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venerdì, gennaio 28, 2005
 

Prima notizia: Enzo Bearzot ha smesso di fumare la pipa. "A una certa età, diventa quasi un lavoro". E' passato a minuscoli sigari, che fuma golosamente. Ed è anche passato, dice, "dal tempo dei sogni al tempo dei ricordi". Lo chiamavano "vecio" quando vinse il mundial dell'82, e aveva 55 anni. E il suo figlioccio Zoff, che è tornato in panchina a 63 anni?
"Vecio anche lui, e preferisco definirlo il mio fratello minore. Gli faccio tanti auguri, l'ambiente non è dei più facili ma Dino è una persona che trasmette serenità, era così anche da giocatore. Mi sarei aspettato da lui una carriera federale, ma se ha ancora voglia di andare in panchina non sarò certo io a criticarlo".
Magari fa bene e si prende una rivincita su Berlusconi.
"Non ha rivincite da prendersi, non ha nulla da dimostrare. Dopo Rotterdam Berlusconi sbagliò comunque".
In circostanze analoghe, lei si sarebbe dimesso?
"Col cavolo".
Com'è la sua domenica-tipo?
"Allo stadio non vado da un pezzo, non mi piace un certo tipo di tifo. La tribuna d'onore è diventata una vetrina di urlatori, eppure è gente di cultura, che ha studiato. Ho sentito insulti ferocissimi. Del resto, alla fine di Italia ?90 all'Olimpico hanno fischiato l'inno argentino e io mi sono vergognato come un ladro. Durante la partita, fischiate pure, ma l'inno nazionale è sacro. Allora, la mia domenica. Cappuccino al solito bar vicino a casa con i soliti clienti, tutti filoberlusconiani meno due e uno dei due sono io, e a pranzo alla Collina pistoiese, in via Amedei, con gli Azzurri d'Italia e le mogli. C'è Marino Vigna, c'è Dagnoni, quello che pilotava gli stayers".
Li conosco. E poi?
"Poi torno a casa e mi guardo Inter e Torino, le due passioni della mia vita, la mia seconda pelle. Non è che vadano proprio benissimo, mi fanno soffrire, ma le guardo lo stesso. E in settimana se c'è una bella sfida di Champions non me la perdo".
Sull'Inter ha una spiegazione?
"Una spiegazione può darla solo chi vive dentro l'ambiente, non io, sarebbe assurdo. Dico solo una cosa in generale: a me pare che nell'Inter ci siano troppi stranieri di troppe nazionalità. Le grandi squadre, quelle che creano un ciclo, hanno bisogno di un nucleo forte di 5-6 italiani. E' stato così per la Juve di quand'ero ct, e in tempi più recenti per il Milan. Posso dire una cosa che poi magari dimentico? Se mai c'è stato uno per cui bisognava ritirare la maglia, era Gaetano Scirea, grandissimo calciatore e grandissima persona. Perché non ci pensa nessuno?"
Credo che qualcuno ci abbia pensato, ai tempi.
"E allora fate una campagna col giornale. Non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi. Per Gigi Riva, e sono d'accordo sul riconoscimento, la decisione del Cagliari è arrivata trent'anni dopo, o sbaglio? Rilancio la proposta per Scirea".
Mi associo. Eravamo alle sue domeniche.
"La sera salto qua e là e cambio canale appena qualcuno comincia a urlare, cioè quasi sempre. In via Amedei vado anche il martedì, il giorno dei bolliti. E poi mi piace l'idea di muovere i passi nella stessa zona di quando arrivai a Milano, campionato ?48-49. L'Inter mi mise in un albergo di via Amedei, dividevo la stanza con Lorenzi. Ricordo che sul comodino Benito teneva la foto di una ragazza del suo paese, che aveva un fiore in bocca e si chiamava Volga. E ricordo che nella camera a fianco c'erano Walter Chiari e Marisa Maresca, e le nostre non erano tutte notti tranquille".
Cos'altro ricorda?
"La gente di Milano, aperta, disponibile, calorosa, mai invadente però. E' grazie a loro che s'è allungata la lingua a un giovane furlano che si esprimeva a monosillabi".
Propongono Boniperti per la presidenza di Lega: in fondo, ha solo un anno meno di lei.
"Ma io non ho ambizioni".
Però è ancora presidente del Settore tecnico.
"Ho accettato su pressione dell'associazione allenatori e dell'associazione calciatori, mi piaceva l'idea di aprire la strada a qualcuno più giovane. Una volta lì mi sono accorto che non avevo diritto di voto e così non sono più andato alle riunioni del consiglio direttivo. Che ci andavo a fare?"
Proviamo a ragionare di calcio così, per il gusto di farlo. C'è qualcosa che cambierebbe nel calcio?
"Più d'una cosa. La prima a livello disciplinare: se è palla o piede, cartellino giallo. Ma vedo molti piedi ad altezza ginocchio e anche più su quando la palla è rasoterra: in questo caso, rosso diretto, non importa se l'intervento è da dietro, di fianco o di fronte. Ancora: rimesse laterali da effettuare di piede".
Questa non è nuova.
"Ma è necessaria. Chi fa catenaccio ci pensa due volte, prima di buttar fuori la palla, se sa che se la ritrova in area di rigore dopo pochi secondi. Più importante però mi sembra il fuorigioco. Così non si può andare avanti. E' scientificamente dimostrato che un guardalinee non può controllare contemporaneamente il pallone, chi calcia il pallone, la linea difensiva e chi sta in fuorigioco attivo o passivo. Io sono contrario alla moviola in campo, ma in campo devono esserci più certezze e meno dubbi. Allora dico: riduciamo la possibilità d'errore della terna arbitrale abolendo del tutto il fuorigioco. Oppure limitandolo ai 16 metri".
Ci sarebbero squadre più allungate.
"E allora? Quante volte ho sentito dire in tv che c'è più spettacolo quando le squadre si allungano? Ma l'importante, per me, è diminuire i sospetti: adesso si sospetta dell'arbitro e dei suoi assistenti, ma quando il potere passerà alla moviola e alle telecamere i sospetti cadranno sui cameramen. E allora dico: fermiamoci, anzi torniamo indietro".
A propositi di arbitri, lei è per la designazione, il sorteggio pilotato, il sorteggio integrale?
"Integrale".
L'unica volta che fu applicato, vinse lo scudetto il Verona e arrivò secondo il Torino, ricorda?
"E rivinca il Verona e riarrivi secondo il Torino, che problema c'è?"
Per noi nessuno, per altri non saprei. Andiamo avanti: time-out?
"Lasciamolo al basket".
Panchina allargata?
"Favorevole, è sempre brutto spedire giocatori in tribuna. Se li hai in campo, si liberano anche dei posti in tribuna".
Chi è il migliore degli italiani, oggi?
"Totti, nessun dubbio. Ha un tiro spaventoso, ha visione di gioco, ha fisico, copre bene la palla. Ha tutto. Il suo limite è quella di volersi fare giustizia da solo".
Lei come l'avrebbe aiutato, dopo lo sputo?
"Mi piace pensare che con me non avrebbe sputato. Non è una critica a Trapattoni. Vede, si dice che il compito del ct è scegliere giocatori. Sì, ma il lavoro vero è scegliere la squadra, è la seconda spremitura. I club giocano 70 partite l'anno, la Nazionale meno di 10. Il ct bravo è quello che trova la squadra in un tempo relativamente breve. Io andavo anche due-tre volte a studiare gli avversari, punti forti e punti deboli. Non ho mai creduto che lo spartito sia immutabile, altri sì. Io continuo a dire che col Brasile si gioca in un modo, col Lussemburgo in un altro. Usando gli stessi suonatori ma cambiando la musica".
Proviamo un suo top 11?
"Troppo complicato, periodi diversi. Però rispondo in un altro modo. Il migliore negli ultimi 20 metri Van Basten, negli ultimi 30 Maradona, sui 50 metri Platini, sui 60-70 di campo Cruyff, su tutto quanto il campo Di Stefano. Tra i metri di Platini e quelli di Cruyff mi piacerebbe inserire Zidane: dove c'è creatività c'è Zidane. Mi sembra un gattone che gioca col gomitolo, quando ha il pallone fra i piedi".
Non c'è Pelé.
"Non si è misurato col calcio in Europa, non è colpa sua ma neppure mia".
Per la difesa?
"Tre nomi, tutti italiani. Zoff in porta, Scirea libero, Paolo Maldini terzino. Paolo è il difensore più forte nato nel dopoguerra. Sa anche comandare. Scirea era più timido, ma grandissimo ugualmente".
Si fa ancora sentire qualcuno dei suoi azzurri?
"I più assidui, i più affezionati sono Bruno Conti e Paolo Rossi".
Qual è il suo ricordo più vivo di Spagna '82?
"Zoff che mi dà un bacio sulla guancia, dopo la partita col Brasile. Senza dire una parola".
E della finale?
"Io quella sera, dopo il Brasile, mi sentivo già campione del mondo. Perché la Polonia l'avevamo già incontrata, faceva melina, abbiamo sbagliato un sacco di gol ma eravamo più forti. I tedeschi erano potenti ma non veloci. Forse avremmo avuto più difficoltà con la Francia. I tedeschi li abbiamo battuti grazie alla superiore velocità. Della finale ricordo i ragazzi che mi buttano in aria, e nei rari momenti di lucidità pensavo al pomeriggio del 19 giugno 1938, quando eravamo tutti nella piazza di Gradisca a sentire la voce di Carosio dagli altoparlanti. Nel 4-2 finale c'erano due gol di Gino Colaussi, detto Ginùt, che era di Gradisca. Fu quel giorno che decisi che avrei fatto il calciatore, senza sapere dove sarei arrivato e sapendo che i miei preferivano fare di me un medico, un farmacista o almeno vedermi lavorare in banca, come mio padre. Avevo capito che il calcio può dare grandissime gioie alla gente".
E a lei?
"Molte gioie, non poche amarezze, ma non voglio fare bilanci. Sono fisicamente rattoppato, uso le energie per sopravvivere il più a lungo possibile. Ma sa una cosa? Da ragazzo, quando studiavo a Gorizia dai Salesiani, ero terrorizzato dall'idea del peccato e dall'idea della morte. Adesso non ho più paura di nulla, davvero. Un bel passo avanti". 

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 11:19 |


venerdì, gennaio 21, 2005
 

Blackout di telecomandi ad Aosta. Impossibile aprire a distanza garage, cancelli e automobili nella zona nord-est della città. Per il secondo giorno i cittadini residenti tra l'Arco d' Augusto, corso Ivrea, frazione Roppoz e l'ospedale Beauregard hanno provato nuovamente a mettere in funzione i propri dispositivi, ma senza risultato.

Del mistero si sta occupando l'Agenzia regionale per la protezione ambientale-Arpa, che ha già effettuato controlli sui campi elettromagnetici della zona:
"I livelli sono risultati nella norma, non c'è nulla di pericoloso per la salute - assicura Giovanni Agnesod, direttore tecnico dell'Agenzia - Abbiamo ben chiara la situazione della zona, di recente abbiamo terminato uno studio sulle radiofrequenze e ora non abbiamo rilevato anomalie".

I tecnici hanno effettuato esami (con analizzatori di spettro) sui segnali dei comandi a distanza da comparare con quelli emessi in altre zone della città. "Sulla frequenza di 433 megahertz, la stessa in cui funzionano i telecomandi, abbiamo trovato altri segnali. Nulla di dannoso per la salute, ma dobbiamo capire da dove vengono", spiega ancora Agnesod.

E cautamente il dirigente dell'Arpa avanza alcune ipotesi: "Quella è una frequenza libera e può essere utilizzata da molte applicazioni come elettrodomestici e apparecchi elettromedicali. Potrebbe anche trattarsi di walkie-talkie o radioamatori. Anche con l'aiuto della polizia postale dovremmo capire che origine hanno questi segnali".

