5 C 0 R 1 3


about


altri link


blog archivio
oggi
luglio 2006
giugno 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003


counter
visitato *loading* volte


lunedì, dicembre 27, 2004
 

 

Si era arrampicato in cerca di muschio per il presepe che aveva allestito in casa, ma è caduto in un dirupo: è morto così il 75enne Bruno De Petri, imprenditore di Morbegno, in provincia di Sondrio. L'incidente è avvenuto in un bosco a Tartano. L'anziano ha perso l'equilibrio finendo, dopo una caduta di alcuni metri, nel sottostante dirupo. Soccorso da un escursionista, è morto qualche ora dopo il ricovero.

 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:00 |


giovedì, dicembre 23, 2004
 

 

Il treno parte dal binario 8 alle 9.30 del mattino. Porta via Romano Prodi, sua moglie, qualche centinaio di pendolari e le illusioni di una sinistra unita. Via dai palazzi del potere, dai vicoli della Capitale, via dalle riunioni di partito a porte chiuse i cui resoconti, sui giornali del mattino, vanno letti due volte come le versioni difficili a scuola: due volte per capirne almeno il senso.

Al binario, una moglie al marito: "Guarda, c'è Prodi". Lui: "Macché Prodi, gli somiglia. Non vedi che porta le valigie?". Prodi porta le valigie, due borsoni di cuoio, il malcontento in faccia e un telefono che squilla a vuoto in tasca.

La moglie Flavia prova a parlare dei giorni che verranno: il Natale, le vacanze quest'anno così brevi, i figli. Il treno è un po' in ritardo, il telefono squilla ancora. Allora professore, è davvero finita? "Viaggiamo insieme? Bene. Leggiamo prima i giornali, poi ne parliamo". Sorriso: "Mi dia un momento. Mi faccia elaborare il lutto".

Il lutto per elaborarlo ci vogliono due ore, non molto. A Orte il rincrescimento, a Chiusi l'amarezza, a Firenze il fastidio.
Siamo a San Benedetto Val di Sambro quando è il momento del congedo "da chi divide anziché unire". Da quella parte della coalizione che ha decretato la fine delle liste unitarie e - per il momento almeno - di Uniti nell'Ulivo. "Hanno un'alternativa? Vadano avanti. C'è un altro candidato? Ottimo. Sono disposto ad appoggiare chiunque porti avanti il progetto unitario. Faccio un passo indietro, l'avevo già detto a Rimini: non resterò un minuto in più di quel che serve. Non ho un problema di leadership, davvero. Ho avuto tutto, in questo senso, dalla vita: sono stato presidente dell'Iri, del Consiglio dei ministri, della Comunità europea. Mi posso ben permettere di dire: o va avanti il disegno unitario o niente. E' un disegno storico: creare una solida base riformista che tenga insieme, in questo paese di clericali e anticlericali, i cattolici e i laici di centro e di sinistra. Un disegno grande, io credo un percorso inevitabile che prescinde dalle persone e dai loro interessi particolari. Se non sarò io, se non saremo noi a portarlo avanti verrà qualcun altro. Quando penso al futuro non vedo altre strade per un'opposizione che voglia tornare a governare, e per il Paese. Posso perciò puntare i piedi, è per qualcosa in cui credo fermamente. Non starò lì a vegliare sullo stillicidio delle piccole battaglie fra vicini di stanza. Sono nelle condizioni di tirarmi indietro di fronte a quel che non capisco o che non condivido, ed è quello che intendo fare".

Passano con il caffè, "buongiorno presidente", siamo a mezz'ora da casa, Roma già lontana. I giornali del mattino carta vecchia, piegati storti e infilati fra le poltrone. Nel pomeriggio il professore ha appuntamento con il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo, poi la sera un dibattito alla Casa del popolo di Corticella. "Vede qual è la questione? Ero la settimana scorsa alla parrocchia di Dozza, sono stasera alla Casa del popolo: uso le stesse parole, dico le stesse cose e la gente delle parrocchie e delle sezioni risponde con lo stesso entusiasmo. Questo vorrei che si facesse, anziché disfare la notte la tela che si è tessuta di giorno: ascoltare la gente. Ho detto alla Margherita: se volete io posso essere un valore aggiunto, posso lavorare ad aggregare quel che è separato". Invece non vogliono, ma a chi giova? "Non lo so, non lo capisco. Tornano sempre sul risultato elettorale delle europee: c'è da stabilire se il 31,1 è molto o è poco. Io dico che è molto, per cominciare. Loro non la pensano così".

"Loro" intende Rutelli? Pensa di ottenere un risultato elettorale migliore correndo da solo? "Guardi, io non voglio parlare delle persone perché fa il male della coalizione. Se mi chiede quale sia il loro progetto, posso fare due ipotesi. Una è che pensino sia meglio avere un ruolo forte in un posto piccolo piuttosto che un ruolo paritario in un posto grande. L'altra è che non credano nel bipolarismo, e che pensino piuttosto di affrancarsi dalla sinistra per creare un grande centro, aspettando che i centristi di destra vadano da loro". Aspettando Casini e Follini? "Ecco appunto, non suona bene neanche a sentirla. Con alcuni dei centristi del Polo siamo stati giovani assieme: tutti quelli che ora sono a destra da ragazzi erano alla mia sinistra. Io ho tenuto ferma la barra, ho un percorso di coerenza. La Margherita è la mia casa, anche se non ho la tessera, e il padrone di quella casa è Rutelli. E' lui che decide, io ho sempre e solo detto: mi auguro che lo faccia per il meglio". Si diceva del risultato elettorale. "Ecco, sì. Non credo neppure che lo scopo delle liste separate sia fare uno o due punti in più per partito. Naturalmente auguro alla Margherita il massimo successo elettorale, ma credo che ci sia soprattutto un problema di ruoli. La Margherita, è noto, ha il timore che nel giorno in cui si arrivasse alla Federazione i Ds farebbero la parte dei padroni".

Dicono che sembra più un indipendente di sinistra, ormai. "Se è per questo mi hanno anche indicato come quello che faceva alleanze segrete con Bertinotti. Ma domando, ed è questo il punto, questa la svolta storica: i Ds di oggi sono il Pci di vent'anni fa? Sono forse una forza radicale, o sono approdati a un riformismo del tutto omogeneo alle ragioni delle forze centriste? E allora, cosa c'è ancora da temere, al netto delle visibilità personale? La questione alla fine è una: bisogna decidere, come si direbbe nel linguaggio accademico, se ottimizzare il risultato generale o quello particolare". Se vincere uniti o se perdere vincendo sull'alleato.

