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mercoledì, novembre 17, 2004
 

 

Dà fuoco al garage con la prima sigaretta della sua vita.

E' accaduto in un condominio di Scandicci dove un quindicenne dopo aver acceso una sigaretta nel box auto della famiglia, ha gettato il mozzicone dentro un cestino pieno di carta straccia da dove si è sviluppato un focolaio. Le fiamme si sono subito sviluppate e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per far cessare l'incendio. Il minore ha ammesso ai carabinieri di essere lui il responsabile dell'incidente per aver voluto fumare una sigaretta, precisando proprio che si trattava della prima volta.



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:29 |


domenica, novembre 07, 2004
 

 

Suo padre lo voleva avvocato in Irpinia e rimase molto deluso quando superati brillantemente gli esami di procuratore legale disse che gli era impossibile domandare soldi a chi ha bisogno del mio patrocinio per avere giustizia.
Giovanni riteneva che la via migliore per attuare le sue idealità fosse quella della Pubblica Sicurezza. Ma si rivelò un funzionario scomodo: tenendoci chiusi negli uffici mentre, se ci mandassero in mezzo alla gente, a contatto con la vita, come sarebbero impiegate meglio le energie della PS!

 

Per questo fu mandato in castigo, al confine e nel novembre del '37 raggiunge la Questura di Fiume.

Qui come responsabile dell'Ufficio Stranieri venne a contatto anche con la forte e privilegiata comunità ebraica.

Tutt'attorno però, nei territori jugoslavi occupati dai nazisti e dagli ustascia croati, infuriava l'antisemitismo, e Fiume diventò l'ultima via di salvezza per quanti fuggivano dai Balcani.

 

Così proprio lui , che istituzionalmente avrebbe dovuto contrastare la fuga degli ebrei, li istradava con documenti falsi verso la Svizzera o Israele o più tardi via mare sulle coste del Meridione già liberato.

L'8 settembre 1943 tutto precipita ma nonostante la situazione disperata Palatucci rimane a Fiume per continuare l'opera di salvataggio innanzitutto distruggendo il materiale relativo agli ebrei custodito negli archivi della Questura; quando le SS nell'agosto 1944 eseguirono il maxirastrellamento che doveva inoltrare gli ultimi ebrei ai forni crematori la "materia prima" si era volatilizzata.

 

Amici e partigiani a questo punto tentano di convincerlo in ogni modo a fuggire; lo stesso console gli offre  la sua villa nel Canton Ticino. Lui rimane a Fiume.

All'ausiliario nell'ufficio del Palatucci all'ennesima insistenza perché raggiungesse una sede meno esposta - indicando la bandiera -risponde: Cucciniello, dite a tutti gli amici che finché sventolerà quel Tricolore io rimarrò qui al mio posto.

La notte del 13 settembre 1944, su ordine del tenente colonnello delle SS Kappler fu perquisita la sua abitazione. Accusato di cospirazione e intelligenza con il nemico fu tradotto nel carcere di Trieste e nell'ottobre 1944 istradato a Dachau.

 

Giovanni Palatucci nato a Montella (AV) il 31 maggio 1909 salvò circa 5.000 ebrei, rischiando di continuo, per sei anni la propria vita.

Morì nel Lager  di Dachau il 10 febbraio 1945 dopo quattro mesi di sevizie, e  gettato in una fossa comune sulla collina di Leitenberg.

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:54 |
 

 

Io, se fossi capace, prenderei un kalashnikov e sparerei a tutti quanti quelli che so io, prenderei due o tre bombe a mano e un bazuka, così la finirebbero di fare i guappi, la finirebbero di rompere il cazzo alla gente. 
Ma siccome non sono capace sono salita all'ultimo piano dell'Hotel Riviera. 
Non l'avevo mai vista Napoli così. A vederla così pare tutta un'altra cosa: il mare, Castel dell'Ovo, il Maschio Angioino, il Museo Capodimonte, le macchine come tante formiche e le persone neanche si vedono. 
Pare tutta un'altra cosa.
"Allora? Come vi è venuta questa pensata?", ha chiesto il pompiere che si era affacciato dalla finestra.
"E a voi che ve ne fotte?", ho detto io.
"Personalmente niente, però siccome è il mio lavoro cerco di far1o bene". 
"Qua perdete tempo", ho detto. 
"Siete proprio decisa?"
"Ci potete scommettere", ho risposto. 
"E che cos'è? Una delusione d'amore?", ha chiesto.
"Vi sembro così sciacquina?", ho detto io. 
"No no, per carità".
"Che per una delusione d'amore mi buttavo da soprabbasso?".
"E vabbé", ha detto, "ho sbagliato".
"A me è la vita che mi ha deluso". 
"Allora è un fatto grave. 
"E se la vita ti ha deluso...", ho fatto cenno con la testa verso il basso. 
"Certo".
"Lasciatemi perdere allora che è meglio". 
"Spiegatemi prima perché vi volete buttare". 
"Siete cocciuto
"Lo so".
"Ma perché tenete tutta quest'insistenza?". 
"Perché se vi volevate buttare veramente, già vi eravate buttata".
"Vi sbagliate, perché io veramente mi voglio buttare, però mi manca il coraggio".
"Solo questo?".
"E poi a guardare le cose da quassù pare che sono diverse. Quelle sono sempre la stessa merda, però è un'impressione bella e prima di buttarmi me la voglio godere un po' quest'impressione, avete capito?".
"No".
"Non fa niente".
Per un po' non ha parlato più, poi ha tirato fuori il pacchetto di Marlboro:
"Una sigaretta?".
"No, tanto mi debbo buttare".
"Vi fumate prima la sigaretta e poi vi buttate". 
Ho finto un sorriso e mi sono presa la sigaretta. 
"Volete accendere?".
"L'accendino ce l'ho, grazie".
Mi sono seduta, con le gambe che sporgevano nel vuoto e ho acceso la sigaretta. Si è messo a fumare pure lui.
"Come vi chiamate?", ha chiesto.
"Samantha".
"È un nome esotico", ha detto.
"È adatto a una puttana come me", ho risposto.
"Ah...", ha detto, "ecco".
"Ecco che?"
"No, dico, ecco il punto".
"Ma quando mai".
"E allora raccontatemi meglio".
"V'interessa pure se sono una puttana?". 
"Sempre una persona siete".
Certo che la vita è strana. Per vent'anni incontrate solo ricottari e pezzi di merda, poi, proprio quando avete deciso di farla finita, capita una persona per bene.
"E va bene", ho detto, "prima di morire pure la debbo raccontare a qualcuno questa storia". 
"Oh, meno male", ha detto lui.
"Per prima cosa non sono una donna.
"Come non siete una donna?". 
"E andiamo, non avete capito?".
"No".
"Sono un travestito".
Sono un travestito ma non l'ho scelto io che diventavo un travestito. Ma neanche questo è il punto.
Quando avevo cinque o sei anni ero un ragazzino normale, solo che tenevo la pelle liscia e gli occhi dolci, e certe gambe lunghe come quelle di una femmina. Allora hanno cominciato a darmi certi ormoni e certe pillole che mi facevano crescere il seno, mia madre mi metteva a giocare con le bambole, mi truccava gli occhi e mi diceva che ero più bella.
A cinque o sei anni potete dire quello che volete a un bambino, lui vi crede. Gli potete dire dell'uomo nero, di babbo natale e degli extraterrestri, lui pensa che veramente esistono, e così se gli dite che è una bambina lui mica lo sa che non è vero.
Perché lo fanno? Per soldi, è naturale. Perché poi, quando tenete dodici o tredici anni, cominciate a fare marchette.
Pure quello vi fanno credere che è normale. E gli uomini si attizzano con noi, non lo immaginate quanto si attizzano. Teniamo più clienti di una puttana normale, teniamo la fila per tutto il Corso e i soldi come se piovessero. Non vi meravigliate, sono cose che succedono. Le galline le crescono perché fanno le uova, a noi ci crescono così, per fare quello che facciamo.
Quando capite come stanno veramente le cose è troppo tardi, perché ormai non lo sapete neanche più voi quello che siete veramente, una donna, un uomo, una razza a parte, non lo capite.
Però, dico io, una, arrivata a diciotto anni, potrebbe vedersene bene di quei soldi, o almeno decidere che vuole fare nella vita: la puttana, la parrucchiera o magari si mette a studiare e si prende un diploma, o no?
Nossignore, questa possibilità non ci sta, non ci sta perché quella cessa della madre che vi ha messo al mondo e che è più puttana di voi, vi ha venduta, e ora appartenete a un boss qualunque che di voi non se ne fotte un cazzo e vi sfrutta fino a quando può. 
Come una gallina.
Ma io mi sono stancata di fare la gallina. 
Me ne sono scappata a Roma pensando che lì riuscivo a liberarmi di questa galera. Ma loro mi hanno trovata e mi hanno portata un'altra volta a Napoli, e al prossimo sgarro ti saluto a Samantha.
Il pompiere mi guardava con certi occhi da pesce lesso, perché si vede che non aveva mai saputo niente di queste storie.
"E alla polizia non potete andare?", ha chiesto. 
"Sì, la polizia. Non li sapete a quelli", ho detto. 
"E allora?", ha chiesto lui.
"E allora mi butto di sotto e non ci penso più", ho risposto, e mi sono alzata.
"No no, non è giusto che finisce così", ha detto lui.
"E che ci volete fare?", ho detto. 
"È la vita". Mi stavo per buttare ma il pompiere è uscito anche lui sul cornicione:
"Se vi buttate voi mi butto pure io".
Ho capito che non stava scherzando, ma perché gli era presa quella fissazione non riuscivo a farmi capace.
"Ma che siete, impazzito?", ho detto.
"Forse".
"Una moglie non la tenete?". 
"Mi ha lasciato stamattina". ..... e figli ne avete?'
"Due".
"E allora tornate dentro e finitela con questa tarantella".
"Entrate pure voi", ha detto.
Ma guarda un poco se a una neanche ammazzarsi in grazia di Dio è concesso.
"Come vi chiamate?".
"Francesco".
"Francesco, statemi a sentire bene, se io mi butto voi non c'entrate niente".
"Lo so. Però se vi buttate mi butto anch'io". 
"E vediamo", ho detto.
"Vediamo".
Quello veramente si buttava.
Potevo fare finta di niente, potevo sbattermene il cazzo che quello si buttava appresso a me, chi lo conosceva, chi l'aveva mai visto? 
Però in tutta la mia vita era l'unica persona gentile che avevo incontrato. 
Forse lo faceva per via della moglie che lo aveva lasciato, forse il caldo gli aveva dato alla testa o forse c'entrava il fatto di tutti quei pompieri morti in America per salvare la gente e anche lui voleva fare l'eroe. Vai a sapere.
Fatto sta che ho lasciato perdere.
Mi potevo pure buttare il giorno appresso, che mi cambiava a me? Niente. Però lui non si buttava. La sera si faceva una doccia, abbracciava i figli e gli passava quella confusione.

