agosto. La luce delle sette di mattina pioveva giù dalle mura medioevali sul centro spopolato di Viterbo. La Cinquecento, stracolma di bagagli, ciambelle e asciugamani, le mille cianfrusaglie d'una vacanza al mare, il laccio del solito bikini dell'ultimo momento che, dalla bocca del cofano, salutava tutti ticchettando sul parabrezza. Manico e ombrellone (un tema a girasoli scolorito) piazzati di traverso sugli sportelli a vento, a sigillare viaggio ed equipaggio. Veleggiavamo sulla piana etrusca. A Tuscania, chissà perché, sentivo già aria marina. E per colline di stoppie rotolavamo a Montalto, imboccavamo l'Aurelia. Una sosta sola, una piazzola oltre il Chiarone, in terra granducale, mio padre fumava, il motore riposava. Pochi minuti al fresco sotto quei radi pini, poi tutta una tirata fino a Grosseto: lì le Quattro Strade, il sottopasso ferroviario, il bivio per il mare. Al termine della torrida provinciale, stretta tra l'emissario dell'Ombrone e i mille canali persi verso il padule della Trappola, ci accoglieva il crepitìo luminoso della pineta lorenese, le sue infaticabili cicale. Il ponte militare sul Canale, in legno e ferro, quello dell'alluvione. Curva subito a destra, lungo il molo, poi a sinistra: la casetta in via Petrarca. I bomboloni del Millenovecentosessantotto: non li fanno più così buoni. Marina di Grosseto, dunque: la vacanza che potevamo permetterci con lo stipendio di mio padre. Mezza stagione, affitti in calo. C'era l'incognita di qualche temporale. Ma che importava? Era il nostro boom, quasi in orario con la nuova Italia piccolo-borghese. Per capirci, però, occorre ch'io spieghi com'era Marina dall'altra parte del Canale. Si potrebbe scrivere una storia d'Italia sub specie balneare. La cittadina vera e propria, infatti, s'era borghesemente sviluppata di qua dal ponte nel corso degli anni Trenta. Ma con la Ricostruzione anche le classi meno abbienti reclamarono il proprio diritto alla villeggiatura. E di là dalla gora vennero dati in affitto piccoli lotti dell'arenile demaniale su cui la Grosseto popolare prese a tirar su baracche di legno e lamiera; le baracche divennero presto casette in muratura, le verande stanze, i cortili verande, i liberi spiazzi cortili; con una proliferazione di edilizia spontanea che rese la zona un dedalo di vicoli e di corti, di panni stesi e tavolate rumorose, meritando al quartiere l'ingiurio nome di Sciangai. Senza saperlo, era a Sciangai che venivamo al mare. Alla metà degli anni Settanta le nostre vacanze grossetane finirono.
Sono tornato a Marina da qualche estate. Nei languidi minuti del mezzo toscano dopo cena, in veranda, ritrovo ogni sera via Petrarca: il suo asfalto smangiato e scolorito, la segnaletica bizzarra (che pare fuori centro), le file di cassonetti d'immondizia, i radi cespi d'eucalipto smagrito. Via Petrarca: quella cert'aria (a cert'ore) d'Africa in minore. Penso al grossetano Bianciardi, allora, che proprio nel Sessantotto scorazzava nell'Africa del nord per scrivere il suo Viaggio in Barberia: riportandone, fra tanto altro, l'impressione che Tripoli, di notte - una fila di casette intervallate da qualche stenta pianta e qualche mucchio di terra - somigliasse un poco a Marina. Quella mezza riga: di là dal fossino è ancora così... A questo punto, sento i ricordi tornare, mostrare il proprio posto (così, più o meno, scriverebbe Handke). E altre maremme: quando il cinque settembre (passata la Machina di Santa Rosa, passata ogni cosa: dice il proverbio) lasciavamo di nuovo Viterbo (la lasciavamo «in posa»: più bella e viva che nel resto dell'anno). Battevamo di nuovo rotta occidua, stavolta lungo la Verentana, per la materna Ischia di Castro, dove zie nonne cugine più grandi erano grembi di tufo ancora a colloquio coi nostri morti etruschi. Le mie vacanze si prolungavano così fino ai primi d'ottobre. Ricordo una mattina molto presto, sveglio nella mia branda in cucina, c'era una luce strana: nell'altra stanza il corpo quietamente composto di mia nonna, le candele accese agli angoli del letto.
