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mercoledì, novembre 17, 2004
Dà fuoco al garage con la prima sigaretta della sua vita. E' accaduto in un condominio di Scandicci dove un quindicenne dopo aver acceso una sigaretta nel box auto della famiglia, ha gettato il mozzicone dentro un cestino pieno di carta straccia da dove si è sviluppato un focolaio. Le fiamme si sono subito sviluppate e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per far cessare l'incendio. Il minore ha ammesso ai carabinieri di essere lui il responsabile dell'incidente per aver voluto fumare una sigaretta, precisando proprio che si trattava della prima volta. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
16:29 |
domenica, novembre 07, 2004
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16:54 |
Io, se fossi capace, prenderei un kalashnikov e sparerei a tutti quanti quelli che so io, prenderei due o tre bombe a mano e un bazuka, così la finirebbero di fare i guappi, la finirebbero di rompere il cazzo alla gente.
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16:51 |
Quarant'anni fa Muyank era una un porto e la sua principale risorsa la pesca: nella acque dell'Aral si trovavano carpe, salmoni e storioni e i vecchi ricordano ancora le reti piene di una annata eccezionale: nel 1957 le barche portarono a riva 26.000 tonnellate di pesce. Oggi a Muyank il mare non c'è più, si è ritirato di 80 km. Il paesaggio è costiutito da dune di sabbia, erbacce, qualche pozza putrida. Fino al 1969 il mare di Aral - situato nel cuore dell'Asia Centrale tra l'Uzbekistan e Kazakstan - era il quarto specchio d'acqua interno al mondo per estensione. Nel corso degli ultimi trent'anni la sua superficie si è ridotta del 50% mentre il volume complessivo del bacino idrico è sceso addirittura del 75%: un disastro ecologico senza precedenti, una Chernobyl silenziosa, nella tragica cornice del dissolvimento politico economico dell' ex Unione Sovietica, che ha prodotto oltre alla desertificazione, inquinamento dell'aria, del suolo, dell'acqua residua, malattia e miseria in una regione un tempo fertile. La situazione già adesso insostenibile, minaccia addirittura di peggiorare: secondo stime attendibili senza interventi radicali (e molto costosi) entro il 2015 il mare d'Aral potrebbe scomparire del tutto. Al suo posto sabbia, sale e tonnellate di pesticidi.
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16:24 |
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16:21 |
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15:20 |
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15:09 |
Nei primi anni '60, con Charly Gaul presente più a ricercare lo stipendio, piuttosto che a correre sull'onda e in sincronia con la sua classe, Bahamontes divenne il divino delle montagne e quando lui accelerava non ce n'era per nessuno. Federico, pur con tutte le sue contraddizioni, vinse tanto e fu longevo. Da segnalare i suoi successi in 11 tappe dei grandi giri, sei Gran Premi della Montagna al Tour, le innumerevoli vittorie nelle celebri cronoscalate al Mont Faron, Monte Carlo, Mont Angel, Montjuich, Arrate. E' stato campione di Spagna nel 1958 e nel 1959, ha vinto il Giro delle Asturie (1955-57) il Circuito Provenzale (1965) e, pensate un po', la Sei Giorni di Madrid nel 1964. Mi son sempre chiesto cosa avrebbe potuto fare Bahamontes, se non avesse avuto una paura folle delle discese. Sicuramente poteva vincere di più e, magari, almeno un altro grande Giro. In particolare da "vecchio", quando poteva fungere da terzo incomodo nel duello tutto francese fra Anquetil e Poulidor. A dimostrarlo giunge l'eco della grande impresa di cui fu protagonista nella tappa di Pau, al Tour del 1964, quando, dopo 190 chilometri di fuga, in parte percorsi in compagnia del connazionale ex sacrestano Julio Jimenez, giunse solitario sul traguardo con quasi due minuti sui grandi rivali francesi. Quella fuga, come quella di Grenoble nel Tour dell'anno precedente (dove finì secondo nella Generale Finale dietro Anquetil), urlano le grandezze e le sopraffine valenze di questo autentico personaggio che il ciclismo ci ha fatto conoscere. Fosse stato solo un poco più accorto o normale nella condotta agonistica, ci sarebbe stato dunque da scommettere su un suo palmares molto migliore. Anche perché, volendo, non era per niente fermo contro le lancette, come dimostra il suo terzo posto nella lunga cronometro di Basançon (55,5 km!), dove s'inchinò solo all'immenso Anquetil e allo specialista Ferdinand Bracke e giunse a soli 2'07" dal formidabile francese.
