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martedì, giugno 21, 2005
 

 

"Pochi mesi fa ho sentito come "persona informata dai fatti" un signore che non ha più le gambe. Le ha perse a dodici anni, saltando su una mina. Quindici giorni prima, nascosto in un bosco vicino a Marzabotto, aveva visto mitragliare la propria madre e la sorella insieme ad altre 170 persone".
Marco De Paolis vive in un passato fatto di rastrellamenti, fucilazioni, colpi alla nuca, bimbi lanciati in aria e infilzati con le baionette. Aveva scelto la Procura militare di La Spezia perché cercava una scorciatoia per finire alla Corte dei conti. Una volta diventato capo, si è ritrovato a giudicare la Storia, quella con la maiuscola. E non è facile.
Alle pareti del suo ufficio ci sono immagini serene di barche a vela e panorami di Bretagna. Sulla sua scrivania però ci sono impilati 35 fascicoli aperti per "crimini di guerra", quelli commessi dai nazisti. Entro il 2005 tutte le indagini saranno finite, ma la possibilità concreta di arrivare in giudizio riguarda solo cinque o sei stragi, lui stesso, da Gip ne ha archiviate più di 150, "reato estinto per morte del reo". Lavora nel passato remoto, ma ha fretta, è il suo paradosso. "Tra poco non ci saranno più imputati e testimoni". Fa quasi da solo, in compagnia di sei ufficiali di polizia giudiziaria. Non si lamenta, non è abituato a farlo. Però gli scappa di dire: "Avessimo avuto più mezzi, saremmo arrivati in tempo per giudicare centinaia di gerarchi nazisti. E' una anomalia. Una situazione come questa forse avrebbe richiesto un trattamento normativo eccezionale. O almeno una considerazione maggiore".
Martedì scorso è cominciato un altro processo. Quando il presidente del Tribunale ha chiesto alle "parti lese" l'elenco delle vittime, ci hanno messo un quarto d'ora, in un silenzio irreale. Cinquecentosessanta nomi, tutti i morti della strage nazista di Sant'Anna di Stazzema, 12 agosto del 1944. De Paolis ha abbassato lo sguardo verso le sue grosse scarpe, si è emozionato. Quel rosario di cognomi spesso uguali, come accade nei piccoli paesi, gli ha fatto sentire il peso del suo lavoro.
"Sono delitti che oggi si fatica persino a descrivere con le parole", disse commosso Carlo Azeglio Ciampi a Marzabotto. Il lavoro di De Paolis è ricostruire in dettaglio quell'indescrivibile. Ogni singolo episodio. Ogni tortura, ogni esecuzione, ogni strage compiuta dai nazisti. Deve farlo con il codice penale militare alla mano, deve identificare i colpevoli, chiedere il rinvio a giudizio all'ufficio per le indagini preliminari, sostenere il dibattimento in aula, come se tutto questo fosse ieri, e non sessant'anni fa, materiale già passato in giudicato sui sussidiari scolastici. Domani ad esempio sarà di nuovo in aula per uno "stralcio" della strage di Sant'Anna di Stazzema, e fa effetto pensare a pratiche giudiziarie comuni su cose così grandi. Poi forse arriveranno i rinvii a giudizio per Marzabotto (1.830 morti), Civitella, Cornia e San Pancrazio in val di Chiana (200), San Polo di Arezzo (40), Bardine San Terenzio (220). "Chiuderemo le indagini entro l'anno - spiega - se non muoiono prima gli imputati". "Cerco di non pensarci troppo - dice - ma la verità è che sto facendo una Norimberga italiana, con sessant'anni di ritardo".
Almeno con questo ritardo la lentezza della giustizia non c'entra niente. La storia dell'"armadio della vergogna" è nota, due ante rivolte verso il muro della Procura militare di Roma che nascondevano 695 fascicoli con il timbro "archiviazione provvisoria" sui quali erano scritti i nomi delle vittime e dei responsabili dei crimini compiuti dai tedeschi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Venne tenuto nascosto per cinquant'anni, e aperto solo nel 1994. "Fu una manovra politica del primo dopoguerra. Il procuratore militare dell'epoca non può certo avere preso una decisione così illegale e grave in completa solitudine". La Spezia è competente su quattro regioni, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Marche, in pratica su tutta la Linea gotica. E quindi, prima come Gip, poi come capo della Procura, De Paolis ha trattato più di 300 processi per crimini di guerra commessi dai nazisti. Gli restano ancora 35 fascicoli aperti. Molti faldoni hanno la scritta "estinto per morte del reo". E' un uomo molto timido. Alto, barba importante, fisico da ex giocatore di volley. Un romano appassionato di vela, cattolico, ex funzionario del ministero del Lavoro. Quando gli proposero La Spezia, ci andò perché sperava in una scorciatoia veloce verso un incarico alla Corte dei Conti e perché c'è il mare per andare a vela. Ha appena 44 anni, "non ero ancora nato all'epoca dei fatti". Prima dell'apertura di quell'armadio, della guerra sapeva poco. Sua madre che raccontava dei bombardamenti nel quartiere San Lorenzo, suo papà ufficiale di guerra nell'aeronautica che ricordava l'arruolamento volontario nell'esercito del re dopo l'8 settembre. Poca roba.
Nessuno dei suoi imputati si presenterà mai al suo processo. Vivono in Germania, sono vecchi, troppo per i tempi lunghi di eventuali richieste di estradizione. E' un uomo molto pratico. Sa di fare un lavoro "legato a doppio filo con la storia". Ma non ha nessuna ambizione di riscriverla, di aggiungere altro. "Mi sono sforzato di pormi nel modo più asettico possibile, di cancellare qualunque pulsione morale". I problemi pratici non riguardano soltanto i mezzi, è anche questione di mentalità. "Quando leggi che sono state uccise 200 persone, ti fermi lì. Ma nelle carte ci sono anche altre vittime, 50 pecore, 40 buoi. Fa sorridere ora. Ma nel 1944, in quella miseria nera, per chi sopravviveva, la morte di quegli animali era la condanna a una miseria ancora peggiore". Indagando sulla strage di San Cesareo sul Panaro (12 morti) ha incontrato una signora che all'epoca aveva sette anni. "Dopo aver ucciso i suoi familiari, i nazisti le portarono via tutti gli abiti. Mi ha raccontato di avere indossato lo stesso vestito per due anni consecutivi. Riusciamo ancora a immaginarlo, a capire come ci si sente, noi che viviamo nel benessere?".
A lavorare sull'indescrivibile capita di sentirsi inadeguati. Quando De Paolis ha iniziato a fare domande al pensionato senza gambe, quello lo ha guardato: "Dopo tutti questi anni cosa venite a fare? Cosa volete?". Hai voglia di dirgli "per fare il processo, acquisire alle indagini la sua testimonianza". De Paolis confessa: "Ho pensato di essere fuori tempo massimo, e non è stata l'unica volta".
Inadeguati, davanti a tragedie così grandi. A massacri così orrendi. Eppure. "Due anni fa, prima di cominciare le indagini, avrei detto che tutto questo lavoro non aveva molto senso. L'esercizio obbligatorio della funzione penale, avrei detto da magistrato. Poi ho conosciuto i superstiti, le vittime. E i loro carnefici. E ho cambiato idea. Questo lavoro enorme è utile. E' civile. E' un modo per rendere onore al dolore di persone che non hanno avuto la possibilità di avere giustizia dallo Stato. E poi spero sempre che da parte di qualcuno dei colpevoli arrivi una lettera in cui chiede perdono. Finora non è mai successo".

postato da me: indovinami | indovinami@hotmail.com | | 13:58 |


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