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lunedì, febbraio 21, 2005
 

Un turista sloveno, in vacanza in Trentino con moglie e figli, è morto scendendo con il bob lungo la pista del passo Rolle.

Il corpo senza vita dell'uomo, Zlatko Splait, di 36 anni, è stato trovato dai soccorritori nella tarda serata di domenica in un fossato accanto alla pista, dopo che la moglie aveva dato l' allarme avendolo aspettato invano al termine della discesa.

Secondo i primi accertamenti medici, non è escluso che il turista abbia perso il controllo del bob in seguito ad un malore.

La famiglia, dopo la cena, aveva deciso di scendere lungo la pista già chiusa, non rendendosi conto del pericolo

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:49 |


domenica, febbraio 13, 2005
 

Come faceva invariabilmente quando pioveva forte, l'impianto elettrico della mia "Niva", la fuoristrada disegnata dalla Fiat e costruita dai sovietici nello stabilimento di Città Togliatti, stava avendo una crisi isterica e aveva deciso di non accendere il motore. Era maggio, il maggio del 1980, e la primavera ci regalava quelle piogge che riescono a riempire di fango anche le strade asfaltate di Mosca, quasi a ricordare ai russi urbanizzati e agli stranieri che la madre terra non è mai molto lontana dalla vita e dall'anima di questo Paese.

Stavo rassegnandomi ad andare a piedi e a distruggere un altro paio di scarpe nella poltiglia, quando vidi mia moglie corrermi incontro. Era pallida, ma eravamo tutti pallidi alla fine dell'inverno moscovita e non lessi in quel pallore nessun presagio. Batté con l'unghia sul vetro del finestrino per farmelo abbassare. Ha telefonato il giornale, mi disse. E che vogliono quei rompicogioni? Niente. Volevano solo dirti che hanno ammazzato Walter Tobagi.
Attorno a me, Mosca scomparve. Non c'erano più i casermoni bigi della Prospettiva Kutuzov, la sagoma stalinista dell'Hotel Ukraina che dominava il viale come un incubo, il fango della strada, la silhouette del poliziotto che registrava i nostri movimenti, o il volto di mia moglie nel finestrino della "Niva". Attorno a me c'erano un'aula di scuola con le grandi finestre sporche, un ragazzino di prima liceo classico con la testa troppo grossa e l'abito sempre troppo grigio, una giornata di autunno di diciassette anni prima all'interno del Liceo Ginnasio Giuseppe Parini di Milano. E sentivo il suono di una conversazione dimenticata fino al momento nel quale le tre parole dette da mia moglie, "hanno ammazzato Tobagi", l'avevano richiamata con la violenza di una colpa.

Tobagi Walter, così ci chiamavamo allora, cognome e nome come sul registro di classe, era più giovane di me di due anni. Quando lui era in prima liceo, io ero in terza, e i miei compagni di scuola mi avevano affidato il compito di occuparmi del giornale dei liceo, "La Zanzara", per la buona ragione che nessun altro voleva occuparsene. Tutti i mesi dovevo dunque trovare gente disposta a scrivere articoli, inchieste, lettere, qualunque cosa servisse a riempire il vuoto di quelle pagine. Mi avevano detto che fra i "bambini" di prima liceo ce n'era uno che sapeva scrivere bene e che sarebbe stato disposto forse a collaborare. Un certo Tobagi Walter.
Gli parlai mangiando un panino al salame che il bidello vendeva a prezzi di strozzinaggio nell'intervallo e lui mi disse di no. Mi spiegò che c'era troppo da studiare al liceo, che il giornalismo, neppure quello dilettantistico della "Zanzara", non gli interessava molto e nella vita voleva fare altre cose più serie. Lo pregai, lo lusingai, lo insultai, feci pesare su di lui tutta la formidabile autorità morale che uno di terza, un "maturando", aveva sopra una nullità di prima. Feci ricorso a bassezze morali e mozioni degli affetti: pensa come sarà orgoglioso tuo padre quando vedrà il tuo nome stampato sul giornale del Parini.
Walter esitò ancora, cercò di schermirsi, ma era timido, come lo sono tanti giornalisti, e alla fine cedette. Non si contraria a cuor leggero un anziano che dall'alto dei suoi diciassette anni e mezzo mette uno di quindici anni e mezzo con le spalle al muro. Ma di che cosa devo scrivere? s'informò candidamente Tobagi. Di quello che ti pare, basta che scrivi. Mi portò il suo primo scritto sul rapporto fra insegnanti e studenti, e glielo feci rifare. Tobagi Walter, lo rimproverai, devi fare un articolo, mica un tema.

