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mercoledì, giugno 29, 2005
 

 

Voleva celebrare la fine della scuola in un modo diverso.

Ma la scelta gli è costata la vita. È stato attaccato e sbranato vivo da tre leoni uno studente cinese di diciotto anni che, nell'esaltazione per la fine dell'anno scolastico e in stato di ubriachezza, si era calato nella gabbia delle fiere in un bioparco della provincia di Heilopngjiang, nel nordest della Cina.

Stando a quanto ha riferito la stampa locale, insieme con una decina di altri compagni il giovane si era calato giù dalla recinzione alta due metri che delimitava lo spazio riservato ai leoni nel Giardino zoologico della Foresta settentrionale, non distante da Harbin, il capoluogo della provincia.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 14:56 |


giovedì, giugno 23, 2005
 

 

Parlava con sua madre al cellulare quando si è lanciato dal balcone. Ha sedici anni e grossi problemi con la scuola per via di quella sua difficoltà nel leggere e nello scrivere. Malato di dislessia, gli avevano detto i medici. Kennedy, Leonardo, anche Einstein erano stati bambini dislessici. Ma a lui non importa che dalla malattia si puòguarire. Soffre terribilmente per quel suo disturbo e non trova pace.

Il peso della scuola lo soffocava; nonostante l'età doveva ancora affrontare l'esame di terza media ed era terrorizzato: la sua interrogazione era fissata per domani. Come se non bastasse, proprio in questi giorni, la polizia gli aveva sequestrato il motorino per via di una grave infrazione. E lui non ce l'ha più fatta a sopportare tutto il peso.

Questa mattina, dal balcone al terzo piano dell'istituto per il recupero scolastico Cepu, nel centro di Bergamo, si è gettato in strada: è ricoverato in ospedale in condizioni disperate. Quando è stato soccorso, stringeva ancora in mano il telefonino con il quale stava parlando con la madre.

(23 giugno 2005)

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:20 |
 
Risale a molti anni fa l'ostilità di Silvio Berlusconi per i comunisti. Il presidente del Consiglio si lascia andare ai ricordi e, davanti alla platea di coordinatori e dirigenti di FI al cinema Capranica, parlando dei "grandi mali del secolo", il nazismo e il comunismo, torna con la memoria alla sua gioventù. "Anch'io - racconta Berlusconi secondo quanto hanno riferito alcuni partecipanti all'incontro - quando ero appena dodicenne, studente dai Salesiani, una sera andai ad attaccare i manifesti per la Dc. Erano i famosi manifesti contro il Fronte Popolare in cui si avvertiva l'elettore che nel segreto dell'urna 'Dio ti vede Stalin no'".

Così, mentre il futuro premier lavorava di colla e pennello, "passò un gruppo di comunisti e mi buttò giù dalla scala su cui ero salito per attaccare i manifesti". Malconcio, Berlusconi tornò a casa e fece fatica a spiegare alla madre che era stato malmenato: "Tanto che appena mi vide in quelle condizioni pensò che avessi combinato qualche marachella e mi diede il resto".
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 19:18 |
 

 

Sono stati tutti condannati all’ergastolo gli esecutori della strage nazista di sant’Anna di Stazzema. I dieci imputati tedeschi, ex SS della 16/a divisione Panzergrenadier. La procura militare di La Spezia li ha condannati anche al risarcimento dei danni alle parti civili ed al pagamento delle spese processuali. La sentenza è giunta dopo circa sette ore di camera di consiglio. I nomi dei condannati sono: tenente Karl Gropler, luogotenente Georg Rauch, il sottotenente Gerard Sommer, i sergenti Alfred Schoneberg, Ludwig Heinrich Sonntag, Alfred Concina, Horst Richter, Werner Bruss, Heinrich Schendel e il caporale Ludwig Goering. Tutti hanno tra gli ottanta e gli ottantacinque anni. Una piccola folla silenziosa si è radunata davanti al tribunale militare della Spezia prima della lettura della sentenza. Tra loro decine di superstiti e familiari delle vittime della strage.