Ritorno a «Sciangai»
Su a Grosseto, la Marina a sinistra del ponte tutti la chiamano Sciangai. Con nomignolo che molto sa di passioni esotiche e cinema americano: Follonica, Livorno, infinite altre città del Tirreno hanno avuto (e magari hanno ancora) le loro Sciangai e Coree, dall'altra parte della gora che le taglia in due. Ma anche nel Lazio: certe baracche alla foce del fosso Tafone, nei pressi della Centrale di Montalto di Castro, vennero spazzate via dall'inondazione del 1987.
Sciangai, dunque.
Già Cassola*, sul finire degli anni Quaranta, ne aveva descritto e stigmatizzato il tumultuoso sviluppo edilizio, orfano d'ogni piano regolatore.
Mio padre invece, spedito «in missione» proprio a redigerne la mappa catastale, l'aveva scoperta dieci anni dopo. Subito se n'era innamorato. E c'eravamo venuti in vacanza. O meglio: c'erano venuti loro. Nell'estate del 1961 io ci sarei quasi nato. (E ancora ci torno. Perché ci vivo scalzo. Sempre. Mutande e canottiera. E può succedermi, quando rientro in casa, di scavalcare un davanzale di finestra).
Sciangai: un quartierino di basse casette, multiformi e variopinte. Metà in pineta, metà sull'arenile. Abusivismo fatto estetica. Quintessenza dell'indulgente vocazione italiota al condono. Sorse infatti da un pugno di baracche accroccate alla meglio fra i giorni dell'Impero e quelli dello sfollamento. Poi, con la Ricostruzione, la dignità testarda degli uomini in canottiera, degli architetti-contadini, avrebbe innalzato quelle baracche a urbanità di case. Erano forti come tori. Rivendicavano il superfluo.
Ma quella stirpe, infine, dové sentirsi stanca. Invecchiò. Rincoglionì. S'estinse. E vennero i figli, i figli dei figli. Gli eredi, i nuovi proprietari. Che non ne vollero più sapere. Scordarono. Scambiarono per orgoglio popolare un decoro tutto piccolo-borghese. Tanto che oggi qualcuno dei vecchi (da cui t'aspetteresti parole diverse) chiede a gran voce un bagno come cristo comanda, e un piano in più - su nuove fondamenta - perché ci vuole stare anche d'inverno, senza battere i denti. O consumare troppa legna. Sotto sotto, però, aleggia il veleno dell'avidità: alzare il prezzo degli affitti estivi.
E con la scusa del porticciolo turistico e dell'urgenza igienica, una dopo l'altra scattano le licenze di trasformazione. Cosicché, al posto di questa stravagante bidonville piena di vita, avremo presto vialetti ben lastricati, eleganti muriccioli, cancelli automatici, citofoni, solenni portoni in massello, schiere di villette «fortificate» in condomìni. Un centro commerciale invece di quella fatiscente trattoria. Passeggiate iperboliche come californie. Un lindo, rispettabile quartierino, insomma. Senza identità. Uguale qui come altrove. Come ovunque.
Giorno dopo giorno, fila dopo fila, l'impietosa benna del dio-consumo sta cancellando Sciangai. Quel che fummo. E non vogliamo più.