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15:07 |
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15:02 |
Si aggirava nel gruppo come un ossuto estraneo al mondo delle corse, con la faccia triste e malinconica, intrisa di dignità e mistero. Un portamento complesso, scavato sulla proiezione del suo stesso volto, lungo e magro con gli zigomi sporgenti, quasi a voler ricercare una luce o un semplice chiarore. Un quadro, insomma, degno delle stravaganze di un atleta tra i più forti della storia del ciclismo come potenziale, poi giunto al romanzo di questo sport attraverso pagine comunque memorabili, ma parziali o solo specialistiche. Passò tardi al professionismo, nel 1954, a ventisei anni. A fermare le possibilità di contratto, il timore di molti osservatori ed addetti ai lavori, di imbattersi in un tipo come Vicente Trueba, la "pulce dei Pirenei", uno che diventò leggenda senza vincere nulla, vissuto però vent'anni prima, quando sul ciclismo si dipanavano minori richiami al risultato. I presupposti per riproporre le medesime risultanze del connazionale, in Federico Martin, c'erano tutti: tanto bravo in salita, quanto scarso in discesa. La leggenda di questo straordinario personaggio narra che al suo primo Tour de France, sul Col de la Romeyere, dopo aver lasciato gli altri a distacchi notevoli, si fermò in cima al passo, ed indispettito per tutti coloro che lo incitavano, entrò in un bar, comprò un gelato e scese pian piano leccando il suo cono, fino a quando non arrivarono gli avversari. Sarà una coincidenza, ma nel 1959, dopo anni passati a collezionare Gran Premi della Montagna, quando finalmente si decise a cercare un po' di coraggio, sullo stesso colle, costruì il suo successo al Tour. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
15:02 |
Morte di Marco Pantani, campione ciclista. Scalava, quasi con leggerezza, le montagne, ma non ce la faceva più ad affrontare le asprezze della vita. Si sentiva vittima: incompreso e perseguitato. Da giovane cronista mi sono occupato di ciclismo: un Giro d'Italia, e quattro o cinque Milano-Sanremo. Ed erano i tempi gloriosi di Bartali e di Coppi. Quando Gino Bartali se ne è andato ha lasciato il ricordo di un grande campione e di un buon cristiano. E in me un rimorso. Non potevo, come subito dimostrerò, dare prova di risorse tecniche. Sull'argomento c'erano veri esperti: come Luigi Chierici, direttore di 'Stadio', o Giuseppe Ambrosini, che poi guidò la 'Gazzetta dello sport'. Come si dice nel gergo redazionale, il mio compito era 'fare il colore' perché, come ho sempre confessato, sono uno specialista in niente. Alcuni scarsi nel mio mestiere hanno invece trovato rifugio nella politica. In ogni caso, nel Giro del 1948, che fu vinto da Fiorenzo Magni, io scrissi che "la vecchiaia ha raggiunto Bartali, ieri alle 14,20, sul Pordoi". Mi pareva che Coppi lo distaccasse impetuosamente, e io mi lasciai andare a un testo lirico-nostalgico. Dopo un mese 'Ginettaccio', il cui slogan era: 'È tutto sbagliato, tutto da rifare', trionfò al Tour: nel giorno dell'attentato a