"Grazie che non vi siete buttata", ha detto lui quando siamo entrati dentro.
"Grazie a voi", ho detto io.
L'ho detto così, tanto per dire una cosa gentile, però poi ho pensato che poteva essere pure un segno del destino, che se cercavo ci stava ancora una possibilità. 
Magari bastava che mi compravo un biglietto del treno per Parigi o per Madrid. 
Salivo sul treno e cambiava la vita.
Potevo provare, come se mi facevo un regalo. Mi regalavo un sogno. Tutta la vita passata a regalare sogni alla gente, per una volta, chi lo sa, forse poteva andare pure al contrario.

 









































































































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:51 |
 

 

Quarant'anni fa Muyank era una un porto e la sua principale risorsa la pesca: nella acque dell'Aral si trovavano carpe, salmoni e storioni e i vecchi ricordano ancora le reti piene di una annata eccezionale: nel 1957 le barche portarono a riva 26.000 tonnellate di pesce.

Oggi a Muyank il mare non c'è più, si è ritirato di 80 km. Il paesaggio è costiutito da dune di sabbia, erbacce, qualche pozza putrida.

Fino al 1969 il mare di Aral - situato nel cuore dell'Asia Centrale tra l'Uzbekistan e Kazakstan - era il quarto specchio d'acqua interno al mondo per estensione. Nel corso degli ultimi trent'anni la sua superficie si è ridotta del 50% mentre il volume complessivo del bacino idrico è sceso addirittura del 75%: un disastro ecologico senza precedenti, una Chernobyl silenziosa, nella tragica cornice del dissolvimento politico economico dell' ex Unione Sovietica, che ha prodotto oltre alla desertificazione, inquinamento dell'aria, del suolo, dell'acqua residua, malattia e miseria in una regione un tempo fertile. La situazione già adesso insostenibile, minaccia addirittura di peggiorare: secondo stime attendibili senza interventi radicali (e molto costosi) entro il 2015 il mare d'Aral potrebbe scomparire del tutto.

Al suo posto sabbia, sale e tonnellate di pesticidi.

Per portare l'acqua nei campi di cotone gli ingegneri sovietici crearono una rete di canali e sbarramenti lungo il corso dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, i principali affluenti del mare d'Aral. L'effetto più macroscopico è che dal 1968 il livello delle acque si è abbassato di oltre 16 metri e sulle sponde meridionali la costa è arretrata di 150 km. I miracoli economici promessi dall' irrigazione intensiva non si sono realizzati per la progressiva salinizzazione del suolo e l'inefficienza di un sistema in cui il 40-50% dell'acqua evapora o viene sprecato prima di produrre alcun beneficio. I campi sono piuttosto coperti da uno stato di polvere biancastra: una mistura tossica di sale, pesticidi e fertilizzanti con cui si è creduto di poter raggiungere le quote di raccolto indicate nei piani quinquiennali. La rovina dell'ecosistema e la desertificazione ha avuto pesanti conseguenze sul clima. Mare d'Aral 1998Il mare agiva come termoregolatore, mitigando l'effetto dei venti siberiani d'inverno e delle alte temperature estive. Nel corso degli anni le precipitazioni si sono ridotte di dieci volte, le temperature medie invernali sono scese da +2 a -3 gradi e forti venti praticamente costanti trasportano le sostanze inquinanti (75 tonnellete di sale e polveri tossiche) sempre più lontano, fino alle cime dell'Himalaya. Il grado salino delle acque del mare d'Aral è aumentato di tre volte e delle 24 specie ittiche presenti ne sopravvivono solo un paio. Mare d'Aral 2010La spirale del disastro ecologico sembra inarrestabile: dalla coltivazione del cotone ormai stentata e di bassa qualità si è passati a quella del riso che però richiede ancora maggiori quantitativi d'acqua. Inevitabilmente la superficie desertica è aumentata del 30%, mentre la produzione agricola continua a calare. Uzbekistan, Tajikistan, Kazakstan, Turkmenistan, i paesi attraversati dai fiumi che alimentano il mare d'Aral, non riescono ad adottare un piano comune per la gestione della risorsa più preziosa per questa terre, l'acqua, saccheggiata da una agricoltura povera eppure necessaria a sfamare migliaia di persone. Secondo gli scienziati è ormai inutile sperare in una ritorno alle condizioni originarie: il mare d'Aral non bagnerà più i vecchi porti. Si tratta piuttosto di salvare quello che resta, impedire che scompaia completamente nel giro di dieci, massimo vent'anni.

