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martedì, giugno 21, 2005
 

 

Pochi mesi fa nel parco di Villa Spada hanno visto un daino. Le signore che chiacchieravano sulla panchina si sono zittite. I bimbi che giocavano sull’altalena si sono fermati per quella apparizione. Poi l’animale è ritornato tra le frasche, e nessuno ne ha più saputo nulla.

Sabato pomeriggio era come oggi. Con questo sole, e questa atmosfera di pace. C’era una ragazza di quindici anni che camminava sul prato con il suo fidanzato. Sono stati avvicinati da un gruppo di persone più grandi di loro, stranieri, forse romeni. Avevano i coltelli. Li hanno portati venti metri più giù, tra i cespugli. A lui hanno tenuto una lama premuta sulla gola. Lei è stata violentata. A turno, più volte. Erano le cinque del pomeriggio.
Il posto è bellissimo, uno dei più belli di Bologna. A girare lo sguardo, si vedono degli scorci del centro storico, incorniciato tra i pini marittimi e i cipressi che delimitano il prato. Le signore che raccontano convinte del daino sono le stesse che fanno fatica a credere a questa bestialità. «Perché qui non può succedere», dice una di loro. Qui ci sono i bambini che inseguono gli aquiloni, e i vecchi che spiegano i tavoli di plastica all’ombra dei lecci per la partitina a carte. Villa Spada sono sei ettari di parco arrampicati su una collina che arriva a 120 metri. E’ una serie di prati che arrivano a lambire via Saragozza, distanti quindici minuti di portici da piazza Maggiore, ma affacciati sulle colline. Il verde a pochi metri dal centro, un privilegio che costa 3.500 euro al metro quadrato. In questa zona i prezzi delle case sono i più alti della città.
E’ successo qui, nei Parioli di Bologna, dove si dorme con le porte aperte, come recita il cartello di una agenzia immobiliare. Come se a Milano ci fosse stato uno stupro in pieno giorno nei giardini di zona Fiera. In un quartiere residenziale ed esclusivo, dove la città sembra lontana eppure è vicinissima. Un episodio di violenza metropolitana, di quelli che sui titoli di giornale tirano con sé la parola «Bronx». Bologna è sempre stata abituata alle tensioni politiche e sociali, maquesta roba non l’aveva mai vissuta, si era sempre sentita un’oasi come Villa Spada, immune da questi pericoli. Dice bene lo scrittore Carlo Lucarelli, che in città ci vive ormai da sempre: «Più che insicura, Bologna è indifesa. Questa è sempre stata una terra troppo tranquilla, non ha gli anticorpi ».
E’ un episodio fosco e schifoso, che si avvita su un periodo non facile. I sociologi di qui, e non sono pochi, hanno trovato un nome per la malattia di Bologna. Si chiama «sindrome della decadenza», il timore del declino, la perdita della propria specificità. C’era una città che si nutriva dell’orgoglio per la propria diversità, per i modelli sociali che — unica in Italia —riusciva a far attecchire. Oggi è più difficile. I problemi sono quelli di tutti gli altri, con la fastidiosa sensazione di non essere più diversi, ma soltanto più piccoli. L’eterna chimera del metrò, con l’ultimo progetto bloccato dal governo «nemico», ha alimentato questa paura.
E poi, il degrado delle piazze del centro, i campi nomadi sul lungo Reno, un sindaco come Sergio Cofferati che, non a caso, preme tanto sul concetto di legalità, «diritto essenziale e vitale del cittadino». Bologna la grassa che ha sempre la disoccupazione a livelli fisiologici, però vede crescere in modo esponenziale l’area grigia delle persone che non sono ancora povere ma vengono considerate «socialmente vulnerabili», come dimostra uno studio dell’Istituto per le ricerche economiche e sociali. Bologna che si sente di serie A, ma è retrocessa dalla massima serie, quasi recriminando sulla propria onestà in un mondo di squali come quello del calcio.
E’ per questo che, oltre al dovuto orrore, la violenza di Villa Spada genera ancora più inquietudine. Soffia sulla paura del diverso, che adesso si sente forte. Le signore sul prato del parco indicano i colli di fronte come se fossero sui bastioni di una fortezza: «Ormai sono anche qui». E’ stata proprio la prosperità, la quasi certezza di un lavoro, a far aumentare gli arrivi degli extracomunitari, nel 2004 decuplicati rispetto ai dati di appena tre anni prima. Sono stati loro, a creare il paradosso della città più anziana d’Italia che riporta in attivo il bilancio natalità-mortalità. Così, sugli esclusivi colli vicino a via della Battaglia è nato il «grand camping Romania», una lunga serie di tende abusive che si confondono tra i cespugli.
Soltanto stradine sorvegliate da telecamere separano le ville esclusive dei ricchi bolognesi da quest’altro mondo di invisibili fatto di taniche per l’acqua, fornellini da campo, coperte sporche abbandonate al mattino e riprese alla sera. C’è Vlade, un ragazzo che campa vendendo ai suoi simili vestiti recuperati dalle parrocchie, che ormai è un esperto di questa vita nascosta tra le piante: «Diciamo a tutti che abitiamo nella foresta». Parla mentre cammina sul ciglio di via Casaglia percorsa dagli autobus che portano alla periferia, e intanto guarda in alto, verso le frasche del parco dove è avvenuta la violenza: «Sono già venuti a interrogarci, due notti fa. Ci manderanno via, è inevitabile. Quando succedono queste cose, i primi a pagare siamo noi. Tutti noi».
Ci sarà la solita marcia della Lega, qualche capetto locale ha scimmiottato Calderoli proponendo una taglia «di modesta entità» a chiunque fornisca informazioni. Masono questi i sintomi del disagio, a Bologna il Carroccio conta poco. Il malessere di Bologna è meno evidente, è una inquietudine sottile. «Dire che questa è una città insicura è una cattiveria», dice Egeria Di Nallo, docente universitaria di Comunicazioni di massa. La professoressa ha una tesi: «Sono i tempi ad essere diventati più insicuri. Si è deteriorato il mondo, non Bologna. Noi, semplicemente, non siamo riusciti a evitare di essere coinvolti. E il legame tra l’ansia dei cittadini e il fenomeno dell’immigrazione è inevitabile. Dispiace, ma è così».
E’ una presa di coscienza che in qualche modo seppellisce il sogno della «meravigliosa diversità del vivere civile», che rimette Bologna con i suoi ospedali modello e il suo welfare su misura allo stesso livello delle altre città. Magari senza farsi troppo del male, perché anche ieri, nonostante quel che è successo, sui prati di Villa Spada c’erano bimbi e anziani che giocavano a pochi metri dal luogo della violenza, vicino al monumento in acciaio sul quale è incisa la scritta «Vorrei andare da sola incontro a un mondo migliore». E’ un tributo alle donne partigiane, ma potrebbe andar bene anche come motto di questa città.
 
postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:38 |


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