Palmiro Togliatti entrò nella leggenda del pedale e diede un contributo decisivo alla pacificazione degli animi. Conversai con Fausto Coppi, il Campionissimo. Si preparava al congedo, alla sua ultima stagione: "Tutto quello che ho", mi disse, "l'ho pagato in anticipo; ogni lira un colpo di pedale". Si avvicinava ai 40 e qualche fantasioso giornalista lo aveva già chiamato 'il nonnino'. Continuava a rispettare le diete e le buone abitudini degli atleti: poi lo ha ucciso una banale malaria non capita dai medici. Il suo menù era piuttosto malinconico: filetto al sangue, frutta cotta, germi di grano, acqua minerale. Voleva presentarsi con decoro al suo ultimo Giro d'Italia. All'inizio della carriera lo condussero da Cavanna, un imponente massaggiatore cieco, rispettato profeta e profondo conoscitore di muscoli: "Ragazzo", disse l'omone, dopo averlo ben misurato, "sei un animale da fatica e, se mi dai retta, riuscirai". "Dicono", raccontava Fausto (i tifosi lo chimavano semplicemente così), "che ho avuto dalla mia parte molta fortuna, e forse un po' mi invidiavano. Può darsi, ma tante volte io penso a come sarebbe stato bello se fossi rimasto a Castellanza con mio padre e mio fratello Serse, a lavorare i campi. Io sono nato contadino, certe cose non sarebbero accadute, si può essere felici anche con pochi soldi, non importa avere il nome sui giornali". "Per essere un campione bisogna saper soffrire, saper resistere quando il caldo e la polvere ti soffocano, quando sei straziato dalla stanchezza e dallo sconforto, quando sei solo e sconfitto". "Mio padre è morto, mio fratello Serse è morto. Serse non era soltanto mio fratello, Serse mi consigliava, mi era vicino, è il dolore più grande che io abbia provato. Non pareva grave, una caduta, ma si era subito rialzato. Poi lo vedemmo impallidire, emorragia al cervello. Non ci fu niente da fare. Ho pagato in anticipo". Non aveva avuto nemmeno in famiglia tanta comprensione. Il giorno in cui Serse cadde, la moglie gli disse: "Anche tu farai la stessa fine". Voleva che si ritirasse. La madre lo chiamava 'lo zingaro'. Venti esperti di varie nazionalità lo giudicarono "il più grande corridore di tutti i tempi", ma il suo nome ha provocato anche aspre polemiche. Quando si seppe della sua relazione con la Dama Bianca, la signora Giulia Occhini, moglie di un medico, la suocera disse: "Sembra impazzito". Non più giovane, forse si era innamorato per la prima volta. L'opinione pubblica si scatenò; per qualche tempo si ebbe l'impressione che l'Italia avesse un solo adultero: lui. Lo ricordo come uno degli uomini più intelligenti che ho incontrato.
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14:55 |
lunedì, novembre 01, 2004
48enne italiano divorziato, chef, trasferito a Londra per lavoro cerca, per costruire una nuova famiglia, donna matura, seria per convivenza o eventuale matrimonio. Disposta a trasferirsi a Londra, anche con figli purchè maggiorenni e autonomi. Chiedo serietà e non avventure, astenersi perditempo, please. Tel. 0044.7773374469 dalle 15,30 alle 19,30 Lorenzo, anche SMS.