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:24 |
 

 

Muynaq , febbraio 2004 -  Il cimitero delle navi , che oggi giacciono sulla sabbia a pi<breve> di cento chilometri dalla riva del mare - Muynaq , la citt‡ fantasma , un tempo si trovava sulla riva del mare di Aral

Muynaq , febbraio 2004 - Il cimitero delle navi , che oggi giacciono sulla sabbia a pi di cento chilometri dalla riva del mare - Muynaq , la citt‡ fantasma , un tempo si trovava sulla riva del mare di Aral.



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:21 |
 

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:20 |
 

 



 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:13 |
 
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:12 |
 

 TROFEO 98 FMC, segundos, con Fede Bahamontes

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:11 |
 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:09 |
 

 

Nei primi anni '60, con Charly Gaul presente più a ricercare lo stipendio, piuttosto che a correre sull'onda e in sincronia con la sua classe, Bahamontes divenne il divino delle montagne e quando lui accelerava non ce n'era per nessuno. Federico, pur con tutte le sue contraddizioni, vinse tanto e fu longevo. Da segnalare i suoi successi in 11 tappe dei grandi giri, sei Gran Premi della Montagna al Tour, le innumerevoli vittorie nelle celebri cronoscalate al Mont Faron, Monte Carlo, Mont Angel, Montjuich, Arrate. E' stato campione di Spagna nel 1958 e nel 1959, ha vinto il Giro delle Asturie (1955-57) il Circuito Provenzale (1965) e, pensate un po', la Sei Giorni di Madrid nel 1964.
In totale una settantina di successi nei dodici anni di carriera fra i professionisti. Inutile dire che il suo valore di scalatore ha segnato un epoca ed echeggia tutt'oggi, non solo in un paese come la Spagna, dove l'essere bravi in salita rappresenta una necessità anche superiore ai normali ed oggettivi valori di un ciclista. Nel 1965, dopo esser stato staccato per la prima volta al Tour, da corridori non di primo piano in salita (nella tappa del Puy de Dome), appese la bicicletta al chiodo. E lo fece alla sua maniera. Si fermò all'ombra di una quercia e la sera, da solo, tornò in treno a Toledo. Quella quercia, dunque, fu l'ultima a vedere quell'ossuto camoscio con una maglia da ciclista addosso.

Mi son sempre chiesto cosa avrebbe potuto fare Bahamontes, se non avesse avuto una paura folle delle discese. Sicuramente poteva vincere di più e, magari, almeno un altro grande Giro. In particolare da "vecchio", quando poteva fungere da terzo incomodo nel duello tutto francese fra Anquetil e Poulidor. A dimostrarlo giunge l'eco della grande impresa di cui fu protagonista nella tappa di Pau, al Tour del 1964, quando, dopo 190 chilometri di fuga, in parte percorsi in compagnia del connazionale ex sacrestano Julio Jimenez, giunse solitario sul traguardo con quasi due minuti sui grandi rivali francesi. Quella fuga, come quella di Grenoble nel Tour dell'anno precedente (dove finì secondo nella Generale Finale dietro Anquetil), urlano le grandezze e le sopraffine valenze di questo autentico personaggio che il ciclismo ci ha fatto conoscere. Fosse stato solo un poco più accorto o normale nella condotta agonistica, ci sarebbe stato dunque da scommettere su un suo palmares molto migliore. Anche perché, volendo, non era per niente fermo contro le lancette, come dimostra il suo terzo posto nella lunga cronometro di Basançon (55,5 km!), dove s'inchinò solo all'immenso Anquetil e allo specialista Ferdinand Bracke e giunse a soli 2'07" dal formidabile francese.

Che fa oggi Federico Martin Bahamontes? Gestisce un negozio di bici nella sua Toledo. E per i tanti italiani che vanno in Spagna a passare le ferie, andare a trovarlo vale più di cento souvenir, anche perché sa farsi notare come pochi. Federico è un arzillo vecchietto (ha settantasei anni) che parla molto bene l'italiano e non disdegna il racconto sulle sue imprese e sui corridori dell'epoca. Se poi gli chiedete chi è stato più forte fra lui e Gaul, vedrete le sue guance attorcigliarsi, prima di liberare un sorriso e dirvi: "Ah sì il vecchio Charly... era più forte di me nei tapponi con diverse salite, ma in una sola mi stava dietro!". Un consiglio invece ai più giovani che viaggiano con le rispettive compagne: non "presentategliele" troppo, perché il "vegliardino" ha un fascino magnetico sulle giovani donne. Le potrebbe invitare, corrisposto, a cena, ovviamente senza la vostra presenza.



 







postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:07 |
 

 


Bahamontes impegnato in una cronoscalata


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:02 |
 

 

Si aggirava nel gruppo come un ossuto estraneo al mondo delle corse, con la faccia triste e malinconica, intrisa di dignità e mistero. Un portamento complesso, scavato sulla proiezione del suo stesso volto, lungo e magro con gli zigomi sporgenti, quasi a voler ricercare una luce o un semplice chiarore. Un quadro, insomma, degno delle stravaganze di un atleta tra i più forti della storia del ciclismo come potenziale, poi giunto al romanzo di questo sport attraverso pagine comunque memorabili, ma parziali o solo specialistiche.
Gli anni dopo le corse, metteranno invece in evidenza un personaggio diverso, con l'allegria direttamente proporzionale alle lancette inesorabilmente crescenti. Eppure, il segno che lasciò al mondo del pedale non sembrava proprio intingersi dei colori di una persona brillante e simpatica. O meglio, in carriera, una simpatia veniva comunque dalle sue stravaganze di atleta, a volte addirittura più simile ad uno fuori di senno, fuori dai limiti più estesi di quella razionalità che anche i più virtuosi possiedono. Insomma, un incredibile e, per questo, un tipo che meriterebbe approfondimenti e libri, piuttosto che un semplice ritratto.
Bahamontes, in spagnolo, significa "scavalcamontagne", quindi una definizione fra le più appropriate dell'intera storia dello sport. Certo, perché Federico, la luce, l'amore e l'universo personale, li viveva tutti sull'asprezza delle ascese, sorridendo interiormente fino alle cime, per poi rabbuiarsi intriso di paura e panico sull'altro versante, quello delle discese.
Nato a Domingo Caudilla di Toledo il 9 luglio 1928, Bahamontes è stato uno dei più grandi scalatori della storia del ciclismo, un camoscio che diventava lucertola di fronte al caldo e all'aria irrespirabile dei paesaggi calvi, quando salire rappresentava una sfida che sconfinava sulle capacità umane, più che sulle comunque suggestive battaglie sportive. Di lui, i più giovani ricordano la sua innegabile firma vincente sul Tour del 1959, primo spagnolo a riuscirvi, ma "l'Aquila di Toledo", com'era pure chiamato, era molto di più.
Per lo meno la sua originalità di atleta e il suo portamento ci lasciano stimoli straordinari che, un giorno, questo vostro narratore si augura di poter approfondire col raggio fascinoso che l'eco di quel nome, Bahamontes, gli lascia da quando, da bambino, lo spingeva sui tappetti o coperchini e sognava di essere uno scalatore, pronto a lasciare agli altri la visione di una bici che s'allontana sulla profondità dei paesaggi montani.
Federico era un eletto della storia di questo sport, ma aveva dentro dei richiami intensi e densi di quei complessi che solo lui conosce e questo basta per salutarlo con rispetto e ammirazione, come d'altronde vuole ed esige la lettura di un artista dello sport.