"Le scelte per le regionali sono andate così, ormai. Va bene. Adesso bisogna far decantare la questione, riflettere. Lavorare per vincerle coi candidati comuni, è ovvio. Ma dopo? Credo che ci sia ancora un piccolo margine, se però ci si lavora da subito: la federazione. Muoviamoci svelti, dopo le elezioni, in quella direzione. Nessuno assorbirà nessun altro, sarà una casa comune di identità diverse. Quanto a Bertinotti: starà fuori da alleato, non dentro da federato. C'è un accordo chiaro, guardi come è finita per la Puglia". Con le primarie per scegliere il candidato, se Vendola o Boccia. "Appunto, benissimo. Le primarie sono una sferzata vitale, per la politica. La politica è questo: andare fra la gente ed ascoltarla, poi tornare nelle stanze e decidere. Non il contrario, per favore". Stazione di Bologna. La città dove si vive meglio in Italia, dicono i giornali di stamani. Sarebbe quasi da restarci. "Ho tanti amici, qui, tanta gente che ci crede e spera. Bisogna essere realisti, ma anche stare attenti a non deludere queste persone". Sotto casa lo aspetta un gruppo di cittadini con uno striscione che dice "Forza Romano, siamo i tuoi Prodi". Sorride con la moglie, nei loro discorsi privati torna tante volte il nome di Andreatta: l'amico, il maestro. "Alla scuola di Nino si sono formati tanti giovani capaci, una risorsa della coalizione. C'è un grande problema di rinnovamento delle classi dirigenti, ci sarebbe tanto bisogno di una generazione nuova. A Roma e nelle periferie, fra i quadri locali e nazionali".

Dice che bisogna passare la mano, professore? "Prepararsi, certo. Io, per il progetto in cui credo, mi do ancora un piccolo margine e una speranza. Quando poi dovesse essere chiaro, come dicevo a Rimini, che non c'è più bisogno... Ho provato a parlare di programmi, a Montecatini e a Milano". L'hanno applaudita dal pubblico e sul palco. "Sì, poi però quando si tratta di prendere delle decisioni sembra che dei programmi non importi più niente. Spero ancora che ci sia il tempo per ragionare insieme: sul programma e sul disegno unitario. Per qualcosa, non contro. Se poi qualcuno ha un'idea migliore, l'ho detto e sottoscrivo: mi faccio da parte, non sarò io il problema".

 


















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:54 |
 

 

E' tornato Paolo Mieli. Questa notizia, alternativamente data per sicura o da prendere con le molle, troverà conferma questa mattina, allorché il consiglio di amministrazione gli darà nuovamente l'incarico di direttore del Corriere della Sera. Che dire? Se è vero, dispiace molto per Stefano Folli. Uomo enorme ed intelligentissimo: ricorda un po’ il conte Pierre Bezuchov di "Guerra e pace". Buono e colto, fine osservatore di politica, apprezzato da Ciampi, ingiustamente maltrattato da Berlusconi. Ma di organizzazione nada de nada. Paolo Mieli se n’era andato dall'augusta poltrona nel maggio del 1997. Prima che lo inchiodassero com'è destino di ogni direttore, aveva deciso di ascendere al cielo senza soffrire, sempre però con l'idea di tornare giù, come un re immacolato, come un De Gaulle. O come un Fanfani, che Montanelli battezzò "il Rieccolo".

Così Mieli fu nominato immediatamente direttore editoriale e poi vicepresidente dell'intera baracca. Minimizzava il suo ruolo, ma intorno a lui ruotava il vasto mondo. Ha inventato il terzismo. A significare non l'equidistanza tra destra e sinistra (Mieli si è sempre definito di sinistra) ma la voglia di superare la logica degli schieramenti. Il nome non gli piaceva: perché terzismo? Mieli: o primo o niente. Meglio primo. I presidenti di Camera e di Senato pensarono a lui per la presidenza della Rai: vertice di garanzia, apprezzato da tutti. Quando si accorse che avrebbe dovuto fare il bevitore di cocktail, e finire come una mummia egizia, onorata ma bendata, chiese tanti soldi per farsi dire di no. Torna.
Mancava da troppo tempo nel presepe del potere: ma c'era, eccome se c'era. Se ne stava accosciato come un bue mansueto nel Corsera, a pagina 43, quella delle lettere, una faccenda per intenditori, ma da lì è riuscito a prendersi il ruolo di arbitro di quanto sia degno o indegno nella cultura e nella politica. Riprende il centro della scena. Lo farà senza mostrare imuscoli: ne ha, e di nerboruti, sotto la coltre della morbidezza. Ma che bisogno c'è di adoperarli? Mieli è l'essenza del potere che calamita tutto a sé. Per una specie di legge di gravità cattura chiunque circoli nel raggio della storia contemporanea, ma anche della cronaca, e persino del pettegolezzo. Chi riesce a orbitare lontano da lui, vivrà anche contento, ma non esiste più. In tal modo Mieli ci comanderà tutti, drizzerà la politica di qua e di là, spiegherà che cosa devono fare i cattolici per essere cattolici e la sinistra per fare la sinistra. Senza iattanza, con cortesia e sincera condivisione, con l'aria di chi assorbe e asciuga, non di chi spazza e purga. Prepariamoci.

In politica non ci saranno più Berlusconi da una parte e Prodi (o chi per lui) dall'altra. In più c'è Mieli. Chi è? Romano e nato «per caso» (figuriamoci, chi ci crede?, nel seno materno mica stava a dormire) a Milano, ebreo attentissimo al cristianesimo, occhi azzurri e mani da Venere paffuta. Comincia la carriera giornalistica all'Espresso. Di estrema sinistra lavora in Università con Renzo De Felice. Il rapporto con questo grande storico ne segnerà la vita e il metodo: guardare la realtà più dell'ideologia. Impara da ogni carta, da qualsiasi testimonianza. Addio Potere operaio, addio extraparlamentarismo, e comunismo. Apprezza Craxi, lo capisce per primo. Un po' come Giuliano Ferrara, ma senza fargli da corazziere. Mieli non fa da corazziere a nessuno. Si fa corazzare lui dai potenti, che cadono: lui no. Direttore alla Stampa (in coppia con Ezio Mauro)in venta il mielismo: il giornalismo per cui la realtà è un buon pretesto per farci su due chiacchiere. In seguito giudicherà male se stesso per il compiacimento della superficialità, e non sarà tenero nemmeno per il tempo in cui, al Corriere della Sera, sosterrà Mani pulite, fino a contribuire alla caduta di Berlusconi pubblicando, nel novembre del 1994, l'avviso di comparizione per il premier, il giorno antecedente il recapito ufficiale. Berlusconi non gliel'ha mai perdonata.