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16:02 |
Ho 55 anni 06-08-48.Separato da 4. Con casa propria con giardino.Non fumo non bevo e sono vegetariano.Son sano e molto forte.Non ho mai visto ne un dottore ne un ospedale.Cerco una storia vera con una donna vera che ama la famiglia e il Marito.Mandatemi foto e indirizzo email e telefono per incntro immediato. E-Mail: virgilio48@tiscali.it
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16:01 |
Ciao sono Roberta, 43 anni, dinamica e simpatica, ma un po’ sfortunata nell’amore. Ho dato tanto per ritrovarmi con un pugno di mosche e dalla vita ora voglia qualcosa di piu’. Il mio sogno é di trovare un uomo max 50 anni , vedovo o divorziato , che abbia attivita’ propria nella quale poterlo appoggiare e collaborare . Desidero avere con lui un rapporto di amore completo a 360° . Fermo posta Alba Adriatica - 64011 DOC n. AD 4464669;
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15:59 |
Con cura e pignoleria, Red sistemò anche l’ultimo. Benché fosse di dimensioni identiche a tutti gli altri, a lui sembrava molto più grande, come se la vicinanza dei precedenti lo avesse fatto addirittura lievitare. Perciò lo trattò con ancor più delicatezza e riverenza. Chiuse la sua ventiquattrore e inserì una nuova combinazione. Si concesse soltanto un istante per sognare: con tutti quei bigliettoni avrebbe potuto vivere come un re per il resto dei suoi giorni! Poggiò le labbra con trasporto sulla valigetta e chiuse gli occhi. Poi si alzò di scatto: doveva precipitarsi alla stazione e saltar dentro il primo diretto per la Svizzera. Soltanto lì si sarebbe potuto rilassare. Non fece caso al dolorino che avvertì in mezzo al petto, certamente causato dalla concitazione per il colpo meglio riuscito e più ricco di tutta la sua vita. A bordo del treno si cercò un posto isolato, senza seccatori vicino, ma in piacevole compagnia del denaro. Eppure il cuore gli batteva all’impazzata e nemmeno l’esperienza accumulata i tanti anni riusciva a rasserenarlo: che avesse sbagliato qualcosa? Iniziò a ripercorrere con la mente ogni istante dell’impresa, preparata con cura da anni. Gli impiegati erano già tutti morti quando era entrato nel caveau e indossava la maschera antigas che lo avrebbe reso irriconoscibile anche alle telecamere della banca. Perciò doveva stare tranquillo: nessuno sarebbe venuto a cercarlo. Ma il cuore non dava retta alle rassicurazioni e continuava a correre più velocemente del treno. Aprì il finestrino per una boccata d’aria e osservò il cielo. Le nuvole, di color grigio piombo, si addensavano cariche di elettricità. Il treno si fermò. Era giunto alla prima fermata. Si spalancarono le porte e un violento lampo al cuore ridestò Red dai suoi pensieri: capì di aver commesso la sua solita, fatale, distrazione. Il pensiero corse a quando, da bambino, marinava la scuola. L’organizzazione della marachella era perfetta, ma veniva sempre smascherato. Anche allora le porte del treno si aprivano e balzava dentro, abito blu, severo e determinato, il giustiziere delle ferrovie: <<Biglietto prego!>> Scuse e giustificazioni non servivano a nulla. Implacabilmente emetteva verbale e glielo spediva a casa. Di lì a qualche giorno, fioccavano le botte del padre, seguite da mesi di punizione. Red tremò al pensiero che questa volta la dimenticanza lo avrebbe condotto dritto all’ergastolo e immaginava, vividamente, le parole del controllore: <<Favorisca il biglietto...e allora mi dia un documento…ma come? Possibile che non abbia un documento? Coraggio, frughi bene nella sua ventiquattrore…>> Si precipitò in bagno, si chiuse a chiave e tentò di aprire la valigetta. Assalito dall’ansia dimenticò la combinazione. Più pensava che la sua permanenza destasse sospetto, essendo insolitamente lunga per espletare un bisogno fisiologico, meno gli veniva in mente quella dannata combinazione e più il panico gli stimolava il bisogno. Le combinazioni possibili erano mille e dovette provarle quasi tutte prima di cavar fuori un biglietto da cinquecento euro, l’unico taglio di cui disponeva. Di slancio andò alla porta, fece per tuffarsi fuori, ma un gran mal di pancia lo ricacciò dentro: giù i pantaloni e vrr. Maledizione: era finita la carta igienica. Dovette aprire nuovamente la valigetta e usare, con rabbia, alcune banconote per pulirsi dal bisogno più caro della sua vita. Via, alla caccia di un biglietto, con un brivido di panico al pensiero che la cifra offerta per l’acquisto, avrebbe certamente destato sospetto. Correndo su e giù per i vagoni, trovò il passeggero più adeguato per poter concludere lo scambio. <<Ciao piccolo! Ti piacerebbe fare un grande affare? Ho scordato il biglietto. Per un uomo della mia età è una figuraccia, ma per un bimbo come te è una cosa normale. Me lo vendi per cinquecento euro?>> <<Mi dispiace, signore, non vendo il mio biglietto per nessuna cifra>> Disse, con un filo di voce, quel bimbo dal viso stranamente pallido, indicando la diligente pagella di prima elementare. Red non capì e indicò l’altro foglio. <<Non è un biglietto: è il motivo per cui sono capitato in questo treno>> Mormorò il fanciullo. Il foglio parlava chiaro: leucemia. Red fuggì dal bimbo e si precipitò da un altro passeggero, con la mente confusa e il cuore in preda a violente palpitazioni. <<Non è in vendita>> Disse il prete sventolando la bandiera di color arcobaleno. Era partito in missione di pace, ritornava con un proiettile in fronte e la bandiera intrisa di sangue. Un brivido di terrore agghiacciò Red. Diede un calcione alla valigetta e si precipitò, disperato, dal conducente. La porta della cabina era chiusa a chiave. Bussò con tanta forza da farla scricchiolare e, con il poco fiato che gli rimaneva in gola, prese a gridare: <<Voglio scendere! Voglio scendere! Vi prego, fatemi scendere!>> Le emozioni erano state troppe e cadde stravolto, con il cuore in fibrillazione. Il treno, rapido e inesorabile, proseguiva la sua ascesa al cielo, verso il capolinea. Red, in fin di vita, non aveva il biglietto.