Passò tardi al professionismo, nel 1954, a ventisei anni. A fermare le possibilità di contratto, il timore di molti osservatori ed addetti ai lavori, di imbattersi in un tipo come Vicente Trueba, la "pulce dei Pirenei", uno che diventò leggenda senza vincere nulla, vissuto però vent'anni prima, quando sul ciclismo si dipanavano minori richiami al risultato. I presupposti per riproporre le medesime risultanze del connazionale, in Federico Martin, c'erano tutti: tanto bravo in salita, quanto scarso in discesa.
Bahamontes, infatti, fra i dilettanti staccava tutti quando la strada saliva, ma poi, a scendere, impiegava quasi lo stesso tempo che gli serviva per salire. Addirittura frenava coi piedi oltre che coi freni, a volte si fermava quasi fosse colpito da malore, insomma, i suoi atteggiamenti sembravano amici della follia.
Ciononostante, il passaggio fra i professionisti, fortunatamente, arrivò. La nuova categoria però, non aveva modificato le costumanze dell'Aquila di Toledo, il quale, dopo aver staccato gli avversari sui mitici colli del ciclismo, si fermava dopo la linea del G.P.M. ad attendere gli altri e scendere con loro, quasi a cercare una compagnia per affrontare quell'aspro avversario che si chiamava discesa.

La leggenda di questo straordinario personaggio narra che al suo primo Tour de France, sul Col de la Romeyere, dopo aver lasciato gli altri a distacchi notevoli, si fermò in cima al passo, ed indispettito per tutti coloro che lo incitavano, entrò in un bar, comprò un gelato e scese pian piano leccando il suo cono, fino a quando non arrivarono gli avversari. Sarà una coincidenza, ma nel 1959, dopo anni passati a collezionare Gran Premi della Montagna, quando finalmente si decise a cercare un po' di coraggio, sullo stesso colle, costruì il suo successo al Tour.
Fausto Coppi, suo capitano nella Tricofilina, nell'occasione, lo incitò con uno sguardo a fare sul serio anche in discesa e così, assieme a Charly Gaul, l'Aquila di Toledo giunse a Grenoble con un distacco abissale sui francesi Anquetil, Anglade e Riviere, in lotta per la maglia gialla. La tappa fu di Gaul, ma Bahamontes vinse il Tour.














postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:02 |
 

 

Morte di Marco Pantani, campione ciclista. Scalava, quasi con leggerezza, le montagne, ma non ce la faceva più ad affrontare le asprezze della vita. Si sentiva vittima: incompreso e perseguitato. Da giovane cronista mi sono occupato di ciclismo: un Giro d'Italia, e quattro o cinque Milano-Sanremo. Ed erano i tempi gloriosi di Bartali e di Coppi. Quando Gino Bartali se ne è andato ha lasciato il ricordo di un grande campione e di un buon cristiano. E in me un rimorso. Non potevo, come subito dimostrerò, dare prova di risorse tecniche. Sull'argomento c'erano veri esperti: come Luigi Chierici, direttore di 'Stadio', o Giuseppe Ambrosini, che poi guidò la 'Gazzetta dello sport'. Come si dice nel gergo redazionale, il mio compito era 'fare il colore' perché, come ho sempre confessato, sono uno specialista in niente. Alcuni scarsi nel mio mestiere hanno invece trovato rifugio nella politica. In ogni caso, nel Giro del 1948, che fu vinto da Fiorenzo Magni, io scrissi che "la vecchiaia ha raggiunto Bartali, ieri alle 14,20, sul Pordoi". Mi pareva che Coppi lo distaccasse impetuosamente, e io mi lasciai andare a un testo lirico-nostalgico. Dopo un mese 'Ginettaccio', il cui slogan era: 'È tutto sbagliato, tutto da rifare', trionfò al Tour: nel giorno dell'attentato a Palmiro Togliatti entrò nella leggenda del pedale e diede un contributo decisivo alla pacificazione degli animi.

Conversai con Fausto Coppi, il Campionissimo. Si preparava al congedo, alla sua ultima stagione: "Tutto quello che ho", mi disse, "l'ho pagato in anticipo; ogni lira un colpo di pedale". Si avvicinava ai 40 e qualche fantasioso giornalista lo aveva già chiamato 'il nonnino'. Continuava a rispettare le diete e le buone abitudini degli atleti: poi lo ha ucciso una banale malaria non capita dai medici. Il suo menù era piuttosto malinconico: filetto al sangue, frutta cotta, germi di grano, acqua minerale. Voleva presentarsi con decoro al suo ultimo Giro d'Italia. All'inizio della carriera lo condussero da Cavanna, un imponente massaggiatore cieco, rispettato profeta e profondo conoscitore di muscoli: "Ragazzo", disse l'omone, dopo averlo ben misurato, "sei un animale da fatica e, se mi dai retta, riuscirai". "Dicono", raccontava Fausto (i tifosi lo chimavano semplicemente così), "che ho avuto dalla mia parte molta fortuna, e forse un po' mi invidiavano. Può darsi, ma tante volte io penso a come sarebbe stato bello se fossi rimasto a Castellanza con mio padre e mio fratello Serse, a lavorare i campi. Io sono nato contadino, certe cose non sarebbero accadute, si può essere felici anche con pochi soldi, non importa avere il nome sui giornali". "Per essere un campione bisogna saper soffrire, saper resistere quando il caldo e la polvere ti soffocano, quando sei straziato dalla stanchezza e dallo sconforto, quando sei solo e sconfitto". "Mio padre è morto, mio fratello Serse è morto. Serse non era soltanto mio fratello, Serse mi consigliava, mi era vicino, è il dolore più grande che io abbia provato. Non pareva grave, una caduta, ma si era subito rialzato. Poi lo vedemmo impallidire, emorragia al cervello. Non ci fu niente da fare. Ho pagato in anticipo". Non aveva avuto nemmeno in famiglia tanta comprensione. Il giorno in cui Serse cadde, la moglie gli disse: "Anche tu farai la stessa fine". Voleva che si ritirasse. La madre lo chiamava 'lo zingaro'. Venti esperti di varie nazionalità lo giudicarono "il più grande corridore di tutti i tempi", ma il suo nome ha provocato anche aspre polemiche. Quando si seppe della sua relazione con la Dama Bianca, la signora Giulia Occhini, moglie di un medico, la suocera disse: "Sembra impazzito". Non più giovane, forse si era innamorato per la prima volta. L'opinione pubblica si scatenò; per qualche tempo si ebbe l'impressione che l'Italia avesse un solo adultero: lui. Lo ricordo come uno degli uomini più intelligenti che ho incontrato.

 



postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:55 |


lunedì, novembre 01, 2004
 

 

48enne italiano divorziato, chef, trasferito a Londra per lavoro cerca, per costruire una nuova famiglia, donna matura, seria per convivenza o eventuale matrimonio. Disposta a trasferirsi a Londra, anche con figli purchè maggiorenni e autonomi. Chiedo serietà e non avventure, astenersi perditempo, please. Tel. 0044.7773374469 dalle 15,30 alle 19,30 Lorenzo, anche SMS.

 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:02 |
 

 

Ho 55 anni 06-08-48.Separato da 4. Con casa propria con giardino.Non fumo non bevo e sono vegetariano.Son sano e molto forte.Non ho mai visto ne un dottore ne un ospedale.Cerco una storia vera con una donna vera che ama la famiglia e il Marito.Mandatemi foto e indirizzo email e telefono per incntro immediato. E-Mail: virgilio48@tiscali.it

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:01 |
 

 

Ciao sono Roberta, 43 anni, dinamica e simpatica, ma un po’ sfortunata nell’amore. Ho dato tanto per ritrovarmi con un pugno di mosche e dalla vita ora voglia qualcosa di piu’. Il mio sogno é di trovare un uomo max 50 anni , vedovo o divorziato , che abbia attivita’ propria nella quale poterlo appoggiare e collaborare . Desidero avere con lui un rapporto di amore completo a 360° . Fermo posta Alba Adriatica - 64011 DOC n. AD 4464669;

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:59 |
 

 

Con cura e pignoleria, Red sistemò anche l’ultimo. Benché fosse di dimensioni identiche a tutti gli altri, a lui sembrava molto più grande, come se la vicinanza dei precedenti lo avesse fatto addirittura lievitare. Perciò lo trattò con ancor più delicatezza e riverenza. Chiuse la sua ventiquattrore e inserì una nuova combinazione. Si concesse soltanto un istante per sognare: con tutti quei bigliettoni avrebbe potuto vivere come un re per il resto dei suoi giorni! Poggiò le labbra con trasporto sulla valigetta e chiuse gli occhi. Poi si alzò di scatto: doveva precipitarsi alla stazione e saltar dentro il primo diretto per la Svizzera. Soltanto lì si sarebbe potuto rilassare. Non fece caso al dolorino che avvertì in mezzo al petto, certamente causato dalla concitazione per il colpo meglio riuscito e più ricco di tutta la sua vita.

