Si assiste increduli all'ultimo esempio dell'eterna competizione nazionale fra furbi e più furbi. Sembravano furbissimi, soprattutto a sé stessi, i funzionari del centrosinistra che hanno autenticato le firme della lista Mussolini in funzione anti Storace. Poi è parso più astuto che in una mossa sola aveva svergognato gli avversari ed eliminato una pericolosa rivale interna alla destra, la camerata Mussolini, diventata nemica numero uno di An che pure per tanti anni l'aveva vezzeggiata e usata senza ritegno per colpire l'immaginario nostalgico della base. Infine la più furba, almeno oggi, è risultata a sorpresa la camerata Alessandra, che si è fatta gratis una faraonica campagna elettorale alle spese dell'ufficio legale del suo ex partito.

Grazie anche alla capacità innata, certo ereditaria, di comunicare e coinvolgere, ricorrendo a tutti gli ingredienti sotto mano, dal digiuno alla bulimia verbale, senza naturalmente rinunciare al richiamo del cognome e delle parentele ("Zia Sofia m'è stata vicina, per tutto il digiuno ha rinunciato al dolcetto").

È significativo notare come i campioni di cinismo riscoprano soltanto nel momento della sconfitta, magari temporanea, i valori profondi di democrazia, giustizia, legalità, rispetto dei cittadini. Per lamentarne, si capisce, il tradimento, con toni amari e definitivi. Poi basta un attimo, un grado d'appello, e si torna vincenti e ottimisti sulle sorti del Paese.
Nell'intero percorso dello scandalo casareccio nessuno naturalmente si è posto la questione di sostanza. Se in definitiva abbia ancora un senso questa legge sulla raccolta delle firme che, applicata con serietà, avrebbe escluso dalla competizione elettorale oltre la metà dei nuovi partiti nati dopo Tangentopoli.

Una legge che permette l'ammissione alle liste di partitini fantasma che hanno un deputato o una assessore in qualche giunta ma esclude in teoria leader con un seguito massiccio. Non c'è nulla da fare, è la regola italiana. A una cattiva legge non si rimedia con una legge buona e sensata ma con l'inganno, il trucco astuto, l'aggiramento, l'interpretazione di fatto elusiva. O al contrario rigidissima, secondo l'umore, la stagione, la convenienza politica del momento.

Il risultato complessivo è un livello bassissimo di etica politica, anche inferiore a quello in cui è naufragata la prima repubblica. La cosa farà sorridere i furbissimi consiglieri del nuovo potere ma la nuova ondata di furore antipolitico alle porte può produrre pericoli seri. È una fortuna, almeno, che oggi in circolazione ci sia soltanto la nipote e non il nonno.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:14 |


lunedì, marzo 21, 2005
 

 

Una madre può fare qualunque cosa per i figli, lo conferma, purtroppo, anche la storia di una donna indiana riportata ieri dal quotidiano "The Indian Express". Selvi Tamizhselvi, 37 anni, di Kodungaiyur, un paese vicino a Chennai, in India, si è tolta la vita in modo che i suoi due figli ciechi potessero riacquistare la vita. Il suo gesto estremo è stato comunque vano, perché i medici dell'ospedale di Sankara Nethralaya hanno detto che non c'è modo di trapiantare le cornee della madre ai ragazzi, di 17 e 15 anni.

Sulla vicenda le notizie sono scarse. Il quotidiano riporta per esteso il tipo di malattia dei ragazzi e le operazioni alle quali sono stati sottoposti in precedenza, ma non fornisce particolari su come la donna si sia suicidata. Dalla vicenda, di per sé terribile, è nata una controversia successiva, perché l'ospedale si riserva di usare le cornee della donna per altri trapianti, mentre il marito esige che siano usate solo per i figli.

L'ospedale ha reso noto che il più giovane dei ragazzi ha un difetto di cataratta congenito, (la prima lensectomia gli fu praticata a sei mesi di vita) che non può essere risolto con un trapianto di cornea e che di questo la famiglia era già stata informata nel dettaglio. Per quanto rigurda il maggiore, anche lui sarebbe già stato sottoposto a un'operazione di cataratta, ma l'ospedale si riserva di eseguire altri accertamenti.