La mattina del 12 agosto 1944 le SS rastrellano circa 560 persone davanti alla piazza della chiesa, praticamente quasi tutta la popolazione del posto. Il comandante chiese al parroco, don Lazzeri, di convincere la popolazione a svelare il nascondiglio dei partigiani. Dopo una breve trattativa senza risultati arrivò l'ordine di sparare. Morirono tutti e 560, tra i quali 72 bambini con meno di 10 anni, una neonata, anziani e donne. I soldati della VI e della VII Compagnia cosparsero i cadaveri di benzina e gli diedero fuoco. L' eccidio di Sant' Anna di Stazzema è il primo di questa entità in Italia durante la ritirata tedesca. Sarà seguito da quello di Marzabotto, in provincia di Bologna, dove morirono 800 civili ed è probabilmente maturato dopo l' ordine del feldmaresciallo Kesselring che, nel giugno 1944, chiese di togliere acqua alle forze partigiane. Molti furono gli atti formalizzati dalla Commissione alleata che finirono nel fascicolo di Sant' Anna di Stazzema, finito a sua volta nel famoso armadio della vergogna. Nel 1951 il maggiore Walter Reder (che guidava il comando tedesco a Marina di Pietrasanta) venne assolto dal tribunale di Bologna dall' accusa di aver comandato la strage.

Lo speciale pool dei carabinieri bilingui, istituito dalla procura militare spezzina, ha individuato 10 persone facenti parte delle Compagnie che parteciparono al massacro. Il processo ha preso il via il 20 aprile 2004 e ha visto la celebrazione di 20 Udienze. Il tribunale è presieduto da Franco Ufilugelli, giudice del tribunale militare di Napoli. Ufilugelli è affiancato dal giudice togato Enrico Lussu e dal giudice militare Zanone. Due i pubblici ministeri che in questi mesi hanno sostenuto l’accusa: il capo della procura militare spezzina Marco De Paolis e il suo sostituto, il pm Stefano Grillo. Cinque le parti civili: tra loro, la Regione Toscana.

Nessuno degli imputati ha accettato di presentarsi davanti al tribunale, dunque tutti sono stati dichiarati contumaci. La tesi dell'accusa verte tutta sulla premeditazione e sul fatto che «tutti gli imputati erano esperti e addestrati e potevano ben prefigurarsi cosa sarebbe stato loro chiesto di fare». Erano «veterani», secondo il PM, e sebbene «fossero giovani, avevano precise responsabilità». Secondo la difesa non esistevano prove sufficienti a dimostrare che i dieci imputati fossero operativi al momento e abbiano sparato. Comunque, poichè eseguivano ordini superiori, non avrebbero avuto ruolo decisionale.

Durante la fase dibattimentale si sono vissuti momenti di profonda tensione e commozione. E intanto due altri procedimenti sono in partenza: il 5 luglio si terranno le udienze preliminari relative alla strage di Civitella (203 vittime civili) e Marzabotto (nel complesso 1830 morti). Tutti i filoni di inchiesta partono dai fascicoli rimasti sepolti nell'armadio della vergogna.
Il giudice De Paolis può contare sul prezioso aiuto di una squadra di carabinieri altoatesini che conoscono bene il tedesco oltre all'italiano e lo hanno coadiuvato nelle numerose trasferte in Germania.

Un pool di di avvocati tedeschi patrocinerà gratuitamente i superstiti della strage nel processo tedesco, che dovrebbe iniziare a Stoccarda a carico degli stessi imputati del procedimento italiano. L' accordo è stato sottoscritto oggi a margine dell' ultima udienza del processo. «La proposta ci era stata fatta ad aprile a Berlino - spiega Ennio Mancini, direttore del museo civico di Sant'Anna - siamo rimasti colpiti dalla disponibilità di questi avvocati a rappresentarci come parte lesa. Gli imputati dovrebbero essere gli stessi del processo italiano in quanto abbiamo appreso il processo tedesco dovrebbe iniziare a ruota di quello italiano ormai concluso».

Questo è invece il primo commento del sindaco di Sant'Anna di Stazzema, Michele Sillicani, alla lettura della sentenza: «Oggi è stata una giornata estenuante. Dopo 61 anni abbiamo avuto giustizia. Era stata una strage premeditata - ha continuato il sindaco - non vogliamo nessuna vendetta, non è con questo spirito che siamo qui. Volevamo giustizia, guardiamo avanti. Anzi con il governo tedesco stiamo lavorando in modo sinergico perchè le nuove generazioni mettano alle spalle queste bruttissime esperienze. Dico di più: se avessero fatto in Italia sentenze simili anche per i fascisti e non solo per i nazisti l'Italia sarebbe stata diversa».