A bordo del treno si cercò un posto isolato, senza seccatori vicino, ma in piacevole compagnia del denaro. Eppure il cuore gli batteva all’impazzata e nemmeno l’esperienza accumulata i tanti anni riusciva a rasserenarlo: che avesse sbagliato qualcosa? Iniziò a ripercorrere con la mente ogni istante dell’impresa, preparata con cura da anni. Gli impiegati erano già tutti morti quando era entrato nel caveau e indossava la maschera antigas che lo avrebbe reso irriconoscibile anche alle telecamere della banca. Perciò doveva stare tranquillo: nessuno sarebbe venuto a cercarlo. Ma il cuore non dava retta alle rassicurazioni e continuava a correre più velocemente del treno. Aprì il finestrino per una boccata d’aria e osservò il cielo. Le nuvole, di color grigio piombo, si addensavano cariche di elettricità.

Il treno si fermò. Era giunto alla prima fermata. Si spalancarono le porte e un violento lampo al cuore ridestò Red dai suoi pensieri: capì di aver commesso la sua solita, fatale, distrazione. Il pensiero corse a quando, da bambino, marinava la scuola. L’organizzazione della marachella era perfetta, ma veniva sempre smascherato. Anche allora le porte del treno si aprivano e balzava dentro, abito blu, severo e determinato, il giustiziere delle ferrovie: <<Biglietto prego!>> Scuse e giustificazioni non servivano a nulla. Implacabilmente emetteva verbale e glielo spediva a casa. Di lì a qualche giorno, fioccavano le botte del padre, seguite da mesi di punizione.

Red tremò al pensiero che questa volta la dimenticanza lo avrebbe condotto dritto all’ergastolo e immaginava, vividamente, le parole del controllore: <<Favorisca il biglietto...e allora mi dia un documento…ma come? Possibile che non abbia un documento? Coraggio, frughi bene nella sua ventiquattrore…>>

Si precipitò in bagno, si chiuse a chiave e tentò di aprire la valigetta. Assalito dall’ansia dimenticò la combinazione. Più pensava che la sua permanenza destasse sospetto, essendo insolitamente lunga per espletare un bisogno fisiologico, meno gli veniva in mente quella dannata combinazione e più il panico gli stimolava il bisogno. Le combinazioni possibili erano mille e dovette provarle quasi tutte prima di cavar fuori un biglietto da cinquecento euro, l’unico taglio di cui disponeva. Di slancio andò alla porta, fece per tuffarsi fuori, ma un gran mal di pancia lo ricacciò dentro: giù i pantaloni e vrr. Maledizione: era finita la carta igienica. Dovette aprire nuovamente la valigetta e usare, con rabbia, alcune banconote per pulirsi dal bisogno più caro della sua vita.

Via, alla caccia di un biglietto, con un brivido di panico al pensiero che la cifra offerta per l’acquisto, avrebbe certamente destato sospetto. Correndo su e giù per i vagoni, trovò il passeggero più adeguato per poter concludere lo scambio. <<Ciao piccolo! Ti piacerebbe fare un grande affare? Ho scordato il biglietto. Per un uomo della mia età è una figuraccia, ma per un bimbo come te è una cosa normale. Me lo vendi per cinquecento euro?>>

<<Mi dispiace, signore, non vendo il mio biglietto per nessuna cifra>> Disse, con un filo di voce, quel bimbo dal viso stranamente pallido, indicando la diligente pagella di prima elementare.

Red non capì e indicò l’altro foglio.

<<Non è un biglietto: è il motivo per cui sono capitato in questo treno>> Mormorò il fanciullo.

Il foglio parlava chiaro: leucemia.

Red fuggì dal bimbo e si precipitò da un altro passeggero, con la mente confusa e il cuore in preda a violente palpitazioni.

<<Non è in vendita>> Disse il prete sventolando la bandiera di color arcobaleno. Era partito in missione di pace, ritornava con un proiettile in fronte e la bandiera intrisa di sangue.

Un brivido di terrore agghiacciò Red. Diede un calcione alla valigetta e si precipitò, disperato, dal conducente. La porta della cabina era chiusa a chiave. Bussò con tanta forza da farla scricchiolare e, con il poco fiato che gli rimaneva in gola, prese a gridare: <<Voglio scendere! Voglio scendere! Vi prego, fatemi scendere!>>

Le emozioni erano state troppe e cadde stravolto, con il cuore in fibrillazione.

Il treno, rapido e inesorabile, proseguiva la sua ascesa al cielo, verso il capolinea. Red, in fin di vita, non aveva il biglietto.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:58 |
 

 

La scritta mi era apparsa fugacemente, in una intermittenza di luci.

Pioveva e l’acqua aveva fatto colare l’inchiostro sulla carta fresca di stampa. La notizia era appena arrivata e già scivolava lungo i muri senza concedere spazio per nessuna replica.

Le repliche Costantino non le concedeva nemmeno in vita e ora, che non c’era più, continuava ad avere l’ultima parola.

Se n’era andato in solitudine, diceva che quando si sarebbe reso conto di non riuscire più a vedere come un tempo, non sarebbe più uscito di casa. E così aveva fatto.

Io e Costantino condividevamo lo stesso tratto di strada per tornare a casa: cinquanta minuti di autobus al giorno, sei giorni su sette, per tutto l’anno, escluso il mese di agosto.

A notarlo ero stato io. Quando salivo sull’autobus lui era già lì: voce alta, ultima fila, ultimo sedile. Mi rivelò più tardi che quel posto gli piaceva perché si sentiva come sul palcoscenico di un teatro. Il posto rialzato gli permetteva di dominare tutto il corridoio, che era la sua platea, e l’esposizione alla strada offerta dal finestrino era il copione da cui traeva liberamente ispirazione.

Ogni viaggio era un racconto.

Lui saliva sempre due fermate prima di me ed il salire a racconto già iniziato procurava a quel tragitto un senso di incompletezza: aveva un termine ma non un inizio.

I primi tempi, quando ancora non capivo, anticipavo di una fermata la salita eppure, anche solo per una frase, una parola, un gesto, ero in ritardo.

Costantino vedeva tutto. Vedeva anche il mio disappunto non appena mettevo piede sull’autobus, eppure non mi aspettò una sola volta. Cominciai anche a pensare che in fondo si divertisse a farmi credere che la battuta iniziale del suo racconto ci fosse già stata, quando invece era tutta una finzione. Ho capito poi che, se anche di finzione si trattava, non era per burlarsi di me ma per contraccambiare la serietà con cui lo trattavo. Ad ascoltarlo eravamo in tanti, ma alcuni sghignazzavano e non avevano la voglia di farsi incuriosire dai protagonisti delle sue storie. Forse perché raccontava di gesti quotidiani, di gente come lui che ogni mattina si alzava, si faceva il bagno e si vestiva per uscire. Di più Costantino aveva che si profumava per un appuntamento che quotidianamente si rinnovava nello stesso posto e alla stessa ora. Usciva presto, prendeva il caffè a cento metri da casa e giunta l’ora attraversava tutta la città per vivere quell’incontro. Finito l’asfalto c’era il mare.

Il mare custodiva Costantino nelle ore del giorno e Costantino custodiva il mare all’imbrunire sulla via di casa. Così era stato sin da piccolo e così anche quando era dovuto partire e allontanarsi dall’isola. Diceva di aver sempre trovato uno spaccato di mare dove rifugiarsi, anche dove non c’era. “Il mare te lo porti dentro” diceva. E così riusciva a trovarlo. Una volta raccontò di averlo visto negli occhi di una donna, che poi amò per tutta la vita.