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 16:52 |
 

 

Parola di grande leader: dopo Umberto Bossi verrà Renzo Bossi. Intanto, si ricorda con gratitudine l'interregno di Manuela Bossi. Si precisa un grande disegno indipendentista che va dalla Finlandia (Aarno Bossi) al Maghreb (Mohammed Bossi), allargando magari i confini padani verso ovest (José Bossi) e dare poi l'assalto alle grandi pianure russe (Boris Bossi). Di questi Bossi sentiremo ancora parlare, temo. Nel frattempo, si delinea una lucida strategia: farsi annettere dalla Svizzera e dichiarare guerra alla Cina. Battaglia difficile, perché nel tempo che ci mette Bossi a finire una frase, oplà!, sono già nati 100 piccoli cinesi disposti a lavorare per un dollaro a giornata, mentre in una qualsiasi fabbrichetta padana gli esosi lavoratori padani si ostinano a volere un altissimo stipendio, che peraltro li fa campare a malapena, in Padania. Quanto agli svizzeri, non credo che fremano di impezienza per annettersi tutti questi Bossi. Sono svizzeri, mica scemi. Ci si prepara ora uno spettacolo indimenticabile, un kolossal epocale, un affresco di rara potenza: la Lega che mette le mani sull'economia mondiale, che discetta di finanza, che si esprime sui grandi indicatori macroeconomici planetari. Ed è già corto circuito. Tutti questi Bossi ora ci difenderanno nientemeno che dai cinesi, ma ancora stanno decidendo chi - esattamente - devono difendere. Gli imprenditori italiani che hanno già qualche fabbrichetta in Cina? Gli scarpari che fanno fare le tomaie a Timisoara, le stringhe a Durazzo e poi assemblano tutto qui (made in Italy), magari con mano d'opera immigrata a basso costo? E' un bel rebus del quale - direbbero i Bossi - bisogna al più presto trovare «la quadra». La parola d'ordine ora è «dazi», cioè imporre tasse sulle merci importate dalla Cina. Cioè creare qualche problemino alle aziende cinesi (che subito peraltro lo riverserebbero sui loro già sfigatissimi lavoratori), il che è esattamente il contrario, nella prassi, di una delle più gettonate teorie leghiste: aiutiamoli a casa loro

Massima «umanitaria» che fino a qualche mese fa andava tradotta così: aiutiamoli a casa loro sennò vengono qui e ci contaminano la stirpe padana. E che ora invece va letta così: aiutiamoli a casa loro finché non fanno troppa concorrenza al signor Brambilla. Mentre parte la crociata contro la Cina (auguri), qualcuno deve aver sussurrato all'orecchio degli strateghi padani una cifra inquietante. Cioè che quasi il sessanta per cento del made in China che si vende nel mondo è prodotto da aziende europee, giapponesi e americane che sfruttano laggiù prezzi bassi e assenza di diritti. Si immagina la frenetica rumba delle sinapsi di Calderoli quando ha scoperto che mettendo i dazi ai cinesi finiva per danneggiare il famoso made in Italy. Per usare un linguaggio comprensibile alla base leghista, è un po' come tagliarselo per far dispetto alla moglie. Chiunque si sarebbe fermato a rifletterci un attimo, e invece, siccome una crociata tira l'altra, ecco partire in parallelo la battaglia padana contro le griffe, i brand più prestigiosi, la religione del «marchio» italiano che tutti, un giorno sì e l'altro pure, ci assicurano essere la nostra vera ricchezza. Design, innovazione, stile, capacità di vendere vestiti che costano come appartamenti e scarpe con prezzi da utilitaria. Tutta roba subito ribattezzata dalla Lega «fighetta style», in aperto omaggio ai Montezemolo, ai Della Valle e compagnia trendy. La battaglia si allarga. Dai contrafforti del varesotto ora si spara a tutto campo: contro i cinesi, contro i brand italiani e stranieri, contro la Ferrari che fa le felpe a un dollaro (in Cina) e le vende a cento (in Padania).