Tempo fa raccontavo queste cose in una serata di letteratura al Gabbiano Azzurro, sul lungomare della Marina-bene. Davanti a un pubblico di localisti saltati fuori da qualche pagina de Il Lavoro Culturale. Applausi, sorrisi, strette di mano, complimenti vivissimi, lucciconi. Tutti d'accordo, ovviamente. A parte i se e i ma. Mentre le benne continuano a scavare. A nettare e redimere.
E presto di Sciangai non resterà neanche il ricordo.
Mio padre veniva in spiaggia in canottiera.
* Carlo Cassola, I localisti, in «Il Mondo», Roma, V, 6 (208), 7 febbraio 1953, p. 12 - ora ripubblicato in Velio Abati (a c. di), La nascita dei Minatori della Maremma. Il carteggio Bianciardi-Cassola-Laterza e altri scritti, Giunti, Firenze 1998, pp. 171-2 (in part. p. 171).
«Mandolini e minigonne: come piangere la morte di un mafioso». Sembra una frase di un film ambientato nell'America del proibizionismo. E invece è il titolo che troneggiava sul quotidiano canadese Toronto Star qualche giorno fa, e precisamente il giorno dopo i funerali di Frank Cotroni, stroncato da un cancro al cervello all'età di 72 anni. Scomparso a Montréal, Frank era l'ultimo grande boss della famiglia Cotroni. La sua morte segna il tramonto dell'antica criminalità organizzata della cooperazione e della partnership. Con lui si chiude un'era, il capitolo di una mafia che forse ormai non esiste più e che spesso si è creata un fascino leggendario e romanzesco.
Oggi la mafia in Nordamerica è al passo con i tempi: è tecnologica e globalizzata. Ma certi stereotipi sono rimasti. Ben sedici limousine hanno sfilato al funerale, centonovantadue corone di fiori sono state esposte lungo la Little Italy di Montréal. Settandue colombe bianche si sono librate nell'aria, liberate dalle loro gabbie, una per ogni anno del defunto. Oltre cento persone hanno seguito a piedi la bara di color bronzeo fino alla chiesa di Notre-Dame-de-la-Défense. L'organo non ha smesso di suonare, mentre una folla pregava per l'anima dell'uomo che ha peccato. Il cantautore Salvatore Bruno, indicando il cielo plumbeo color pistola, ha dichiarato: «Credo che Frank stia andando lassù, non laggiù. Non so niente di queste faccende di mafia, ma gli spiriti salgono e Frank era un bravo ragazzo».
Ma secondo altri, Frank Cotroni è stato uno dei più pericolosi, tra i tipi intelligenti. Nel suo momento migliore, insieme al fratello Vincenzo (detto The egg, "l'uovo") è stato il rappresentante in Canada della famiglia Bonanno di New York, coinvolta nel traffico di eroina, nei delitti tra bande e nel racket, così come i Magaddino erano rappresentati nel Sud Ontario dalla famiglia Papalia. In Québec a Frank lo chiamavano le gros, il grosso, o anche «il cice», in italiano, riferendosi all'interno morbido della noce, e lo consideravano un mafioso fuori dal comune. Frank, come afferma Antonio Nicaso, giornalista e autore di diversi libri sulla mafia, era molto legato alla società québécoise, nella quale era nato e cresciuto. Parlava francese, era sposato con una franco-canadese e era vissuto in una realtà legata alla ricchezza multiculturale. Sembra che la morte di Frank non porterà a una battaglia per la successione della direzione del clan. La famiglia Cotroni era ai margini dei grandi giri già da un pezzo. Vic, suo fratello, era un tipico «prodotto» degli anni Cinquanta e Sessanta, quando Montréal brulicava di night club e gangster che controllavano prostituzione, estorsione, e molte altre attività legate al cosiddetto entertainment business. All'epoca, le famiglie di Cosa Nostra americana guardavano al Canada con grande interesse, perché così riuscivano a ottenere una parte dei profitti generati nel paese degli aceri e a diventare ancora più forti, potenti e ricche. In quegli anni la mafia canadese era un satellite di quella americana.