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15:58 |
La scritta mi era apparsa fugacemente, in una intermittenza di luci. Pioveva e l’acqua aveva fatto colare l’inchiostro sulla carta fresca di stampa. La notizia era appena arrivata e già scivolava lungo i muri senza concedere spazio per nessuna replica. Le repliche Costantino non le concedeva nemmeno in vita e ora, che non c’era più, continuava ad avere l’ultima parola. Se n’era andato in solitudine, diceva che quando si sarebbe reso conto di non riuscire più a vedere come un tempo, non sarebbe più uscito di casa. E così aveva fatto. Io e Costantino condividevamo lo stesso tratto di strada per tornare a casa: cinquanta minuti di autobus al giorno, sei giorni su sette, per tutto l’anno, escluso il mese di agosto. A notarlo ero stato io. Quando salivo sull’autobus lui era già lì: voce alta, ultima fila, ultimo sedile. Mi rivelò più tardi che quel posto gli piaceva perché si sentiva come sul palcoscenico di un teatro. Il posto rialzato gli permetteva di dominare tutto il corridoio, che era la sua platea, e l’esposizione alla strada offerta dal finestrino era il copione da cui traeva liberamente ispirazione. Ogni viaggio era un racconto. Lui saliva sempre due fermate prima di me ed il salire a racconto già iniziato procurava a quel tragitto un senso di incompletezza: aveva un termine ma non un inizio. I primi tempi, quando ancora non capivo, anticipavo di una fermata la salita eppure, anche solo per una frase, una parola, un gesto, ero in ritardo. Costantino vedeva tutto. Vedeva anche il mio disappunto non appena mettevo piede sull’autobus, eppure non mi aspettò una sola volta. Cominciai anche a pensare che in fondo si divertisse a farmi credere che la battuta iniziale del suo racconto ci fosse già stata, quando invece era tutta una finzione. Ho capito poi che, se anche di finzione si trattava, non era per burlarsi di me ma per contraccambiare la serietà con cui lo trattavo. Ad ascoltarlo eravamo in tanti, ma alcuni sghignazzavano e non avevano la voglia di farsi incuriosire dai protagonisti delle sue storie. Forse perché raccontava di gesti quotidiani, di gente come lui che ogni mattina si alzava, si faceva il bagno e si vestiva per uscire. Di più Costantino aveva che si profumava per un appuntamento che quotidianamente si rinnovava nello stesso posto e alla stessa ora. Usciva presto, prendeva il caffè a cento metri da casa e giunta l’ora attraversava tutta la città per vivere quell’incontro. Finito l’asfalto c’era il mare. Il mare custodiva Costantino nelle ore del giorno e Costantino custodiva il mare all’imbrunire sulla via di casa. Così era stato sin da piccolo e così anche quando era dovuto partire e allontanarsi dall’isola. Diceva di aver sempre trovato uno spaccato di mare dove rifugiarsi, anche dove non c’era. “Il mare te lo porti dentro” diceva. E così riusciva a trovarlo. Una volta raccontò di averlo visto negli occhi di una donna, che poi amò per tutta la vita. Credo che in questi ultimi due anni cercasse di compensare la diminuzione della vista con le parole. Nei giorni le descrizioni si erano fatte sempre più minuziose. Io chiudevo gli occhi e vedevo, quasi annusavo la densità odorosa di quei racconti. In quei cinquanta minuti pareva che anche l’autobus prendesse il ritmo del suo narrare e tutto si trasformasse. Invecchiava e allungava il suo tragitto e le sue storie così che ormai, quando scendevo, non conoscevo nemmeno la fine. Ma non mi dispiacevo più. Coglievo l’incantesimo del viaggio nel suo manifestarsi, non nel suo avvio né nel suo concludersi. In fondo neanche Costantino aveva voluto mettere la parola fine. Mi raccontarono più tardi che prima di morire aveva fatto tutte le corse di quella tratta. Era stato travolto dai ricordi e la paura di non poterli raccontare tutti lo spinse ad errare sino a che non fu detto anche l’ultimo. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