Credo che in questi ultimi due anni cercasse di compensare la diminuzione della vista con le parole. Nei giorni le descrizioni si erano fatte sempre più minuziose. Io chiudevo gli occhi e vedevo, quasi annusavo la densità odorosa di quei racconti. In quei cinquanta minuti pareva che anche l’autobus prendesse il ritmo del suo narrare e tutto si trasformasse.

Invecchiava e allungava il suo tragitto e le sue storie così che ormai, quando scendevo, non conoscevo nemmeno la fine. Ma non mi dispiacevo più. Coglievo l’incantesimo del viaggio nel suo manifestarsi, non nel suo avvio né nel suo concludersi. In fondo neanche Costantino aveva voluto mettere la parola fine.

Mi raccontarono più tardi che prima di morire aveva fatto tutte le corse di quella tratta. Era stato travolto dai ricordi e la paura di non poterli raccontare tutti lo spinse ad errare sino a che non fu detto anche l’ultimo.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:54 |
 

 

Impiegato statale 52 enne, benestante, stipendio mensile sicuro, appassionato del ballo liscio, cerca amicizia con una donna libera da impegni familiari, oltre i 40 anni di età, per andare a ballare insieme, con riserva di una convivenza o futuro insieme. Tel: 340.3770655

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:47 |
 

 

Professionista 48enne, fine, leale, aitante, cerca una donna, anche brutta purché calda e pelosa nei punti giusti.

C.P. n.29, 64020 Cologna Spiaggia (Te)

 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:44 |
 

 

07.maggio.2001

 

 

Parte prima: presentazione di L'altro nome del Rock (Enrico Brizzi e Lorenzo Marzaduri, Mondadori) alla FNAC di via XX settembre.

 

Enrico Brizzi, enfant prodige della letteratura italiana (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, può bastare?) e Lorenzo Marzaduri (Piccole tenebre per Baldini&Castoldi, ma soprattutto tante pagine da scrittore di gialli, appassionato di rock e sceneggiatore di fumetti per la Marvel) sono due amici, entrambi di Bologna, che hanno deciso di scrivere un libro assieme. Sono anche due scrittori, è ovvio, ma un po' particolari.

 

“Perché gli scrittori più che leggersi tra di loro si studiano, si controllano. Noi no. Noi ci scambiamo i lavori e discutiamo, passiamo intere giornate e nottate a parlare, di tutto. Insomma, siamo amici”. dice Marzaduri. E Brizzi spiega che se hanno deciso di scrivere un libro sul rock e sulla musica è perché “si può scrivere di tutto, di tante cose che ci legano: dal guardare le donne alla finestra alle partite del Bologna. Sono entrambe cose che ci uniscono e ci piacciono. Le situazioni che chiedono di essere raccontate sono infinite. Però abbiamo scelto la musica, per dire qualcosa che va aldilà della parola. Magari per raccontare quelle emozioni che abbiamo provato noi, che sono quelle di chi era con noi in una determinata situazione, mettiamo un rave, e che poi sono le stesse emozioni che hanno attraversato la storia: dalla festa del paese cento anni fa alla preistoria...”.

 

Insomma, un libro a quattro mani “nato dal desiderio di fare qualcosa assieme. È da tanto che conosco Marzamen” spiega ancora Brizzi “da quando ho cominciato a frequentare l'editrice Transeuropa, prima ancora del jack Frusciante, e mi è sempre piaciuto il suo modo di scrivere. Abbiamo cominciato a frequentarci, e mi è venuto in mente, guardano un duetto tra i Pearl Jam e Neil Young, che si poteva davvero fare”.

Dapprima l'idea era grandiosa: “Una specie di doppio album, con una parte in studio, una live, una di covers e una jam session. Ma sarebbe venuta fuori una cosa mostruosa, mille pagine: il buon senso e gli editori ci hanno sconsigliato. Sono venute fuori queste nove storie, che si possono leggere come si vogliono, come un cd, nel quale puoi scegliere da che brano partire, eppure sono legate. Ci sono personaggi che tornano, intrecciano le loro storie ad anni di distanza. Il tutto scritto, letto, discusso e riscritto a quattro mani. Non c'è più la preoccupazione dell'autorialità: un'idea dell'uno è stata sviluppata dall'altro, e viceversa, o magari assieme. Una delle storie è stata scritta davvero assieme davanti alla tastiera” conclude Marzaduri.

 

Intermezzo: gli autografi (foto in basso), le foto (appunto). Invito i due scrittori a prendere un aperitivo a mentelocale.

 

Parte seconda: mentelocale. (foto in alto, con Laura Guglielmi)

 

Enrico e Lorenzo sono entusiasti della redazione. Per strada Lorenzo zoppicava, ha battuto malamente un piede. Facevo un po' da cicerone, ma per guardare le belle ragazze non ce n'è bisogno, ed Enrico se l'è cavata benissimo da solo, ricevendo anche un invito per il Nick Masaniello in serata da una procace pulzella. Ma non è di donne che si deve parlare.

 

Mi raccontano che sono stati selezionati per lo "Strega", ma non sembrano molto convinti di farcela, pensano si tratti di una candidatura di facciata.

 

"Comunque non so bene come funzioni lo Strega, io sono stato solo al Campiello": non pare molto interessato ai premi, Brizzi. Poi si parla di libri. O quello che è.

 

Perché il discorso cade su Una storia italiana, del Cavalier Berlusconi. Lorenzo mi spiega come ne ha rinvenuto una copia nella spazzatura “piegata come fosse in una cassetta delle lettere. L'ho presa e me la sono portata a casa: ero troppo curioso”.

Brizzi il libro l'ha letto, e il suo commento è in una smorfia. Si continua il discorso davanti a una birra, un bianco e una caipiroska. "E pensare che è il nostro editore!" dice Lorenzo, che mi promette un commento a caldo di suo pugno dopo il 13 maggio. Ci lasciamo così, con questa mezza promessa, davanti alla fermata dell'autobus.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:43 |
 

 

Se venite giù per la via Emilia, a meno di seicento metri dallo svincolo d'autostrada per il mare c'è il posto dove lavoro. Il Kangaroo. Lo riconoscete dall'insegna. Sull'insegna c'è una sberla luminosa di kangaroo saltellante che sarà alta il doppio di un uomo, e se non siete ciechi la vedete di sicuro. Anche se venite giù dallo svincolo, la vedete. Il Kangaroo. Impossibile sbagliare.
L'hanno in gestione due fratelli di Cesena, due tipi che non vi dico. Uno, alto, ben piazzato. Anche un bell'uomo. Col telefonino sempre nella tasca posteriore dei jeans e una gran faccia perennemente molto aperta e simpatica, che gli vengon su battute spiritose ogni volta che respira, come un mitragliatore gioviale. L'altro, invece, un tormentato. Sempre chiuso e introverso. Cupo. Che non dice una parola e non telefona mai con nessuno. I due fratelli si chiamano Malaguti, e biglietti di favore non ne danno, perché il Paese è di nuovo in ginocchio e sull'inginocchiato spira il vento putrido della crisi, e quindi gli ingressi omaggio sono da considerarsi provvisoriamente aboliti a tempo indeterminato.
A parte questo, in metri quadri il Kangaroo, escluse certe sale della riviera - il Florida, il Cristall - è il più grande di tutta la provincia. A metà degli anni Ottanta, così racconta il Malaguti col telefono, nei prefestivi c'erano più di duemila persone a sera, qui al Kangaroo. Non impossibile da credersi. Adesso comunque, la gestione Malaguti s'è impuntata, e per rimettersi in piedi vogliono buttar via la pista centrale, il vascone mitico, e ricavarne tre cacatine più piccole, fare delle migliorie all'impianto e diversificare i pubblici. Parole esatte del telefonatore. S'aspettano che arrivino i giovani, ma secondo me finiranno col perdere tutti i vecchi clienti. E i ventenni resteranno dove sono, nei templi pagani della musica elettronica, oppure al Florida e al Cristall. Con il bel mare di Rimini a un passo, e non in campagna, fra gli odori di terra umida e le zanzare.
E anche la musica dal vivo non mi pare sia la gran trovata che prospettavano i gestori. Perché i clienti soliti accettano malvolentieri l'interruzione delle danze e le attrazioni ingaggiate dai Malaguti non sono abbastanza di richiamo. D'altra parte, se scritturassero vedette più rinomate andrebbero fuori budget. E così, da un anno e mezzo il locale è semiparalizzato tra l'idea delle tre piste, del pubblico differenziato, e della musica dal vivo che però non funziona. E avanti di questo passo, se continueremo a scontentare la vecchia clientela e perdere gli habitué, tutti quanti finiremo fuori budget, temo.