Ma oggi la situazione è cambiata. Il Canada è diventato autonomo nelle decisioni. Cosa Nostra negli Stati uniti ha seri problemi con la giustizia. Tutti i boss delle cinque famiglie mafiose tradizionali di New York sono in carcere. Frank Cotroni era cresciuto all'ombra del persino più temibile fratello Vic e ne ha risentito molto, tanto che ha sempre cercato di creare un suo spazio, una sua organizzazione. In realtà, dopo la morte di Vic, negli anni Ottanta, si è cacciato spesso nei guai. Una volta è stato arrestato perché un suo sicario è diventato un informatore della polizia e ha rivelato tutto quello che c'era dietro a una serie di omicidi.
Un'altra volta è finito in carcere per traffico di sostanze stupefacenti. «Nel 1993, quando pubblicai Deadly Silence: Canadian mafia murders - ricorda Nicaso - la cosa non gli fece molto piacere e quando ebbe la possibilità di comunicare con me, mi lasciò un messaggio piuttosto aggressivo e non ripetibile». Il fratello Vic invece, il carcere non l'ha conosciuto mai, era sempre riuscito a eludere la giustizia. Passava per essere un uomo particolarmente furbo e capace. Frank Cotroni ha passato più della metà della sua vita dietro le sbarre. In particolare per l'uccisione di rivali, inclusa un'esecuzione all'Hotel Seaway di Toronto. Ma il carcere non lo ha fermato dalle sue attività. Nel 1983 i capi della polizia dell'Ontario informarono il procuratore generale Roy McMurtry: «Consideriamo Cotroni la nostra seria minaccia». In anni più recenti, Cotroni ha tentato di ammorbidire la propria immagine. Uscito dal carcere nel 2002, dopo essere stato arrestato per traffico di cocaina in Canada, ha scritto un libro di cucina con alcune delle sue ricette preferite, quelle che era solito cucinare in prigione. Si tratta di un libro di ricette legate agli ambienti criminali, nel quale raccontava i suoi gusti e quelli di altri boss come lui. In precedenza, un altro gangster americano, Joseph Iannuzzi, pubblicò un libro di ricette culinarie, dal titolo The mafia cookbook, ovvero «il libro sulla cucina dei mafiosi».
Frank Cotroni è stato persino immortalato nel film Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese (titolo originale, Goodfellas, tipico appellativo americano dei mafiosi), mentre cucinava la pasta nella sua stanza del carcere. Il giorno dei funerali, gli amici lo hanno ricordato con passione, con parole che avrebbero potuto pronunciare gli attori di un film di Francis Ford Coppola. «Tutte le altre cose non hanno importanza, perché Frank era un bravo ragazzo - ha detto l'amico di tutta una vita Gene Cloutier - Certo che era ben collegato. Ma era un generoso. Non potevo dirgli: "che bella cravatta, Frankie", perché se la toglieva e me la dava». Frank aveva potere, ha ammesso Cloutier, osservando la folla attraverso i suoi occhiali color malva. «Se per esempio - ha detto l'amico - dicevi che tua figlia aveva bisogno di un lavoro, Frank ti risolveva il problema. A me ha trovato un lavoro in un nightclub. Si è sempre occupato di me. Io non lo considero uno da tenere in grande considerazione. Per me è uno da tenere in altissima conderazione».
Anche Matthew Hilton, un boxer in difficoltà che Cotroni una volta ha aiutato nella carriera, lo ha ricordato con emozione. Quella carriera nel pugilato, nella quale è poi diventato campione dei pesi medi, gli ha lasciato chiari segni sul volto. E un'indelebile gratitudine. «Ha aiutato tanto la mia famiglia - ha affermato, riferendosi a Frank - se c'è una cosa che ricordo di lui, è che era uno che dava molto». Chi scrive di crimini - ha concluso il giornalista del Toronto Star - spesso ama descrivere funerali di mafia come scene tratte dal Padrino o dai Sopranos. Ma questo è andato persino oltre il limite di quello che Federico Fellini avrebbe descritto se avesse diretto funerali invece che film artistici italiani.