Insomma molte ipotesi, ma per il momento nessuna certezza. Una situazione che per certi versi ricorda il mistero di termometri e barometri andati in tilt in una farmacia di Roma. O il rompicapo degli incendi a fili elettrici ed elettrodomestici che da una anno a questa parte avvengono in provincia di Messina, nella piccola frazione di Canneto, a
Caronia. "Qui il quadro che emerge è insolito ma non particolarmente incomprensibile - conclude il direttore tecnico dell'Arpa - potrebbe trattarsi di interferenze. E' insolito, ma non misterioso".

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:07 |
 

Luigi Ghirri (1943-1992) revolutionized Italian photography with his fresh color snap-shot style observations of Italian contemporary culture. His small delicately colored prints were conceived in series to create visual poems. In the vein of Walker Evans, William Eggleston, and Lee Friedlander, Ghirri's photos reflect a certain nostalgia and capture oddly timeless fragments of the urban landscape.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:15 |
 
Foto Ghirri 
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:13 |
 

Luigi Ghirri, Cervia, 1989
Archivio Luigi Ghirri - Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, Archivio Eredi di Luigi Ghirri

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:11 |
 

Luigi Ghirri nasce il 5 gennaio 1943 a Fellegara, una frazione di Scandiano nella provincia di Reggio Emilia.
Nel 1946 la famiglia Ghirri si trasferisce a Braida di Sassuolo, dove trova alloggio nella sede estiva del collegio San Carlo dei Gesuiti di Modena, un grande edificio ottocentesco adibito, in quel periodo, ad abitazione per le famiglie sfollate dai centri urbani a causa della guerra. Alla fine degli anni Cinquanta la famiglia Ghirri trasloca a Modena dove Luigi intraprende studi tecnici per geometra. Nasce in lui, in questo periodo, la passione per la fotografia, alla quale si interessa dedicandosi prevalentemente al ritratto e al paesaggio.
Nel 1962 si diploma e inizia l'attività professionale, che conduce dapprima come libero professionista e, dal 1967 circa, come dipendente presso l'ufficio tecnico di uno degli imprenditori immobiliari più importanti di Modena.
Dal 1968 in poi intraprende alcuni viaggi in Italia e in Europa: Parigi, la Bretagna, Lucerna, Berna, Amsterdam e l'Alto Adige. Da questi viaggi Luigi porta a casa centinaia di diapositive che non erano descrittive, ma costituivano una sorta di diario personale visivo: immagini di commento al viaggio e alle cose viste, una riflessione personale, mediata dalle letture e dalla sua cultura visiva.

Nel 1969 Luigi Ghirri conosce per motivi di lavoro Franco Guerzoni. Nasce un sodalizio fatto di lunghe serate trascorse a parlare e a discutere d'arte. Attraverso Guerzoni, Ghirri entra in contatto anche con Carlo Cremaschi, Giuliano della Casa, Claudio Parmiggiani e Franco Vaccari. Inizia così a collaborare alle diverse ricerche di questo gruppo di artisti che operano a Modena, nell'ambito delle tendenze concettuali e dell'Arte Povera, realizzando fotografie che documentano alcune performance, o che vengono utilizzate direttamente in alcune delle loro opere.Nel dicembre del 1972 espone per la prima volta, con una personale dal titolo
Fotografie 1970-1971, nella hall del Canalgrande Hotel di Modena, nell'ambito delle attività del circolo Sette Arti Club.
Nel 1974 Lanfranco Colombo lo invita ad esporre Paesaggi di cartone alla "Galleria il Diaframma" a Milano. Abbandona l'attività di geometra e apre uno studio di grafica con Paola Borgonzoni, Margherita Benassi e Carlo Nascimbeni.

Nell'ottobre del 1975 è invitato alla mostra Art as Photography - Photography as art a Kassel. "Time-Life" gli dedica un portfolio di otto pagine su "Time-Life Photography year" e lo designa come Discovery dell'anno.
Nel 1977 fonda la casa editrice "Punto e virgola", specializzata in fotografia, con Paola Borgonzoni, il fotografo Giovanni Chiaramonte, Ernesto Tuliozi, Ornella Corradini e Susetta Sirotti.
Nel 1978 pubblica per la propria casa editrice Kodachrome (1970-1978), una ricerca che raccoglie alcune immagini del periodo iniziale e del progetto Paesaggi di cartone.
Nel 1979 avviene una svolta fondamentale per la sua attività di ricerca; è invitato da Arturo Carlo Quintavalle e da Massimo Mussini a progettare una personale presso la sede espositiva dell'Università di Parma.
Nello stesso anno espone in diversi luoghi d'Europa, ma la mostra al Festival di Arles gli porge delle opportunità prestigiose, come l'incontro con Charles Traub, il direttore della Light Gallery di New York che lo inviterà ad organizzare una personale per l'anno successivo, dove esporrà Still-Life e Topografia-Iconografia.

È invitato da Luigi Carluccio alla Biennale di Venezia nella mostra intitolata L'immagine provocata, dove Luigi Ghirri espone alcune immagini tratte da Colazione sull'erba.
Parallelamente alla Biennale è presente, sempre a Venezia, alla mostra Fotografia italiana contemporanea a cura di Italo Zannier.
Espone nella collettiva Iconicittà/1, dedicata al paesaggio urbano, presso il Padiglione d'Arte Contemporanea (P.A.C.) di Ferrara.
Nel 1980 Manfred Heiting, allora direttore della Polaroid International, lo invita ad Amsterdam presso i laboratori della Polaroid per realizzare una serie di immagini di grande formato (60x50 cm).Nel 1981 è invitato dall'Azienda Turismo e dal Comune di Napoli ad intraprendere, insieme con altri fotografi, una lettura del paesaggio partenopeo. Il progetto è coordinato da Cesare De Seta e darà vita alla mostra 7 fotografi per una nuova immagine.
Nel 1982, si reca in Puglia avendo ricevuto una commissione dall'Ente "Expo-Arte", dalla Galleria "Spazio-Immagine" e dalla Regione Puglia.

Vittorio Savi presenta Luigi Ghirri al direttore di "Lotus International", Pier Luigi Nicolin. Inizia la sua collaborazione con la rivista di architettura pubblicando le fotografie del cimitero di Modena di Aldo Rossi.
Alla "Photokina" di Colonia è l'unico italiano presente alla mostra Photography 1922-1982.
Nel 1983 è invitato a Graz al "Forum Stadtpark" per organizzare una mostra sulla giovane fotografia italiana dal titolo, Penisola, una linea della fotografia italiana a colori.
Su invito di Arturo Carlo Quintavalle e di Massimo Mussini svolge seminari sulla fotografia all'Università di Parma.
Tiene una conferenza dal titolo L'oeuvre photographique all'Università della Sorbona a Parigi in occasione del "Mois de la photo".
Sempre nel 1983 Lucio Dalla si rivolge a Luigi Ghirri per commissionargli dei ritratti fotografici per realizzare le copertine dei suoi dischi. Grazie a Lucio Dalla, Ghirri conosce Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, gli Stadio e con tutti collabora professionalmente.

Nel 1984 elabora i presupposti teorici del progetto fotografico dal titolo Viaggio in Italia, che scrive in collaborazione con Gianni Leone e Enzo Velati. Il progetto prevede la partecipazione di fotografi, non solo italiani, per la realizzazione di un nuovo "atlante" per immagini sull'idea del paesaggio italiano.
Su incarico della Regione Emilia Romagna intraprende luna ricerca sulle stazioni termali della regione, che pubblica poi nel 1987 col titolo Magie di acque e di luoghi nei paesaggi termali dell'Emilia Romagna. Anche il Touring Club Italiano lo incarica di realizzare due volumi fotografici che lo vedono impegnato in una rileturra del paesaggio della propria regione.
In questi anni, l'amicizia con Gianni Celati si stringe in un sodalizio intellettuale che lo condurrà ad altri progetti fondati sul rapporto tra letteratura, cinema e fotografia.
Nel 1985, nell'ambito di uno scambio culturale tra Italia e Francia promosso dal Ministero della Cultura francese e dal Centro Culturale di Napoli, Luigi Ghirri è invitato a fotografare la reggia di Versailles.

Nello stesso anno, su incarico di Paolo Portoghesi, svolge una lettura dell'architettura di Marcello Piacentini nella città Universitaria di Roma. Aldo Rossi lo invita, invece, a fotografare alcuni luoghi particolarmente caratterizzati dalla cultura veneta per il concorso internazionale della III Biennale d'Architettura di Venezia. Vittorio Savi gli affida l'incarico di fotografare l'atrio della stazione ferroviaria di Firenze, l'Edificio Viaggiatori, opera di Michelucci. Nel 1986 è invitato, con l'incarico di relatore, al VII Simposio di Fotografia a Graz, dedicato al rapporto tra la fotografia europea e quella americana. Insieme a Ghirri sono Robert Frank e William Eggleston.
Organizza la mostra dal titolo Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio, inaugurata a Reggio Emilia nel febbraio del 1986. Durante i mesi di ricerca e di preparazione dell'iniziativa Luigi Ghirri conosce il poeta Tonino Guerra, lo scrittore Ermanno Cavazzoni, il regista Nino Criscenti e altri artisti, con i quali pure entra in amicizia.

Su invito dell'amico Lucio Dalla si reca per la prima volta a New York con lo scopo di raccogliere appunti fotografici sulla tournée del cantante bolognese.
Nel 1987 collabora con l'architetto Alberto Ferlenga alla pubblicazione di una monografia su Aldo Rossi e realizza alcuni lavori per l'amministrazione comunale di Cesena e per l'Azienda Elettrica Municipale di Milano; il comitato scientifico della XVII edizione della Triennale di Milano lo invita ad una lettura del paesaggio padano e urbano, in particolare di Venezia e Bologna; Arrigo Sacconi e Roberta Valtorta gli propongono di partecipare alla prima campagna di rilevamento dei beni artistici e architettonici del progetto della Provincia di Milano Archivio dello Spazio.
Nell'autunno del 1988 si inaugura la XVII edizione della Triennale di Milano per la quale Ghirri cura anche la sezione "Fotografia" nell'ambito della mostra Le città del mondo, il futuro della metropoli.

Nel 1989 intensifica i rapporti con le riviste di architettura e di design: "Domus", "Gran Bazaar", "Interni", "Ottagono" e "l'Arca".
Pubblica Paesaggio italiano nei "Quaderni di Lotus International" e Il profilo delle nuvole con testo di Gianni Celati.
Inizia la collaborazione, in qualità di docente, all'Università del Progetto, una scuola di design a Reggio Emilia, che lo vede impegnato con gli amici e colleghi di sempre: Giulio Bizzarri, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Ruggero Pierantoni, e nuove conoscenze come Franco Raggi, Franco La Cecla e altri.
Nel 1990 è invitato da Cesare De Seta a Caserta per documentare la Reggia.
Nel 1991 intraprende la campagna di documentazione dell'atelier e dell'abitazione di Giorgio Morandi, su invito di Carlo Zucchini, curatore dell'Archivio del pittore bolognese. Le ripetute visite dei luoghi morandiani, in compagnia dello scrittore Giorgio Messori, lo conducono a realizzare numerose immagini, a cui non riuscirà a dar veste di libro a causa della sua prematura scomparsa.