Però - in modo abbastanza incongruo - mentre si sputa sulle griffe prestigiose, si chiede un forte giro di vite per quegli immigrati che vendono falsissime borse Louis Vuitton sui marciapiedi delle nostre città e che - tenta di convincerci la Lega - distruggono il commercio. Da qualunque parte la si guardi, grande è la confusione sotto il sole delle Alpi. La lucida visione macroeconomica dei Bossi somiglia sempre più a un camaleonte su una tela scozzese: non sa bene come mimetizzarsi, ora verde, ora blu, e magari alla fine esplode. Dai cinesi ai morbidi tacchetti delle Tod's, il nemico si nasconde ovunque, ma i padani sono pronti alla battaglia. Contro chi esattamente ancora non si sa, si decide giorno per giorno, a seconda di come si svegliano i Bossi.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:35 |
 

 

Picchiata con un bastone di ferro perchè non accettava la proposta del marito: portare in casa la sua amante. Per cinque giorni una moglie è rimasta chiusa in casa e costretta a letto per i dolori, conseguenza delle percosse del consorte.

Poi sono arrivate persino le scuse del marito violento e per due settimane, la situazione della coppia sembrava essere tornata alla normalità. Improvvisamente, invece, l'uomo era rientrato a casa con l'amante ed alla ribellione della moglie, erano scattate di nuovo botte, pugni ed il «solito» bastone di ferro. Novanta minuti d'inferno, dirà più tardi la donna nella denuncia ai carabinieri, cioè, quanto è durata una musicasetta, che «copriva» quanto accadeva nell'abitazione. Non contento, il giorno dopo, il marito aveva preteso che la moglie preparasse a lui ed alla sua amante, la colazione.

L'uomo ha poi lasciato l'abitazione insieme all'amante, portandosi dietro le chiavi di casa ed il cellulare della moglie, per impedirle di fare telefonate. La donna, A.T., di 39 anni, è però riuscita a scappare, anche se appena in strada è svenuta. Soccorsa da un'autoambulanza è stata portata in ospedale, dove i sanitari hanno riscontrato alla donna un politrauma contusivo con ecchimosi ed ematomi diffusi.

È scattata, quindi, la denuncia e per il marito-padrone, Ilie Cimamici, 28 anni, clandestino romeno, è arrivato l'arresto, per sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e lesioni.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:17 |


sabato, marzo 12, 2005
 

 

E' riapparso dopo quattro mesi durante i quali la Farnesina e la sua famiglia lo avevano dato per disperso a causa dello tsunami che ha flagellato la Thailandia il 26 dicembre scorso: e' Giancarlo Berruti, 67 anni, di Borgaro Torinese.

Era partito il 9 novembre scorso con un biglietto di andata e ritorno per Bangkok: il ritorno era previsto per il 10 marzo e cosi' e' stato.

Pero' in tutti questi mesi non ha dato notizie di se' e tutti hanno pensato fosse morto a causa del maremoto.

Si tratta di un uomo che ama i viaggi d' avventura e abituato a stare in paesini sperduti, come aveva fatto in questi mesi, in Thailandia. ''Non sapevo di quanto successo - ha spiegato ai familiari - io non ho sentito nulla se non qualche piccola scossa di terremoto, mi dispiace vi siate preoccupati''

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 18:56 |






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mercoledì, marzo 23, 2005
 

 

L'UNICO augurio possibile alla fine della farsa di Alessandra Mussolini ammessa, esclusa e riammessa alle regionali del Lazio, è che la vicenda non varchi i sacri confini della patria, come avrebbe detto il nonno della signora. Purtroppo il combinato disposto fra l'ingombrante cognome della protagonista, la parentela Loren e la dirompente vis comica della storia, rischia di essere fatale per la già misera immagine della politica italiana all'estero. Del resto, è un soggetto perfetto da commedia all'italiana, se ancora ci fosse. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Alternativa Sociale, la lista della nipote, senza neppure entrare nel cuore della vicenda, senza stabilire se le firme erano o no false ma contestando una specie di vizio di forma.

La Mussolini esulta e festeggia, magari davanti a un piatto di bucatini. La sinistra plaude con moderazione, frenata da un giustificato imbarazzo. La destra, che ha abrogato da tempo i freni inibitori, strepita al complotto rosso e prepara un dopo elezioni rovente di battaglie legali.

È il trionfo della via avvocatesca alla politica, che ha sostituito da anni la temutissima via giudiziaria, qualunque cosa volesse dire. Nel furibondo corpo a corpo fra azzeccagarbugli dei due o tre schieramenti avversi, il comune cittadino, in questo caso l'elettore del Lazio, fa la figura di Renzo. Disorientato da grida incomprensibili e latinorum burocratico, capisce soltanto che forse il suo voto sarà inutile, semplice pretesto per altre guerre legali. L'ideale insomma per riavvicinare la famosa "gente" alla politica.

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