«Ho scritto Paese d'ombre per salvare una foresta»: così Giuseppe Dessì alla consegna dello Strega nel 1972. Ma non era - o non solo - una sensibilità ecologica antelitteram a muovere lo scrittore sardo. Salvare i boschi valeva salvare un popolo e una memoria: in quell'affresco letterario della Sardegna post-unitaria, anche la memoria dei fatti di Buggerru. Angelo Uras, ragazzo d'umili origini, diviene inaspettatamente erede del vecchio avvocato Fulgheri, fascinoso ed eccentrico giacobino che preferisce beneficiare un piccolo orfano piuttosto che i detestati parenti. Lungo qualche decennio - fino alla prima guerra mondiale - vediamo l'evolversi personale e di classe di Angelo, che arriva a essere eletto sindaco del paese ma rimane «un uomo giusto», come gli riconosce il minatore Follesa: «Amministrate questo paese come se fosse roba vostra, come un padre di famiglia, ma non basta per cambiare il mondo. E il mondo ha bisogno di essere cambiato». E sarà proprio Follesa, delegato a Buggerru dai compagni in sciopero a condurre le trattative, il protagonista delle pagine in cui Dessì descrive con fedeltà storica gli eventi che culminarono con la strage del 4 settembre 1904: le ragioni dei minatori, la rigidità del direttore della miniera e del sottoprefetto, l'arrivo inaspettato della truppa, la sassaiola, gli spari, i morti. E il silenzio. «La notizia della strage rimbalzò per tutta l'Italia operaia. Solo in Sardegna rimase senza eco, e il silenzio di Buggerru, dopo la strage, in quel triste pomeriggio di settembre, era il simbolo del silenzio di tutta l'Isola nella compagine nazionale». In quella decina di pagine (ma tutto il romanzo lo meriterebbe) c'è un soggetto cinematografico bell'e pronto. Se davvero la fiction televisiva volesse contribuire a costruire una memoria nazionale - copyright di Ciampi e signora permettendo - accanto a padri pii, a carabinieri e poliziotti, a serial killer, papi, troni, ci dovrebbe essere posto anche per una fiction su Buggerru. Ma quelle tragedie, come quelle lotte, sono rimosse. E dimenticati sono quello scrittore e quel romanzo (per quanto facilmente reperibile nelle edizioni Maestrale e Ilisso di Nuoro, o nel catalogo Oscar). Forse è proprio Dessì a spiegare meglio perché: «Oggi penso che riandare indietro nella storia come ho fatto in Paese d'ombre per trovare le ragioni della sete di giustizia di un popolo, sia il modo migliore per essere attuale». Appunto.