15:54 |
Impiegato statale 52 enne, benestante, stipendio mensile sicuro, appassionato del ballo liscio, cerca amicizia con una donna libera da impegni familiari, oltre i 40 anni di età, per andare a ballare insieme, con riserva di una convivenza o futuro insieme. Tel: 340.3770655
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
15:47 |
Professionista 48enne, fine, leale, aitante, cerca una donna, anche brutta purché calda e pelosa nei punti giusti. C.P. n.29, 64020 Cologna Spiaggia (Te)
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15:44 |
07.maggio.2001 Parte prima: presentazione di L'altro nome del Rock (Enrico Brizzi e Lorenzo Marzaduri, Mondadori) alla FNAC di via XX settembre. Enrico Brizzi, enfant prodige della letteratura italiana (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, può bastare?) e Lorenzo Marzaduri (Piccole tenebre per Baldini&Castoldi, ma soprattutto tante pagine da scrittore di gialli, appassionato di rock e sceneggiatore di fumetti per la Marvel) sono due amici, entrambi di Bologna, che hanno deciso di scrivere un libro assieme. Sono anche due scrittori, è ovvio, ma un po' particolari. “Perché gli scrittori più che leggersi tra di loro si studiano, si controllano. Noi no. Noi ci scambiamo i lavori e discutiamo, passiamo intere giornate e nottate a parlare, di tutto. Insomma, siamo amici”. dice Marzaduri. E Brizzi spiega che se hanno deciso di scrivere un libro sul rock e sulla musica è perché “si può scrivere di tutto, di tante cose che ci legano: dal guardare le donne alla finestra alle partite del Bologna. Sono entrambe cose che ci uniscono e ci piacciono. Le situazioni che chiedono di essere raccontate sono infinite. Però abbiamo scelto la musica, per dire qualcosa che va aldilà della parola. Magari per raccontare quelle emozioni che abbiamo provato noi, che sono quelle di chi era con noi in una determinata situazione, mettiamo un rave, e che poi sono le stesse emozioni che hanno attraversato la storia: dalla festa del paese cento anni fa alla preistoria...”. Insomma, un libro a quattro mani “nato dal desiderio di fare qualcosa assieme. È da tanto che conosco Marzamen” spiega ancora Brizzi “da quando ho cominciato a frequentare l'editrice Transeuropa, prima ancora del jack Frusciante, e mi è sempre piaciuto il suo modo di scrivere. Abbiamo cominciato a frequentarci, e mi è venuto in mente, guardano un duetto tra i Pearl Jam e Neil Young, che si poteva davvero fare”. Dapprima l'idea era grandiosa: “Una specie di doppio album, con una parte in studio, una live, una di covers e una jam session. Ma sarebbe venuta fuori una cosa mostruosa, mille pagine: il buon senso e gli editori ci hanno sconsigliato. Sono venute fuori queste nove storie, che si possono leggere come si vogliono, come un cd, nel quale puoi scegliere da che brano partire, eppure sono legate. Ci sono personaggi che tornano, intrecciano le loro storie ad anni di distanza. Il tutto scritto, letto, discusso e riscritto a quattro mani. Non c'è più la preoccupazione dell'autorialità: un'idea dell'uno è stata sviluppata dall'altro, e viceversa, o magari assieme. Una delle storie è stata scritta davvero assieme davanti alla tastiera” conclude Marzaduri. Intermezzo: gli autografi (foto in basso), le foto (appunto). Invito i due scrittori a prendere un aperitivo a mentelocale. Parte seconda: mentelocale. (foto in alto, con Laura Guglielmi) Enrico e Lorenzo sono entusiasti della redazione. Per strada Lorenzo zoppicava, ha battuto malamente un piede. Facevo un po' da cicerone, ma per guardare le belle ragazze non ce n'è bisogno, ed Enrico se l'è cavata benissimo da solo, ricevendo anche un invito per il Nick Masaniello in serata da una procace pulzella. Ma non è di donne che si deve parlare. Mi raccontano che sono stati selezionati