 





postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:39 |
 

 

Si parte in accelerazione nucleare sull'auto del signor Ronnie. Red Ronnie.
Ci si siede da Napoleone, ristorante bolognese da ore piccole. Vasco mangia tartufo alle tagliatelle, dice: "Oh yeah!". "Cosa fai, scrivi un altro libro adesso?" chiede.
"Beh, sì, è un po' diverso dal precedente... un po' cattivo, forse... forse è la parte cattiva di una storia simile..."
"Be', giusto, come nelle canzoni, che uno sdoppia uno stesso personaggio da una canzone all'altra... d'altronde tu sei molto intelligente... secondo me sei un genio."
"Dai Vasco, basta, sennò quando arrivo a casa mi faccio subito una sega..."
"Ah! Ti dico quello che penso, non è mica un complimento, come se dici a una bella figa che è una bella figa..."
"Io qua registro tutto, eh?"
"Registra, registra, che ogni cosa è scritta, è scritto tutto, sai Red Ronnie" e si rivolge all'Ansaloni "è scritto anche di quando eri candidato nel Piesseì..."
L'uomo del Roxy Bar rimbecca "Vasco, guarda che è scritto anche quando volevi la televisione grande, ed è scritto anche perché la volevi grande... che poi è nata la canzone ‘Delusa’, eh, ti ricordi?"
Una risata scioglie la tensione; l'allusione alla presunta sbandata di Vasco per Ambra e le ragazzine di Non è la Rai è più che evidente.
"Va là, stai zitto, che c'è qui mia moglie, l'artefice della mia redenzione... della regolarizzazione... della regolamentazione della mia vita spericolata... la colonna della mia vita... della mia famiglia."
La moglie del Vasco (carina!) ammicca come una che la sa lunga.
"Senti Vasco, su un vecchio King di qualche tempo fa ho letto un'intervista a Umberto Marzotto, tuo storico compagno di vita spericolata... parlami un po' di quegli anni."
"Ah... quel periodo... quel periodo... vivevo proprio... stavo sveglio due o tre giorni... tiravo... facevo tre o quattro concerti di fila, poi dormivo quattro giorni... e Marzotto è arrivato in un momento così... vivevo in un capannone... che avevo messo a posto per abitarci, c'erano gli uffici... e ospitavo gente che arrivava.. e facevamo una vita disordinata... stavamo fuori tutte le sere, andavamo nei posti, così... a me piaceva più che altro perché andava in moto, faceva motocross... ce n'è stata anche altra di gente che è vissuta con me nel capannone... per dei periodi... ospitavo la gente che mi piaceva di più... andavamo alla Capannina... io facevo i concerti... e la gente intorno viveva proprio in modo bohémien... la gente come Umberto erano un po' le pecore nere... un gruppo di gente che si conosceva e viveva la notte... Adriano Bonacina... gente che viveva a Milano... stavamo insieme per sconvolgerci la vita... mica per morire, sai... volevamo proprio prendere tutto..."
"E adesso non ti sembra che la società sia sempre più omologata, che ci sia meno questa voglia di cui parli?"
"Mah, la gente che vive così è sempre stata poca e ce n'è anche adesso... in provincia, per esempio, la gente lavora cinque giorni alla settimana e poi il weekend si ubriaca fino a suicidarsi... io non volevo il weekend... perché deve essere domenica solo una volta alla settimana?
"Io volevo la domenica tutti i giorni.
"Io più che altro mi divertivo molto..., però non lo auguro, non lo auspico a nessuno... la consapevolezza si può raggiungere anche prima, e senza bisogno di passare per forza da quel tipo di esperienze lì."
Poi Vasco lancia uno sguardo languido verso i servizi.
"Sai cosa, che quando mi scappa la pipì io divento nervoso... sai quella canzone di Paolo Conte che dice ...le donne a volte sai sono scontrose, oppure devono fare la pipì? Ecco anch'io sono così."
"Bartali."
"Sì, Bartali."
"Gran pensiero sulle donne, no? Lui se ne sta lì a bere la birra e aspetta Bartali, e manda a cagare la donna."
"A volte è proprio così" dice il Blasco.
(…)
"Senti, Vasco. Le tue agiografie iniziano tutte col periodo da deejay, poi via via il successo e tutto il resto. Quand'è che ti sei accorto che per i ragazzi eri diventato Vasco Rossi, una faccia da mettere su una maglietta?"
"Io mi sono accorto di essere arrivato quando ho scritto ‘Vita spericolata’... Prima mi ero tolto delle belle soddisfazioni, ma non erano ancora soddisfazioni come le volevo io... Con ‘Vita spericolata’ ho detto: 'Cazzo, questa è veramente la canzone della mia vita', ...mi piace un casino ...tutte le mie canzoni sono belle, molto belle, me lo ha detto anche Red Ronnie stasera..."
"Una delle tue canzoni che preferisco è ‘Voglio andare al mare’. Mi racconti come è nata?"
"‘Voglio andare al mare viene da una storia... aspetta però, voglio dirti un'altra cosa. Con Vita spericolata io godevo come un matto, avevo i soldi, il successo... non mi rendevo bene conto... poi mi hanno arrestato, tanto per gradire... eeeh... se mi hanno messo dentro evidentemente qualcosa di storto lo avevo fatto... poi quando sono uscito ho avuto un po' di esaurimento nervoso, che mi è durato due o tre anni, e lì ho iniziato a maturare, a rendermi conto che tutto quello che avevo seminato nella mente della gente aveva germogliato, e aveva anche messo radici talmente grandi che io non ci potevo fare veramente un cazzo... io ogni tanto poto un po' qua e là, ma poi i giornalisti dicono che sono cambiato... per forza che sono cambiato... sono diventato più bello... cosa vogliono da me...”
"Be', deve essere una grande soddisfazione vedere che il tuo successo non diminuisce con pezzi meno duri... il tuo è un successo di un'intera carriera, non solo di qualche brano fortunato..."
"Sì, ma davvero, me ne rendo conto solo da cinque o sei anni."
Il cameriere porta gnocchi gorgorzola e noci.
Un tale filtra i fans e fa firmare autografi per procura.
Vasco riprende: "Voglio andare al mare ha una storia... abitavo in via Porrettana, a Bologna, dopo l'arco del Meloncello... la conosci?".
"Ah, abito lì anch'io."
"Incredibile, ci ho vissuto quattro anni, gli anni più belli, proprio.
"Era estate e noi facevamo centocinquanta concerti all'anno, a volte per giorni di fila, grazie alle Feste dell'Unità soprattutto. C'erano tre camere, in una ci stavo io, e nelle altre Massimo Riva e Leo Persueder. Era un caldo bestiale, e noi a letto con la chitarra... Dico a Massimo: facciamo un reggae, che in quell'anno andava di moda il reggae, e lui ha iniziato e io cantavo sopra: 'voglio andare al mare', proprio perché era l'ultima cosa che potevamo fare, murati a Bologna, con un caldo bestiale... e il pezzo è nato così... volevo andare al mare a vedere così... le tette nude... tutte nude..."