L'anno scorso, nel colloquio informale pubblicato il 27 dicembre da Libero, il Cavaliere disse: «Mieli ha scritto cose tremende. Per lui io sarei il gatto con gli stivali che ha trasformato la presidenza del consiglio in un ufficio dove cura i suoi affari e le sue sentenze. Se un giornalista che rappresenta pienamente l'editore del Corriere scrive questo, vuol dire che sanno di potersi permettere di tutto». L'editore era Romiti. Allora. Caduto Cesarone, pareva fosse segnata la sorte di Mieli. Balle. Budda non muore mai, va in catalessi per ingannare i rapaci sciocchi, poi sceglie chi incantare. È diventato il consigliere ascoltatissimo di Marco Tronchetti Provera (Telekom), assai forte nella compagine azionaria del Corriere. Inoltre è amico assai di Montezemolo (Fiat) e Della Valle (Tod's). In sodalizio con costoro aveva promosso il dirottamento di Pietro Calabrese dalla Gazzetta dello Sport alla scrivania di Folli: operazione non riuscita per lo stop di Ciampi e delle Banche “cattoliche”. Trasmigrato Calabrese a Panorama, impossibile Enrico Mentana (sarebbe stato uno sgarbo a Silvio) e fragili gli altri, chi? Lui, Mieli. Per Berlusconi ha un merito, se non altro: è detestato da Romano Prodi. Non si sono mai guardati con simpatia neanche dopo la vittoria del '96. Di recente Mieli ha ridicolizzato le primarie uliviste. E allora? Che linea darà al Corriere? Se apparisse qualcosa di nuovo all'orizzonte, tipo un neocentrismo, magari di idee vagamente terziste? Mieli ha sempre sostenuto l'alternanza e la necessità di poter mandare a casa chi perde. Però…

 








postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:49 |
 

 

Il sipario che cala - dopo 23 anni - sul Maurizio Costanzo Show chiude un'epoca della tv italiana, oltre a cancellare quella che per molti italiani è stata un'abitudine quotidiana, una liturgia pagana con le sue formule, i suoi riti e il suo inconfondibile celebrante con sgabello. Quando andò in onda la prima puntata - il 14 settembre 1982, alle 21,30 - il Paese era affidato al secondo governo Spadolini, gli italiani preferivano la Fiat Ritmo e a Sanremo aveva vinto Riccardo Fogli con "Storie di tutti i giorni". Un'altra epoca, appunto.

Costanzo aveva già condotto tre talk-show ("Bontà loro", "Acquario" e "Grand'Italia") ma voleva essere il primo ad aggiungere al suo nome la parola "show", come aveva già fatto in America David Letterman. Aveva in mente uno "spettacolo di parole", ovvero "una chiacchiera leggera", e infatti alla prima puntata - registrata in realtà con una settimana d'anticipo, l'8 settembre - chiamò Paolo Villaggio, Paola Borboni, Roberto Coatti in arte Eva Robin's e un giovane parricida, Marco Caruso. La commedia mischiata alla tragedia. Fu una puntata epica, perché Villaggio si innamorò di Eva Robin's e la Borboni confessò di essere andata a letto col presidente dell'Argentina, per salvare la compagnia teatrale dell'italiano Falconi.

Da allora ad oggi è cambiato tutto - la rete, il teatro, la formula, il rito - ma in questi 23 anni il "Costanzo Show" è stata la trasmissione televisiva dalla quale dovevano passare tutti quelli che volevano dare una prova della propria esistenza, attori e politici, comici e sociologi, soubrettes e ministri, tipi da spiaggia e premi Nobel. E' da qui, per dire, che cominciò la parabola mediatica di Vittorio Sgarbi, le cui liti all'ultimo insulto sono passate alla storia della tv. E' da qui che si incamminò, con le sue poesie-bonsai, Enzo Iacchetti. E' da qui che venne lanciata la carriera televisiva di Platinette, di Valerio Mastandrea, di Luca Laurenti, di Ricky Memphis, di Dario Vergassola, di Walter Nudo. E' da qui che hanno cominciato a pontificare opinionisti da salotto e tuttologi sempreverdi, esperti da sbarco e saputelle citazioniste, da Stefano Zecchi a Raffaele Morelli passando per Sonia Cassiani.
C'è stato un tempo, non tanto lontano, nel quale i politici facevano la fila per salire sul palco del Parioli, e Costanzo aveva il potere supremo di decidere chi accedeva a "Uno contro tutti". E c'è stato anche un tempo in cui questo salotto si trasformava per una sera nella piazza dell'impegno civile (con l'intervista al giudice Di Maggio, con la staffetta antimafia con "Samarcanda" di Santoro, con la testimonianza di Enzo Aprea). Ma l'assalto dei reality-show ha cambiato tutto, imponendo altri ospiti, altri temi, altre formule e altri orari.

Costanzo ha provato a inventarsi qualcosa di nuovo, ha abolito il palco, ha reclutato una squadra di reporter e spalmato il pubblico sul "linguone", ma come lui ha detto tante volte "ciascuno di noi sa fare un solo programma". E lui, che ne fa tre per volta, evidentemente alla fine s'è stancato di celebrare una messa che non era più la sua.


 









postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:06 |
 

 

Il bene più prezioso di un giornale è sempre la sua indipendenza. E si può stare certi che non c’è mai nulla di scontato nella ricerca di una vera autonomia. E’ un esercizio indispensabile e faticoso che si rinnova ogni giorno, tra gli eventi imposti dall’attualità, su di una strada irta di ostacoli. Poi, quando si sente di aver raggiunto un sufficiente grado di indipendenza morale e intellettuale, si scopre di essere ancora lontani dalla meta. Perché alla fine chi giudica è soltanto il lettore. Sta a lui percepire quanto il giornale e le persone che lo preparano sappiano essere libere, sta a lui apprezzare questo dono quotidiano. Senza il giudizio del lettore, lo sforzo è inutile. In questi diciotto mesi, i giornalisti del Corriere e il loro direttore si sono adoperati non solo per essere liberi nella loro coscienza, ma per essere percepiti come tali da chi legge e giudica. Lungo tale cammino, si sono ispirati alla migliore tradizione, antica e recente, di via Solferino, dimenticando le pagine buie che pure non sono mancate in una storia di quasi 130 anni. Consapevoli che non esiste altro modo per difendere l’identità della testata rispetto a tutti i centri di potere: della politica non meno che dell’economia.
Non ci può essere retorica quando si tratta di affermare il valore dell’indipendenza. Né ci può essere scorciatoia nella ricerca quotidiana delle vie concrete per tutelarla. Intorno a essa si costruisce, giorno dopo giorno, l’autentica credibilità di un grande giornale. E la credibilità è la premessa indispensabile, se si vuole essere autorevoli.

Se una direzione si misura non dalla sua durata - che dipende da molti fattori e non è un criterio di valore - bensì dall’impronta che lascia di sé, forse allora possiamo dire che il Corriere è stato all’altezza della sua storia migliore, cioè della sua anima profonda: ha saputo essere autorevole e credibile agli occhi che contano, quelli dei suoi lettori. Ha saputo porsi al centro del dibattito politico e civile del Paese senza fare sconti ad alcun protagonista o comprimario. Questo può essere dispiaciuto a qualcuno, ma fa parte delle regole del gioco. Meglio scontentare un po’ tutti che compiacere solo una parte.