Nello stesso anno, partecipa alla realizzazione della ricerca sulla Sacra di San Michele a cura di Giovanni Romano. A seguito di questa esperienza la Regione Val d'Aosta lo invita a documentare i castelli della regione.
Arturo Carlo Quintavalle gli propone di realizzare insieme un libro ampiamente illustrato dal titolo Viaggio dentro un antico labirinto. Gli autori concepiscono l'opera come una lettura del paesaggio italiano attraverso la storia dell'arte, la letteratura e, ovviamente, l'opera di Ghirri. In appendice è pubblicata una lunga intervista a Luigi Ghirri dal titolo Viaggio dentro le parole. Un dialogo denso, che a volte si delinea come una riflessione sul percorso intellettuale ed artistico dell'autore, in cui lo stesso afferma: "Il mio desiderio è sempre stato quello di lavorare con la fotografia a 360 gradi, senza limitazioni. Credo che questo modo di operare sia un'amplificazione delle possibilità percettive e di racconto. [...] Uno degli elementi che mi affascinava nelle ricerche concettuali [da cui sono partito] era l'irruzione della possibilità di una sorpresa all'interno del quotidiano anche riferito all'arte. Ma al di là di questo credo di aver appreso dall'arte concettuale la possibilità di partire dalle cose più semplici, dall'ovvio, per rivederle sotto un'altra luce".
Luigi Ghirri si spegne improvvisamente nella sua casa a Roncocesi (a Reggio Emilia), il 14 febbraio 1992.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:06 |
 

Il confine c'è ma non si vede. Tra l'Isola rossa e il promontorio di fronte. Un qualsiasi turista del mare non riuscirebbe ad accorgersi della differenza che passa tra il limite e quello che c'è oltre. Tra una baia libera e una cinquantennale servitù militare. Di Giovanni Pietropaolo, cognome prima del nome come si presenta ognuno dei pescatori di questo splendido tratto di costa a nord di Cagliari, non è un turista qualsiasi. Di questo mare conosce ogni singolo anfratto. Ogni metro di costa sfondato dai missili, ogni scoglio piallato dai proiettili, le isole che c'erano e non ci sono più, nonostante questo mare non ricordi alcuno tsunami. Perché il promontorio di Capo Teulada è da cinquant'anni zona di guerra per gli americani, poi per gli italiani e gli eserciti della Nato, e di «piccola pesca» per la gente del luogo. E lui, che vive il mare da almeno 60 delle sue 65 primavere, può raccontare senza tema di smentite delle incursioni notturne per pescare di nascosto sotto costa, delle cannonate ricevute e di chi non c'è più perché è saltato in aria su un ordigno, vittima civile in una zona riservata alle armi in «tempo di pace».


A partire dal 1997, l'«area interdetta» è stata via via ampliata, ben oltre la zona dove da decenni va in onda una guerra simulata che ha reso il mare un tappeto di bombe. Praticamente la morte per le 60 famiglie di pescatori di Sant'Anna Arresi e Teulada, senza considerare le altre marinerie vicine. Fino a due anni fa non era così. Quel tratto di mare rimaneva interdetto per l'intera durata delle esercitazioni, poi quando tutto era finito i comandi avvisavano i pescatori che potevano riprendere l'attività. In cambio, questi ultimi ricevevano un indennizzo per le giornate di lavoro, per un massimo di 120 giorni all'anno, pari al 70% della paga sindacale. In soldoni, circa 4.500 euro all'anno.

Rotto unilateralmente un equilibrio che durava da decenni, i pescatori sono scesi sul piede di guerra contro la Difesa italiana. Lo scorso ottobre, a farne le spese è stata la Nato, operazione «Destined glory». Quello che segue è l'esempio, straordinario, di come una piccola comunità riesca a resistere a qualcosa molto più grande di loro. Con le armi, pacifiche, della disobbedienza.


«Abbiamo fatto nove mesi di assemblea permanente», dal primo dicembre 2003 al 10 ottobre 2004. Pietropaolo, che è il presidente della cooperativa di pescatori di Sant'Anna Arresi, insieme a quella di Teulada protagonista della lotta, racconta le difficoltà di organizzare i pescatori: i difficili rapporti con i sindacati, d'accordo solo sulla vertenza lavorativa, i timori, l'inevitabile stanchezza del gruppo dopo i primi mesi di lotta che però non ha impedito il mantenimento del presidio anche durante l'estate. «Ci interessava prima di tutto risolvere il problema economico delle nostre famiglie. Era più di un anno che non portavamo niente a casa». In una zona in cui quasi tutto è poligoni militari che hanno espropriato mare ai pescatori e ovili e terreni ai pastori, penalizzando anche il turismo, il saldo tra nascite, morti ed emigrazione ha fatto scendere la popolazione da 7 mila ad appena 3.500 anime. Il lavoro manca, «il paese si è ridotto a una riserva indiana» e la gente scappa, a Cagliari o sul continente. Loro non ci pensano nemmeno. Piuttosto, la bonifica che chiedono al governo e che il sottosegretario alla Difesa Cicu ha promesso loro «la facciamo noi».

«All'inizio molti avevano paura per le multe», 2.100 euro per ciascuna barca che dovesse sconfinare, o «per il sequestro della barca», indispensabile strumento di lavoro. Poi hanno preso coraggio e hanno occupato il porticciolo, «per attirare l'attenzione dei cittadini e della stampa». Notte e giorno per cinque mesi, quartier generale un piccolo edificio rosa dalle pareti scrostate. «Ci hanno ignorato finché non sono cominciati ad arrivare i gruppi e le testimonianze di solidarietà da tutta l'Europa». I «gruppi» hanno nome e cognome: sono il comitato sardo Gettiamo le basi, le associazioni ambientaliste, Verdi e Prc, gli indipendentisti dell'Irs, il Cagliari social forum. «Così abbiamo cominciato a uscire: un giorno bloccavamo le navi con i carri armati, un altro qualche altra cosa. I militari ci dicevano "queste sono cose politiche, dovete andare a protestare a Cagliari invece che qui". Noi rispondevamo «se non lavoriamo noi non lavorate nemmeno voi. Andate voi a lamentarvi a Cagliari"».


La risposta sono state le cannonate. Il 3 maggio, per bloccare un'esercitazione della Nato. «Quando siamo arrivati all'altezza del promontorio, hanno sparato delle cannonate in mare per fermarci. Ma abbiamo continuato. Tutte le mattine alle 8 uscivamo in mare e andavamo a piazzarci sotto il promontorio. Alla fine sono stati costretti ad andarsene in Grecia». Il 4 ottobre l'hanno fatta ancora più grossa. Quel giorno si sono messi di traverso a ben undici navi da guerra della Nato. «Erano 9.500 uomini che stavano sbarcando, con degli zatteroni enormi che portavano viveri, mezzi e carri armati. Come nei film sulla Normandia. Noi ci siamo opposti con le nostre barchette e abbiamo bloccato tutto. Uno dei nostri ragazzi che è stato in Germania e parla un po' d'inglese ha spiegato loro che era una protesta per il diritto al lavoro. Ci hanno accerchiati, dicevano dal megafono "vi comunichiamo che siete all'interno di un poligono militare", noi ridevamo, battevamo le mani e non ci spostavamo». Finché, per risolvere l'impasse non è stato costretto a scomodarsi il sottosegretario Cicu, Forza Italia. «C'era il mare forza 5 quel giorno, lui ha chiesto che scendessimo a terra a incontrarlo». Di Giovanni abbozza un sorriso: «Forse soffriva il mal di mare». Poi continua: «Ma noi l'abbiamo costretto a un'assemblea su un peschereccio, finché non ha accettato le nostre richieste». Il 100% della paga giornaliera invece che il 70, 158 giorni lavorativi retribuiti invece che 120, e la promessa di una bonifica dell'«area interdetta» e della possibilità di pescare nei periodi in cui non si svolgono esercitazioni. Rimane off limits la zona del poligono vero e proprio, quella che da decenni ormai nessuno può frequentare per la sua estrema pericolosità.


Di Giovanni Pietropaolo è uno dei pochi che può raccontare com'era laggiù, dall'alto dei suoi 65 anni, quasi tutti vissuti in mare. Così riavvolge il nastro della memoria e rievoca: «Era una grotta bellissima, la chiamavano la grotta de su marineri, dei pescatori. La vedi quella costa che sembra una mammella? Lì». All'orizzonte. Dove tutt'attorno ora è deserto una volta per chi andava in mare era una sosta obbligata. «Io ero ragazzino, nel `53. Ci andavo con mio padre, e già allora vedevo gli aerei che ci passavano sulla testa. In quella grotta ci abitavamo, le altre barche ci portavano i viveri. Si pescava il pesce azzurro, venivano imbarcazioni anche da Cagliari per fare la stagione lì. Solo quando arrivava lo scirocco dovevamo tornare a Capo Teulada perché il mare diventava grosso». Ricordi di vita e di gioventù. «Proprio sopra la grotta c'era un ovile, con una donna che ci trattava come figli. Quando non tornavamo dalla pesca veniva a cercarci, ci preparava di tutto». Laddove oggi sono missili e bombe e proiettili che più d'uno sospetta anche all'uranio impoverito, il mare era pescosissimo. «Ricci, polipi, le aragoste le vedevamo pascolare». Pascolare, come le capre dei pastori della terraferma sfrattate negli sgomberi forzati degli ovili per far posto a 7 mila ettari di poligono militare.

C'erano gli americani, all'epoca, il poligono arriverà solo nel `58. «Per due casse di polipi ci facevano il rifornimento per 5-6 mesi. All'inizio ci facevano andare nella grotta. Una volta sono rimasto lì per 40 giorni di fila, senza tornare a casa, tanto avevo un'altra famiglia e quella donna che ci accudiva». Poi il fattaccio, e i ricordi di vita si trasformano in cronaca. «Un giorno un giovane, il figlio di uno dei nostri pescatori, ha trovato un ordigno. L'ha preso tra le mani ed è saltato in aria. Aveva una trentina d'anni, la bomba l'ha sventrato. Hanno riconosciuto l'incidente solo dopo molti anni, perché lui lì non avrebbe potuto starci». Si chiamava Giovanni Meloni, era l'anno di grazia 1964. Probabilmente per evitare ulteriori problemi, dopo quell'episodio i militari fanno saltare la grotta. Una carica di esplosivo, bum, e tutto è consegnato alla tradizione orale dei pescatori. «Gli americani prima sembravano i nostri salvatori, poi piano piano hanno cominciato le restrizioni». Dalle caramelle alle cannonate.

«Una volta hanno sbagliato il tiro e una cannonata è finita sulla spiaggia», quella libera e per metà requisita per permettere ai militari di fare il bagno senza timore di inciampare in una mina, non certo quella splendida di Zafferanu, dove una volta sorgeva l'antica Teulada: invece di ombrelli e sdraio raccontano di batterie di missili, sistemate come tanti aghi nella sabbia bianca. Un ragazzino rimane gravemente ferito. Oggi è uno dei pescatori in lotta, per tutti è «John Wayne». Ma non sono solo gli americani a sparare a casaccio. C'è anche l'esercito italiano. E' il 5 maggio di un anno fa. «Un mezzo meccanico stava pulendo la spiaggia quando sono arrivati tre proiettili, di quelli esplosivi. Il conducente ha abbandonato di corsa il mezzo ed è scappato. Immagina se fosse accaduto d'estate, quando la spiaggia è piena». Fossimo stati in guerra, li avrebbero chiamati effetti collaterali. Ma, forse, siamo in guerra.

 

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giovedì, gennaio 20, 2005
 

Allarme nel mondo del collezionismo. Nella notte del 18 gennaio è stato compiuto un importante furto nel museo dei trenini della Märklin, tra le più apprezzate società costruttrici di materiale ferroviario in scala. Il materiale rubato risale in alcuni casi addirittura al 1891 (una locomotiva) ed è praticamente introvabile sul mercato. Sono forti i dubbi di un furto su commissione: i ladri non hanno colpito a caso, ma sapevano benissimo di cosa impossessarsi.
«Ci hanno rubato un pezzo della nostra storia», afferma Paul Adams, presidente del consiglio di amministrazione della Märklin, come riportato in un comunicato apparso sul sito internet della società.