per lo "Strega", ma non sembrano molto convinti di farcela, pensano si tratti di una candidatura di facciata. "Comunque non so bene come funzioni lo Strega, io sono stato solo al Campiello": non pare molto interessato ai premi, Brizzi. Poi si parla di libri. O quello che è. Perché il discorso cade su Una storia italiana, del Cavalier Berlusconi. Lorenzo mi spiega come ne ha rinvenuto una copia nella spazzatura “piegata come fosse in una cassetta delle lettere. L'ho presa e me la sono portata a casa: ero troppo curioso”. Brizzi il libro l'ha letto, e il suo commento è in una smorfia. Si continua il discorso davanti a una birra, un bianco e una caipiroska. "E pensare che è il nostro editore!" dice Lorenzo, che mi promette un commento a caldo di suo pugno dopo il 13 maggio. Ci lasciamo così, con questa mezza promessa, davanti alla fermata dell'autobus.
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:43 |
Se venite giù per la via Emilia, a meno di seicento metri dallo svincolo d'autostrada per il mare c'è il posto dove lavoro. Il Kangaroo. Lo riconoscete dall'insegna. Sull'insegna c'è una sberla luminosa di kangaroo saltellante che sarà alta il doppio di un uomo, e se non siete ciechi la vedete di sicuro. Anche se venite giù dallo svincolo, la vedete. Il Kangaroo. Impossibile sbagliare.
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:39 |
Si parte in accelerazione nucleare sull'auto del signor Ronnie. Red Ronnie.
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
14:09 |
Due giovani, un uomo di 25 anni e una donna di 26, sono morti la scorsa notte schiantandosi dopo un lancio di «bungee jumping» dal ponte di Polino, vicino a Terni. Intorno alle 20.00 hanno compiuto un lancio in coppia e invece di essere trattenuti dall'elastico si sono schiantati sul greto del torrente. Le indagini sono in corso per capire se e come abbiano ceduto i moschettoni che tenevano collegato al ponte il cavo elastico, trovato intatto dai soccorritori. Il ponte di Polino viene utilizzato da circa quattro anni dagli amanti della specialità estrema I due sono precipitati da un'altezza di circa 100 metri, rimanendo uccisi sul colpo. L'incidente è avvenuto in località Ponte Canale, in una gola tra Polino e Arrone. Si tratta di una zona dove il bungee jumping veniva praticato ormai da diverso tempo. I giovani, Alberto Galletti e Tiziana Accorrà, si sono lanciati da un ponte costruito durante il fascismo, con delle campate particolarmente alte, sotto al quale scorre un torrente che per la maggior parte dell'anno è però in secca. Lui era un caporalmaggiore della Folgore, di Magliano Sabina (Rieti). Proprio oggi il giovane avrebbe festeggiato il venticinquesimo compleanno. Con lui è morta sul colpo anche la fidanzata. «L'impianto era già chiuso - ha detto il gestore intervistato ieri sera sera dal Tg3 dell'Umbria - e i due giovani mi hanno chiamato al telefono all' ultimo momento. Mi hanno detto che erano ad Arrone, pregandomi di non chiudere l'impianto, di aspettarli. È stata una fatalità». Approfittando della festività del primo maggio e della bella giornata, in molti avevano deciso di provare l'emozione del salto. Tutti gli altri lanci si erano svolti senza problemi. Una videocamera ha ripreso ilsalto della morte: la videocassetta è ora al vaglio dei carabinieri e del magistrato che coordina l'inchiesta. A chiedere di essere ripresi erano stati i due giovani. Per questo avevano pagato 70 euro, mentre il costo di un lancio senza ripresa e di 50 euro. Nel filmato - secondo indiscrezioni - si vedrebbero Accorrà e Galletti lanciarsi nel vuoto, ma non sarebbe inquadrata la «base di lancio» ancorata al ponte. Su questa struttura si sta concentrando l'attenzione degli investigatori che stanno cercando di capire le cause dell' incidente. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
13:47 |
Stavo pensando..