Il giornale ha seguito con attenzione lo sviluppo del nostro bipolarismo, che è senza alternative ma carico di difetti. Ha incalzato le grandi forze sulla via del riformismo, invitandole a offrire ai cittadini elettori un’idea, una visione dell’Italia che vorrebbero. Ha sollevato temi e proposto inchieste sul territorio che sono servite a comporre una fotografia abbastanza nitida del Paese che siamo.
Era l’ambizione del giorno d’esordio: raccontare l’Italia con i suoi volti e le sue storie, attraverso un linguaggio chiaro, senza mai evitare le posizioni scomode. Nel rispetto di una vicenda nazionale complessa che non si presta a eccessive semplificazioni. Siamo riusciti a farlo grazie alla forza del Corriere e alla bravura dei suoi giornalisti. A loro, al vertice e a tutte le redazioni, va un sincero ringraziamento. E’ motivo di profonda soddisfazione che in questo periodo si siano affermate nuove giovani firme e si sia ampliato il numero dei collaboratori. Un giornale di qualità, ma non un giornale élitario: in fondo era questo l’obiettivo. «Andandomene, mi sento la coscienza tranquilla, come di uno che ha fatto il suo dovere». Sono parole scritte quasi sessant’anni fa da un direttore che si chiamava Mario Borsa. Sono perfettamente attuali. Auguri calorosi a Paolo Mieli, l’uomo giusto per il Corriere di domani .

 







postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:00 |


mercoledì, dicembre 22, 2004
 

 

Una morte assurda, accaduta per un tragico destino: una donna si era recata al cimitero per visionare la tomba di famiglia, dove giovedì sarebbe stata inumata la salma del fratello, ma non si è accorta che una lastra di marmo era stata rimossa ed è morta precipitando nel sotterraneo. In questi giorni natalizi la famiglia Ruffoni è stata così colpita da un duplice lutto. E' accaduto a Baveno, piccolo centro del Lago Maggiore. Poco dopo mezzogiorno, Liliana Ruffoni in Moltani, 78 anni, abitante con il marito a Vezzo, una frazione di Stresa (Verbania) è giunta nel cimitero del paese. Suo fratello Eugenio, 80 anni, era deceduto improvvisamente per un collasso martedì, e dovevano essere messi a punto gli ultimi particolari per i funerali e la sepoltura.
La donna si è avvicinata alla tomba, una cappella dove riposano i defunti della famiglia, ha aperto il cancelletto e non ha visto che, in previsione del collocamento della bara, era stata tolta la lastra di pietra che faceva anche da pavimento. È precipitata nella voragine profonda quattro metri e ha riportato lesioni mortali. Ha lanciato un grido che è stato udito da altri parenti dei defunti presenti in quel momento nel camposanto. È stato dato l'allarme, ma i sanitari del 118, giunti sul posto, non hanno potuto far altro che constatare la morte, probabilmente istantanea, dell'anziana donna.

 

 


postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:16 |


sabato, dicembre 11, 2004
 

 