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 09:24 |


martedì, giugno 21, 2005
 

 

"Pochi mesi fa ho sentito come "persona informata dai fatti" un signore che non ha più le gambe. Le ha perse a dodici anni, saltando su una mina. Quindici giorni prima, nascosto in un bosco vicino a Marzabotto, aveva visto mitragliare la propria madre e la sorella insieme ad altre 170 persone".
Marco De Paolis vive in un passato fatto di rastrellamenti, fucilazioni, colpi alla nuca, bimbi lanciati in aria e infilzati con le baionette. Aveva scelto la Procura militare di La Spezia perché cercava una scorciatoia per finire alla Corte dei conti. Una volta diventato capo, si è ritrovato a giudicare la Storia, quella con la maiuscola. E non è facile.
Alle pareti del suo ufficio ci sono immagini serene di barche a vela e panorami di Bretagna. Sulla sua scrivania però ci sono impilati 35 fascicoli aperti per "crimini di guerra", quelli commessi dai nazisti. Entro il 2005 tutte le indagini saranno finite, ma la possibilità concreta di arrivare in giudizio riguarda solo cinque o sei stragi, lui stesso, da Gip ne ha archiviate più di 150, "reato estinto per morte del reo". Lavora nel passato remoto, ma ha fretta, è il suo paradosso. "Tra poco non ci saranno più imputati e testimoni". Fa quasi da solo, in compagnia di sei ufficiali di polizia giudiziaria. Non si lamenta, non è abituato a farlo. Però gli scappa di dire: "Avessimo avuto più mezzi, saremmo arrivati in tempo per giudicare centinaia di gerarchi nazisti. E' una anomalia. Una situazione come questa forse avrebbe richiesto un trattamento normativo eccezionale. O almeno una considerazione maggiore".
Martedì scorso è cominciato un altro processo. Quando il presidente del Tribunale ha chiesto alle "parti lese" l'elenco delle vittime, ci hanno messo un quarto d'ora, in un silenzio irreale. Cinquecentosessanta nomi, tutti i morti della strage nazista di Sant'Anna di Stazzema, 12 agosto del 1944. De Paolis ha abbassato lo sguardo verso le sue grosse scarpe, si è emozionato. Quel rosario di cognomi spesso uguali, come accade nei piccoli paesi, gli ha fatto sentire il peso del suo lavoro.
"Sono delitti che oggi si fatica persino a descrivere con le parole", disse commosso Carlo Azeglio Ciampi a Marzabotto. Il lavoro di De Paolis è ricostruire in dettaglio quell'indescrivibile. Ogni singolo episodio. Ogni tortura, ogni esecuzione, ogni strage compiuta dai nazisti. Deve farlo con il codice penale militare alla mano, deve identificare i colpevoli, chiedere il rinvio a giudizio all'ufficio per le indagini preliminari, sostenere il dibattimento in aula, come se tutto questo fosse ieri, e non sessant'anni fa, materiale già passato in giudicato sui sussidiari scolastici. Domani ad esempio sarà di nuovo in aula per uno "stralcio" della strage di Sant'Anna di Stazzema, e fa effetto pensare a pratiche giudiziarie comuni su cose così grandi. Poi forse arriveranno i rinvii a giudizio per Marzabotto (1.830 morti), Civitella, Cornia e San Pancrazio in val di Chiana (200), San Polo di Arezzo (40), Bardine San Terenzio (220). "Chiuderemo le indagini entro l'anno - spiega - se non muoiono prima gli imputati". "Cerco di non pensarci troppo - dice - ma la verità è che sto facendo una Norimberga italiana, con sessant'anni di ritardo".