 

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mercoledì, gennaio 19, 2005
 

 

Il capitano non riusciva a dormire. Gli incubi invadevano la notte e solo l'alcool riusciva a sollevarlo dal terrore. Il sogno ricorrente era sempre lo stesso, cadeva da un aereo in volo insieme ad altri corpi nudi in mezzo all'oceano. Ieri è cominciato in Spagna il processo contro Adolfo Scilingo, militare argentino che nel 1995 ha confessato al giornalista Horacio Verbitsky come furono uccisi migliaia di desaparecidos. Scilingo sceglie di confessare ma non è un militare pentito, non ha rimorsi, solo che non riusciva più dormire, gli incubi lo assillavano. Scilingo confessa di aver partecipato durante la dittatura militare 1976-83 ai «voli della morte» in cui i «sovversivi» erano gettati vivi in mare. Dall'Escuela de Mecanica de la Armada (Esma) ogni mercoledì partiva un aereo carico di persone che erano state sequestrate e torturate in ciò che fu il principale campo di concentramento della dittatura. Scilingo racconta che i «voli» si susseguirono per due anni, a volte due voli la settimana.


«Sono andato in cantina, dove c'erano quelli che avrebbero volato. Giù non restava nessuno. Fu loro detto che sarebbero stati trasferiti al sud e che per questa ragione sarebbero stati vaccinati. Furono così vaccinati...cioè fu loro somministrata una dose per intontirli, un sedativo. E così li si addormentava (...) Dopo sono stati messi su un camion della Marina, un camion verde con un telone. Siamo andati all'aeroporto militare, siamo entrati dalla parte posteriore, e lì ho saputo che l'aereo sul quale avremmo fatto il volo non sarebbe stato un Electra della Marina ma uno Skyvan della Prefettura (...) Ci sono quattro cose che mi fanno star male: i due voli che ho fatto, la persona che ho visto torturare e il ricordo del rumore delle catene e dei ceppi che venivano messi ai piedi dei prigionieri. Li ho visti appena un paio di volte, però non posso dimenticare quel rumore (...) Una volta che avevano perso i sensi venivano spogliati e, quando il comandante, a seconda di dove si trovava l'aereo, dava l'ordine, si apriva lo sportello e venivano gettati di sotto nudi, a uno a uno. Questa è la storia. Macabra ma reale e che nessuno può smentire. Non riesco a dimenticare l'immagine dei corpi nudi sistemati uno sopra l'altro nel corridoio dell'aereo come in un film sul nazismo. Nello Skyvan venivano gettati dallo sportello posteriore, che si apre verso il basso. È uno sportellone molto grande, ma senza posizioni intermedie, o è chiuso o è aperto. Il sottufficiale teneva giù con il piede una specie di porta oscillante, per lasciare uno spazio di 40 centimetri verso il vuoto. Da lì cominciavano subito dopo a scaricare i sovversivi. Data la situazione, nervoso com'ero, per poco con cado e vengo risucchiato dal vuoto. Sono scivolato e loro mi hanno ripreso». Questo è uno stralcio della confessione di Adolfo Scilingo (Horacio Verbitsky, Il volo Feltrinelli 1996), questo è il suo incubo, anche se non racconta tutta la verità. Il militare dice che una volta narcotizzati i prigionieri erano gettati in mare, ma poi racconterà anche che qualcuno si svegliava e riusciva a resistere e che proprio uno di loro è stato la causa del suo scivolone.

La settimana scorsa, a Buenos Aires ho incontrato Horacio Verbisky, tra i principali testimoni dell'accusa nella causa contro Scilingo, che mi ha detto che ora il militare vuole ritrattare completamente la sua confessione. Sette anni fa, quando Scilingo è stato invitato dal giudice spagnolo Baltasar Garzón a testimoniare nella causa contro i militari argentini per crimini contro l'umanità, ha ingenuamente creduto che la sua collaborazione con il processo lo avrebbe risparmiato dall'accusa.

Ora davanti alla Audiencia Nacional spagnola Scilingo è incriminato di genocidio per concorso in 30 assassinati, 93 lesioni, 225 atti di terrorismo e 286 casi di tortura per i quali l'accusa chiede 6.626 anni di carcere. «Questo è un processo storico perché sarà la prima volta che un militare argentino dovrà rendere conto personalmente e davanti ad un tribunale straniero. Negli altri casi, i repressori sono stati condannati in assenza da tribunali di Francia e Italia. Se verrà condannato, Scilingo dovrà scontare la pena in Spagna» ha dichiarato ieri al giornale argentino Clarin l'avocato di parte dell'accusa Carlos Slepoy.

Lunedì 17 gennaio sarà il turno di Scilingo e il 19 cominceranno a sfilare i testimoni dell'accusa, oltre a Verbitsky, ci saranno circa 150 testimonianze, tra cui 21 sopravvissuti al campo di concentramento dell'Esma, il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, l'ex pubblico ministero nel processo contro la Giunta militare, Julio Strassera, lo scrittore Ernesto Sabato e la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo Estela Carlotto.


Nel 1995, quando Scilingo si decide a parlare erano passati quasi vent'anni dall'inizio della dittatura militare di Jorge Videla e nessuno, mai nessun militare aveva ammesso la propria responsabilità nei crimini contro i desaparecidos. Solo questo fatto è già eloquente della coesione delle Forze armate argentine che, senza fessure, si sono chiuse intorno al loro segreto. Anche per chiarire questo fatto è utile la confessione di Scilingo che spiega: «La maggior parte di noi fece un volo, a rotazione, una specie di comunione (...) Era qualcosa che doveva essere fatto. Non so cosa senta un boia quando deve uccidere, abbassare la lama o attivare la sedia elettrica. A nessuno piaceva farlo, non era gradevole. Però lo si faceva e si capiva che quello era il modo migliore, non c'era nemmeno da discutere. Era qualcosa di supremo che si faceva per il paese (...) Venivano da tutto il paese facendo a turno. Qualcuno può essersi salvato ma solo per caso. Se fosse stato un gruppetto, ma non è vero, è stata tutta la Marina (...) mandavano in trasferta ufficiali di tutto il paese, per un fine settimana o per un giorno».

Di fronte a questa ammissione è difficile credere che qualche militare in servizio all'epoca della dittatura non fosse a conoscenza della politica di sterminio che sistematicamente era attuata. Le tecniche cambiavano, ma negli oltre 360 campi di concentramento distribuiti in tutto il paese la gente scompariva nel nulla.

Il processo contro Scilingo vuole provare che durante la dittatura militare argentina è stato messo in atto un piano sistematico e generalizzato di repressione. Nel 1995 la sua confessione fu decisiva per chiarire definitivamente la fine dei desaparecidos. Allora anche i più increduli hanno capito che avevano ragione le Madri di Plaza de Mayo.

Basta uno sguardo alla storia recente dell'America latina per capire che non c'è da stupirci se oggi nella democratica America sono ammesse tecniche di tortura negli interrogatori. I militari cileni o argentini non hanno inventato nulla, sono stati formati negli Stati uniti. La Escuela de las Américas fu creata in Panama nel 1946 e successivamente, nel 1984 fu trasferita a Fort Benning, Georgia. Il compito di questa Scuola militare è ancora oggi, quello di addestrare i militari nelle tecniche di combattimento, commando, spionaggio e tortura. Dal momento della sua creazione la Scuola ha formato nelle tecniche golpiste ad oltre 62.000 ufficiali, tra cui i principali dittatori e torturatori dell'America Latina. Alla Soa, School of the Americas, che dal 2001 si chiama Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc), si laureano ogni anno fino a mille ufficiali dei diversi eserciti dell'America latina.


In questo quadro la «novità»argentina è stata la tecnica della desaparición. I prigionieri politici non erano ammucchiati in campi di calcio, niente arresti di massa, niente carceri, niente fucilazioni né assassinii clamorosi come in Cile. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Il mondo non doveva vedere ciò che accadeva. Si era sempre più consapevole della potenza dei mezzi di comunicazione di massa. In Italia nasceva la Loggia P2 (Propaganda 2) e Licio Gelli girava il mondo con passaporto argentino (il nesso tra militari argentini e P2 resta ancora un capitolo tutto da chiarire).

Lentamente, in sordina e con la complicità internazionale, ebbe inizio il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano secondo le stesse modalità. La stragrande maggioranza avveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli a essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l'allarme, la polizia non arrivava mai. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla.

Dal momento in cui avveniva il sequestro la persona restava totalmente isolata dal mondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione dove veniva sottoposta a torture infernali.

In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma alla fantasmatica categoria dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la polizia non aveva visto nulla, il governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio.

Ma perché una dittatura con una forza militare schiacciante ha scelto come strategia quella di far scomparire oltre 30.000 oppositori? Perché dopo la tortura e l'inumana prigionia queste persone non hanno avuto almeno il diritto a una condanna a morte? Perché non sono stati sepolti, perché la distruzione dei corpi? Perché desaparecidos?

Non c'è risposta che possa spiegare questa premeditata violazione di ogni diritto della persona. Di fronte a queste atrocità ogni logica decade, diventa inumana, e quando una logica diventa inumana non è più logica.

Obiettivo strategico del progetto militare era la distruzione del passato. Perché se non esistesse il passato, in quella particolare forma di esistenza che è il non esserlo già, non esisterebbe nemmeno il presente e al futuro mancherebbe la possibilità di proiettarsi.

Ma il passato non scompare mai, resta, non passa mai perché è già passato. La confessione del capitano Adolfo Scilingo ne è una prova.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:24 |
 

Chissà se John Le Carré o qualche autore di feuilleton sulla guerra fredda avrebbe ardito imbastire una storia come quella vissuta in prima persona da Jerzy Pawlowski, uno dei più grandi schermidori di tutti i tempi scomparso a Varsavia l'11 gennaio scorso all'età di 72 anni. Una vita di glorie sportive, onori e privilegi attraversata da accuse, condanne, confessioni, ritrattazioni e 10 anni di dura prigionia nelle carceri della sua Polonia per spionaggio a favore dell'Occidente. Una colpa mai del tutto chiarita, infarcita di testimonianze contraddittorie, ammissioni, requisitorie, doppigiochi veri o presunti, confusi, rinnegati, manipolati. Chissà. Misteri che Pawlowski stesso ha alimentato. E che si è trascinato nella tomba.

Nato il 25 ottobre 1932, Pawlowski nel dopoguerra è uno studente di giurisprudenza. Prima ancora di laurearsi, ha intrapreso la carriera militare. Si iscrive al partito. Dal circolo ufficiali approda alla sciabola: perché in Polonia, terra di tradizione cavalleresca, il fioretto e la spada sono a quel tempo considerate armi per educande e principianti. Pawlowski e i suoi compagni di squadra hanno la sorte di trovare sulla loro strada un grande maestro di scherma, János Kevey, fuoriuscito dall'Ungheria dove è bollato di collaborazionismo con i tedeschi. La sciabola polacca è di scuola militare, ma l'Ungheria schermistica è insuperabile. Seguita a ruota da Italia e Francia. Accuditi da Kevey, però, i polacchi scalano posizioni grazie a un gruppo di sciabolatori che conquista il bronzo a squadre nel mondiale `53 e un argento olimpico a Melbourne sull'Italia. Pawlowski è l'atleta di punta di quel team: si aggiudica anche l'argento individuale. Nel '57 il suo primo colpo grosso: ai mondiali vince l'oro su una schiera di sbigottiti magiari che, per la prima volta dal 1920, non salgono sul podio più alto.

Arriva anche il primo colpo di scena nella parabola di Pawlowski che, a nome della squadra, sfiducia il tecnico ungherese. Kevey viene esonerato dalla Federazione e ripara a Torino. La sua partenza scioglie le briglie ai polacchi che nei primi anni `60 arrivano a dominare la scena facendo incetta di titoli iridati. Pawlowski è il più bravo: gioco di gambe, velocità di esecuzione, inventiva, audacia, scaltrezza. Nel `62 regala alla squadra l'oro facendo indispettire di istrionerie l'ungherese Horváth. Sa accattivarsi le simpatie di pubblico e arbitri. Solo le Olimpiadi sono stregate per i polacchi: a Roma perdono l'oro per mano dei magiari. Pawlowski fallisce l'individuale pure a Tokyo (ancora argento) ma l'anno successivo mette sulla testa il suo secondo alloro mondiale, ribadito l'edizione seguente. Messico `68: Pawlowski si qualifica tra i finalisti in un lotto con due russi, Rakita e Nazlimov; l'italiano Rigoli; il campione olimpico uscente Pésza, ungherese. La finalissima tra il polacco e Rakita è tiratissima, il sovietico passa in vantaggio; Pawlowski rimonta, para le stoccate dell'avversario e lo infila per conquistare il primo oro olimpico individuale nella storia della scherma polacca al termine di un duello considerato fra i più emozionanti di sempre. Atleta inossidabile rimane in pedana fino al `73 quando a Göteborg, all'età di 42 anni, è finalista iridato per la 18ma volta con 8 podi in calmiere (3 ori, 4 argenti, 1 bronzo). A Monaco aveva collezionato la sesta partecipazione ai Giochi.