 





































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:09 |
 

 

Due giovani, un uomo di 25 anni e una donna di 26, sono morti la scorsa notte schiantandosi dopo un lancio di «bungee jumping» dal ponte di Polino, vicino a Terni. Intorno alle 20.00 hanno compiuto un lancio in coppia e invece di essere trattenuti dall'elastico si sono schiantati sul greto del torrente. Le indagini sono in corso per capire se e come abbiano ceduto i moschettoni che tenevano collegato al ponte il cavo elastico, trovato intatto dai soccorritori. Il ponte di Polino viene utilizzato da circa quattro anni dagli amanti della specialità estrema I due sono precipitati da un'altezza di circa 100 metri, rimanendo uccisi sul colpo. L'incidente è avvenuto in località Ponte Canale, in una gola tra Polino e Arrone. Si tratta di una zona dove il bungee jumping veniva praticato ormai da diverso tempo. I giovani, Alberto Galletti e Tiziana Accorrà, si sono lanciati da un ponte costruito durante il fascismo, con delle campate particolarmente alte, sotto al quale scorre un torrente che per la maggior parte dell'anno è però in secca. Lui era un caporalmaggiore della Folgore, di Magliano Sabina (Rieti). Proprio oggi il giovane avrebbe festeggiato il venticinquesimo compleanno. Con lui è morta sul colpo anche la fidanzata.

«L'impianto era già chiuso - ha detto il gestore intervistato ieri sera sera dal Tg3 dell'Umbria - e i due giovani mi hanno chiamato al telefono all' ultimo momento. Mi hanno detto che erano ad Arrone, pregandomi di non chiudere l'impianto, di aspettarli. È stata una fatalità». Approfittando della festività del primo maggio e della bella giornata, in molti avevano deciso di provare l'emozione del salto. Tutti gli altri lanci si erano svolti senza problemi. Una videocamera ha ripreso ilsalto della morte: la videocassetta è ora al vaglio dei carabinieri e del magistrato che coordina l'inchiesta. A chiedere di essere ripresi erano stati i due giovani. Per questo avevano pagato 70 euro, mentre il costo di un lancio senza ripresa e di 50 euro. Nel filmato - secondo indiscrezioni - si vedrebbero Accorrà e Galletti lanciarsi nel vuoto, ma non sarebbe inquadrata la «base di lancio» ancorata al ponte. Su questa struttura si sta concentrando l'attenzione degli investigatori che stanno cercando di capire le cause dell' incidente.


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:47 |
 

 

Stavo pensando..
che razza di senso può avere quello che è successo ai due ragazzi che si sono lanciati per fare bungee jumping.
Doveva essere una serata speciale, volevano provare questa emozione forte..
Qualcuno ha criticato questa pratica di lanciarsi nel vuoto dicendo che è malsana. Beh, allora è malsano anche andare sulle montagne russe e in quelle attrazioni da luna park dove si va per sentire l'adrenalina scorrere nelle vene per qualche minuto.
Uh.
E' forse piu' sano lanciare sassi dai cavalcavia, così, tanto per passare una serata diversa? Partecipare ad una gara clandestina su qualche viale cittadino?
Oppure calarsi una decina di pasticche al Sabato sera e tirare avanti a ballare fino alle 7 del mattino..
Non riesco a credere che si possa morire in modo così assurdo e stupido..
lui era un parà, era in licenza per una quindicina di giorni, rientrato dal Kosovo..
Sopravvissuto al Kosovo, muore per uno stupido incidente mentre fa bungee jumping..
lei studiava all'università. La immagino nelle sere passate a studiare sui libri, a sgobbare.
E tutto perchè? Per poi uscire una sera con la persona amata e finire così. Lasciandosi indietro anni di studio, sofferenze, gioie, pranzi in famiglia, etc.
...
Tutto questo significa qualcosa?
Andare a scuola ogni mattina, sopportare ingiustizie, credere che un giorno saremo arrivati anche noi e avremo la nostra casetta col prato e il cane e la station-wagon e dei bambini meravigliosi e una moglie che non ci mette le corna e che ci ama davvero..
.. certo magari qualcuno ci riuscirà, credendoci, a raggiungere questa specie di status che ci hanno inculcato come il fine ultimo dei nostri smazzamenti. E tutti gli altri?
"Avevano solo da non lanciarsi" potreste dire.
Oh, certo.
Supponiamo che invece si mettevano in viaggio in auto per andare a trovare la cara zia ammalata che abita in montagna.
E che un pazzo ubriaco gli veniva addosso con un'altra auto.
Il risultato sarebbe stato lo stesso, solo che nel secondo caso sarebbe sfiga.
E nel primo no? Non sono d'accordo.
Allora potremmo dire che "Era destino".
Cosa vuol dire "era destino" che da quando nasco sono già segnato e tanto vale mi chiudo in casa e aspetto?
Oppure questo destino sarà formato da una interminabile serie di coincidenze, tipo essere proprio a quell'ora a quell'impianto di bungee jumping in quel giorno.
Mah.
Erano così contenti di quella cosa che si erano pure fatti riprendere, così fra qualche mese in rete girerà quello stupido filmato che li vede lanciarsi abbracciati, sorridendo e guardandosi negli occhi.
E forse il fatto che fossero assieme è l'unica nota positiva che ci si può sforzare di trovare, forse sarebbe stato peggio se moriva lui mentre era in missione in Kosovo o lei per qualche altro stupido incidente.
Sarebbe rimasta una delle due anime in pena.
Invece la provvidenza ha fatto si che anche nella loro ultima scena, fossero vicini, abbracciati stretti.
Forse è stato il modo piu' romantico di morire in un periodo che ci fa perdere sempre più fiducia nel concetto di Amore.
 































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:45 |
 

 

Lei non è molto che vive a Roma
ma già vorrebbe andar via
niente amiche niente allegria
e una radio per compagnia

Lui non ha tempo e non ha fortuna
sono venti gli anni che ha
ogni giorno un’acrobazia
troppi libri di poesia

Ma chissà
che cosa mai accadrà
se s’incontreranno
una notte per la città

Ci fosse la luna piena
per due anime in pena
questa è l’atmosfera
insieme a camminare
due o tre ore
senza mai parlare
poi le direbbe prendimi le mani
e lui sottovoce dimmi che mi ami
Ci fosse là un'altalena
per due anime in pena
questa è la fortuna
seduti a dondolare
ognuno il suo cuore
pieno da scoppiare
lei direbbe strana questa vita
e lui sapessi quanto ti ho cercata

Lei segue il vento su un motorino
con i suoi piccoli guai
sogna sempre una novità
crede nella fatalità

Lui non ha soldi e non ha paura
ma ha un mondo tutto per sé
che è un incrocio tra un grand hotel
e la sua stanza tre per tre

Ma chissà
che cosa mai accadrà
se s’incontreranno
una notte per la città

Ci fosse la luna piena
per due anime in pena
tutto è un’avventura
correre in un giardino
a guardare il cielo
sempre più vicino
poi le direbbe prendimi le mani
lui sottovoce dimmi che mi ami
Ci fosse là una panchina
per due anime in pena
questa è una fortuna
seduti a raccontare
ognuno il suo cuore
cose ne ha da dire
lei penserebbe forse sta scherzando
e lui speriamo che non sto sognando

Ci fosse la luna piena
per due anime in pena
tutto è un’avventura
insieme a camminare
due o tre ore
senza mai parlare
lei direbbe strana questa vita
e lui sapessi quanto ti ho cercata

Per due anime in pena
due anime in pena
poi lei direbbe prendimi le mani
e lui sottovoce dimmi che mi ami














































































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:41 |


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