Mi sono trascinata, ecco sì questo è il verbo giusto, al funerale del vecchio signore. Cioé del nonno. Ci potevo scommettere, una bruciante certezza, che dietro al feretro non ci sarebbero stati la figlia e i nipoti. Ma io per quell’uomo così anziano ho sempre avuto curiosità. Anche se non accettava le idee degli altri. Avere sempre ragione era la sua passione e comunque i vecchi, certo non tutti, si radicalizzano nelle loro convinzioni.
Siccome gli volevo bene e uno mica può pensare una cosa e poi negarla negli atti, decisi di comportarmi in modo conseguente. Anche se quella storia non mi è ancora uscita dalla testa.
Ecco la decisione di andare al funerale. Pianto le lancette della sveglia sulle sette. Qui non succede come a Guantanamo dove, per sapere l’ora della preghiera alla Mecca, le guardie si mettono a navigare su internet. Qui le sveglie sono tradizionali. Con il tic tac più o meno forte. Da noi, cioé qui, nella vecchia Europa, figlia di Venere. Solo che adesso quel tipo americano si è pentito di averci attribuito questa madre e vedi mai che prossimamente ci tocca per genitrice quell’intelligentona di Minerva. Accompagnata dalla nottola con gli occhi gialli.
Dunque, per amicizia verso la famiglia, di Ines e dei ragazzi, anche se temo che non mi saranno grati, ho seguito il feretro. Assistito alla sepoltura.
Per la sua morte hanno chiamato in causa la canicola. Cosa probabile. In quei giorni se ne è contato un numero consistente, mai però come in Francia, di ultraottantenni. Ritrovati senza vita. Da soli. In casa. Nei luoghi dove hanno scoperto i corpi la temperatura, soffocante, superava i trentacinque, quaranta gradi. Però il corpo del vecchio signore era coperto di ecchimosi . Non che significhi qualcosa di importante o originale o misterioso: un malore, il rumore dei passi di un ladro che tenta di aprire la porta d’ingresso, l’angolo del tappeto su cui è inciampato e rotola dalle scale del suo appartamento. Precipita. Insomma cade e sbatte. Vai a sapere che gli succede. Agli anziani.
I parenti niente. Non se ne sono accorti. Eppure, di parenti ne aveva, al contrario degli ultraottantenni che muoiono di solitudine. Senza legami umani, sociali, amicali. E famigliari. Invece, a prendersi cura del nonno c’era stata Ines. Fino a quando Cristina aveva deciso
“Se ne deve andare“
“Cosa hai contro il nonno?“
“Non mi va più di discuterne“
“Non sono sicura che la prenderà bene“
“Scegli lui o scegli noi“
“Ti giuro che“
“Vuoi o no affrontare le cose?“
“Potresti spiegarti meglio“
“Sei proprio cieca“
Abitiamo nello stesso stabile che ormai da alcuni anni il vecchio signore aveva abbandonato per quell’appartamento piccolo e anonimo dove poi l’hanno scoperto nelle giornate di caldo omicida. Secondo me, non fu contento. Si trincerò dietro qualche bizza. Alla famiglia voleva un bene dell’anima. Specialmente alla nipote. Scuola, compiti, zainetto, musica, cinematografo, scarpe, jeans, camicette, gelato. Alla fine si ritirò nell’appartamento anonimo e piccolo che era abbastanza lontano dal nostro stabile e dalla fontana a mosaico al centro del cortile con l'acqua che luccica tra le piastrelle. Un esempio di intervento di regime, la fontana. Come tutta la Garbatella, borgata-giardino il cui nucleo originario fu pianificato da Piacentini e Giovannoni e che concluse la sua crescita nell'arco di dieci anni, in seguito restando sostanzialmente immutata.
Siamo rimasti in rapporto. L’ultima volta, l’ho incontrato quindici giorni prima della morte. Non ho avuto la percezione che fosse malato. Nessuno dei sintomi premonitori che colpiscono il corpo in anomale circostanze climatiche.
Poi Cristina, che è cresciuta e la noti, così bruna, slanciata, costantemente vestita in bianco e nero oppure di nero e bianco mentre le ragazze della sua età si coprono di colori, mi chiede: “Perché accidenti vai ancora da quel vecchiaccio“?
Supposizione intorno alla nipote che pensò: non c’è ragione che resti a bocca spalancata. Stai tranquilla, invecchierò anch’io. Le statistiche demografiche segnalano l’aumento del numero di anziani i quali, sempre più avanti con gli anni, sono l’obiettivo principale dei truffatori. Primo. Non approfittarsi dei soggetti deboli. Ma una bambina è anche lei un soggetto debole, ti pare? A tre giorni dal suicidio dell’ottantasettenne milanese che si è sparato dopo che un uomo e una donna gli avevano sottratto i gioielli di famiglia, si cerca di correre ai ripari. Tuttavia, le vittime comprendono ciò che è accaduto ai loro danni solo dopo essere state raggirate. Secondo. Anch’io sono stata raggirata, ti pare? Se le vittime non presentano querela è perché si vergognano della loro ingenuità. Terzo. Anch’io me ne vergogno, ti pare?
“Per questo vado ancora da quel vecchiaccio, perché sono amica di famiglia“. Della famiglia di Cristina che adesso sta con una ragazza più giovane. Non è il suo un gesto di audacia interiore. Piuttosto il convincimento che le femmine sono più capaci di acquisire conoscenze dei maschi. Prendete lo scimpanzé, scimmia antropomorfa africana piuttosto alta, robusta, a pelame scuro, di carattere docile, vivace. Per acchiappare le termiti di cui questa scimmia va pazza, è costretta a utilizzare degli stecchetti senza foglie che infila nel buco scavato nell’abitacolo delle termiti. Ora, questa femmina comincia a estrarre insetti a 31 mesi, il maschio a 58. Inoltre, si dimostra più veloce e capace di raccogliere in meno tempo un numero maggiore di insetti. Si è applicata a studiare e copiare i gesti materni mentre il fratello, un vero giuggiolone, si distrae a giocare sul termitaio.
Ines, al contrario, non arriva a distrarsi. Dipenderà dal sangue romagnolo che la porta a rimestare secchielli di bile, ora soffre di crisi asmatiche prolungate. Tira via dalla fronte la ciocca di capelli grigi e subito dopo maneggia la pompetta. Stesa sul letto oppure in piedi, a litigare con Cristina.
“Non riesco a capacitarmi“
“Ognuno è libero di“
“Quel genere di rapporti non ha mai funzionato“.
“Certe donne non sono fatte per“
“Il matrimonio non è una bestemmia“
“Sei violenta“
“Sei depressa“
“Sto in ansia“
“Ho il diritto di“
I diritti coprono i peggiori misfatti. Succede ai cinesi di battersi il petto perché hanno banchettato con il pangolino che sarebbe il portatore della sars. Intanto però se lo sono mangiato. Persino nei rapporti sentimentali e nei gusti sessuali, al giorno d’oggi ognuno decide come meglio crede. Ines, al contrario, appartiene a quella generazione tirata sù con fermezza alla maniera del vecchio signore. Senza perdersi nei labirinti tortuosi delle identità sessuali. Famiglia, figli, e di sicuro, prima, il matrimonio. Nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, in ricchezza e povertà, sino a che morte non vi separi.
Ripassò il suo argomento preferito: ho mandato avanti le cose. Cresciuto due figli. Non mi paragonate a quel tipo di donna che cavalca la joint venture di sentimenti, affari, bancarotta fraudolenta, truffa, false comunicazioni sociali e corruzione. Mi ha aiutata mio padre. Questo glielo devo. Fino a un certo punto, però. La responsabilità è mia. Ho mantenuto gli impegni. Nessun tesoro nascosto nel sacco di plastica, di quelli usati per le immondizie, e quindi riposto in una cassapanca. Non ho inzeppato le banconote in un pouff nella camera da letto. Mai avuto una valigetta a mano, con dentro numerose mazzette di banconote da versare su un conto coperto.
Alzò le spalle: tali padri e tali figli. Cristina no. Non ha seguito le mie impronte. Onesta io, corrotta lei. Quasi tutti i componenti della famiglia Tanzi e se vogliamo aggiungere di quella Cragnotti, sono finiti in carcere o sotto inchiesta. E’ perlomeno plausibile che la mala pianta di certe operazioni illecite e di speculazioni finanziarie spregiudicate e devastanti come i crack Cirio e Parmalat si annidi nei bassi fondali di altre imprese di impianto famigliare. Mele marce celate fra i cespugli e gli anfratti del capitalismo famigliare, destinate prima o poi a venire alla luce.
Ines quando si tira via la ciocca dalla fronte mentre agguanta un lembo della camicia per infilarlo nella sottana, è convinta che Cristina appartenga al cesto di mele marce.
“Non ti arrendi mai“
“Perché vuoi peggiorare il mio“
“Sei isterica e cieca e ottusa“
“Tu puzzi di marcio“
“Sul serio, se continui così“
“Mi vuoi incolpare di“
“Non mi viene nemmeno in mente“
“Getti fango su di noi“
“Onestamente io“
“Allora giurami che“
Ho ascoltato Ines pretendere delle solenni promesse. Patti di sangue mentre cammina avanti e indietro nel corridoio. La calma subentra quando si concentra sulla casa. Ordinare, pulire, impilare. Raccoglie la sciarpa azzurra di Francesco, scivolata dall’attaccapanni. Solidarietà genealogica tra madre e figlio. Un ragazzo normale. Con le scarpe di marca e pure il giubbotto. Ha i capelli neri, ricci. Però non va mai in discoteca. Mi ricorda un cartellone sull’autostrada che pubblicizza i mobili in vimini come Arte povera.
Pronunciò la sua preghiera: sei mia madre ma ti riconosco come capofamiglia. Hai senso pratico. Anch’io ci ho provato. Non ho nessuna operazione finanziaria alle Cayman da schermare. I figli di Tanzi e Cragnotti usavano una rete di fiduciari svizzeri. Quanto a me. Non dico che non mi piacerebbe. Agire da professionista. Bosnia, Kosovo, Palestina, Afghanistan, Iraq 1 e Iraq 2. Mitragliatore in mano. Purché, dopo anni di servizio, non mi rimandino a casa. A fare che, poi? Non posso restare seduto in disparte né arte né parte. Non sarò bello, eppure sono forte. Un essere vivo. Ma questo non sono io.
Certo, Francesco non ha mai sofferto le inquietudini di Pascal. Il carattere di Cristina è profondamente diverso. Probabilmente, l’ha plasmata il suo lavoro. In un ministero dove applicano alla lettera le discriminazioni positive. Un ossimoro. Figura di pensiero costituita dall’accostamento convergente di due parole, i cui significati sono fortemente antitetici: in questo modo, rovesciando i termini della normale “attesa“ concettuale e linguistica, rientra nel campo del paradosso.
Leggiadri sdegni. Tetra dolcezza della neve. Riso dolente. Paradiso infernal, celeste inferno. Trattare ma con fermezza. Apertura, non chiusura. Stretta finale, apertura iniziale. Eroe, mercenario, operatore della security.
Insomma, mettere una femmina dove, fino a quel preciso istante, c’era un maschio. Ines non si convince.
“Le donne sono come“
“Ti prego, non generalizzare“
“Dimentichi la Thatcher“
“Una rondine non fa“
“E la regina di Collecchio, Mamma Ebe, Vanna Marchi“
“Pecore nere“
“Se è così, spiegami perché“
“Ma lo sai che il patriarcato non“
Lo sgretolamento del rapporto tra madre e figlia l’ho seguito costantemente. Colpa dei rispettivi caratteri. Cattivi. Che le hanno spinte a un lungo addio prima che ai legami di sangue se ne sostituiscano altri dichiarando i primi morti a tutti gli effetti. In partenza, hanno finto che nulla fosse accaduto. Girando intorno, enfatiche, su orientamenti pratici, piccoli breviari, vademecum quotidiani femminili.
Il ricorso alle lacrime serve a Ines più che altro per scaricare i nervi quando le parole la stringono nell’angolo. Le lascerà scorrere. Un film, dice, è straordinario solo se ha bagnato il fazzoletto durante il secondo tempo.
Francesco non prende parte allo scontro. Anche se, di profilo, somiglia al cavaliere Giovanni Acuto. Immaginò se stesso: nel settore militare privato. D’altronde, durante le principali operazioni militari della guerra in Iraq della primavera del 2003, i militari privati hanno gestito tutto. I pasti e gli alloggi dei soldati americani, e la manutenzion e di armi sofisticate come i bombardieri invisibili B-2, i caccia invisibili F-117, gli aerei da ricognizione U-2, gli aerei non pilotati Global Hawk, i carri armati M-1, gli elicotteri Apache e i sistemi di difesa aerea di diverse navi della marina. Sarebbe un’estensione del servizio svolto nell’esercito regolare, entrare in quel settore privato. Con un margine di profitto altissimo, molto superiore al fattore del rischio. Lavoro pagato a giornata. Ma a chi mi rivolgo per il reclutamento, la selezione, l’addestramento, le armi, la tattica? Dovrei dotarmi di armi più pesanti per andare in giro in quei posti. Magari delle granate. Nei mercati di Bagdad le vendono a un dollaro l’una. Il possesso e uso delle armi deve essere autorizzato dal comando centrale e va specificato nel contratto. Bisogna avere con sé l’autorizzazione . Bisogna dimostrare di avere un addestramento aggiornato. Non si può combattere con le forze della coalizione. Per il caricamento e la pulizia delle armi occorre seguire le regole della coalizione .
Lo scontro, si capisce, per Francesco ha un significato differente. E’ una cosa da maschi. La madre la rispetta. Invece, Cristina per sua madre prova l’affetto che si ha per una foto stinta. Recitò: sospiri lacrime dolore affanni convulso anelito paura e morte a me divorano il cuore afflitto. Mi sento dentro tormento e pena. Non sempre sono riuscita a sgusciare in camera mia. Devo iniziare una privata resistenza. Una separazione più netta. Allontanerà la famiglia come la tenesse fuori dall'inquadratura della macchina fotografica.
“Ho deciso che“
“Sei pazza, l’ho capito da“
“Sono libera di“
“Convinciti che“
“Abiterò con“
“Non ti permettere di“
“Dopo che sarò“
“Pensa che noi“
“L’odio che“
Queste non sono decisioni da prendersi alla leggera. Andare a convivere con un’altra donna. Ammutolì: per le notti insonni di allora. L'idioma confuso di un passo. La gatta a zampettare nella segatura. Sporcizia, spazzatura. La crosta ancora umida di un graffio. Quel dito. Figlio di puttana. E mia madre zitta. Non vede non sente non parla. Ines tre scimmiette. Si passa una mano sui capelli corti, grigi come il cielo vuoto. E’ il generale Custer rimasto da solo a difendere il suo fortino.
“Non ti vergogni di essere un’omosessuale?“
Glielo ha chiesto senza rabbia. Scoraggiata. Lo stesso scoraggiamento che deve provare chi incolla la pubblicità di “un cinema per soli adulti“ sul bidone della spazzatura. Cristina in quell’istante stabilisce quello che vuole e che non vuole. Gioca con il filo della collana, non so se era un filo di perle, arrotolato al dito. A precipizio raccontò: degli appostamenti. Degli occhiali che al nonno scivolavano dal naso. Del naso infilato nelle sue cosce. Tieni strette le dita. Hai le dita appiccicose. Puliscile con un kleenex.