Almeno con questo ritardo la lentezza della giustizia non c'entra niente. La storia dell'"armadio della vergogna" è nota, due ante rivolte verso il muro della Procura militare di Roma che nascondevano 695 fascicoli con il timbro "archiviazione provvisoria" sui quali erano scritti i nomi delle vittime e dei responsabili dei crimini compiuti dai tedeschi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Venne tenuto nascosto per cinquant'anni, e aperto solo nel 1994. "Fu una manovra politica del primo dopoguerra. Il procuratore militare dell'epoca non può certo avere preso una decisione così illegale e grave in completa solitudine". La Spezia è competente su quattro regioni, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Marche, in pratica su tutta la Linea gotica. E quindi, prima come Gip, poi come capo della Procura, De Paolis ha trattato più di 300 processi per crimini di guerra commessi dai nazisti. Gli restano ancora 35 fascicoli aperti. Molti faldoni hanno la scritta "estinto per morte del reo". E' un uomo molto timido. Alto, barba importante, fisico da ex giocatore di volley. Un romano appassionato di vela, cattolico, ex funzionario del ministero del Lavoro. Quando gli proposero La Spezia, ci andò perché sperava in una scorciatoia veloce verso un incarico alla Corte dei Conti e perché c'è il mare per andare a vela. Ha appena 44 anni, "non ero ancora nato all'epoca dei fatti". Prima dell'apertura di quell'armadio, della guerra sapeva poco. Sua madre che raccontava dei bombardamenti nel quartiere San Lorenzo, suo papà ufficiale di guerra nell'aeronautica che ricordava l'arruolamento volontario nell'esercito del re dopo l'8 settembre. Poca roba.
Nessuno dei suoi imputati si presenterà mai al suo processo. Vivono in Germania, sono vecchi, troppo per i tempi lunghi di eventuali richieste di estradizione. E' un uomo molto pratico. Sa di fare un lavoro "legato a doppio filo con la storia". Ma non ha nessuna ambizione di riscriverla, di aggiungere altro. "Mi sono sforzato di pormi nel modo più asettico possibile, di cancellare qualunque pulsione morale". I problemi pratici non riguardano soltanto i mezzi, è anche questione di mentalità. "Quando leggi che sono state uccise 200 persone, ti fermi lì. Ma nelle carte ci sono anche altre vittime, 50 pecore, 40 buoi. Fa sorridere ora. Ma nel 1944, in quella miseria nera, per chi sopravviveva, la morte di quegli animali era la condanna a una miseria ancora peggiore". Indagando sulla strage di San Cesareo sul Panaro (12 morti) ha incontrato una signora che all'epoca aveva sette anni. "Dopo aver ucciso i suoi familiari, i nazisti le portarono via tutti gli abiti. Mi ha raccontato di avere indossato lo stesso vestito per due anni consecutivi. Riusciamo ancora a immaginarlo, a capire come ci si sente, noi che viviamo nel benessere?".
A lavorare sull'indescrivibile capita di sentirsi inadeguati. Quando De Paolis ha iniziato a fare domande al pensionato senza gambe, quello lo ha guardato: "Dopo tutti questi anni cosa venite a fare? Cosa volete?". Hai voglia di dirgli "per fare il processo, acquisire alle indagini la sua testimonianza". De Paolis confessa: "Ho pensato di essere fuori tempo massimo, e non è stata l'unica volta".
Inadeguati, davanti a tragedie così grandi. A massacri così orrendi. Eppure. "Due anni fa, prima di cominciare le indagini, avrei detto che tutto questo lavoro non aveva molto senso. L'esercizio obbligatorio della funzione penale, avrei detto da magistrato. Poi ho conosciuto i superstiti, le vittime. E i loro carnefici. E ho cambiato idea. Questo lavoro enorme è utile. E' civile. E' un modo per rendere onore al dolore di persone che non hanno avuto la possibilità di avere giustizia dallo Stato. E poi spero sempre che da parte di qualcuno dei colpevoli arrivi una lettera in cui chiede perdono. Finora non è mai successo".