che razza di senso può avere quello che è successo ai due ragazzi che si sono lanciati per fare bungee jumping. Doveva essere una serata speciale, volevano provare questa emozione forte.. Qualcuno ha criticato questa pratica di lanciarsi nel vuoto dicendo che è malsana. Beh, allora è malsano anche andare sulle montagne russe e in quelle attrazioni da luna park dove si va per sentire l'adrenalina scorrere nelle vene per qualche minuto. Uh. E' forse piu' sano lanciare sassi dai cavalcavia, così, tanto per passare una serata diversa? Partecipare ad una gara clandestina su qualche viale cittadino? Oppure calarsi una decina di pasticche al Sabato sera e tirare avanti a ballare fino alle 7 del mattino.. Non riesco a credere che si possa morire in modo così assurdo e stupido.. lui era un parà, era in licenza per una quindicina di giorni, rientrato dal Kosovo.. Sopravvissuto al Kosovo, muore per uno stupido incidente mentre fa bungee jumping.. lei studiava all'università. La immagino nelle sere passate a studiare sui libri, a sgobbare. E tutto perchè? Per poi uscire una sera con la persona amata e finire così. Lasciandosi indietro anni di studio, sofferenze, gioie, pranzi in famiglia, etc. ... Tutto questo significa qualcosa? Andare a scuola ogni mattina, sopportare ingiustizie, credere che un giorno saremo arrivati anche noi e avremo la nostra casetta col prato e il cane e la station-wagon e dei bambini meravigliosi e una moglie che non ci mette le corna e che ci ama davvero.. .. certo magari qualcuno ci riuscirà, credendoci, a raggiungere questa specie di status che ci hanno inculcato come il fine ultimo dei nostri smazzamenti. E tutti gli altri? "Avevano solo da non lanciarsi" potreste dire. Oh, certo. Supponiamo che invece si mettevano in viaggio in auto per andare a trovare la cara zia ammalata che abita in montagna. E che un pazzo ubriaco gli veniva addosso con un'altra auto. Il risultato sarebbe stato lo stesso, solo che nel secondo caso sarebbe sfiga. E nel primo no? Non sono d'accordo. Allora potremmo dire che "Era destino". Cosa vuol dire "era destino" che da quando nasco sono già segnato e tanto vale mi chiudo in casa e aspetto? Oppure questo destino sarà formato da una interminabile serie di coincidenze, tipo essere proprio a quell'ora a quell'impianto di bungee jumping in quel giorno. Mah. Erano così contenti di quella cosa che si erano pure fatti riprendere, così fra qualche mese in rete girerà quello stupido filmato che li vede lanciarsi abbracciati, sorridendo e guardandosi negli occhi. E forse il fatto che fossero assieme è l'unica nota positiva che ci si può sforzare di trovare, forse sarebbe stato peggio se moriva lui mentre era in missione in Kosovo o lei per qualche altro stupido incidente. Sarebbe rimasta una delle due anime in pena. Invece la provvidenza ha fatto si che anche nella loro ultima scena, fossero vicini, abbracciati stretti. Forse è stato il modo piu' romantico di morire in un periodo che ci fa perdere sempre più fiducia nel concetto di Amore. postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
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Lei non è molto che vive a Roma postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | |
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