Non ne sono certa perché non ho assistito di persona, ma Ines avrà avuto l’espressione assorta della signora ricoperta di polvere bianca con la borsetta Chanel seduta davanti al buco fumante delle Due Torri. Poi si deve essere alzata in piedi. Con uno scatto. Invece di negare, interrogare, rifiutare, scoppiare a ridere, ci crede subito. Alla storia di Cristina. Prende l’impermeabile. E l’ombrello perché piove. Chiama Francesco che si infila i ray ban. Tanto per stare in tema. Escono in silenzio. Tanto non c’è nulla da dire.
L’allarme per il vecchio signore è scattato dopo che un odore nauseabondo si è diffuso nell’immobile. Che sia o no caduto dalle scale, la sua morte dipende dalla canicola. D’altronde, l’Italia boccheggiava sotto una cappa di aria calda arrivata dal Nordafrica. Se ne trovati di ultraottantenni morti. Da soli. In casa. Escludo che si farà una autopsia. Ha avuto una fine naturale. Eppure, al funerale non c’era nessuno di famiglia.

 













































































postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:32 |
 

 

Il Supermercato è un analogo moderno delle paurose spedizioni di caccia preistoriche. E’ un posto dove si perdono almeno quaranta minuti cercando il caffè solubile istantaneo.
Sono in fila alla cassa rapida piena di fiducia perché ho, senza premeditazione, esattamente dodici articoli, il limite legale per la coda veloce. Da un punto di vita della politica aziendale considero che dodici articoli siano troppi. D’altra parte, come ogni studioso di supermercati sa benissimo, la quantità di prodotti incide relativamente poco sulla rapidità di scorrimento: due clienti con dieci articoli prenderanno più tempo che uno con trenta. La sbarra di plastica che appoggiamo tra le nostre cose e quelle di chi sta dietro, ricorda le abitudini dei preistorici che urinavano per delimitare la zona. Ma il momento veramente critico della spedizione è quando bisogna alzare o appoggiare i sacchetti di plastica.
1. Nel sollevarli funzionano come le trappole per belve feroci. L’animale cammina sulla rete e la corda stringendosi lo issa, di scatto. Invece di una tigre, vengono sollevati in aria pomodori, grissini, sacchetti di biscotti. Tutto urta e sbatte, sbriciolandosi.
2. Appoggiare per terra un sacchetto informe o l’ameboidale borsa di plastica, equivale a tagliare la trappola. La tigre scappa. Difatti, quelle entità concrete non hanno alcun incentivo a rimanere dove sono. Chi non ha trovato dopo quattro settimane un mandarino fuggiasco sotto il sedile dell’automobile?
Decido di scambiare una parola con qualcuno e, splendente di paleolitica bonomia, mi giro verso la signora dietro. Ho voglia di condividere i miei sentimenti. Noto che ha fatto un solo acquisto: una mappa stradale. La monumentale assurdità della cosa mi colpisce e le dico: “Qualche anno fa, le sarebbe mai venuto in mente che un giorno avrebbe comprato una cartina al supermercato?” Lei perde il treno. Mi dà un’occhiata del tipo esci dalla mia aurea o ti sgozzo. Di quelle che si danno oggigiorno. Insomma, non tutti sono pronti a condividere nello stesso istante, una festa Cro-Magnon al supermercato.