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:58 |
 

 

Laura si alzava presto la mattina. Sorseggiava il primo di
una lunga serie di caffè stando in piedi nella sua cucina, «nel silenzio e
nel buio della casa». beveva lentamente, «per non farlo finire», e poi era
pronta. Svegliava i suoi bambini, salutava suo marito Franco, usciva per
andare a scuola: «Adoravo quei bimbi, forse troppo per essere la loro
maestra». Poi tornava da scuola, e viveva la sua vita, con un gruppo di
amici così unito da abitare nello stesso condominio, un bel palazzo ai bordi
di Monza. Parlando con loro della sua passione per l'Africa, cantando nel
coro della parrocchia di San Biagio. Una notte di cinque anni fa Laura fece
un sogno strano. «Vidi, osservandola dall'alto, la testa di una persona che
non mi fu difficile riconoscere: ero io». Ricorda che prese quel cranio, lo
scoperchiò e ci guardò dentro. Vide qualcosa che non andava nel suo
cervello: «Mi sembrò di notare un movimento nella massa bianca...». Enormi
pidocchi candidi, con tante orrende zampette, che in quella massa bianca si
muovevano e si mimetizzavano. «Oggi, ripensandoci, ne sono certa: fu allora
che "lei" entrò nella mia vita». Con un brutto sogno, come un brutto sogno:
«E' arrivata senza fare rumore, senza farsi riconoscere, per rubare
indisturbata. Poi, senza preavviso, si è tolta la maschera, maledetta
bastarda. Ha aspettato il momento migliore per farci più male, il momento
più felice per una famiglia: l'attesa di un nuovo bambino». E' arrivato, il
bambino, e poi, devastante, è arrivata anche "lei".
La ringrazia anche, "la bastarda": «Mi costa molto doverlo ammettere, ma
devo dire grazie proprio a "lei", per aver scrollato la vita con tanta
violenza da far cadere tutto ciò che non conta, perché adesso io posso
vedere con chiarezza quello per cui vale la pena di investire: gli affetti,
le persone». La maestra elementare Laura Tangorra, quarant'anni, che una
volta si alzava presto la mattina, adesso non si alza più. Adesso non può
più muovere le mani con le quali faceva i bellissimi disegni che ornano il
suo piccolo libro dal quale sono tratte quelle frasi che Laura non può più
pronunciare. Perché "lei" si chiama sclerosi laterale amiotrofica (Sla), ed
è veramente «una bastarda». Laura sa perfettamente come l'ha ridotta: «Devo
ammettere che era veramente in gamba: mi stava conciando per le feste». Suo
marito la chiama "bradipo", niente male - scrive Laura - per una donna che
era soprannominata "schizzo" per la sua rapidità. Racconta delle sue
mani («Due inutili pezzi di corpo, imploravo le mie dita di muoversi, ma era
come se non mi appartenessero più»), osserva stupita la disinvoltura con cui
gli altri muovono le labbra per parlare.
Eppure questa donna coniuga i verbi al futuro. Fa capire che non vuole
dargliela vinta. L'ha scritto quando ancora poteva farlo in un libro bello e
semplice, che si chiama "Solo una parentesi". L'ha pubblicato la Oropuro,
che è la casa editrice fondata da don Maurizio Rolla, il prete della
parrocchia dove Laura andava a cantare. Sono centosei pagine piene di luce,
l'amore per i figli e per il marito, lo stupore per le notti passate in
Africa, per le piccole emozioni. E sopra ogni cosa, il rapporto con "lei". I
soldi ricavati dalla vendita serviranno a finanziare una casa di accoglienza
per orfani in Kenya. Dice don Maurizio: «Non ha vissuto la sua malattia
come una persecuzione, ma addirittura l'ha usata come uno strumento
per fare del bene».
Nella casa di Laura non si piange. Arrivano le voci dei ragazzi, che giocano
e ridono. Dice Franco, che da un anno ha ottenuto il part time dalla banca
dove lavora per starle più vicino: «L'ultima cosa nella testa di mia moglie
è l'eutanasia. E' convinta di guarire, e anch'io la penso così. Perché una
speranza in fondo al cuore ci deve essere, sempre. Noi abbiamo la speranza
ma anche la convinzione». Sarà la forza della fede. «Aiuta, ma non credo
sia quello. Io e Laura siamo cattolici, ma ci consideriamo moderni,
non abbiamo una visione confessionale della chiesa». Non è neppure
incoscienza. «Sappiamo perfettamente cosa ci è capitato e cosa ci
aspetta. Ma pensiamo che sia nello spirito dell'animo umano pensare che una
via d'uscita ci possa essere, sempre».
Laura ha presentato il suo libro agli amici con una paginetta scritta al
computer. Parole semplici: «Questa pagine raccontano una vita normale, una
storia come tante, che l'incontro con la malattia fa risplendere di una luce
nuova, di nuovi riflessi. Quando la propria vita scivola tra le mani, niente
di ciò che abbiamo sembra scontato ed ogni cosa acquista più valore. E'
strano. Qualche volta la luce si spegne all'improvviso e ci si accorge che
gli occhi vedono più di prima». Poi Laura scrive ancora: «Mi piacerebbe
poter lasciare un alone di emozioni positive a chi mi leggerà... in realtà
sono felice».

 

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:50 |
 
 

Pochi giorni prima del crollo delle Torri, Mohammed B. pensava all'Hagen Daz, il suo gelato preferito: ”Cara S., sono felice anche perché apriranno un negozio sotto casa”. Era fidanzato con una ragazza olandese, andavano insieme nei cinema del centro di Amsterdam a vedere i film americani di azione. Vestiva Nike, aveva scarpe da tennis Reebok, anche se si lamentava di non avere i soldi per comprare quelle originali.