Quando ci ritrovammo al "Corriere" quindici anni dopo mi prendeva ancora in giro: "Direttore," mi diceva per sfottere "adesso le piacciono i miei articoli?". Meglio, caro Tobagi, meglio, rispondevo per stare al gioco, ma dobbiamo ancora progredire. Un giorno mi disse: scherzi a parte, è colpa tua se ho fatto il giornalista, sei stato tu ad attaccarmi il vizio al Parini. Dunque, pensai mentre il profilo di Mosca lentamente riappariva nel parabrezza della "Niva" annebbiato dal vapore della pioggia, Tobagi Walter era morto quel giorno un po' anche per colpa mia. Se lo avessi lasciato in pace, un ottobre di diciassette anni prima, se non avessi insistito per dargli il vizio dell'inchiostro, il gusto dell'esibizionismo giornalistico, forse sarebbe diventato un ingegnere, un commesso di banca, un commercialista e sarebbe stato ancora vivo quella mattina con i suoi figli piccoli, la moglie, il padre che era stato così contento quando aveva visto per la prima volta il suo nome sulla "Zanzara".

E invece avrei dovuto ricordarlo per sempre come l'ultima volta che l'avevo visto, qualche settimana prima nella segreteria di redazione del "Corriere", io con il biglietto di ritorno per Mosca, lui con un articolo in mano da portare a Di Bella. "Beato te che vai via" mi aveva detto. Ma vado a Mosca. "Meglio Mosca di questo porcaio. Tu non lo sai, ma qui in Italia non si campa più. Vuoi fare cambio?".
No, Walter, non avevo voluto fare cambio e adesso giustamente un poco mi punivi. La polizia avrebbe indagato sul delitto, i colpevoli sarebbero stati scoperti e scarcerati in fretta, i partiti avrebbero organizzato i loro balletti e le loro speculazioni sul tuo cadavere, ma io solo sapevo la verità sulla morte di Tobagi Walter: era morto per una decisione presa per gioco, per timidezza, per colpa mia, diciassette anni prima, in un'aula del Liceo Ginnasio Giuseppe Parini di Milano.

Girai la chiave della "Niva", il circuito elettrico ebbe pietà e il motore si avviò. Non torni a casa? domandò mia moglie che mi vedeva piangere attraverso il finestrino. No, ho un appuntamento per un'intervista con Medvedev. Io potevo continuare a giocare al giornalista. Tobagi, non più. Il gioco di carta l'aveva ucciso.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:30 |


venerdì, febbraio 11, 2005
 

Si e' ustionato gravemente un 68enne malato di cuore che ha tentato di fumare una sigaretta facendo esplodere la sua maschera di ossigeno. L'episodio e' successo ieri sera a Salisburgo, in Austria. L'uomo ha acceso inavvertitamente i tubicini della maschera d'ossigeno che e' esplosa immediatamente. Lo ha reso noto oggi la gendarmeria di Salisburgo

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:46 |


mercoledì, febbraio 09, 2005
 

Un uomo di 66 anni è morto a Milano durante un incontro con una prostituta. Il fatto è stato scoperta quando due donne stavano trasportando il corpo dell'uomo che poco prima si era sentito male durante l'incontro sessuale con una di loro.
Alla scena ha assistito un testimone, che ha immediatamente chiamato il 118 della polizia. È successo durante la notta, in via Petrella, all'altezza del civico 21. Le due prostitute uruguayane, di 20 e 32 anni, che stavano trasportando il corpo, sono state denunciate per omissione di soccorso. Una terza donna, 34enne, anche lei cittadina uruguayana, invece non è stata denunciata.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 15:18 |