Sono in fila al supermercato e sto leggendo un giornale. L’articolo è intitolato: non siate mai più nervosi in vita vostra!
M’interesso in fretta. Sono già abbastanza nervosa per una premonizione che riguarda la “Sindrome del Legume”, una malattia che colpisce nove su tredici delle persone in fila alle casse dei supermercati. Ecco cosa succederebbe.
Il commesso alla cassa prende in mano, diciamo, un mazzo di Kohlrabi e aggrotta le ciglia. Poi mi guarda male. “Cos’è?” chiede. “Kohlrabi, perché?” Un’altra occhiata storta. Mi sto innervosendo molto. Sono diventata di colpo una signora cui piace la verdura esotica. Lui non sa cosa sia e tanto meno il prezzo e nell’aria aleggia un pesante sospetto come se avessi intrufolato un mutante, un’ignota verdura ungherese con l’idea di discuterne con un attraente minorenne. Guardo il mazzo di Kohlrabi e sì, mi sembra diventato stranamente osceno. Lo lascio perdere e intanto scorro velocemente il giornale per trovare qualche luminoso indizio di speranza. “Mettiamo il caso che dobbiate andare in televisione…”dice. “Venite a sapere che gli altri ospiti sono tutti politici…” Ah sì? Devo andare in televisione? Perché dovrei essere nervosa e come mai non vengo mai invitata con i politici? Deve essere perché non so cosa dire. O forse sarà a causa del mio feticismo per le verdure? L’autore dell’articolo suggerisce di imparare a contrarre i muscoli proprio sotto alle costole. Questa zona, lui la chiama “Il triangolo Vitale”. Non passa giorno che non si parli di una nuova parte del corpo umano E’ un lavoro a tempo pieno. Comincio a pensarmi come una mappa colorate in macelleria che raffigura una mucca di profilo, sezionata in modo da mostrare ai clienti i vari tagli di carne. Non esiste più un solo punto del mio organismo che non sia stato già identificato da qualche dottore, guru, agopunturista, imbroglione, scienziato, chirurgo estetico, pranoterapista. Che male c’è in qualche spasmo, qua e là? Oggi, perché una vita possa essere considerata “ben vissuta” deve per forza essere una gigantesca massa di muscoli e di benessere? Nessuno osa pensarsi come un grazioso mucchio di natura umana inerte, vuota fuori e vuota dentro. Localizzo una nebula anatomica che immagino sia l’oggetto della mia ricerca ma non riesco a contrarla. Credo che nella crepa di una costola si sia incastrato qualcosa. Forse l’intero mazzo di Kohlrabi.

 












postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:30 |
 

 