Sono anni dorati per il colonnello Pawlowski. Circondato dal lusso e dalle donne, è personaggio mondano e charmant come un ussaro di celluloide, viaggia all'estero, scrive la sua autobiografia, è agiato come pochi nel suo paese: possiede una Mercedes, un allevamento, un maxi appartamento nella capitale, quote di proprietà in varie attività. Invece di invidiarlo, i polacchi lo adorano: «se lo merita, è un eroe nazionale». Finchè non viene colpito da un fendente più basso e lacerante del micidiale «taglio Nyzkiem» (quello che nel tennis sarebbe un rovescio tagliato) inventato dai cavalieri dell'aquila bianca nel XVIII secolo: un ex-collaboratore della Cia, Philip Agee, lo accusa - pur senza farne il nome - di essere una spia degli americani nel suo libro Inside the Company: CIA Diary. E' il 1975. La parabola discendente aveva già preso la sua china l'anno precedente quando era stato arrestato dalle forze di sicurezza a Mosca. L'amico generale Jaruzelski, all'epoca ministro della Difesa, intercesse personalmente in suo favore reclamando una montatura: l'ufficiale non era assolutamente una spia, tutt'altro. Secondo una versione del suo ex-compagno di squadra dell'epoca d'oro, Czajkowski, medico, allora tecnico della nazionale, Pawlowski era stato accusato da una spia della Nato nel '74. Fatto sta che il primo scossone contro il monumento nazionale Pawlowski è attutito dal cuscinetto protettivo delle forze armate. Ma nel maggio del `75 viene arrestato. Per la Polonia è uno choc. Il mese successivo la notizia prende il largo in Occidente.


L'istruttoria è segreta e il processo si tiene a porte chiuse: essendo un militare, rischia la pena capitale. Invece la sentenza dell'8 aprile `76 gli infligge 25 anni di carcere per spionaggio. Le voci dicono che a salvarlo, ancora una volta, è stato Jaruzelski. I suoi beni materiali sono confiscati. Le onorificenze revocate. Il nome, damnatio memoriae, cancellato dagli annali sportivi. E poco importa se nel frattempo Agee nel suo secondo libro, On the Run, abbia confusamente ritrattato i sospetti lanciati su Pawlowski, il quale ammette la colpevolezza. Dopo 10 anni di dura detenzione, entra in uno scambio di spie occorso l'11 giugno dell'85 secondo il cliché tante volte visto al cinema del transito al checkpoint Charlie. Nell'operazione gli americani includono un pezzo da novanta, Marian «Wlodek» Zacharski, l'agente polacco di maggior prestigio, condannato nell'81 al carcere a vita negli Usa per aver trafugato segreti missilistici. Sull'aereo per Berlino, Pawlowski è taciturno, accompagnato verso l'esilio dalla terza moglie Iwonka, che ha la metà dei suoi anni. Ma sul ponte Glienicker, si sente di nuovo in pedana e mette in scena uno dei suoi imprevedibili coup de théâtre: «Sono un patriota», dice, e oppone il gran rifiuto di passare a Ovest.


Torna nella sua Varsavia e viene affrancato. Chiede a Parulski, vecchio compagno di glorie nel dream team polacco degli anni `60 divenuto figura di Solidarnosc e presidente della Federscherma, di potersi tesserare. Perora la sua riabilitazione sostenendo di aver subito accuse ingiuste. Il postcomunismo toglie il sigillo agli atti del processo: ma è un boomerang. Emerge che negli anni `50 aveva spiato i colleghi per conto dei servizi segreti polacchi. Pawlowski ne esce con la reputazione più rotta di prima. Et voilà, con la teatralità che è propria all'uomo e all'arma che ha impugnato da maestro, contrattacca di flèche raccontando in un libro la sua verità. «E' vero, ho fatto la spia per gli americani. Ma per il mio paese, contro i russi: volevo vendicare - sostiene nel suo guascone Najdluzszy pojedynek (Il duello più lungo) edito nel `94 - gli ufficiali polacchi trucidati negli eccidi staliniani di Katyn; e il tradimento sovietico della rivolta di Varsavia nel `44, quando l'Armata Rossa fermò l'avanzata sulla Vistola consentendo ai tedeschi di reprimere l'insurrezione nel sangue di migliaia di vittime». Tenta di riaccreditarsi come nazionalista. C'era da credergli?


Benché negli anni `90 la pubblicistica sulla vicenda si sia arricchita, contraddizioni e misteri son tutti rimasti sul tappeto: Parulski opinava che fu sempre uomo venale, mosso soltanto dal denaro, ma nella terza età non correva tra i due buon sangue; un tv-documentario austriaco su Pawlowski ha rilanciato le sue ultime motivazioni; riviste tedesche e polacche hanno rispolverato la storia, rinverdita da L'Equipe nel 2001; il giornalista inglese Richard Cohen ha raccolto opinioni e testimonianze dirette in un capitolo dedicato a Pawlowski nel suo L'arte della spada (in Italia per Sperling & Kupfer) uscito prima della morte dello sciabolatore, fra cui il parere dell'ex-compagno della squadra leggendaria, Wojciech Zablocki, altro grande schermidore: «Lui ha sempre amato il rischio. Il gioco d'azzardo faceva scorrere l'adrenalina, e se poteva fruttare ancora più soldi e danneggiare i russi, tanto meglio. Il gusto del pericolo era però il punto essenziale: in fondo era questo che ne aveva fatto un campione di scherma». 


 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:03 |


martedì, gennaio 18, 2005
 

Aveva bevuto molto, lei ex alcolizzata, ieri sera prima di uccidere la compagna. Gli agenti del 113 l'hanno trovata seduta ai piedi del letto dove giaceva il corpo di Maria Tocco, medico, di 40 anni. Ai poliziotti Elena Casula, infermiera di 42 anni, sassarese di origine ma residente a San Donato Milanese, ha detto solo: "Non so perché l'ho fatto, ma l'ho fatto". Aveva appena soffocato con un cuscino la sua compagna che voleva troncare la relazione, ha raccontato oggi nel carcere di San Vittore l'infermiera.

Lavoravano nello stesso ospedale. Elena come infermiera, Maria, originaria di Noto (Siracusa), medico internista. La seconda non aveva marito né figli. La prima alle spalle ha un matrimonio fallito. L'ex marito è in carcere per aver ucciso nel luglio del 2002, a Nuoro, la nuova compagna.

Elena Casula ha raccontato al pm di aver avuto in passato problemi di alcolismo dai quali era guarita dopo due anni di comunità. Nei mesi scorsi però aveva ricominciato a bere e questo era stato motivo di frequenti dissidi tra le due compagne, tanto che la coabitazione, cominciata nel giugno dell'anno scorso, era stata interrotta a dicembre, per volere del medico.

Nei mesi successivi le due si erano viste al lavoro, nell'ospedale di San Donato, e occasionalmente anche fuori. Ieri sera, l'infermiera ha telefonato all'amica e l'ha invitata a casa, con il pretesto di restituirle un anello, forse con l'intenzione di tentare il tutto per tutto per riprendere il rapporto. Elena aveva già bevuto molto, pare tre litri di vino in scatola, ed è scoppiata la lite.

Maria è svenuta dopo che l'infermiera le aveva stretto il collo con una sciarpa. L'amica l'ha poi uccisa schiacciandole un cuscino sul viso, quindi ha chiamato prima i carabinieri, il cui numero di telefono a suo dire era occupato, poi la polizia.

Quando gli agenti della Volante sono arrivati nell'appartamento l'hanno trovata piuttosto lucida, che li attendeva per essere arrestata. Il poliziotto che aveva ricevuto la telefonata era riuscito a calmarla e a dissuaderla dal tentativo di buttarsi dalla finestra.

Domani si terrà l'udienza di convalida dell'arresto. L'accusa per l'infermiera è di omicidio volontario aggravato dall'abuso di ospitalità, in quanto ha attirato la compagna con un pretesto.

Elena Casula era stata sposata con l'autotrasportatore Gianfranco Cherubini, di 42 anni, ma avevano divorziato. Dopo cinque anni l'uomo si era risposato con Maria Pina Sedda, di 43 anni, sordomuta, impiegata all'Ufficio registro di Nuoro. La donna il 23 luglio del 2002 era stata trovata morta nel garage della sua abitazione col cranio sfondato, forse a colpi di martello. Del delitto è stato accusato Cherubini che il 6 dicembre del 2004 è stato condannato a 30 anni.

Secondo l'accusa, Cherubini avrebbe ucciso la moglie esasperato dalla crisi del rapporto. Una situazione che si trascinava da tempo, con continui litigi, tanto che i genitori di Maria Pina - costituitisi parte civile nel processo - avevano da subito indicato il marito come possibile responsabile dell'omicidio. La figlia della coppia, che oggi ha sei anni, è stata affidata ai nonni materni. Dal matrimonio con Elena Casula, Cherubini non aveva avuto figli.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:00 |


venerdì, gennaio 14, 2005
 

Un castello, porte che sbattono eppure restano sbarrate, cigolii, rumori di passi nel buio. Una donna perseguitata ogni notte dalla maledizione di uno spirito inquieto. C'erano tutti gli elementi per la classica storia di fantasmi a Castel Codrano vicino a Bolzano. Ma i carabinieri che tante ne hanno viste senza ricorrere al soprannaturale hanno scoperto che il fantasma c'era, ma era finto: una donna da mesi si intrufolava nel castello per terrorizzare la residente verso la quale provava rancore. E' finita con la donna condannata a quattro mesi di reclusione e il castello bonificato come se fossero intervenuti gli autentici Ghostbuster.

Nel maniero di Castel Coldrano che sorge a Laces in Val Venosta tutto era incominciato alcuni mesi fa. Nel castello, sede di vari congressi e seminari, abita la direttrice di un centro di formazione che utilizza l'edificio anche per lavoro.

Una notte la donna incomincia a essere perseguitata dai caratteristici segnali della presenza di un fantasma. Porte che cigolano nella notte per poi rimanere sbarrate, schricchiolii nel pavimento, passi furtivi lungo i corridoi. Il tutto, apparentemente, senza la traccia di presenza umana. Inoltre il fantasma non si limita a spaventare ma sconfina nel Poltergesit lasciandosi andare a veri e propri atti di vandalismo contro alcune storiche suppellettili presenti nel castello.

Non credendo ai fantasmi, la direttrice del centro culturale decide di chiamare i carabinieri. Questi arrivano al castello e installano una serie di telecamere nascoste. E aspettano.

Ci vuole qualche settimana, ma alla fine il fantasma viene prima ripreso, poi, con un'analisi dettagliata fotogramma per fotogramma, identificato. E' una donna, una cittadina polacca di 42 anni, operaia, sposata e residente nello steso paesino nel quale sorge il castello.


I carabinieri scoprono anche il perché di quella messinscena: il marito lavora nel centro di formazione della direttrice verso la quale la donna prova un forte rancore.