Achille Georgiades era un greco di Costantinopoli. In Sardegna arrivò nell'agosto del 1903 per dirigere le miniere della Societé des mines de Malfidano, costituita a Parigi nel 1866 allo scopo di estrarre e vendere sui mercati mondiali i minerali di zinco e di piombo di cui sono ricche le montagne del Sulcis. Sede operativa dell'azienda francese in Sardegna era Buggerru, un pugno di case aggrappate ai costoni rocciosi di una conca che si apre sul mare della costa sud-occidentale dell'isola. Da Parigi Georgiades si era portato dietro, insieme a uno stuolo di servitori, anche una grossa Citroën nera, una delle prime auto a circolare sulle strade sarde. La tecnologia, però, allora era quella che era, e poiché la Citroën non aveva la retromarcia, nel cortile della villa sede della direzione delle miniere si dovette costruire una piattaforma girevole, in modo che la macchina potesse uscire dai cancelli senza manovre complicate. Georgiades, spedito in una landa lontana e inospitale, cercava di non farsi mancare niente degli agi della capitale francese, e come lui i quadri e gli impiegati di grado superiore della Societé des mines Malfidano. A Buggerru si conduceva una vita sociale di qualche raffinatezza. «Petite Paris» era chiamato nelle cronache giornalistiche del tempo il borgo minerario sul quale comandava Georgiades. Nella «petit Paris» c'erano persino un teatro, dove si esibivano le stesse compagnie che arrivavano a Cagliari, e un cinema, gestito da un francese, Georges Perrier. E poi un circolo, riservato alla ristretta élites di dirigenti della Societé. Esclusi da tutto questo i 2.500 minatori che lavoravano nelle gallerie, ai quali si aggiungevano altri 4.500 salariati addetti alla cernita e al lavaggio dei minerali, in gran parte donne, spesso adolescenti e bambine, e ragazzini non di rado minorenni. Per loro la «piccola Parigi» era poco meno che un inferno. Vivevano in baracche caldissime d'estate e gelide d'inverno o in enormi cameroni da autentici forzati, avevano salari più bassi di quelli dei minatori che facevano lo stesso lavoro in altre parti d'Italia e orari pesantissimi in un ambiente malsano e insicuro, non avevano nessuna assistenza sanitaria né protezione contro gli infortuni. Tutto, a Buggerru, apparteneva alla Societé: i terreni, le baracche, le scuole, la chiesa, persino il cimitero. Era di proprietà aziendale anche lo spaccio, la «Cantina». Il truck system imposto dall'impresa obbligava a comprare lì il pane e gli altri generi alimentari. I prezzi erano più alti degli empori di Cagliari e degli altri paesi della zona. Buona parte dei salari finivano nelle casse della «Cantina». Reclutati tra ex contadini ed ex pastori poverissimi, così i minatori erano descritti, nel 1911, dalla relazione di una commissione parlamentare d'inchiesta: «Una massa ancora relativamente primitiva, con le ingenue qualità, le fiducie, gli entusiasmi che l'evoluzione sociale tende a distruggere, e la capacità di resistenza e di sforzo continuo e regolare che la civiltà crea e sviluppa». Una forza lavoro sottopagata e dalle caratteristiche soggettive adatte a consentirne lo sfruttamento più brutale.
La «massa ancora relativamente primitiva» acquistava però, sia pure gradualmente, coscienza della propria condizione e dei propri diritti. Nel 1903, al secondo congresso nazionale della Federazione dei minatori, la Lega di resistenza di Buggerru partecipò con i suoi delegati in rappresentanza di 4.000 iscritti. A dirigere la Lega, due militanti socialisti, Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli. Rivendicazioni di salari più alti e di condizioni di vita e di lavoro dignitose furono al centro di un'ondata di scioperi che cominciò sin dai primi mesi del 1904. Il 7 maggio un ennesimo incidente sul lavoro era costato la vita a quattro minatori travolti da una frana. Il 3 settembre, un sabato, l'ingegner Georgiades diramò una circolare con la quale comunicava che, a partire dal giorno successivo, la pausa tra i due turni di lavoro, quello del mattino e quello del pomeriggio, era ridotta di un'ora: non più dalle 11 alle 14 ma dalle 11 alle 13. La reazione fu immediata. Nessuno, il 4 alle 13, si presentò ai pozzi. Restarono vuote anche le laverie, le officine, i magazzini. Centinaia di minatori in sciopero circondarono il villino del direttore. Da Cagliari arrivarono due compagnie del 42° fanteria, il sottoprefetto e un delegato di pubblica sicurezza. Nel pomeriggio Cavallera e Battelli incontrarono Georgiades per convincerlo a recedere dalla sua decisione. Intanto, i soldati avevano preso alloggio nel capannone della falegnameria. A tre minatori fu dato l'incarico di sgomberare e di ordinare il locale. Mentre il grosso degli scioperanti restavano davanti all'ingresso della direzione in attesa di risultati della trattativa, una ventina corsero alla falegnameria per far abbandonare il lavoro ai compagni che erano dentro. I militari di guardia li accolsero con i fucili spianati e quando i minatori cominciarono a lanciare pietre, aprirono il fuoco ad altezza d'uomo. Prima un colpo di rivoltella, poi tredici fucilate. Due operai, Francesco Lettera, 24 anni, e Salvatore Montixi, 36, restarono sul terreno. Un terzo, Giustino Pittau, 32 anni, morì di lì a poco in ospedale.