21 gennaio 2003 : funerale di Annamaria Rodari. Se vogliamo stare ai rimandi tra morte e nascita ci sarebbe il 21 gennaio del 1921 che tenne a battesimo il Pci. Annamaria avrebbe apprezzato quel rimando. E le sarebbe piaciuta la cerimonia. Aperta dal classico Keith Jarrett del Concerto di Colonia. Chiusa da “Bella ciao“ e “Bandiera rossa“. Il tutto nel cortile della federazione milanese dei Comunisti italiani.
Lì si tesse il lutto. Con un funerale a metà tra affare privato e racconto pubblico. Buona cosa in tempi secolarizzati in cui non si sa dove e come e quando piangere una morte. Il funerale laico mette i brividi per il vuoto che ti propone. Quello di Annamaria, invece, offre una tela strutturata, un’organizzazione del lutto : tra le bandiere dell’Anpi, le nostalgie di una qualche Internazionale, i ritmi folk presi in prestito da Nashville che si risucchiano “il comunismo e la libertà“.
Intanto, piove sui partigiani, sui politici delusi o che ancora si illudono, sui militanti, borghesi, giornalisti, femministe.
C’è il “politico“ e c’è il “personale“ a questo funerale. Del primo parlano la segretaria dei Comunisti italiani e Armando Cossutta : “Annamaria, donna libera e d’avanguardia“la definisce Cossutta. Del “personale“ Silvia Lipschitz, che con Annamaria aveva scambiato amicizia e convivenza.
Nel necrologio il figlio Masolino (anche lui dei Comunisti italiani e di Emergency, nato dal matrimonio di Annamaria con Michelangelo Notarianni) rivendica “non fiori ma opere di pace“. La figlia Susanna (nata dal matrimonio con Aldo Tortorella) protegge le sue rose bianche vicino alla bara.
Un funerale particolare, si capisce. Adatto all’ “Anna“. Nata a Varese nel 1925, affezionata all’“Armando“ e al Cip Cip (storico locale femminista milanese) ; alla Resistenza (fu staffetta partigiana) e alle relazioni con le donne della Libreria di Milano. In lei andavano insieme apertura mentale e comunismo ultradisciplinato ; antifascismo, whisky e disprezzo per “la terza via“. Così come hanno convissuto le sigarette e la bombola d’ossigeno. Nell’ultimo periodo non riesce a respirare, però non si sognerebbe di smettere di fumare.
Dal Pci (al quale si iscrive nel ’45) se ne va nei primi anni Sessanta. Si considera (e sicuramente lo era) perseguitata e vittima. Ma per ragioni esistenziali. Tira tardi, porta i pantaloni, si muove con troppa autonomia. Eppure, dal Partito uscirà in polemica con i primi cenni di antistalinismo che percorrono i comunisti. Annamaria di quei timidi sussulti liberali non vuole saperne.
A un certo punto, nella grande confusione del Sessantotto antiautoritario, va a infilarsi tra i marxisti-leninisti di Servire il popolo. Per dimostrare quanto sia seria la sua militanza si mette a firmare il giornale La Nuova Unità (che titola a tutta pagina Lunga vita al compagno Brandirali) come Annamaria Tortorella. D’altronde, sta conducendo la sua lotta politica con il revisionismo dei comunisti. E con l’ex marito chiamato a dirigere L’Unità di Milano.
Nell’89, si apre quello che D’Alema avrebbe chiamato “lo psicodramma“ per il cambio di nome del Pci. La lingua degli iscritti ancora una volta (sarà l’ultima) batte sulla parola comunismo. Annamaria riprende la tessera. Ma va a iscriversi alla sezione Teresa Noce. Di sole donne. Anche qui, regge poco : lei e la sezione. Vince il richiamo della foresta : non si può stare senza un partito, senza Il Partito.
All’addio tra Pds e Rifondazione, opta per il Prc, sponda milanese- cossuttiana. A quella sponda rimarrà aggrappata anche dopo, di fronte al bisticcio Cossutta-Bertinotti . Una compagna fedele, che ha bisogno di mantenere, comunque, la sua fede. “Era decisamente di sinistra, rivoluzionaria oserei dire, ma del tutto impermeabile alle ideologie, anche se alcuni impazzimenti non le mancarono“ (Valentino Parlato sul “manifesto“).
Anche al femminismo Annamaria è fedele. Dall’inizio. Certo, le discussioni teoriche non la coinvolgono. Però è tra le fondatrici del Circolo della Rosa. Ne fa una questione di socialità e di cura dei rapporti. Non vuole tagli, lacerazioni tra donne. Forse l’assenza di conflitti, di rancori, le sarà venuta dal buon carattere. Oppure, avrà attinto il coraggio di non essere meschina. dall’esperienza di staffetta partigiana ?
Ortodossa e libertaria, delle tante sue vite la preferita è stata, sicuramente, quella di giornalista. Cronista all’Unità di Genova. Poi a Milano sera, Paese Sera, Tempo Illustrato, Abc. Teleradio Milano 2, prima televisione libera di area comunista. Dagli anni Novanta, Liberazione. E di recente La Rinascita di Cossutta. Rimestando nei giornali della sinistra. Li considera (e per lei sono stati) luoghi di libertà. Come funzionaria di partito Annamaria non avrebbe retto un giorno.
Battezzerà i ragazzi delle “magliette a strisce“ quelli che scendevano in piazza contro il governo Tambroni. Il pezzo di Maria Rosa Calderoni (su Liberazione, 21 gennaio 2003) descrive la passione di Annamaria per il chiuso delle redazioni, per la titolazione, per le notizie. A scrivere tre cartelle impiega venti minuti. E sono tre cartelle dense di attenzione per la realtà.
Prima donna inviata al Giro d’Italia ; per Paese Sera segue il processo Eichmann. Arrivata alla pensione, la depressione potrebbe travolgerla se non fosse per Cossutta che la porta a Roma, a lavorare per Liberazione. Con il bastone e la tosse, ma felice.
Il suo modo di fare giornalismo lo mette a disposizione anche delle donne. Dirige “Fluttuaria : segni di autonomia nell’esperienza delle donne“ (uscito tra il 1987 e il 1994). Poi “Grattacielo“. Così descrive la vicenda Ida Faré (che l’ha ricordata alla Libreria delle donne di Milano) :
“Il giornale Grattacielo lo abbiamo fatto insieme tra il 1980 e il 1981. Ne sono usciti pochi numeri, sei, se non sbaglio, ma è stato, per me e per te, il giornale più bello delle nostre vite. Il sottotitolo era “occhi di donna sul mondo“, volevamo guardare il mondo politico che sempre ci ha appassionato, svelando qualcosa che solo gli occhi delle donne potevano cogliere, insomma un mondo visto e pensato e criticato e scritto a modo nostro…
Noi eravamo un gruppo di allora giovani signore, alcune come te, io, Tiziana Maiolo, Clelia Pallotta provenivano da giornali di sinistra, altre erano alle prime armi e proprio sotto la tua guida si sperimentavano con la scrittura (Rosella, Francesca, Annina…). Due brave fotografe, Mici e Paola, davano volti e immagini alle nostre parole.
La rivista era edita da una cooperativa di nome Antizarina, costituita da giornaliste milanesi appartenenti alle più varie testate (il nome Antizarina lo avevi voluto tu in omaggio al tuo passato comunista ancora leggermente filosovietico)…
La redazione era nella sede di Alfabeta, ci lavoravamo ore e ore, si mangiava insieme a mezzogiorno (l’amaro Averna dopo il caffé, mi ci hai abituato tu, ricordi, Anna ?), si tagliava, si cuciva, si rimediava, rattoppava, confezionava i pezzi di quel giornale, come un vestito. I pezzi giungevano di qua e di là, dalle giornaliste di Repubblica, dal carcere, dalle prime sperimentali interviste scritte dalle nostre amiche, dal romanzo a puntate di Bibi Tomasi..
Un’avventura che conducevamo insieme, ma lo sguardo sapiente e leggero era il tuo, eri tu la regina. Abbiamo ballato una sola estate, ma è stata uuna danza irripetibile, e tu che hai lavorato per così tanti anni e per così tanti giornali, l’hai sempre portata come si dice in palmo di mano, o a sgabello dei tuoi piedi…
Anche ora risuona in me quella tua bella voce, la grana calda della tua voce, intrisa del fumo delle sigarette, un po’ lontana, pronta a cadere in ogni tentazione, perché tu in giovinezza avevi fatto la staffetta partigiana, e un giorno mi avevi detto che da lì, da quella prima esperienza di libertà, avevi attinto forza per venire a capo di tutti i tuoi amori e di tutti i tuoi dolori. Ora so che per te partire per un’avventura qualsiasi, purché fosse di libertà e in odore di quel comunismo di cui non potevi fare a meno, era una cosa spontanea, che faceva luccicare i tuoi occhietti obliqui, un po’ così“.
Da quella prima esperienza di libertà Annamaria Rodari attinse. E cosa più probabile, le riuscì di reinventarsi la vita

 






















postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:28 |
 

 

"Chiaro che, se potessi tornare indietro di quarant'anni, me la scoperei... " borbotto con gli occhi posati sulle pagelle dei calciatori. Roba già vecchia: è il "Messaggero" di ieri.
Senza fare tanto il difficile e cercando anche di sapere qualcosa di lei, della sua vita... perdio, qualche domanda, dei bacetti qua e là, che cosa ci voleva in fin dei conti!
Ma ricapitoliamo: ho sessant'otto anni - adesso - nessuna voglia di affaticarmi, armadi pieni di abiti che non metto mai e un pessimo carattere che mi guasta la voglia, sempre amara e impastata. So stare per ore, che dico, per intere giornate senza far niente, eppure non conosco la noia. Pochi impianti e un'angosciante ipertrofia prostatica - "sotto controllo", secondo il mio medico: "Ci seppellirai tutti" dice guardandomi torvo, "anche per averci troppo rotto i coglioni con le tue patologie". Io regolarmente mi offendo, ma poi torno a telefonargli ogni volta che sento un doloretto: "Se devo morire dimmelo subito, almeno smetto di fare la spesa, tanto poi marcirebbe tutto".

 




postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:19 |


<bgsound src="http://www.lagrana.it/mp3/fortuna.mp3" loop="infinite">