Nel 2001, le mail dell'assassino di Theo Van Gogh erano sinceramente noiose per la loro assoluta normalità . Mohammed Bouyeri era un ragazzo olandese di prima generazione, che viveva con la madre e il fratello maggiore in un appartamento al pianoterra del numero 27 di Marianne Philipsstraat, nella periferia di Osdorp, brutta, ma non lontanissima dal centro di Amsterdam, otto fermate sul tram della linea 17 e si arriva alla stazione centrale, dove comincia la "vetrina" della città. Anche dopo l'attentato di New York, Mohammed non cambia. Scherza con gli amici, con i quali ogni tanto si firma "Kaiser Sose", come il cattivissimo del film I soliti sospetti, scommette sulle partite di campionato dell'Aiax. E’ nella primavera del 2002 che cambia tutto. La madre di Mohammed si ammala (morirà dopo alcuni mesi), lui si attacca al computer e inizia a navigare in siti e gruppi di discussione frequentati da estremisti islamici. "E’ su Internet che succede: nella storia di Mohammed Bouyeri l'influenza della "Jihad online" conta più di ogni altra cosa. Molto più della frequentazione delle moschee, che in questo caso hanno un ruolo marginale". Frits van Straelen, il magistrato che rappresenta l'accusa al processo contro Bouyeri, ha un'aria mite da bibliotecario, sottolineata da spessi occhiali da vista con le lenti quadrate. Dice che l'assassino di Van Gogh “rappresenta un nuovo modello di terrorista, e al tempo stesso un fenomeno difficilmente spiegabile”.

A sei mesi da quell'omicidio, Mohammed Bouyeri ossessiona ancora l'Olanda. È diventato l'idolo dei ragazzi musulmani che vivono nelle periferie di Amsterdam e Rotterdam. Lo sguardo di sfida che lancia dalla foto segnaletica è affisso sui muri delle moschee piu radicali, ed è soprattutto diventato il simbolo di una nuova minaccia. Incombe sul Parlamento, dove in questi giorni si discutono le iniziative contro l'estremismo islamico. Molta sociologia, poche idee concrete. Permane lo stato confusionale per la scoperta di una realtà che si sperava appartenesse ad altri Paesi. Ieri Ayaan Hirsi Ali, la deputata di origine somala che sceneggiò il documentario Submission costato la vita a Van Gogh, ha ammonito i suoi colleghi: "Dovete avvicinarvi a loro come se fossero ragazzi-Lnasdale, carichi di una ideologia violenta e fortemente ostile". La Lonsdale in Olanda è la marca di abbigliamento che caratterizza i nazi-skin.

All'inizio del 2003, la libertaria e tollerante Olanda, per Mohammed Bouyeri non è altro che questo: “Una democratica camera della tortura”. I tempi, scriveva, sono pronti per la Jihad: “La bomba dei martiri è innescata”. Lui e altri «guerrieri di Allah» avrebbero dovuto rovesciare il Parlamento per sostituirlo con un Tribunale islamico. Così scriveva, dopo aver cambiato il soprannome. Adesso e fino alla fine, Mohammed Bouyeri si firma Abu Zubair, come un leader di Al Qaeda catturato in Marocco nel 2002. Il ragazzo che nel 2001 sognava di visitare gli Stati Uniti e di fare il giro dell'Europa ”per vedere i posti dei film”, ora ha questa visione del mondo: “Prego Allah che fermi per sempre il cuore malato di Tony Blair, sparga cellule cancerose nella testa di George W. Bush, riduca in mille pezzi ll corpo da maiale di Sharon”. L'America? “Che venga spazzata via da una tempesta, che i suoi aerei possano bruciare nei cieli”. All'inizio del 2004, Bouyeri abbandona i vestiti occidentali. Via Internet, cerca di contattare il siriano Mohammed al Issa, ovvero Abu Khaled, capo spirituale del gruppo di estremisti islamici ”Hofstad”. Si dice pronto a rendergli 2visita e onori” nella città di Tilburg. Elabora un suo progetto di società. “L'unica legge valida è quella di Dio”, scrive. Per dimostrarlo, inizia a commettere piccole infrazioni alla legge olandese.