La domenica di sangue di Buggerru ebbe un'eco vastissima nel movimento operaio italiano. La tensione era alta già prima dei fatti sardi. Da più parti si chiedeva la proclamazione dello sciopero generale contro il padronato e contro il ministero Giolitti. Proposto durante un comizio a Milano l'11 settembre, lo sciopero generale fu proclamato dalle organizzazioni dei lavoratori milanesi il 16, nonostante la riluttanza della direzione del Partito socialista, dopo che uno scontro tra contadini e polizia a Castelluzzo, in provincia di Trapani, aveva causato altri due morti.
Domani, a cent'anni di distanza da quei fatti, i segretari delle tre confederazioni sindacali saranno a Buggerru per ricordare la lotta dei minatori. Le miniere, nel Sulcis, non esistono più. Sono state dismesse, come si dice. Lo zinco e il piombo ci sono sempre, ma non conviene più estrarli, perché sono prodotti con maggiori profitti in altre parti del pianeta. Il reddito di quella che un tempo fu la «piccola Parigi» viene oggi, come per molte altre regioni dell'isola, dal turismo. Al posto della Societé des mines, le grandi agenzie delle vacanze, le catene internazionali di alberghi, le imprese edili che lucrano sul business del cemento, gli speculatori immobiliari. A loro la fetta più grande. Il resto, salari bassi e impieghi precari e stagionali spesso in nero, a camerieri, barman, giardinieri, custodi, addetti alle pulizie. Tutti, anche i regolarizzati nelle forme flessibili del lavoro interinale, debolissimi nel loro rapporto con i padroni. Come avviene ormai ovunque nel mondo, e anche a Buggerru.
mercoledì, settembre 01, 2004
La corsa agli sconti, in un megastore Ikea appena aperto a Riad, si è trasformata in tragedia: tre vittime, oltre a 17 feriti, schiacciate da una folla scomposta che tentava di raggiungere la cassa dove venivano distribuiti buoni acquisto ai primi 50 clienti che si presentavano. Ameen Jamal, direttore dell'Ikea per l'Arabia, ha detto che prima dell'apertura, di fronte ai cancelli, si era radunata una folla di circa 8mila persone. Le vittime sono due pakistani e un saudita.
Ha bendato la madre e l'ha ferita al collo con un coltello. Per lei, una bambina di 12 anni, doveva essere solo un gioco. Ha rischiato di trasformarsi in una tragedia, sventata soltanto dalla prontezza della madre, una donna di 35 anni, che ha disarmato la figlia e se l'è cavata con due punti di sutura.
E' accaduto a Vicenza. All'origine dell'episodio sembra esserci il trauma subito dalla piccola in occasione della recente separazione dei genitori. Secondo quanto riferito dalla donna, la bambina era appena tornata da una visita al padre quando ha proposto alla madre di fare "un giochino". L'ha bendata, e poi le ha chiesto di tornare con il marito. Alla risposta negativa della donna, l'ha colpita al collo con un coltello che teneva nascosto in uno zainetto insieme a un martello.
Disarmata la figlia, la donna si è precipitata al pronto soccorso dell'ospedale di Thiene, dove è stata medicata e dimessa. Subito dopo il gesto, la bambina si sarebbe disperata, affermando che non avrebbe voluto ferire la madre. La donna ha chiesto per la piccola un adeguato sostegno psicologico. La bambina è stata allontanata da casa per disposizione del tribunale di minori di Venezia e affidata a una struttura di assistenza.
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