La vicenda approda davanti al giudice unico di Silandro, Stefan Tappeiner, che, presa visione dei nastri girati dei carabinieri, condanna la donna a quattro mesi di reclusione per molestia e danneggiamento.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:27 |


giovedì, gennaio 13, 2005
 

R.D.A., 57 anni, si è tolta la vita, l'altra mattina, sulla spiaggia di Marinella. A casa ha lasciato un biglietto: non ce la faccio più, sono schiacciata dal rimorso per i debiti del Lotto. Storie simili a quelle che si registrano in tutto il paese, ma stavolta con un epilogo tragico.

La donna, scrive Il Tirreno, viveva con il marito, due figli e un fratello in una casa popolare di un villaggio alla periferia della città. Sempre sorridente, un'esistenza esemplare, interamente dedicata alla famiglia. Ma negli ultimi tempi il demone del Lotto si era insinuato nella sua mente. All'inizio piccole giocate, pochi euro, su quel 53 che da 175 estrazioni si ostina a non uscire. Poi puntate sempre più alte, fino a dilapidare tutti i risparmi. La donna non effettuava le giocate nella ricevitoria che si trova a due passi da casa, ma in botteghini più lontani, dove non era conosciuta.

Martedì mattina, poco prima delle 13, il marito, è tornato a casa e ha trovato un biglietto: la moglie annunciava il suicidio, frustrata dalle perdite al gioco.
Lunedì scorso c'era stata anche una piccola festa in casa, per l'arrivo della nuova auto del marito. Il giorno dopo, appena è rimasta sola, ha scritto il biglietto di addio, ha infilato il cappotto è salita su un autobus diretto al mare ed è scesa sulla via litoranea, dove la provincia di Massa-Carrara finisce ed inizia quella di La Spezia. Pochi passi a piedi per raggiungere una delle tante strade che attraversando la pineta portano alla spiaggia.

R.D.A. si è tolta il giubbotto e l'ha lasciato su una sdraio, si è diretta verso il mare e si è buttata in acqua. Gli inquirenti non sanno ancora l'esito dell'autopsia compiuta ieri pomeriggio all'obitorio di La Spezia, ma indubbiamente la morte è avvenuta per annegamento e il mare ha quasi subito restituito il corpo. Alcune persone che passavano sul bagnasciuga hanno visto galleggiare, vicino alla riva, un cadavere e hanno telefonato ai carabinieri.

Proprio mentre la salma veniva identificata, racconta Il Tirreno, il marito, in casa, leggeva il messaggio della donna. Quando il marito ha telefonato ai carabinieri per dare l'allarme non ci è voluto molto a capire che la scomparsa della donna e il ritrovamento del cadavere a Marinella erano le due facce della stessa tragedia. Il riconoscimento della salma è avvenuto sulla spiaggia, a pochi metri dal giubbotto lasciato sulla sdraio.

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martedì, gennaio 11, 2005
 

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D’estate, alla fine degli anni Quaranta, quand’ero ragazzino, c’era un tale che si divertiva a volare a bassa quota, con il suo piccolo aereo da turismo, sulle nostre campagne nella bassa piacentina, tra Cortemaggiore e Fiorenzuola d’Arda. Veniva a "visitare" suo zio che abitava non lontano da noi e correva voce che fosse "svizzero".
Quando lo svizzero arrivava e iniziava le sue acrobazie, spesso sognavo di correre e, allargando le braccia, mi sembrava di poter volare come lui. Che bei sogni. Mi sarebbe piaciuto tanto pilotare un piccolo aereo e sorvolare i campi…
Nel 1966 mi stabilii a Ottawa, capitale del Canada, dove già si erano stabiliti due miei fratelli. Uno di questi fratelli mi parlava spesso dei piloti dei boschi che aveva incontrato nei luoghi remoti dell’ovest canadese, dove aveva lavorato per un po´ di tempo. Le storie di mio fratello rinnovarono il desiderio. Il sogno di diventare pilota, ora che ero in Canada, sembrava realizzabile. Mi iscrissi quindi ad una scuola di addestramento di volo all’aeroporto di Ottawa.
Mi ricordo ancora l’emozione di quel giorno, ormai lontano, quando, per la prima volta, mi trovai seduto nell’esiguo abitacolo di un Cessna 150 insieme all’istruttore e l’elica iniziò i primi giri e il rombo del motore emanò i primi sussulti. Un bel giorno, dopo alcune ore di pratica, l’istruttore mi informò che ero in grado di eseguire il mio primo volo da solo. Il trovarmi nella piccola carlinga da solo e, una volta decollato, osservare i campi dall’alto, fece correre la mia mente al tempo in cui, bambino, guardavo lo "svizzero" da terra. Allora ho potuto veramente apprezzare cosa volesse dire volare.
Passati alcuni anni, un giorno mi capitò di leggere un annuncio con il quale si offriva un posto di lavoro alla scuola di formazione dei controllori aerei, il cui ufficio era collocato all’aeroporto di Ottawa. Mi affrettai a presentare la domanda e, con mia grande soddisfazione, dopo aver passato gli esami di qualificazione, venni assunto. Il lavoro comportava l’uso di un sistema di ordinatori per simulare in tempo reale le funzioni di pilota nell’ambito di un programma di addestramento di un gruppo di controllori provenienti dall’Africa orientale. Era il primo simulatore in tempo reale utilizzato in Canada e uno tra i primi del mondo.

Dopo alcuni anni trascorsi come aggregato alla scuola di addestramento, passai al Centro di Ricerche e Simulazione del Controllo del Traffico Aereo Canadese, con l´incarico di capo sezione del gruppo dei tecnici specialisti della simulazione. Durante questo periodo partecipai al progetto di simulazione sponsorizzato dall’Icao (International Civil Aviation Organization) e da Iata (International Air Transportation Association), il cui obiettivo era di valutare varie soluzioni per lo smistamento del traffico aereo operante nell’Africa nord occidentale. Nel 1983 ebbi l’onore di presentare, con altri due miei colleghi, i risultati preliminari delle simulazioni ai rappresentanti degli Stati membri delle due associazioni presenti alla riunione tenutasi a Dakar, in Senegal. Il trovarmi in Africa come "rappresentante" del Canada - io, figlio di agricoltori, proveniente da un angolo sconosciuto dell’Emilia-Romagna - fu un’emozione particolarmente intensa.
Alla metà degli anni Novanta il Centro - che nel 1996 il Governo federale aveva ceduto alla compagnia privata Nav Canada - iniziò il progetto di aggiornamento e acquisizione di un nuovo sistema di simulazione per la gestione dello spazio aereo canadese, chiamato Camsim. Io fui scelto tra i coordinatori. Il mio compito era di stabilire nuovi parametri ergonomici e formulare le nuove specificazioni delle funzionalità (che sono oltre 150) per facilitare le manovre degli aerei virtuali della futura "stazione del pilota". Quest’ultima, per essere più chiari, è usata per simulare la navigazione e le manovre degli aerei virtuali sia in volo sia a terra negli aeroporti.
Posso dire, con un certo orgoglio, che dopo una lunga e intensa fase di omologazione con la compagnia Cae a Montreal (Canada) costruttrice del simulatore, il sistema è attualmente in funzione nell’edificio attiguo alla nuova torre di controllo dell’aeroporto di Ottawa, ed è utilizzato nelle valutazioni di nuove procedure per il controllo del traffico aereo canadese.
Ecco, allora, come un semplice sogno della fanciullezza, scaturito a causa di uno "svizzero" sconosciuto, è diventato realtà, riuscendo ad aprirmi porte e opportunità che credevo si potessero solo sognare. Sono in pensione da ormai quattro anni, e sono passati più di trent’anni dal mio ultimo volo, ma ogni tanto il sogno di prendere la rincorsa, allargare le braccia e volare, ritorna sul vecchio schermo della mente, rendendo il sonno piacevole.
Un saluto dal Canada a tutti gli emiliani.

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Italia, 1950. L'eco degli eccidi di lavoratori a Melissa, Montescaglioso, Modena e, per la Puglia, San Ferdinando, Torremaggiore, rimbalza nelle città e nelle campagne scatenando la rabbia di chi vive già afflitto da problemi esistenziali e dalla dura realtà quotidiana. Il 23 marzo 1950 anche San Severo, in Puglia, vive un capitolo di questo dramma nazionale: tra «insurrezione» e «risposta alla provocazione», i braccianti di San Severo si lanciano contro le forze di polizia, urlando «Pane e lavoro!». Al termine di un giorno convulso e drammatico, con numerosi feriti e una vittima sul selciato - Michele Di Nunzio, 33 anni - a sedare la rivolta arriva l'esercito. Carri armati occupano le vie principali della città. Nei giorni successivi vengono arrestate 180 persone, col pesantissimo capo d'accusa: insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Gli arrestati verranno sottoposti a un lungo e combattuto processo che vedrà protagonista Lelio Basso, difensore degli imputati. Dopo due lunghi anni, il 5 aprile 1952, gli imputati vengono assolti e rilasciati. I loro figli, circa 70 bambini, nel frattempo sono stati ospitati, «adottati» da famiglie di lavoratori del centro-nord, in segno di solidarietà sociale e politica. Questo eccezionale movimento collettivo di accoglienza dei figli degli incarcerati di San Severo è solo un tassello del più vasto movimento nazionale che già dal `46 operava in Italia, organizzato dai partiti della sinistra e da organizzazioni femminili come l'Udi. Le famiglie emiliane, romagnole, marchigiane e toscane, della rete dei comitati di Solidarietà Democratica accolsero come figli adottivi i più poveri bambini del sud, ma anche quelli delle zone martoriate dai bombardamenti, come per Cassino, o dalle alluvioni, come per il Polesine. Una grande esperienza di massa che portò, nei «treni della felicità», circa 70.000 bambini a vivere l'adozione familiare dal 1946 al 1952. L'Emilia e la Romagna, al centro di questa grande campagna di solidarietà, accolsero i figli dei braccianti pugliesi; contadini e operai incontrarono e aiutarono i «fratelli» del sud più misero e sfruttato. L'incontro tra queste due Italie e il confronto tra le due culture, unite da ideali e solidarietà, pur nelle differenti condizioni economiche, tese a una seconda riunificazione nazionale, dopo la tragica esperienza fascista.


Scioccante fu la sorpresa dei bambini meridionali rispetto ad agi e comodità sconosciuti. Queste le testimonianze di alcuni di quei bambini, alla scoperta di un «nuovo mondo»: Dante Verrone: «'Sti compagni e `ste compagne di Ravenna ci ospitarono anche con grossi sacrifici - perché pure loro non è che navigavano nell'oro - però la mattina per la prima volta ho incominciato a vedere `na cosa che rassomigliava a `na briosce o un caffè o un latte che non avevo mai visto, non sapevo neanche il sapore di `sta briosce, che cos'era. Mangiare a mezzogiorno e mangiare la sera per noi era `na cosa strana in quanto non avevamo mai visto cose del genere, noi queste cose l'avevamo soltanto (...) qualche volta al cinema. Perché a San Severo si mangiava sì e no 'na volta al giorno, quando c'era il pane, pane e pomodoro... la pasta asciutta la domenica, se si era lavorato durante la settimana. Questa era la vita del bracciante, dei cafoni... E il dramma è stato il ritorno, purtroppo, perché noi tornammo a casa non dico pretendendo le cose che avevamo a Ravenna, ad Ancona, in altri posti, ma dicevamo "Ma là si mangia tre volte al giorno...". Al che qualche mamma diceva: "Sti ragazzi ce li hanno viziati"».

Americo Marino: «Mi ricordo il primo gelato che ho mangiato ad Ancona. E chi lo aveva mai assaggiato un gelato! Appena siamo arrivati, dopo il bagno, la grande dormita, abbiamo preso il gelato. C'era la panna e mi hanno chiesto: "Ti piace il gelato?" e io rispondo "Assomiglia alla ricotta!". Perché io mangiavo la ricotta a San Severo! Mia madre faceva il pane, delle grosse pagnotte che duravano una settimana, otto giorni. All'inizio era morbido, dopo, man mano che passavano i giorni questo pane s'induriva, diventava duro duro. Dopo mia madre lo spezzava, lo metteva nel piatto e ci faceva il brodo di zucca, il brodo di cicoria... e sotto metteva il pane a mo' di pancotto. La cena nostra era quella. Alla domenica c'era qualcosina di meglio. Mi ricordo che quando faceva gli involtini era una festa, le orecchiette... era una festa quando c'erano queste cose».