L'educazione all'estremismo di Mohammed Bouyeri riflette anche la cattiva coscienza olandese. Perché dal suo primo contatto con presunti militanti del gruppo “Hofstad”, gran parte degli 85 cd-rom che rappresentano la dote dell'assassino di Van Gogh, mail personali, documenti scaricati da Internet, proclami nelle chat piu fanatiche, vengono registrati quasi in tempo reale dai servizi segreti. Catalogati e lasciati su uno scaffale, a futura memoria. Il regista di Submission poteva essere salvato, ad Ayaan Hirsi poteva essere evitato il destino da appestata alla Salman Rushdie che incombe su di lei. Bouyeri, molto semplicemente, non rientra nella lista dei 150 ”potenziali fondamentalisti” dei Servizi olandesi. Su un sito, aveva disegnato un'Olanda rosso sangue sulla quale campeggiava una bandiera con la spada di Maometto e la scritta "La vittoria è nostra". Ad essa aveva aggiunto anche il viso di Ayaan Hirsi Ali e Theo Van Gogh, e di altri politici olandesi: "Gli infedeli ci attaccano, ma saranno sconfitti".

Sul tram numero 17 lo conoscevano tutti. Mentre viaggiava verso il centro di Amsterdam, parlava a voce alta, predicava: "Voi occidentali potete essere salvati soltanto dalla sharia (la legge islamica, ndr). Siete governati da infedeli che vi nascondono la realtà". Una mattina venne fermato dai controllori. Non aveva il biglietto. Venne preso da un attacco d'ira e li aggredì. Lo portarono al commissariato di Amsterdam Ovest. "Vi odio, vi odio", ripeteva. "Prima o poi ammazzerò qualcuno di voi”. Sputò in faccia agli agenti che lo interrogavano. Nelle tasche aveva un suo scritto, l'elogio delle decapitazioni di occidentali fatte da Al Zarkawi in Iraq, su un foglio gli indirizzi di altri appartenenti alla rete "Hofstad". E' tutto agli atti del processo. La polizia fece rapporto ai Servizi dicendo che il ragazzo era ormai "un irriducibile fondamentalista" . Mohammed Bouyeri fu rilasciato in serata. Era il 29 settembre 2004. A Theo Van Gogh rimanevano cinque settimane di vita.

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:45 |
 

 

Pochi mesi fa nel parco di Villa Spada hanno visto un daino. Le signore che chiacchieravano sulla panchina si sono zittite. I bimbi che giocavano sull’altalena si sono fermati per quella apparizione. Poi l’animale è ritornato tra le frasche, e nessuno ne ha più saputo nulla.