martedì, febbraio 01, 2005
 

Nel corso di una toccante e maschia cerimonia alla presenza delle minime autorità della Repubblica e di un manipolo di valorosi intellettuali tipo Clarissa Burt, Alleanza Nazionale ha festeggiato i suoi primi dieci anni. Anniversario importante e decisivo, con tanto di rimembranze, ricostruzioni e nostalgie: si festeggia la fatidica data in cui gli ex fascisti trovarono un fidanzato molto ricco e decisero di mettersi al suo servizio. Una serena posizione politica che molti definiscono di sudditanza, ma che in certi circoli popolari si ostinano a chiamare «a pecora». Un amore sincero. Ne ebbero in cambio un nuovo nome, cariche di governo, posti chiave nell'amministrazione dello stato e persino il ministero degli esteri, con la promessa che questa volta non dichiareranno guerra alla Francia, non spezzeranno le reni alla Grecia e si sforzeranno di non invadere la Russia. Speriamo bene. I grandi festeggiamenti cominciano con un filmone per la tivù commissionato da Gasparri - uno che si chiama come una legge di merda - e pagato da tutti noi. Poi proseguono con la lettura di brani scelti, la passerella degli onorevoli, l'omaggio dovuto ai colonnelli che hanno guidato la truppa per questi dieci anni, per finire con il volitivo discorso di Fini Gianfranco. La serena atmosfera dei festeggiamenti rischia di essere un po' appannata dalle ultime giravolte del famoso ricco fidanzato che, non sapendo più dove sbattere la testa per trovare un candidato in Campania che prenda più del 3%, vorrebbe richiamare all'ovile la signora Mussolini. Manovra azzardata e quasi impossibile, che se per caso riuscisse, farebbe finire nel cesso i 10 anni di faticosa finzione sulla de-fascistizzazione dei fascisti. Del resto, da uno che va ad Auschwitz a citare Pol Pot non ci si poteva aspettare niente di meno.

Ora però, il gioco si fa duro. Il successo politico ottenuto grazie al ricco fidanzato che passa a pagare i conti (e a cui non si finisce di rendere omaggio con leggi e leggine che ne tutelano e ampliano gli interessi) sembra non bastare.

Dunque si passa all'assalto della cultura, quell'oggetto misterioso da sempre in mano ai comunisti che - pur difficile da maneggiare - sembra essere il nuovo status symbol, più e meglio di un nuovo telefonino. Su giornali, periodici e riviste di riflessione teorica (!) comincia una frenetica campagna acquisti. Corto Maltese, Lucio Battisti, Giorgio Gaber vengono prontamente ingaggiati. Essendo morti stecchiti, o addirittura soltanto disegnati, essi non possono dissociarsi, né rendere la tessera, né querelare. Dunque, si procede a spron battuto. Vittorini, perché no? Sciascia, ci mancherebbe. Montanelli, ovvio. E poi persino Piero Gobetti. E addirittura Gramsci, uno morto nelle loro galere e ripescato ora per rimpolpare l'album delle figurine. «Italianità», è il motto con cui Fini tenta l'appropriazione di tutte queste luminose figure della cultura nazionale. Un minimo comun denominatore piuttosto ampio: se basta l'italianità per essere iscritti d'ufficio ad An, allora che si prendano anche Vanna Marchi, Topo Gigio, Erica e Omar. L'ardito assalto riguarda anche - e ci mancherebbe - la cultura pop, l'immaginario collettivo diffuso dal cinema. Gli Incredibili della Pixar (supereroi di cartoon che non possono fare giustizia a cazzotti perché i soliti lacci e lacciuoli glielo impediscono), il Tom Cruise de L'ultimo Samurai, il Russel Crowe di Master & Commander e moltissimi altri. Tutti assunti (contrattino a progetto) per dare l'assalto a quel moloch terrificante che si chiama «egemonia culturale». Un bel disegno. Ambizioso. Coraggioso. Resta però l'enorme abisso che separa la realtà dalla fantasia e, nel caso specifico, i vivi dai morti. Già, perché per dare l'assalto alla cultura, le falangi si presentano con tanti fantasmi illustri, pensatori, filosofi, scrittori da tempo deceduti. Mentre se guardi i vivi, ti trovi lì Clarissa Burt e Veneziani, Lando Buzzanca, Luca Barbareschi e 90° minuto. E' proprio il caso di dire che se ne vanno sempre i migliori, e con quel che resta si mette su una festicciola di celebrazione in cui ci si scambiano le figurine di una grandezza culturale molto immaginaria, costruita lì per lì a forza di espropri e fantasiose appropriazioni dell'ultima ora. Perbacco, questi astuti post-fascisti! Virtualmente possono vantare la crema della cultura italiana. Poi, di reale, possono mostrare un Gasparri, un La Russa, persino una Santanché. Niente male come egemonia culturale. 
 
 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 20:02 |


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