Severino Cannelonga: «Ad Ancona, per la prima volta nella mia vita, non solo mangiavo quasi tutti i giorni carne, ma anche la sera cenavo caldo. I Franchini avevano due figli, di cui un maschio che era quasi mio coetaneo; non c'era volta che acquistavano indumenti per loro che non li acquistassero anche per me. Conobbi per la prima volta le vacanze al mare».


Dall'altra parte, nelle Marche, in Romagna, c'era la fatica dell'accoglienza, la scoperta di un popolo più sfruttato del proprio, ma anche una grande partecipazione delle comunità cittadine: Derna Scandali, partigiana di Ancona accolse Americo Marino di San Severo: «Tutto il meridione era proprio sottomesso. Bisogna anche vedere da dove sono partiti... la storia del meridione, perché se qui c'era la miseria, laggiù era molto, molto peggio, perché poi c'era il padronato contadino, laggiù contava la terra, di fabbriche ce n'erano poche, pochissime. Il grande bracciantato c'era, neanche la mezzadria come avevamo noi. C'erano le masserie, erano chiamate le masserie, che avevano grosse estensioni di terra. Alla mattina partivano dal paese e andavano a lavorare la terra». Irma Siroli, operaia di Lugo di Romagna, organizzatrice Udi: «Allora c'era questo spirito grande di solidarietà, questa voglia di venire incontro alle persone che vivevano in maniera più disagiata di noi. E organizzarono questo fatto, ospitare i bambini. Mi ricordo la sera che i bambini sono arrivati. Dovevano arrivare abbastanza prestino e, nella sede giù in piazza, c'eravamo noi comunisti, il Partito socialista e il Partito d'Azione. Avevamo in comune una sala grande e allora lì avevamo preparato qualcosa da mangiare, del latte, delle bibite, dei panini, dei biscotti, così. Ma ci fu un ritardo enorme, questi bambini arrivarono verso la mezzanotte e quindi erano distrutti, nessuno mangiò, poverini, si addormentarono». Ida Cavallini, sindacalista a Lugo di Romagna e organizzatrice Udi: «Un anno io voglio fare l'albero di Natale e cerchiamo da tutti i negozianti i biscotti, le caramelle, cerchiamo di tutto: "Vogliamo fare l'albero di Natale ai bambini". Allora alcuni vanno in pineta a prendere un abete e lo piantiamo in mezzo al Pavaglione. Dragoni, il negozio di tessuti, ci dà la luce e abbiamo illuminato il nostro albero. Poi raduniamo tanti, ma tanti di quei bambini [per distribuire i doni offerti dai negozi], che la Camera del lavoro io avevo paura che venisse giù. E poi davamo tutto quello che avevamo raccolto: `sti bambini sembravano matti. Dopo, il girotondo intorno all'albero di Natale. Si organizzavano delle cose per i bambini, si organizzavano delle commedie, si faceva un balletto. Però queste iniziative per i bambini cosa c'era in fondo? Voler dare cultura, volere aiutare i bambini a essere come quelli che avevano tanti quattrini».

Il contatto tra questi due mondi, sociali e culturali, le differenze linguistiche e alimentari, creano traumi psicologici, sorpresa, cambiamento. C'è chi scopre il valore della «civiltà», la possibilità di una vita diversa; chi sceglie di non tornare più indietro, di non riprendere la vita d'inferno dei braccianti del Tavoliere. E c'è anche chi da questa esperienza trae motivo per un impegno a cambiare le condizioni di partenza, a creare le opportunità per «restare» e non, come sempre, per «partire». Dante Verrone: «Questa è la solidarietà che abbiamo appreso, ma abbiamo appreso anche un mondo diverso e abbiamo visto come si vive... per la prima volta una civiltà diversa da quella che era la vita dei cafoni di San Severo, la vita dei braccianti di San Severo». Dante è diventato sindacalista. Americo Marino: «Per me invece è stata una tragedia. Non mi piaceva tornare giù, mi piaceva Ancona, mi piaceva il mondo nuovo. Una sera mi ricordo, ero stato riportato giù: insomma in un ritorno giù in paese, in stazione ho fatto il diavolerio perché non volevo tornare giù. Ho fatto il matto». Americo è rimasto ad Ancona e fa il barbiere. Severino Cannelonga: «Tutte queste cose, il clima che mi attorniava, impressero una profonda svolta nella mia vita. Tante volte ho pensato: cosa avrei fatto, come mi sarei ridotto, quale sarebbe stato il mio destino se non ci fosse stata questa esperienza, questo aiuto?». Severino è diventato deputato del Pci.

L'Italia che riemergeva dal ventennio fascista, dalle macerie provocate dai bombardamenti, dalla povertà estrema delle classi contadine e bracciantili, era un'Italia che provava a essere una, al di là delle differenze tra nord e sud. Un'Italia popolare, che spesso si sostituiva alle grandi istituzioni nell'organizzare dal basso nuove forme di società solidale e di gestione collettiva della cosa pubblica. Era un'Italia popolare, già e ancora divisa nelle ideologie, ma unita in un'idea del fare politica come modo di essere e di costruire insieme, per il bene comune. Proprio ripensando a quei momenti, Irma Siroli chiude così la sua testimonianza: «Ma erano gli anni subito dopo la guerra, avevamo uno spirito molto diverso da quello di oggi... [Quello che facevamo] era politica, era pulita, e lo facevamo col cuore, quindi era anche un impegno sofferto proprio, sofferto. Ci mettevamo l'anima e lo facevamo proprio perché sentivamo... credevamo anche di potere cambiare la società: grande illusione! E quindi gliela mettevamo proprio tutta, insomma, pensavamo che le cose sarebbero cambiate e che ci sarebbe stata una giustizia, un vivere diverso, ecco. Ci volevamo bene allora, diciamo così. "Arriva un compagno. Quello è un compagno", oh, bastava, quello era già sufficiente. Ma non era sufficiente, non doveva essere sufficiente. Però era così allora: gli aprivi la porta, la casa... Noi ci consideravamo... ci consideravamo migliori, di loro [degli avversari politici]. Chissà poi se lo eravamo; forse in quel momento, in quel periodo lì sì. Almeno una buona parte di noi, una parte di noi lo eravamo... adesso siamo suppergiù...».

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«I somali correvano per Mogadiscio sui pick up. Si spostavano da un quartiere all'altro con gran rapidità. Su quei furgoni sgangherati trasportavano i mortai. Non erano grandi tiratori. Lanciavano quasi alla cieca e fuggivano via. Quando i Black Hawck americani arrivavano sul punto da dov'erano partiti i proiettili, non trovavano più nessuno. Ma i piloti Usa sparavano lo stesso. Dagli elicotteri veniva giù una pioggia di fuoco. Radevano al suolo tutto. A volte si alzavano anche gli AC 130, oppure, dal mare, sparavano i cannoni della Us Navy . Le bombe delle navi, un fischio sinistro; ti passavano sopra la testa e cadevano poche centinaia di metri più in là, con un frastuono infernale. Si alzava una nuvola bianca che arrivava fino al porto, dove stavamo noi italiani. In pochi minuti la polvere candida copriva volti, mani, uniformi». Marco Diana la guerra l'ha ancora negli occhi. Occhi scuri, fermi. In Somalia ci arrivò nel dicembre del 1993, con la divisa di maresciallo dei Granatieri di Sardegna, uno dei corpi scelti dell'esercito mandati a combattere dietro l'ipocrita copertura della missione internazionale di pace. Oggi Marco Diana ha un tumore che i medici considerano inguaribile. A trentasei anni, ha pochissime possibilità di sfuggire alla morte. Il suo è un cancro rarissimo. Una delle cinque forme tumorali più rare al mondo: un carcinoide all'intestino. Le metastasi ormai sono dappertutto. Lui però non molla. Combatte contro la malattia. Combatte per far sapere che a condannarlo non è stata una fatalità, ma l'esposizione alle stesse sostanze cancerogene che hanno ucciso, o che stanno uccidendo, tanti altri militari che hanno partecipato alla missione in Somalia e alle guerre nei Balcani e in Iraq. Resta un soldato, Marco Diana, convinto che il mestiere delle armi abbia una sua etica. Combatte per far sapere che quell'etica lui l'ha vista violare, la vede violare. A star zitto, ad ubbidire in silenzio, non ci riesce più.


Il soldato Diana racconta la sua storia. Sta seduto su un piccolo divano nella casa dei genitori a Villamassargia, in piazza Gramsci. Parla a fatica, la voce spezzata di continuo da una tosse secca, stizzosa. La mano destra corre spesso sotto il torace, a sinistra, all'altezza del fegato, di quel pezzetto di fegato che è rimasto dopo i ripetuti interventi chirurgici per asportare le metastasi. Villamassargia conta poco più di tremila abitanti. Sta tra Cagliari e Iglesias, in una vallata chiusa, ad ovest, dalle montagne. Dietro i monti, il mare. Nelle viscere dei monti, le gallerie delle miniere di carbone e di zinco. Qui la gente ha vissuto di lavoro in miniera per decenni. Qui è nato, ai primi del Novecento, il primo polo industriale sardo: capitale libero da ogni vincolo, salariati sottopagati, con orari da lavori forzati. Buggerru, il paese dove, il 4 settembre del 1904, i minatori in sciopero furono massacrati dall'esercito, è a pochi chilometri da Villamassargia. Anche il padre del soldato Diana, Salvatore, faceva il minatore. «Quindici anni sotto terra», racconta il figlio, «perforatore e palista, con l'acqua sino alle ginocchia. Un lavoro che ti ammazza. Appena possibile è andato via». Via dalla miniera per entrare nel petrolchimico di Portovesme. Carbone e chimica di base, il buio delle gallerie prima, impianti che sputano veleni poi. L'industria, il lavoro in fabbrica, dovevano essere il destino di Marco Diana: iscrizione all'istituto professionale di stato per l'industria, qualifica di perito informatico ed elettronico. Operaio il padre, tecnico il figlio. Ma dopo il diploma, alla fabbrica ha preferito la caserma. «Finita la scuola - racconta - ho fatto un concorso dietro l'altro per entrare nell'esercito. Mi affascinava l'idea di una vita indipendente, di un lavoro d'azione. Ma con i concorsi, all'inizio, non ho avuto fortuna. Mi escludevano sempre. All'accademia di Modena sono passato, ma fuori graduatoria. Credo che la spiegazione stia in ciò che mi disse uno dei selezionatori: `Ma lei, Diana, è figlio d'operaio. Che cosa pretende?' Nell'esercito ci sono entrato solo quando, nel 1988, sono stato chiamato per il servizio di leva. Dopo pochi mesi di naia, arrivò la notizia che uno dei tanti concorsi ai quali avevo partecipato l'avevo vinto: quello per l'accademia per sottufficiali di Viterbo. Da lì sono passato alla scuola di fanteria e di cavalleria di Cesano, dalla quale sono uscito con il grado di maresciallo. Sono diventato un esperto nel lancio di missili teleguidati. Alla fine del 1991 sono stato assegnato alla trentaduesima compagnia controcarri della brigata Granatieri di Sardegna, a Civitavecchia, uno dei posti più tristi del mondo».