Sabato pomeriggio era come oggi. Con questo sole, e questa atmosfera di pace. C’era una ragazza di quindici anni che camminava sul prato con il suo fidanzato. Sono stati avvicinati da un gruppo di persone più grandi di loro, stranieri, forse romeni. Avevano i coltelli. Li hanno portati venti metri più giù, tra i cespugli. A lui hanno tenuto una lama premuta sulla gola. Lei è stata violentata. A turno, più volte. Erano le cinque del pomeriggio.
Il posto è bellissimo, uno dei più belli di Bologna. A girare lo sguardo, si vedono degli scorci del centro storico, incorniciato tra i pini marittimi e i cipressi che delimitano il prato. Le signore che raccontano convinte del daino sono le stesse che fanno fatica a credere a questa bestialità. «Perché qui non può succedere», dice una di loro. Qui ci sono i bambini che inseguono gli aquiloni, e i vecchi che spiegano i tavoli di plastica all’ombra dei lecci per la partitina a carte. Villa Spada sono sei ettari di parco arrampicati su una collina che arriva a 120 metri. E’ una serie di prati che arrivano a lambire via Saragozza, distanti quindici minuti di portici da piazza Maggiore, ma affacciati sulle colline. Il verde a pochi metri dal centro, un privilegio che costa 3.500 euro al metro quadrato. In questa zona i prezzi delle case sono i più alti della città.
E’ successo qui, nei Parioli di Bologna, dove si dorme con le porte aperte, come recita il cartello di una agenzia immobiliare. Come se a Milano ci fosse stato uno stupro in pieno giorno nei giardini di zona Fiera. In un quartiere residenziale ed esclusivo, dove la città sembra lontana eppure è vicinissima. Un episodio di violenza metropolitana, di quelli che sui titoli di giornale tirano con sé la parola «Bronx». Bologna è sempre stata abituata alle tensioni politiche e sociali, maquesta roba non l’aveva mai vissuta, si era sempre sentita un’oasi come Villa Spada, immune da questi pericoli. Dice bene lo scrittore Carlo Lucarelli, che in città ci vive ormai da sempre: «Più che insicura, Bologna è indifesa. Questa è sempre stata una terra troppo tranquilla, non ha gli anticorpi ».
E’ un episodio fosco e schifoso, che si avvita su un periodo non facile. I sociologi di qui, e non sono pochi, hanno trovato un nome per la malattia di Bologna. Si chiama «sindrome della decadenza», il timore del declino, la perdita della propria specificità. C’era una città che si nutriva dell’orgoglio per la propria diversità, per i modelli sociali che — unica in Italia —riusciva a far attecchire. Oggi è più difficile. I problemi sono quelli di tutti gli altri, con la fastidiosa sensazione di non essere più diversi, ma soltanto più piccoli. L’eterna chimera del metrò, con l’ultimo progetto bloccato dal governo «nemico», ha alimentato questa paura.
E poi, il degrado delle piazze del centro, i campi nomadi sul lungo Reno, un sindaco come Sergio Cofferati che, non a caso, preme tanto sul concetto di legalità, «diritto essenziale e vitale del cittadino». Bologna la grassa che ha sempre la disoccupazione a livelli fisiologici, però vede crescere in modo esponenziale l’area grigia delle persone che non sono ancora povere ma vengono considerate «socialmente vulnerabili», come dimostra uno studio dell’Istituto per le ricerche economiche e sociali. Bologna che si sente di serie A, ma è retrocessa dalla massima serie, quasi recriminando sulla propria onestà in un mondo di squali come quello del calcio.
E’ per questo che, oltre al dovuto orrore, la violenza di Villa Spada genera ancora più inquietudine. Soffia sulla paura del diverso, che adesso si sente forte. Le signore sul prato del parco indicano i colli di fronte come se fossero sui bastioni di una fortezza: «Ormai sono anche qui». E’ stata proprio la prosperità, la quasi certezza di un lavoro, a far aumentare gli arrivi degli extracomunitari, nel 2004 decuplicati rispetto ai dati di appena tre anni prima. Sono stati loro, a creare il paradosso della città più anziana d’Italia che riporta in attivo il bilancio natalità-mortalità. Così, sugli esclusivi colli vicino a via della Battaglia è nato il «grand camping Romania», una lunga serie di tende abusive che si confondono tra i cespugli.
Soltanto stradine sorvegliate da telecamere separano le ville esclusive dei ricchi bolognesi da quest’altro mondo di invisibili fatto di taniche per l’acqua, fornellini da campo, coperte sporche abbandonate al mattino e riprese alla sera. C’è Vlade, un ragazzo che campa vendendo ai suoi simili vestiti recuperati dalle parrocchie, che ormai è un esperto di questa vita nascosta tra le piante: «Diciamo a tutti che abitiamo nella foresta». Parla mentre cammina sul ciglio di via Casaglia percorsa dagli autobus che portano alla periferia, e intanto guarda in alto, verso le frasche del parco dove è avvenuta la violenza: «Sono già venuti a interrogarci, due notti fa. Ci manderanno via, è inevitabile. Quando succedono queste cose, i primi a pagare siamo noi. Tutti noi».
Ci sarà la solita marcia della Lega, qualche capetto locale ha scimmiottato Calderoli proponendo una taglia «di modesta entità» a chiunque fornisca informazioni. Masono questi i sintomi del disagio, a Bologna il Carroccio conta poco. Il malessere di Bologna è meno evidente, è una inquietudine sottile. «Dire che questa è una città insicura è una cattiveria», dice Egeria Di Nallo, docente universitaria di Comunicazioni di massa. La professoressa ha una tesi: «Sono i tempi ad essere diventati più insicuri. Si è deteriorato il mondo, non Bologna. Noi, semplicemente, non siamo riusciti a evitare di essere coinvolti. E il legame tra l’ansia dei cittadini e il fenomeno dell’immigrazione è inevitabile. Dispiace, ma è così».
E’ una presa di coscienza che in qualche modo seppellisce il sogno della «meravigliosa diversità del vivere civile», che rimette Bologna con i suoi ospedali modello e il suo welfare su misura allo stesso livello delle altre città. Magari senza farsi troppo del male, perché anche ieri, nonostante quel che è successo, sui prati di Villa Spada c’erano bimbi e anziani che giocavano a pochi metri dal luogo della violenza, vicino al monumento in acciaio sul quale è incisa la scritta «Vorrei andare da sola incontro a un mondo migliore». E’ un tributo alle donne partigiane, ma potrebbe andar bene anche come motto di questa città.
 
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:38 |


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