Nel casermone di Civitavecchia Marco Diana cercava di starci il meno possibile. Ha partecipato a diverse missioni in cui l'esercito era impegnato in compiti civili: in Sardegna, in Campania e in Sicilia. «Ci sono voluto andare io, da volontario. Pensavo che fare il soldato non significasse stare chiuso tra i reticolati ad esercitarsi a sparare. In Somalia, invece, nel 1993, non ho chiesto di andarci. Mi ci hanno mandato, insieme con tutta la compagnia. E' stato il primo segnale che le cose stavano cambiando, nelle forze armate». Nelle forze armate e fuori. Ufficialmente quella nel Corno d'Africa era una missione di pace, ma a Mogadiscio Marco Diana ha visto solo guerra. «Noi italiani eravamo gli unici ad avere basi in tutto il paese. Potevamo muoverci con una certa tranquillità. Verso i contingenti militari degli altri paesi, l'ostilità dei somali era massima. Quando i Granatieri di Sardegna, alla fine del 1993, furono richiamati in Italia, io restai a Mogadiscio. Fui assegnato al Reloco (il reparto logistico di contingenza), che gestiva tutti gli aspetti organizzativi legati alla presenza di truppe italiane. Comandavo la squadra di sicurezza per l'intera Somalia. Dovevamo scortare tutte le colonne militari, anche non italiane, che si muovevano sul territorio somalo. La mia squadra doveva anche garantire la sicurezza nella zona del porto di Mogadiscio e provvedere alla bonifica nucleare, chimica e biologica dei mezzi e dei materiali che ripartivano per l'Italia».

Tornato dall'Africa, Marco Diana cominciò a star male. Forti dolori all'addome. La prima diagnosi fu colite. Poi esami più accurati. «Mi dissero che avevo un tumore rarissimo e incurabile. Mi diedero una settimana di vita. Se sono ancora vivo è perché accettai di fare la cavia per la sperimentazione di terapie, allora all'avanguardia, all'Istituto europeo dei tumori di Milano. Da un anno e mezzo faccio una cura di mantenimento. Bastardo d'un tumore: i medici mi hanno detto che ha trovato il modo di volgere a suo vantaggio i protocolli sinora applicati. Non avanza, ma neanche scompare. Se dovesse riprendere a crescere, neanche a Milano potrebbero più nulla. L'unica speranza è la ricerca sulle staminali. Ci sono terapie nuove. Ma in Italia, con le leggi che i signori del potere si sono inventati, è tutto fermo. Dovrò andare all'estero». Cure costosissime. Diana ha chiesto che gli fosse riconosciuta la malattia per causa di servizio. Lo chiede da anni. Dal ministero della Difesa è sempre arrivato un no secco: non si poteva ammettere che la guerra uccide anche così. Ai primi di dicembre del 2004, la Corte dei conti di Cagliari ha stabilito che c'è una relazione di causa ed effetto tra la malattia e le sostanze alle quali Diana è stato esposto durante il suo lavoro. Finalmente, il ministero della Difesa ha ceduto e si è impegnato a pagare le cure. Almeno questa battaglia il soldato Diana l'ha vinta.


Lui però vorrebbe anche altro. «Bisogna che si capisca che non si può disporre della vita delle persone con leggerezza. E' importante che io mi possa curare, ma è anche importante che si faccia luce sul perché io e tanti altri soldati ci siamo ammalati. Si parla dell'uranio impoverito. Certamente in Somalia gli americani hanno usato armi all'uranio impoverito. Ma non è l'unica spiegazione. Che cosa succede quando i proiettili esplodono ad altissime temperature? Che cosa accade quando un missile colpisce un carro armato, su un teatro di guerra ma anche in un poligono d'addestramento, a Quirra qui in Sardegna, ad esempio, o a Capo Teulada? Le ricerche che la dottoressa Antonietta Gatti ha condotto anche sul mio caso dicono che in quelle circostanze si sprigiona una nube che contiene nano particelle di metalli pesanti, pericolose quanto l'uranio impoverito. Chi protegge i ragazzi che si esercitano a Capo Teulada e a Quirra? Chi protegge i militari che mandiamo a combattere non si sa bene perché e che ora crepano di cancro?».

Chiedi al soldato Diana che cosa pensa della guerra e lui ti risponde con la formula del giuramento che ha prestato quando è entrato nell'esercito: «Giuro d'essere fedele alla repubblica italiana, di osservarne la costituzione e le leggi». La costituzione, sulla guerra, dice cose molto chiare. E colpevolmente dimenticate.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:59 |
 

Un uomo di 45 anni, residente a Barletta (BA) ha ucciso la madre colpendola alla testa con un martello. «L'ho uccisa io»: avrebbe ammesso l'uomo, dopo essere stato bloccato dai carabinieri nel tardo pomeriggio, qualche ora dopo la scoperta della morte della donna. L'ammissione di responsabilità è stata fatta - a quanto si è saputo - rispondendo alle domande del sostituto procuratore che dirige le indagini, Bruna Manganelli. L'assassino avrebbe detto di averla uccisa ieri sera picchiandola alla testa con un martello, che poi avrebbe riposto in uno mobile della cucina dopo averlo ripulito. L'interrogatorio è ancora in corso nella caserma dei carabinieri

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:52 |


venerdì, gennaio 07, 2005
 

04/05/2000

Un giovane rumeno è stato fermato dalla squadra mobile per l' omicidio di don Giovanni Granados, il sacerdote messicano di 53 anni, trovato ucciso martedi 2 maggio nella sua abitazione, a Roma.

Gli inquirenti lo hanno interrogato per ore. Il fermato ha 19 anni e ha confessato al magistrato di aver ucciso il prete. Il ragazzo rumeno è in Italia da meno di un anno e più di una volta si sarebbe prostituito. Si chiama Laurentu Timofte ed è un giovane clandestino: ha ammesso di aver ucciso per rapina don Giovanni Granados nella notte tra domenica e lunedì scorsi, con due colpi alla testa inferti con un pesante crocefisso.

Tra i due non c'è stato alcun rapporto sessuale, secondo quanto ha riferito il capo della squadra mobile, Nicolò D' Angelo.
 

03/05/2000

Tante foto di ragazzi nudi, belli, con i muscoli in vista mentre fanno la doccia, agende e un archivio pieno di cartelline contenenti centinaia di documenti: dal disordine dell'abitazione di don Giovanni Granados, il sacerdote messicano di 53 anni trovato ucciso ieri a Roma, gli investigatori stanno cercando di tirar fuori gli elementi che potrebbero metterli sulla pista giusta per arrivare a chi ha ucciso il religioso, su cui pendeva un provvedimento per la sospensione a divinis.


Alcuni episodi di rilievo per ricostruire la vita e i movimenti del sacerdote li avrebbe forniti ieri sera una delle cinque persone sentite dagli inquirenti, mentre questa mattina si è presentata nell'ufficio del pm Giuseppe Pititto la donna, Maria Grazia, che sostiene di essere stata la moglie del sacerdote.

La donna, alle cui affermazioni però gli inquirenti non prestano particolare attenzione perchè in evidente stato di disordine mentale, parlando con i cronisti ha raccontato di fare parte del gruppo di Fatima e di essere stata con il sacerdote domenica scorsa. Restano molti dubbi sulla possibilità che dall'abitazione del sacerdote sia stato portato via qualcosa poichè nell'appartamento c'erano oggetti di valore e lì sono stati lasciati.
La pista più accreditata dagli inquirenti resta l'omicidio a sfondo sessuale. Al momento del ritrovamento,Granados indossava solo un perizoma molto ridotto

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 17:01 |
 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:55 |
 

 

Voleva che gli restasse qualcosa del suo frettoloso incontro d'amore con quel giovane marinaio sbarcato dall'Egitto.
Voleva che gli restasse un video, come faceva spesso, per la sua collezione a luci rosse. La telecamera nascosta sotto la tivvù, davanti al divano del salotto, invece ha filmato la sua morte. E ha inchiodato i suoi assassini. Un omicidio in diretta, come nel film di Brian De Palma. E' morto così, l'altra sera, nel suo appartamento elegante di Viale XX Settembre, quinto piano, nel centro della città, un tecnico cinquantenne della Telecom, Bruno Cosolo, nipote della celebre fotografa degli anni trenta, Tina Modotti.
L'hanno ucciso dentro casa, con un coltellaccio da cucina, altri due marinai egiziani, che davanti all'occhio della telecamera, ma senza sapere di essere ripresi, l'hanno aggredito all'improvviso, dopo che aveva avuto un rapporto sessuale con il loro amico, e hanno infierito su di lui con una ferocia inaudita. L'hanno colpito decine di volte al petto, alla gola e in ogni parte del corpo. Come se fosse un'esecuzione. Poi sono scappati senza preoccuparsi di lasciare tracce, insanguinati, abbandonando il coltello, e il passaporto di uno dei tre, a casa della vittima.
Sono stati arrestati poco dopo. Il movente, dice la polizia, resta da chiarire. Non sembra che volessero rubare, più probabilmente è una vendetta, magari venuta da lontano, per qualche storia del passato. Cosolo, appassionato di video gay (ne aveva duecento, tutti fatti in casa), e di culture orientali al punto da far togliere le scarpe agli ospiti, aveva infatti frequenti contatti con molti marinai delle navi che arrivavano al porto di Trieste.
Anche i suoi assassini, El Fil Amr Mahmud, Ibrahim Al Hegab, Walid Mohammed El Manawlx, cadetti della marina mercantile egiziana, tutti di 31 anni, accusati di concorso in omicidio volontario e ora rinchiusi nel carcere del Coroneo, venivano dal mare. Erano sbarcati lunedì scorso al molo settimo dalla motonave "Ikhnaton" che era salpata da Alessandria. La polizia sta indagando per accertare se con Cosolo si conoscevano già. Di sicuro c'è che martedì pomeriggio, appena un giorno dopo il loro arrivo a Trieste, i tre giovani egiziani stavano comodamente seduti sul divano del salotto di casa Cosolo a guardare una videocassetta hard di genere gay, e non si sono accorti che quando il tecnico della Telecom ha fatto partire la cassetta, ha acceso anche la telecamera nascosta sotto la tivvù, accanto al vidoregistratore, che ha ripreso tutto: prima i quattro che guardano il pornovideo, poi il rapporto sessuale tra l'uomo e il marinaio, quindi il delitto.
"Sono immagini agghiaccianti - dice Sergio Sodano, dirigente della squadra mobile - di una tristezza inenarrabile".
Nel video si vedono i tre egiziani e il tecnico della Telecom sul divano. L'atmosfera sembra distesa, i quattro guardano il video, scambiano qualche parola, ogni tanto sorridono. A un certo punto due degli egiziani si alzano e scompaiono dall'inquadratura, sul divano restano solo Bruno Cosolo e Ibrahim Al Hegab. La telecamera riprende un rapporto orale fra il tecnico e il marinaio. Poi ricompaiono gli altri due, il tecnico ha una faccia preoccupata, loro gli girano intorno, e scambiano un'occhiata, che sembra d'intesa, con Ibrahim. All'improvviso uno di loro tira fuori un grande coltello, lungo e affilato, trovato in cucina, e aggredisce Cosolo. Anche l'altro egiziano gli è addosso, lo colpiscono più volte, con una serie impressionante di coltellate, l'uomo grida, tenta disperatamente di difendersi, ma non ha un'arma. Nella colluttazione, che è furiosa, anche Ibrahim Al Hegab rimane ferito ad una mano. Bruno Cosolo, un polmone lesionato in maniera mortale da un colpo di lama più feroce degli altri, resta a terra, morente, in un bagno di sangue. Avrà la forza di trascinarsi, agonizzante, sul pianerottolo, una vicina di casa darà l'allarme.
Quando arrivano i carabinieri respira ancora, morirà un'ora dopo al pronto soccorso. I militi trovano la tivvù ancora accesa, il film hard che corre sul video, e il passaporto di uno degli egiziani, El Fil Amr Mahmud, dimenticato su un mobile del salotto.
Quest'ultimo, e il suo amico Walid Mohammed, fuggiti a piedi, ancora sporchi di sangue, per le strade del centro, vengono arrestati poco dopo nella zona del porto. Ibrahim Al Hegab invece lo trovano a bordo della sua nave, circondata anche via mare delle forze di polizia, era appena arrivato in taxi. Non aveva avuto neanche il tempo di liberarsi dagli abiti sporchi di sangue.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:52 |


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